Aldo Braibanti: come fu creato un mostro

SCHEDA (a cura di Giovanni Dell’Orto) ripresa  da www.wikipink.org

Aldo Braibanti (Fiorenzuola d’Arda, Piacenza 23 settembre 1922 – Castell’Arquato, 6 aprile 2014) è stato un artista italiano. Intellettuale “a tutto tondo”, nella sua vita si è occupato di poesia, arte, cinema, politica, teatro e letteratura.

Laureato in filosofia teoretica, prese parte alla Resistenza partigiana a Firenze (subendo torture e sevizie ad opera dei nazi-fascisti) ed aderì al Partito Comunista Italiano, di cui divenne membro del comitato centrale. Tra il 1946 ed il 1947 fu tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù ma nel 1948 abbandonò la politica attiva, dimettendosi da tutti i suoi incarichi.

Studioso di mirmecologia e autore di ceramiche e di collages, ha tenuto mostre a Firenze, Oslo, Faenza, Messina, Milano e Roma. Sceneggiatore dei film Pochi stracci di sole, Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso, nel 1960 pubblicò i quattro volumi de “Il Circo” (raccolta di poesie e saggi) e nello stesso anno dà alla luce l’opera “Guida per esposizione“.

Traduttore del diario di Cristoforo Colombo, nel 1969 diede alle stampe l’antologia “Le prigioni di Stato” mentre negli anni Settanta diventa autore e regista teatrale di numerose commedie tra cui Bandi di virulentia, Laboratorio dell’Anticrate, L’altra ferita, Il Mercatino e Theatri epistola. Autore e conduttore di numerosi programmi radiofonici, nel 1979 pubblica l’opera Object trouvé mentre successivamente collabora con la rivista milanese “Legenda”.

Altre sue opere letterarie di un certo valore furono Impresa dei prolegomeni acratici (1988) e Un giallo o mille (1998). Nel 2000 decise di dare vita al lungometraggio Quasi niente, un’edizione completa delle poesie dal 1940 al 1999.

Nel 2005, a causa delle pessime condizioni fisiche in cui Braibanti versava, alcuni parlamentari dell’Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla legge Bacchelli.

 

Copertina di: Il processo Braibanti di Gabriele Ferluga

 

Omosessuale dichiarato, Braibanti trascorse l’estate del 1960 a Como in compagnia di Piercarlo Toscani, un elettricista 19enne. Due anni dopo, quando ormai risiedeva nella Capitale, visse invece insieme al 18enne Giovanni Sanfratello, che aveva conosciuto quattro anni prima: il giovane aveva abbandonato la famiglia (cattolica e tradizionalista) in quanto i genitori avevano intenzione di farlo interdire per le sue frequentazioni di sinistra e con ambienti artistici.

Nel 1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, denunciò Braibanti per plagio: in pratica, secondo l’accusa, i due ragazzi erano stati soggiogati dall’intellettuale, che li aveva ridotti a una sorta di “schiavitù mentale”.

Braibanti nella sua difesa fece notare che i ragazzi avevano deciso di seguirlo autonomamente e da adulti: durante il processo, Sanfratello avvalorò questa tesi, mentre Toscani depose contro di lui. Al termine delle udienze, nel 1968, l’imputato venne condannato a nove anni di reclusione, successivamente ridotti a sei ed infine a quattro (due gli vennero condonati in quanto ex partigiano).

La condanna suscitò ampia eco in tutta Italia, e a favore di Braibanti si mobilitarono numerosi intellettuali, fra i quali Alberto Moravia e Umberto Eco. Il processo rivelò infatti rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l’estremo tentativo del vecchio ordine sociale (lo stesso che aveva già usato il tema dell’omosessualità nel caso dei balletti verdi), per imporre i propri valori contro la marea montante del Sessantotto. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto in altre nazioni, nella storia italiana l’omosessualità è stata usata giudiziariamente per fini politici esclusivamente in questi due casi.

Braibanti fu scelto come “capro espiatorio” in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche omosessuale, in un periodo in cui l’omosessualità era giudicata “indifendibile” (in quando “degenerazione piccoloborghese”) anche e soprattutto tra le file della sinistra. La sua era quindi, dal punto di vista propagandistico, una figura “indifendibile”, utile per dimostrare che i comunisti stavano corrompendo la gioventù italiana e i valori famigliari tradizionali.
Va inoltre notato che la controversa legge sul plagio, introdotta nel codice penale durante il periodo fascista, portò nel dopoguerra ad una condanna in questo unico caso e fu successivamente abolita, senza essere più stata applicata, grazie all’infuocato dibattito scatenato dalla sua condanna, con sentenza della Corte costituzionale n. 96 del 08/06/1981.

