LA FOTOGRAFIA DI MARTIN PARR – MARTIN PARR’S PHOTOGRAPHY

Al Mudec di Milano, fino al 30 giugno 2024 un’interessante mostra dedicata alla fotografia di Martin Parr curata dallo stesso autore; duecento scatti suddivisi in nove sezioni. Tra i suoi lavori, alcuni dei quali presenti nell’esposizione, ricordiamo: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, classe 1952, è un fotografo britannico, con tradizionale avvio di carriera a partire dagli studi di fotografia presso il Manchester Polytechnic, cui fa seguito l’attività di fotoreporter per alcune riviste. Nel 1994 entra a far parte dell’agenzia Magnum, nel 2017 riceve una menzione speciale al Sony World Photography Award.

Dopo un iniziale tributo al bianco e nero della street photography, già appannaggio dei grandi autori della fotografia internazionale, Parr sviluppa un suo linguaggio ironico e tagliente, tecnicamente efficace nel rappresentare i soggetti distopici che caratterizzano il corpus delle sue opere.

Parr può non piacere, così lontano dai formalismi della fotografia dai canoni estetici consolidati; basta osservare qualche sua immagine per rendersi conto quanto provocatoria sia la sua visione del quotidiano.

Un quotidiano ordinario e impietoso, che s’impone con prepotenza allo sguardo dell’osservatore avvezzo al politicamente corretto anche in fotografia, dove la consuetudine a mitigare gli aspetti prosaici dell’esistenza porta a minimizzarne i tratti carnali e vistosamente grossolani.

Individui che addentano con voluttà cibi grondanti peccaminosi condimenti grassi, bambini imbrattati da colate di gelato sciolto, immagini di bagnanti stesi al sole ripresi in pose rilassate, resi grotteschi  da un beffardo impiego di appositi obiettivi o focali corte che massimizzano le parti anatomiche a favore di una visione irriverente del loro godimento, sia esso bere una qualsiasi bevanda o leccarsi le dita dopo aver mangiato.

Il colore s’impone come linguaggio per meglio caratterizzare il fenomeno di una società fatta di oggetti e rituali di massa, una mitologia scadente e diffusa nei comportamenti e nell’esercizio del cattivo gusto.

Bersaglio della fotografia di Parr è l’eccentricità dei costumi, che siano i comportamenti e i costosi  prodotti di moda per consumatori abbienti, quei nuovi ricchi che esibiscono la loro opulenza fatta di mediocri status symbol, o l’imitazione di questi modelli da parte di chi appartiene, suo malgrado, al segmento più marginale della società contemporanea e non è in grado di sviluppare in autonomia una serie di riferimenti propri, una personale singolarità culturale.

Premesso che l’arte può intenzionalmente esprimersi nelle forme del kitsch, esiterei a definire kitsch l’opera di Parr, come affermano, invece, alcuni commentatori; intravedo piuttosto una semantica volta alla critica di un potere dispensatore di un falso benessere.

Parr si sofferma con l’obiettivo sulle azioni della vita quotidiana, sottolineandone la trivialità, esaltandone gli aspetti definiti meno nobili, per dare spessore alla comunicazione in modo che risulti evidente il consumo eccessivo, il materialismo, l’ipnosi collettiva.

Qui incontriamo un’estetica del negativo, che agisce su quel vago senso di ribrezzo o di sconcerto che può cogliere l’osservatore davanti alle sue fotografie.

Non mi stupirei che l’effetto che se ne ricava sia una sorta di specularità difficile da ammettere: “ma sono anch’io così ?” Una doverosa riflessione.

Tralasciando il dibattito tra fotografia e realtà, cioè quanto le due si influenzano a vicenda, qui siamo sul versante opposto di quel realismo fotografico scarno ed essenziale che considera  la fotografia  lucida trascrizione di ciò che osserviamo.

Parr ci conduce nel contesto di un barocco la cui pesantezza è essa stessa essenza del fenomeno indagato. 

Parr caricaturale? Forse; graffiante di sicuro, ma senza aggiungere dettagli all’esistente, in una spietata critica dei modelli di consumo della società occidentale.

At the Mudec in Milan, until June 30, 2024, there is an interesting exhibition dedicated to the photography of Martin Parr, curated by the author himself; two hundred shots divided into nine sections. Among his works, some of which are present in the exhibition, we recall: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, born in 1952, is a British photographer, with a traditional career starting from his studies in photography at Manchester Polytechnic, followed by his work as a photojournalist for various magazines. In 1994, he became a member of the Magnum agency, and in 2017, he received a special mention at the Sony World Photography Award.

After an initial tribute to the black and white of street photography, already the domain of great international photographers, Parr developed his own ironic and incisive language, technically effective in representing the dystopian subjects that characterise his body of work.

Parr may not appeal to everyone, being far from the formalisms of photography with established aesthetic canons; just observe some of his images to realize how provocative his vision of the everyday is.

An ordinary and ruthless everyday life, which forcefully imposes itself on the gaze of the observer accustomed to political correctness even in photography, where the habit of mitigating the prosaic aspects of existence leads to minimizing their carnal and conspicuously coarse traits.

