“Mirò incontra Maria Lai. Il fascino della sorpresa”

La Sardegna è stata un “imprevisto” che ha segnato profondamente la mia vita. La conosco e la percorro da più di trent’anni, eppure continua a riservarmi sorprese che mi tolgono il fiato. Da molto tempo desideravo visitare Ulassai, ho trovato un luogo incantato, un paesino appoggiato al fianco di una splendida montagna, un luogo che incarna la forza e la delicatezza della natura, che sembra appartenere ad un’altra dimensione, dove risuona un eco visivo che si fonde con la storia, la cultura e l’anima dell’isola.
Tutto intorno alle case vi sono imponenti e silenziose montagne, che avvolgono il paese in un abbraccio quasi materno, come a proteggere il piccolo borgo. Le vette raggiungono 1.200 metri di altitudine, sono punteggiate da rocce calcaree, splendidi faraglioni e gole profonde che conferiscono un aspetto scolpito e artistico al paesaggio. Il verde delle foreste di lecci e sughere si alterna al grigio delle rocce e al blu del cielo, creando un contrasto delicato di grande impatto. Ne sono rimasta incantata.
Le montagne di Ulassai non sono solo un paesaggio naturale, portano su di sé le tracce della storia e della cultura di chi vi ha abitato. Non a caso questo paesino è sede de La Stazione dell’Arte, museo dedicato all’artista sarda Maria Lai, che qui ha visto i suoi natali e che in questo legame tra uomo e natura ha trovato ispirazione, tra le tradizioni popolari e i miti della sua terra.
In programma, e in corso fino al 14 settembre 2025, la mostra “Mirò incontra Maria Lai. Il fascino della sorpresa”, ci propone il dialogo di confronto tra due figure emblematiche dell’arte del Novecento: Joan Miró e Maria Lai. Un’occasione più unica che rara. Curata da Lola Duran Ukar e Marco Peri, l’esposizione mette a confronto le opere dei due artisti, mette in risalto le affinità poetiche e simboliche che li accomunano realizzando l’incontro immaginario tra due universi poetici.

Joan Miró (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983) e Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013) provengono da contesti culturali diversi, ma condividono una profonda connessione con il Mediterraneo. Miró, maestro del Surrealismo, ha tratto ispirazione dalla luce e dai paesaggi di Maiorca, è noto per il suo linguaggio visivo fatto di segni, colori vivaci e forme oniriche. Lai, nella sua Sardegna natale ha intrecciato arte e memoria collettiva, sviluppando un percorso artistico unico, unendo tradizioni locali, miti e leggende con una profonda ricerca personale. Entrambi hanno trasformato materia, colori e parole in universi visivi densi di significato e memoria, utilizzando simboli e segni per esplorare l’inconscio e la dimensione spirituale dell’esistenza.
L’esposizione presenta circa 70 opere tra grafiche, dipinti, libri, arazzi e pezzi unici provenienti dalla Fundació de Arte Serra di Palma di Maiorca e dalla collezione permanente di Maria Lai della Stazione dell’Arte.

 