Né esisteva ancora in Italia un movimento di liberazione omosessuale che potesse fare di questo processo un caso emblematico. Dalle colonne di “Tempo Illustrato”, Pier Paolo Pasolini fece notare che:

« Una delle cause della condanna al processo è la debolezza del Braibanti, nel senso che egli non aveva valori precostituiti, un aggancio a un sistema di vita, ad un modello culturale. »

Lo stesso Braibanti non si è mai considerato parte del movimento gay.

In un’intervista, Braibanti disse che non si considerava una vittima e che, tra gli intellettuali di sinistra, gli era stata vicina in quei momenti soprattutto Elsa Morante.
Nella stessa intervista, riguardo alla nascita del movimento gay, egli dichiarò inoltre:

« Non farò mai il militante omosessuale, ma non mi piace dare un giudizio. Però penso che i movimenti gay e gli altri di questo tipo siano molto importanti, hanno la funzione di preparare molte persone che altrimenti sarebbero incapaci di inserirsi nella militanza, a sentirsi pari a coloro che credono di essere già pari e di poter combattere per la rivoluzione. »

Sul suo caso al Teatro Nuovo di Napoli, dal 20 al 25 marzo 2012 è stato messo in scena su testi di Massimiliano Palmese, Il caso Braibanti, per la regia di Giuseppe Marini.

Un ricordo personale, leggendo «Il caso Braibanti» di Virginia Finzi Ghisi

di Daniele Barbieri

Non avevo ancora 20 anni quando il 14 luglio 1968 la Corte d’assise di Roma «in nome del popolo italiano» condannò Braibanti: 9 anni di carcere nella prima condanna per «plagio» della storia italiana. Rammento che il reato di plagio mentale, ovvero l’articolo 603 del Codice penale, fu dichiarato incostituzionale con la sentenza 96 dell’8 giugno 1981.

Non ricordo se – o quanto – seguii allora il processo sui giornali. Ma so per certo – ho ancora la copia con i miei appunti – che rimasi choccato nel gennaio 1969 leggendo il libretto (68 pagine per 200 lire) «Il caso Braibanti ovvero un processo di famiglia» scritto da Virginia Finzi Ghisi e pubblicato da libreria Feltrinelli nei tascabili della collana “Battaglie politiche”.

Scorro le mie sottolineature dell’epoca – più altre successive (lo avrò letto almeno 4 volte) – e rimango impressionato dalla lucidità di quell’analisi e dalla mostruosità di quel processo. Dopo aver raccontato i fatti, Virginia Finzi Ghisi scrive: «Cosa c’è dietro a questa condanna? Parlare di una “macchinazione” sembra fuori posto: gli attori non sono delinquenti né “pazzi” come il povero Giovanni Sanfratello. Sono tutte persone a posto, campioni – potremmo dire – di ogni settore di normalità perfetta: una madre piena di sollecitudine; un padre responsabile; un fratello che studia alla Cattolica. Essi inoltre non si presentano soli al processo: la loro sanità è comprovata da diversi psichiatri […] Quasi tutti i loro testimoni sono pii religiosi. Dunque, se non nasce da malvagità o da follia, questo è un processo intentato dalla sana rappresentanza della normalità, da un saldo spirito religioso […] e da una ferma convinzione religiosa».

Dietro i 5 personaggi chiave – «madre, padre, fratello, prete, Presidente» – ecco «l’obiettività della scienza». Su questi 5 simbolici protagonisti Virginia Finzi Ghisi ha costruito un ragionare che a me impressiona ancora oggi per sintesi e lucidità. Per questo più volte negli anni successivi pensai– di certo con Riccardo Mancini ma forse anche con altre persone (Valeria se ci sei… fatti sentire) – che sarebbe stato importante fare un documentario da far girare all’interno del movimento contro le istituzioni totali. Se frugassi bene nei cassetti miei e altrui forse troverei anche gli appunti per un testo “in difesa di Braibanti e contro la famiglia del capitalismo”. Che era l’idea di fondo del libretto di Virginia Finzi Ghisi: «La difesa di Braibanti sta in un nuovo processo. Il processo intentato da una famiglia deve diventare il processo alla famiglia e ai suoi alleati in funzione del sistema, come presa di coscienza dei meccanismi e delle strutture dell’alienazione». Quel processo alla famiglia in parte si farà negli anni successivi; basta andare a rileggere «Contro la famiglia» pubblicato da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa e ricordare i tanti processi che subì il manuale e l’allegato poster «Toccarsi è bello». Eccoli qui sotto: magari ri-vederli facilita i ricordi chi chi allora c’era.