Individuals relishing food dripping with sinful fatty condiments, children smeared with dribbles of melted ice cream, images of sunbathers captured in relaxed poses, made grotesque by a mocking use of specific lenses or short focal lengths that maximize anatomical parts in favour of an irreverent view of their enjoyment, be it drinking any beverage or licking their fingers after eating.

Colour imposes itself as a language to better characterise the phenomenon of a society made up of mass objects and rituals, a declining mythology widespread in behaviours and in the exercise of bad taste.

Parr’s photography targets the eccentricities of customs, whether they are the behaviours and expensive fashion products for affluent consumers, those nouveau riches who exhibit their opulence made of mediocre status symbols, or the imitation of these models by those who belong, reluctantly, to the most marginal segment of contemporary society and are unable to develop autonomously a set of their own references, a personal cultural singularity.

Assuming that art can intentionally express itself in the forms of kitsch, I would hesitate to define Parr’s work as kitsch, as some commentators claim; rather, I see a semantics aimed at criticising a power that dispenses false wellbeing.

Parr focuses his lens on the actions of daily life, emphasizing their triviality, exalting the aspects defined as less noble, to give depth to communication in such a way that excessive consumption, materialism, and collective hypnosis become evident.

Here we encounter an aesthetics of the negative, which acts on that vague sense of disgust or bewilderment that can strike the observer in front of his photographs.

I wouldn’t be surprised if the effect derived from it is a sort of difficult-to-admit reflectiveness: “Am I like that too?” A necessary reflection.

Leaving aside the debate between photography and reality, that is, how much the two influence each other, here we are on the opposite side of that bare and essential photographic realism that considers photography as a lucid transcription of what we observe.

Parr leads us into the context of a baroque whose heaviness is itself the essence of the investigated phenomenon.

Is Parr caricatural? Perhaps; biting for sure, but without adding details to the existing, in a ruthless critique of the consumption models of Western society.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo




Appunti di fotografia.

La recente scomparsa di Robert Frank, grande autore della fotografia mondiale e retorica equivalente, riporta a galla uno dei temi non sempre sufficientemente compreso da chi fa fotografia per diletto proprio.

Leggo un ingenuo commento che definisce Robert Frank un grande della street photography; in un altro tempo, luogo e cultura avrei fatto seppuku, addossandomi il fallimento educativo associabile  a tale definizione.

L’equivoco più resistente che mai è proprio questo: quella denominazione alquanto generica che indica scatti eseguiti per strada, facendone un genere. Fotografare chi, cosa, perché? Ritrarre persone che camminano, edifici e arredo urbano, cogliere situazioni divertenti o interessanti, fare reportage di avvenimenti? Proviamo a fare chiarezza: la street photography, di fatto, non esiste.

È molto semplice: o siamo attratti dalle caratteristiche di un luogo, per l’architettura che lo definisce, l’armonia o disarmonia degli spazi, il pregio o sfregio urbanistico concertato da chi l’ha realizzato, insomma quell’insieme di elementi che cogliamo con lo sguardo e ci suggeriscono di portarne memoria per semplice gradimento, come creare una raccolta di immagini da conservare e riguardare a piacere. Perché ci ricordano momenti di vita, persone, relazioni umane, quello che contribuisce a creare una storia; la nostra storia personale o la storia della nostra città. Oppure siamo interessati a realizzare un portfolio, per dimostrare una tesi che può essere la valorizzazione di quel luogo oppure denunciarne l’abbandono.

Altro ancora è registrare visivamente testimonianze di fatti e accadimenti, o cogliere semplici godibili momenti di vita cittadina, tali da connotare un’epoca, un fare storia per immagini da regalare al mondo di oggi e quello di domani. Ho solo proposto qualche esempio.

Robert Frank, invece, ha sgomberato il campo dai paradigmi del momento decisivo e del punctum barthesiano; lo dico per compiacere il linguaggio comune. È preferibile entrare nel profondo di una fotografia dalla sintassi irrituale atta a rappresentare le contraddizioni della società americana, nel passaggio dall’icona della società del benessere al banale quotidiano ripreso nella sua disarmante prosaicità. Vedo insita nella sua opera la volontà di decostruire, demitizzare le scene riprese: non si distrugge un’icona per crearne un’altra. In “Les Americains” mi sembra evidente.

A titolo di suggerimento credo sia salutare mettere in discussione le nostre convinzioni radicate, in buona fede, nell’entusiasmo creativo che ci accompagna quando eseguiamo uno scatto: non basta un orizzonte inclinato per sentirci emuli di Robert Frank; occorre prima interrogarsi a fondo su ciò che si vuole comunicare; avere un’idea dei fondamenti del linguaggio fotografico e applicarli senza adeguata competenza non aiuterà.

Come esiste una pragmatica del linguaggio, materia multidisciplinare che studia congegni e ingranaggi della comunicazione, fra cui l’interazione tra parole e parlanti, allo stesso modo c’è una pragmatica della fotografia, che ricalca il medesimo sistema di relazioni, interazioni, cortocircuiti, bizzarrie e anomalie che se ben padroneggiato può dar luogo a risultati degni di nota.


Le immagini di questa galleria sono tratte da The Americans, © Robert Frank.

Foto copertina © Lee Friedlander