Ph. Nicoletta Lolli
Ph. Nicoletta Lolli

Non si tratta solo di una mostra di opere d’arte, ma di un vero e proprio percorso educativo che ci guida attraverso le sensibilità artistiche e le poetiche di due artisti tra i più significativi del Novecento. La curatela attenta e il design espositivo sono pensati per offrire una comprensione approfondita, il percorso mette in luce le risonanze, suggerisce fili invisibili, affinità espressive e interessi comuni tra i due artisti. L’allestimento invita alla scoperta, ogni sala è un invito a riflettere, a scoprire le connessioni tra i loro universi e a riflettere sul significato dei segni, dei colori e delle forme che hanno utilizzato per trasmettere emozioni, storie e sogni.
Il pubblico è subito coinvolto nel dialogo artistico ed è portato ad assumere il compito di tessere connessioni immaginative e scoprire le risonanze concettuali. Il visitatore si trova a vivere un’esperienza espositiva attiva, complice l’elemento poetico, cui entrambi gli artisti hanno attribuito grande importanza nel loro processo creativo. Miró affermò: “Non stabilisco alcuna differenza tra pittura e poesia”. Lai a sua volta fu profondamente influenzata dalla poesia, il ritmo poetico è un elemento fondamentale nelle sue opere, il mezzo per accedere a una verità profonda e misteriosa.
Si viene immersi in un’esperienza percettiva a 360°, si può godere degli spazi della mostra e assaporare con tutti i sensi attraverso gli “Esercizi di sorpresa e meraviglia”, con l’uso sperimentale di una guida audio che propone un percorso sonoro e di attenzione alla luce. “I colori vividi e le forme astratte di Miró si combinano con le texture e i materiali ricercati di Maria Lai, creando un percorso visivo che coinvolge lo spettatore in modo profondo. Le opere di entrambi gli artisti evocano sensazioni forti e sottili allo stesso tempo: Miró con la sua poetica onirica e Lai con la sua ricerca simbolica che fonde il concreto e l’astratto.”.
Di particolare interesse la sala che propone l’incontro tra tessuti: Miró e Lai a confronto, due arazzi, due opere distinte, ma incredibilmente affini si confrontano, si osservano e si riconoscono.
Miró ebbe un interesse profondo per il sapere artigianale, unì il disegno al manufatto tessile, esprimendo una forza dirompente di colore e astrazione poetica. Lai, invece, utilizzò un segno essenziale, rigoroso e geometrico, radicato nelle visioni e nelle storie della sua terra. Le due opere creano un gioco sorprendente di rimandi e suggestioni.

In realtà in tutte le sale le opere si intrecciano in un confronto visivo e poetico, che abbatte le barriere del tempo e dello spazio. Sebbene Miró e Lai non si siano mai incontrati di persona, le loro opere dialogano senza limiti attraverso la potenza dei segni e delle forme, creando una simbiosi inaspettate e affascinanti.

Una visita iniziata con la vista e proseguita con l’emozione, che parla direttamente a chi sa apprezzare la forza simbolica dell’arte e la bellezza che nasce dal dialogo tra culture diverse. Con il valore aggiunto di immergersi in un paesaggio naturale che è poesia e arte insieme, un luogo dove l’incontro tra due maestri diventa un atto di riflessione, di scoperta avvolti dall’abbraccio di queste montagne incantate.
Come appassionata d’arte e amante della Sardegna, questa mostra è stata senza dubbio un’esperienza memorabile.
L’esposizione si svolge in due sedi: il CAMUC – Casa Museo Cannas nel centro storico e la Stazione dell’Arte, museo dedicato a Maria Lai.

Ph. Nicoletta Lolli

Informazioni pratiche per la visita
? Date: fino al 14/09/2025
? Sedi: CAMUC – Casa Museo Cannas e Stazione dell’Arte, Ulassai
? Orari: dal martedì alla domenica, 9:30 – 13:00 e 14:30 – 19:30; lunedì chiuso
? Come arrivare: Ulassai si trova nell’Ogliastra, nel cuore della Sardegna. È raggiungibile in auto da Cagliari (circa 2 ore) o da Nuoro (circa 1 ora e 30 minuti)
Per ulteriori informazioni, è possibile visitare il sito ufficiale della Stazione dell’Arte: stazionedellarte.com


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“Primer retrato de cromo-holograma cilíndrico del cerebro de Alice Cooper” “First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain”*

… per sempre a squassare gli immaginari pigri e le etichette appiccicose

* Il titolo è volutamente nelle due lingue madre dei protagonisti, in riferimento anche all’uso di più lingue mescolate da parte di Dalì

Il musicista Valerio Michetti, per accompagnare e definire la lettura, ha creato una esclusiva playlist dedicata a Dalì & Cooper: 

https://www.youtube.com/playlist?list=PLHLpLy4KN6ebKVBDxw25d36O5OVnSqva5
Dalì’s Hell
Dalì Hologram of Alice Cooper

“La tagliente performance di Alice Cooper del 1972 “School’s Out” in Top of the Pops” ha segnato la fine dell’obbrobrio Mary Whitehous 1 e un camion che trasportava un cartellone pubblicitario di Alice che indossava solo un serpente misteriosamente si ruppe ad Oxford Circus, causando il caos” attirarono la vivace attenzione di Salvador Dalì.