I materiali del processo a Braibanti si prestano a confermare la mostruosità di quella pretesa normalità e oggettività sempre invocata. Per fare una sola citazione nelle 9 regole che vengono imposte a Giovanni Sanfratello per uscire dal manicomio si legge persino: «evitare libri che non abbiano almeno 100 anni, esclusi quelli a carattere scolastico». E aveva ragione, ancora una volta, Virginia Finzi Ghisi a sottolineare come se qualcuno già nel ’68 dava per vinta la battaglia «contro la concezione autoritaria della famiglia, i pregiudizi, i “tabù”, il clericalismo, la deformazione del sesso nei ruoli del’uomo-maschio e della donna-femmina» più volte si sarà dovuto ricredere. La lotta è continuata e non è finita. Perfino le conquiste più importanti (in testa la legge contro i manicomi ispirata da Franco Basaglia) sono a rischio: ogni giorno lo vediamo – se vogliamo scrutare dietro le ingannevoli vetrine di una legge 180 poco voluta e ancor meno applicata – nella pratica, anche se magari in pochi hanno la faccia di rimpiangere ad alta voce i “bei tempi” dell’elettrochoc e delle istituzioni totali, non sottoposte a controlli e leggi.

Ma questo è un altro discorso che ci proietta nell’oggi e nel domani prossimo. Fa piacere che esca il film «Il caso Braibanti» di Carmen Giardina e Massimiiliano Palmese: vedi qui Il caso Braibanti al Pesaro Film Festival | il manifesto la presentazione di Alessandra Vanzi e qui Aldo Braibanti, capro espiatorio delle lotte del ’68 | il manifesto l’ articolo di Silvana Silvestri. Ne riparleremo.

Articolo già pubblicato ne La Bottega del Barbieri (www.labottegadelbarbieri.org)

In “bottega” cfr Scor-data: 14 luglio 1968 (di Francesco Masala, con preziosi link) sulla condanna di Aldo Braibanti; se non sapete cos’era Stampa Alternativa negli anni ’70 date un’occhiata qui: Baraghini mostro, Baraghini eroe

La scheda di wikipink su Aldo Braibanti indica come data di nascita il 23 settembre ma altrove si trova il 17 settembre.




DUE MINUTI CON PAUL McCARTNEY di Friedrich Christian Delius

Don’t be afraid she’s a coward

Recensione secondo l’enciclopedia Treccani: esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente pubblicazione. Detto fatto mi accingo a svolgere il compito proposto dall’Associazione Diatomea.net, ossia scrivere una recensione al volumetto citato sopra; accolgo l’invito con curiosità, una volta compreso l’argomento e il costrutto di questa gradevole opera di Friedrich Christian Delius, scrittore tedesco nato a Roma nel 1943, non molto noto nel nostro Paese [1]; preferisco quindi basare il mio commento sulle notizie riportate nel libro, edito da Le Lettere, a cura di Susanne Lippert.

Due minuti con Paul McCartney, inevitabile calco del bellissimo Esercizi di stile di Raymond Queneau, testo amato e riletto di tanto in tanto, mai sazia del gustosissimo gioco di variazioni di un tema banale, tra figure retoriche e generi letterari; ora si rende necessaria una precisazione: la versione italiana del libro di Delius è esperimento di traduzione compiuto dagli studenti del corso di Lingua e Traduzione Tedesca dell’Università degli Studi di Roma.

Salta
subito all’occhio l’audacia sia dell’autore, impegnatosi nella stesura di 66
versioni di una storiella ordinaria, alla maniera di Queneau (il suo Exercises
ne conta 99), sia degli studenti del corso di traduzione, emuli del virtuoso Umberto
Eco che curò la traduzione e l’adattamento in italiano di Esercizi di stile,
nel 1983, consapevole delle regole del gioco.