Cooper: “I collaboratori di Dalí chiamarono il mio manager e spiegarono che aveva visto uno dei miei show” spiega Cooper. “Disse che gli sembrava di aver visto uno dei suoi quadri prendere vita, e che quindi voleva che lavorassimo insieme.“

Il Maestro invita Alice Cooper ad una cena e gli propone di posare per un servizio fotografico, vuole realizzare uno dei primi ologrammi al mondo, facendolo posare con “un cervello di gesso ricoperto di formiche sormontato da un éclair di cioccolato” posto su un cuscino di velluto dietro la testa di Cooper, che “sedeva su un giradischi rotante con addosso oltre un milione di dollari di diamanti dai famosi gioiellieri di Harry Winston sulla Fifth Avenue” e brandisce una statuetta con il “shish-kebabbed” della Venere di Milo come microfono.

Dalí fin dall’inizio compie un’azione artistica, interpreta il suo surreale vissuto emotivo e la sua concezione del mondo, che supera il ruolo del pittore. È il Dalì che afferma: “Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalì” a presentare il “Primo cromo-ologramma cilindrico del cervello di Alice Cooper“ in una lingua puramente inventata.

Cooper stesso racconta: “Una parola era in italiano, una in francese, una in spagnolo e una in portoghese. Non aveva senso in alcun modo. Riuscivi a capire un quinto di quello che diceva!“, ma Cooper era l’ascoltatore perfetto, da anni condivideva con Dennis Dunaway, bassista della sua band, una vera ossessione per il Maestro: “Dalí era il nostro eroe”.
Dunaway: “Prima che arrivassero i The Beatles, lui era tutto ciò che avevamo. Guardavamo i suoi dipinti e ne discutevamo per ore. Al loro interno era contenuta anche una buona dose di ironia. Quindi, quando formammo la nostra band, venne piuttosto naturale prendere alcune delle sue immagini – come la stampella – e usarle nelle nostre performance.“

Si compie così l’inevitabile destino di uno dei più surreali e stupefacenti sodalizi artistici del XX secolo tra una 25enne rockstar destabilizzante, che concludeva i suoi macabri concerti con la sua decapitazione sulla ghigliottina, e il già grandissimo e celebrato Salvador Dalì, che vuole rendere entrambi i “sovrani dell’assurdo del pianeta Terra”.

L’incontro si svolse all’Hotel St. Regis di Manhattan, un edificio del 1904 frequentato da grandi nomi come Marlene Dietrich ed Ernest Hemingway, dove Dalí passava tutti gli inverni sempre nella stanza 1610, e dove nel 1971 aveva incontrato l’artista Selwyn Lissack , da cui apprese le nuove tecniche olografiche e la possibilità per l’arte di superare lo spazio lineare, ottenendo figure volumetriche. Dalì aveva già lavorato con la lente di Fresnel per ottenere immagini stereoscopiche, ma è il Premio Nobel del 1971 a Dennis Gabor per la sua ricerca sui laser, lo spinge definitivamente verso l’olografia.
Con gli ologrammi riesce a dare il movimento all’opera in tre dimensioni, il dipinto esce dalla sua sede naturale e si pone sullo stesso piano dimensionale dello spettatore, creando un nuovo stato di aggregazione tra l’artista, l’opera e il pubblico.

Lissak scrive: “Sapevamo che per introdurre l’olografia nel mondo come mezzo artistico, avremmo avuto bisogno di un artista noto che potesse comprendere gli aspetti tecnici dell’olografia. Sono stato affascinato da Salvador Dalì sin da quando ero bambino. La sua ossessione per la ricerca e la creazione in altre dimensioni e la sua grande comprensione della simmetria tridimensionale e della prospettiva su un piano piatto lo hanno reso la scelta perfetta.”. ( Testo completo, english version )

Per Cooper è l’epifania di se stesso come alter ego di quel Vincent Damon Furnier che scende dal palco per tornare a casa dopo un concerto, e della propria visione artistica, benedetta dalla geniale follia del Maestro del surrealismo integrale. “Alice Cooper”, con quel “nome che in qualche modo mi si era appiccicato addosso, evocava l’immagine di una ragazzina con un lecca lecca in una mano e un coltello da macellaio nell’altra”, materia dell’assurdo perfetta nelle mani di un visionario “che sa dipingere pazientemente una pera in mezzo ai tumulti della storia”.

4 Aprile 1973, Dalí si presenta nella sua personale singolarità surrealista e celebra definitivamente il premeditato addio alla psicoanalisi freudiana e al “Metodo paranoico-critico”. L’intera realizzazione fa da palcoscenico all’ego smisurato di un artista poliedrico, che accoglie i mutamenti del tempo e muta se stesso in nuove forme d’arte, dove i confini tra cultura elitaria e cultura popolare si rimescolano, l’artista è primo attore e l’arte diventa spettacolo.

Arrivò al King Cole Bar dell’Hotel St. Regis su una limousine bianca, che doveva abbinarsi alla sua candida veste ricamata in oro. Cooper, che arrivò con un ampio rifornimento di birra Michelob, racconta: “All’improvviso queste cinque ninfe androgine vestite di chiffon rosa fecero il loro ingresso. Erano seguite da Gala, la moglie di Dalí, che indossava un tuxedo da uomo con coda, un cappello a cilindro e portava un bastone d’argento. Poi arrivò Dalí. Lui indossava un gilet animalier (tipo pelle di giraffa), scarpe da Aladino dorate, una giacca blu di velluto, e calzini viola scintillanti che gli furono regalati da Elvis Presley.”

Sempre totalmente liberato dalle regole del senso, Dalì entrò per ultimo pronunciando distintamente le sillabe “Da-lí… è qui!“. Ordinò per gli ospiti uno Scorpion servito in una conchiglia. Per sé chiese un bicchiere di acqua calda, lo appoggiò su un piedistallo e cominciò a versarvi del miele, da una tasca estrasse un paio di forbici con cui ne tagliò il filo. Cooper: “Io e il mio manager ci guardammo esterrefatti. Realizzai a quel punto come tutto riguardasse Dalí! Il mondo girava intorno a lui. Io non lo stavo semplicemente incontrando. Stavo entrando nella sua orbita.“

Un uomo con cappello a bombetta arrivò con la una valigetta nera contenente la preziosa tiara e la collana di diamanti. I gioielli furono presentati da una modella protetta da una guardia del corpo armata di pistola. Dalí disse poi a Cooper di togliere la maglietta, indossare i gioielli, sedersi a gambe incrociate sulla pedana rotante e cantare usando il microfono-kebab-Venere di Milo.

Dalí regala a Cooper l’opera “Il cervello di Alice”, la scultura di ceramica raffigurante un cervello umano con un pasticcino di cioccolata sul retro, su cui erano disegnate le formiche che componevano le parole “Dalí e Alice”.
“The Alice Brain” è scomparso: “Cerco da sempre questo cervello” dice Cooper. “È il mio Santo Graal. Si può credere che qualcuno lo stia usando come fermacarte per quanto ne so. Pagherei qualsiasi cosa per averlo.”

21 aprile 1973, l’opera fu presentata alla Knoedler Gallery (una delle più antiche concessionarie d’arte di New York, fondata nel 1846, venne chiusa nel 2011, dopo 165 anni di attività). Excerpt of The Dali & The Cooper

Annie Leibovitz – “Dalì et Alice Cooper”, 1973

Oggi, “First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain” si trova esposta al Dalí Museum a Figueres, in Spagna. Il Marchese Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech ci ha lasciato il 23 gennaio 1989 ad 84 anni. Alice Cooper, che oggi è diventato “un cristiano che gioca a golf”, lo ricorda così: “Era il personaggio più bizzarro che io abbia mai incontrato, e ancora oggi dopo tanti anni ti senti vicino a lui. Lavorare con lui fu uno dei più importanti momenti della mia vita.”.