In
effetti Susanne Lippert ci informa che chiese a Delius se per il suo libro si
fosse ispirato a Queneau, e lui, non molto contento della domanda implicante
una supposta somiglianza, rispose affermativamente.

Dall’introduzione
della Lippert:

Una
breve descrizione del libro Due minuti con Paul McCartney, tratta direttamente
dalla homepage di Delius, recita così: “Un pallone, un cane, un Beatle,
due giovani e sette ragazze a Regent’s Park a Londra, il giorno in cui la
canzone Getting Better viene registrata per l’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
Club Band.” Un incontro strano, raccontato e inquadrato in tanti modi
diversi, un gioco divertente con prospettive sempre nuove e belle varianti.
Sessantasei variazioni, un ventaglio colorato di stili e tonalità, di
composizioni letterarie, giochi di parole e modi di scrivere.
[…]

Ho
letto con piacere le sessantasei variazioni della storiella definita
insignificante, apprezzando l’impegno dei giovani traduttori, tuttavia sarebbe
stato ancor più interessante trovare nel libro anche il testo originale, per
meglio considerare come le sfumature e le particolarità di una lingua, il
tedesco in questo caso, sono state trattate e adattate nella versione italiana,
nel rispetto dello schema ludico proposto dall’autore.

Posso solo tentare un’ipotesi: Delius non voleva presentare nella forma una pedissequa riproduzione dell’opera di Queneau  riportando il testo fonte; di fatto il tedesco è lingua poco praticata in Italia e per nulla orecchiabile. Come siano andate le cose non è dato saperlo.

Utile
addentrarci nei misteri della traduzione, in appendice, con le  Pillole di traduzione di Susanne
Lippert.

Lippert ha ritenuto opportuno fornire ai lettori un breve saggio di traduttologia, giacché questa materia ha le sue teorie, regole e strumenti utili a svolgere un buon lavoro di traduzione. Nel compendio è citato anche Dire quasi la stessa cosa  di Umberto Eco il quale, con la consueta prosa  avvincente, sottolinea le criticità, le false credenze e gli errori, a volte fatali, nei quali si rischia di incorrere quando non si è sufficientemente abili nel difficile mestiere di traduttore.

A
coronamento del tutto, nel breve saggio della Lippert troviamo uno spassoso
esempio di traduzione automatica.

Tornando
allo scopo di questo mio commento, riporto 
l’invito indicato in seconda di copertina:

Un
libro da regalare a persone intelligenti, soprattutto ai fan dei Beatles, agli
amanti del calcio e della letteratura, agli insegnanti di lingua, agli
appassionati di Londra e in special modo agli aspiranti scrittori in cerca di
una palestra stilistica.


[1]  Delius è autore famoso in Germania anche per gli argomenti trattati nei suoi romanzi che quasi sempre riguardano temi di attualità e storia:
–  La passeggiata da Rostock a Siracusa, 1998, Sellerio
–  La ballata di Ribbeck, 2012, Mimesis
–  Il mio anno da assassino, 2008, Edizioni Spartaco.


Dello stesso autore anche libri ambientati in Italia:
Ritratto della madre da giovane, 2009, Archinto e Die linke Hand des Papstes, 2013, Rowohlt





Migrazioni e intolleranza.

Eliminare il razzismo non vuol dire mostrare e
convincersi che gli Altri non sono diversi da noi,
ma comprendere e accettare la loro diversità.
Umberto Eco

Un argomento attualissimo là dove la politica che promuove un’antropologia negativa, crea Allarme e Pregiudizio e agevola la divisione della società in buonisti inclini all’accoglienza e all’integrazione dei popoli, e  suprematisti che rimestano nella  paura di una “invasione”, vocabolo ricorrente, usato verso chi è culturalmente “diverso” per religione, lingua, comportamenti, colore della pelle e altri attributi atti a definire la diversità.

Insomma,
un clima esasperato che appesantisce l’animo di chi preferirebbe una politica
civile e rispettosa dei diritti umani; ma le cose, sappiamo, non vanno
esattamente in questa direzione: il Decreto sicurezza varato dal governo
depotenzia gli Sprar, se non addirittura cancella realtà già consolidate:
famoso è il caso del modello Riace, conclusosi nello smantellamento di una
comunità ri-sorta grazie al sistema di accoglienza voluto dal sindaco Mimmo
Lucano. Tutti i particolari in cronaca, non è necessario che riassuma qui i
fatti.