Video indispensabili:

Questo articolo esce in simultanea su La Bottega del Barbieri 


1- Mary Whitehouse – all’anagrafe Constance Mary Hutcheson – fu una celebre attivista inglese che si impegnò per imporre moralità e decenza, secondo la sua idea (bigotta al massimo) di “cristianesimo”.





S1:E3 “Sua Maestà Storm Elvin Thorgerson”

Storm Thorgerson è il re del movimento evolutivo visuale del rock, le sue opere sono entrate a far parte della memoria collettiva per la loro originalità e carica espressiva e in cui si “divertiva a citare: “… tra gli altri Magritte, Kandinsky e Picasso.”

Nato in Inghilterra il 28 febbraio 1944 a Potters Bar,
nel Middlesex, aveva radici norvegesi. Studiò alla Summerhill e alla Brunswick
di Cambridge, ma fu alla High School for Boys del Cambridgeshire che incontrò
Syd Barrett e Roger Waters.  Si laureò
con lode in inglese e filosofia all’Università di Leicester e conseguì il
master in cinema e televisione al Royal College of Art.

Nel 1968 inizia la sua carriera professionale insieme ad Aubrey Powell, fondando lo studio di arte grafica Hipgnosis, culla creativa per la quale produce una lunga serie di rivoluzionarie cover di album discografici, ha scritto la storia del rock lavorando con Pink Floyd, Syd Barrett, The Nice, Led Zeppelin, Brand X, 10cc, Peter Gabriel, AC/DC e moltissimi altri. 

Il suo lavoro era frutto di un’intensa collaborazione con gli artisti, con cui analizzava la genesi del disco e ne studiava i testi fino ad assimilarne il significato e tradurlo in un’opera d’arte visuale. È interessante notare che, nonostante l’approfondita analisi del contenuto musicale, Thorgerson esercita il diritto creativo come artista autore della copertina, non vuole semplicemente rappresentare il progetto musicale, lo vuole evocare catalizzando l’attenzione del pubblico eccitandone l’immaginazione.

La peculiarità di Thorgerson è l’elemento surreale, che ricorre nella struttura di tutti i suoi lavori.  Subisce l’influenza di Magritte, rivelata dalla presenza di oggetti reali posti in contesti in cui assumono un nuovo significato, non prevedibile e totalmente immaginario.  È un visionario surrealista che si getta nel futuro, interiorizza le intuizioni di Magritte e le sottopone a una profonda riflessione, che trasforma nelle raffinate immagini ottenute tramite la fotografia, le esposizioni multiple, i fotomontaggi.

Nel 1998, il giornalista Steven Cerio intervista Thorgerson sull’influenza di Magritte nei suoi lavori,  Thorgerson risponde:

“Il nostro primo libro, che è del 1978, venne chiamato Walk Away René perché pensavamo di esserci lasciati quell’influenza alle spalle, ma la gente diceva che eravamo comunque Surrealisti.  Credo che le nostre opere non siano così strane come le sue. Non credo che la mucca (Atom Heart Mother), Ummagumma o Division Bell siano lontanamente come Magritte“.

Thorgerson ridimensiona il suo legame con il pittore surrealista, in realtà non ne rinnega il peso, lo riconosce facendogli omaggio con citazioni esplicite in alcune sue opere.

Tra i suoi lavori più significativi sono le copertine
realizzare per Alan Parson Project, di cui amo in particolare l’ouroboro, il
serpente che morde la propria coda di Vulture Culture, è una cover molto
rappresentativa del lavoro concettuale di Thorgerson, che ha una struttura
circolare, con le sue opere ci provoca dandoci mille indizi, ci induce a
seguire il percorso visuale portandoci alla destinazione, ma quando crediamo di
aver compreso il messaggio, ci accorgiamo che abbiamo già ripreso il viaggio,
avviluppati in un loop mentale dove non c’è inizio e non c’è fine.   L’osservatore non è però mai sopraffatto,
non ci sono limiti grazie all’uso di paesaggi naturali di estrema apertura, che
danno sempre respiro e vita alla libera 
interpretazione.

Thorgerson non aveva solo la freccia magrittiana nel suo arco, amava William Blake, Salvador Dalì e Luis Buñuel, ha alimentato la sua geniale immaginazione con ricerche continue, facendo germogliare anche le mille letture, come nel caso del libro di fantascienza Childhood’s End di Arthur C. Clarke, che ha ispirato copertina di Houses of the Holy dei Led Zeppelin.  La storia narra che Thorgerson e Powell incontrarono i Led Zeppelin, di ritorno dal tour in Giappone, a Victoria Station e mostrarono loro le tavole poste nel bagagliaio dell’auto.

Led Zeppelin – Houses Of The Holy

Questo episodio accadde due mesi dopo la pubblicazione
della copertina di The dark side of the Moon, una delle le più celebri
copertine della storia e una delle tante che Thorgerson ha progettato per i
Pink Floyd.

Si ispira al processo di rifrazione della luce attraverso un prisma di vetro, collabora con l’illustratore George Hardie, che la disegna secondo i tratti essenziali che ben conosciamo. È un omaggio ad Alex Steinweiss, padre dell’arte figurativa legata alla musica e alla sua copertina della Sonata per pianoforte no. 5 di Beethoven.

Pink Floyd – The dark side of the Moon

Nei Primi anni ’90 Thorgerson fonda la società di design StormStudios  insieme al designer Peter Curzon, al fotografo Rupert Truman e all’illustratore Dan Abbot.  La Società è tutt’ora attiva in vari campi del design, con progetti di copertine di album per Pink Floyd, Muse, Biffy Clyro, Steve Miller Band, Ian Dury e The Blockheads, Pendulum, The Cranberries, The Mars Volta, Alan Parsons e molti altri.

Thorgerson è autore di lungometraggi, documentari
televisivi, video musicali e molti libri, tra cui: Classic Album Covers of
60s(1989);  Mind over Matter (1997); 100
Best Album Covers (1999); Raging Storm (2011); The Gathering Storm (2013),
ultimo libro di memorie pubblicato postumo nel settembre 2013, dedicato alla
storia artistica cinquantennale di Thorgerson dalle origini con Hipgnosis a
StormStudios.

Nel 2003 subisce un grave ictus, successivamente gli
viene diagnosticato un cancro contro cui ha lottato a lungo, cedendo alla morte
nella primavera del 2013, a 69 anni.

Il premio Prog Magazine è stato ribattezzato Storm
Grand Thorgerson Award in suo onore.

Dopo la sua morte, l’amico d’infanzia David Gilmour parla in sua memoria nell’ultimo episodio del podcast ‘The Lost Art of Conversation’:

“Avevo 13 anni, lui ne aveva 15. Era un chiacchierone e rimase così per tutta la vita. È stato il motore dietro la maggior parte delle nostre opere d’arte fino alla sua morte. Era una persona con idee geniali.  Voleva sempre fare tutto correttamente, qualunque cosa costasse!”…”una forza costante nella sua vita, sia sul piano lavorativo che umano, una spalla sulla quale piangere, e un grande amico“.
(il ponte su cui si sono conosciuti compare nel video del singolo del 1994 “High Hopes”).

Nel 2011 Roddy Bogawa dedica un documentario a Thorgerson, con video-interviste a Aubrey Powell, David Gilmour, Nick Mason, Robert Plant, Peter Gabriel, Graham Gouldman, Alan Parsons, Steve Miller, Noel Hogan And Fergal Lawler Of The Cranberries, Rob Dickinson Of Catherine Wheel, Dominic Howard From Muse, Cedric Bixler Zavala Of The Mars Volta, Simon Neil And James Johnston Of Biffy Clyro, Damien Hirst, Sir Peter Blake, Jill Furmanovsky.