Esce
postuma, per la penna di Umberto Eco, una breve raccolta di quattro saggi dal
titolo “Migrazioni e intolleranza”: i primi tre frutto di interventi
dell’autore in convegni internazionali tenutisi alcuni anni fa, il quarto è
l’introduzione a un’antologia di testi sull’antropologia reciproca
dell’associazione Transcultura, pubblicata in Francia nel 2011.

Entriamo
dunque nel vivo di un tema dibattutissimo sui media e i social network,
che  surriscalda la platea di individui
pesantemente condizionati dal ritornello “prima gli italiani”. Un
condizionamento che favorisce il sospetto e la paura dell’Altro generando, fra
l’altro, un vero e proprio cortocircuito categoriale, tale per cui se uno
straniero delinque, allora tutti gli stranieri saranno probabili delinquenti.

E ciò
accade in un millennio nel quale si assisterà a un “grande meticciato di
culture”, una convivenza, che vorremmo sperare fatta di apertura nei confronti
dei popoli poiché, asserisce l’autore, nessun razzista, nessun nostalgico
reazionario potrà impedirlo,
il meticciato, per l’appunto.

A
questo punto, per meglio chiarirci le idee, 
è necessario distinguere tra immigrazioni e migrazioni:

Si
ha “immigrazione” quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente
irrilevante
rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un paese
all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi in
Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente,
limitati, incoraggiati, programmati o accettati.

Non
così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i
fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha “migrazione”
quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e
non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura
i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrat
o).

Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag. 22

L’ultima
riga della citazione richiama alla mente la preoccupazione di connazionali che
temono l‘invasione dei popoli di fede islamica, volta a
trasformare radicalmente la nostra cultura…

In
realtà l’autore ci ricorda migrazioni storiche, quelle barbariche verso
l’impero romano, che hanno generato nuovi regni e nuove culture dette “romano
barbariche”, o la migrazione europea verso le Americhe.

Nonostante
la mancanza di confini netti nell’immaginario popolare, tra immigrazioni e
migrazioni, di fatto è molto probabile propendere per quest’ultimo caso. Il
terzo mondo bussa alle porte dell’Europa e sarà difficile non prendere atto di
una verosimile trasformazione del continente europeo in senso multietnico.

La
storia vuole che migrazioni e immigrazioni diano luogo a fenomeni di
intolleranza e qui Umberto Eco ci rammenta il significato di fondamentalismo,
da intendersi come principio ermeneutico, o integrismo che dir si voglia.

Fondamentalismo,
integrismo, razzismo pseudoscientifico (quello dei nazisti, per intenderci
N.d.R.) sono posizioni teoriche che presuppongono una dottrina.
L’intolleranza si pone prima di ogni dottrina. In tal senso l’intolleranza ha
radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorilità, si fonda su
reazioni emotive spesso superficiali  –
non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un
colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo. […] 

Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag.  36-37

L’intolleranza, prosegue il nostro, più pericolosa, è proprio quella che sorge in assenza di qualsiasi dottrina, a opera di pulsioni elementari.

Quasi
ogni giorno assistiamo a occasionali episodi di intolleranza verso stranieri
richiedenti asilo nel nostro Paese e in Europa, confidando di trovare un posto
migliore per vivere e lasciarsi alle spalle le atrocità che hanno dovuto subire
a casa propria.

Purtroppo
non è l’occasionalità a rendere meno preoccupante l’intolleranza verso i neri,
i disabili, gli omosessuali, le donne.

Già,
la pulsione selvaggia, l’emotività incontrollata, cavalcata dalla propaganda
politica, è piuttosto distante da un ragionamento più maturo circa auspicabili
iniziative di transcultura, cioè un’antropologia reciproca consapevole che la
presunta dominanza occidentale è un pretesto: come noi guardiamo loro, loro
guardano noi: rappresentanti di diverse culture che si analizzano
reciprocamente.

Una
consapevolezza allargata che sappia considerare tutti gli aspetti del problema,
fra cui il limite stesso della lotta contro l’intolleraranza: contrastare la
nostra intolleranza non significa dover accettare ogni visione del mondo e fare
del relativismo etico la nuova religione europea.

Il che non vuol dire rinunciare a sperare in una pacifica convivenza tra individui di differenti culture ma, come suggerisce l’autore, disciplinarsi mediante l’uso della ragione. Facile vero ?





Umberto Eco. Sulla televisione. Scritti 1956-2015

“I mezzi di massa non trasportano ideologie; sono essi stessi ideologia.”

Umberto Eco

È ancora attuale parlare di televisione come mezzo o come linguaggio, considerata l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa? A questa domanda potrebbe rispondere, anche in retrospettiva, questa interessante e prima d’ora inedita raccolta di scritti sulla televisione, dal 1956 al 2015, opera dell’autorevole filosofo, medievista, semiologo e massmediologo Umberto Eco, scomparso nel 2016 e del quale qualcuno, sono pronta a scommettere, sente la mancanza.

Il libro, edito da La Nave di Teseo, è destinato al lettore colto interessato a compiere una ricognizione sul fenomeno televisione in alcune sue sfaccettature: la televisione come mezzo di comunicazione e strumento capace di trasformazione sociale e antropologica, ça va sans dire; potrebbe apparire scontato ma non lo è: grazie alla folta raccolta di saggi, relazioni congressuali e articoli di giornale, viene spontaneo pensare, a beneficio di noi lettori, a delle iniziali “istruzioni per l’uso” del mezzo televisivo, molto meno subìto passivamente, ma esperito con l’occhio vigile del critico che ognuno di noi a modo proprio può diventare.  Riflessioni che coprono un arco temporale dall’avvento delle prime trasmissioni con una diffusione ancora limitata, ai tempi nostri, quando la televisione si vede affiancare da internet e dalle piattaforme social. Caleidoscopico.

In apertura l’immancabile e sempre godibile “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (Diario Minimo, ed. Bompiani, 1963), dedicato all’alfiere pop della televisione italiana dal suo esordio; a seguire un mix tra saggi (nei quali l’esperto semiologo trova ampio spazio), testi per una definizione di critica televisiva, analisi di trasmissioni, personaggi, miti e contesti. Un viaggio attraverso le epoche della televisione per quanto, come avverte la prefazione a cura di Gianfranco Marrone non ci sia, al momento, una lista completa e filologicamente ricostruita di tutti gli scritti di Eco sul tema.

Nei saggi o negli appunti Umberto Eco è sempre un buon provocatore – lo stimolo provocatorio nei sui scritti è sempre sotteso, se non apertamente dichiarato – ben distante dal praticare quel “cogitus interruptus” (pp. 133-151) del quale non sentiamo il bisogno.

Senza contare la volontà di smascheramento della mistificazione ad opera della ripresa diretta dagli albori della TV – verità, ai più recenti reality show là dove c’è più continuità di quanto non si ammetta nella direzione di una “pretesa realista che, dal canto loro, tutte le arti e le filosofie del Novecento avevano ben messo a tacere.” Così ci informa la prefazione.

Come
potrei tralasciare un cenno a Marshall McLuhan, citato senza risparmio
dall’umanista medio nelle conversazioni fra amici, che si vede travolgere dal
rigore critico del nostro autore in vena di solleticare i lettori circa
l’opportunità di leggere McLuhan:

” Si può compiere lo sforzo di leggere Understanding Media? Sì, perché l’autore sembra assalirci con una congerie enorme di dati (Arbasino ha splendidamente supposto, in un suo articolo, che questo  libro sia stato scritto da Bouvard e Pécuchet) ma l’informazione centrale che esso ci dà è una sola: il medium è il messaggio […]  l’intero messaggio è più volte ripetuto sui cerchi di una spirale concentrica e con apparente ridondanza.”

Un solo appunto: la ridondanza non è apparente, è reale.

Come
aggiungere il rosso d’uovo al purè per renderlo ancor più gustoso.

Potrei
continuare oltre il divertimento, ma lascio ai lettori il piacere della
scoperta. Concludo con una citazione riportata da Umberto Eco, ossia ciò che
scrisse una spettatrice:

“Dico la verità, non mi piace molto questa televisione, che spesso è noiosa, per non dire peggio, e che mi obbliga a restare attaccata ai video per ore e ore, mentre avrei mille altre cose da fare.”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright.