AAA – Amore Ricercasi

 

Se in giro c’è un contatore state pur certi che lo azzererò, non posso non farlo.

Osservo le sue mani, eleganti e affusolate, si contrappongono alle mie, un po’ tozze e rotonde, con le fossette, anonime; e dico anonime perché adesso mi voglio bene, un tempo avrei detto brutte mani.

Io lo so che quelle mani furono la calamita per quell’amore.

Non ho idea di quanti amori “importanti” si possano avere nella vita, ma non credo che ci sia un numero prestabilito, più che altro è la nostra disponibilità; ho amiche che si innamorano di continuo e vivono tutto questo come un “continuum”: il continuum in matematica è un insieme totalmente ordinato, anzi “densamente ordinato”; credo mi manchi l’ordine.

Ho 57 anni, mi giro, direi che sono stati non più di tre gli amori miei; direi anche che ho il sentore di aver esaurito con essi tutta la passione per gli umani che avevo a disposizione.

Me lo hai chiesto, ti ospito.

Sei lento, sei sempre stato troppo lento per me o io troppo veloce per te, mentre tu elaboravi un pensiero cercando le parole, ero sempre già andata via; avanti di almeno tre pensieri, quando mi dicevi il tuo, ormai era già così finito che non ci capivamo.

Già, le teste non hanno tutte la stessa velocità: dalla nostra storia questo ho capito, cerca qualcuno che abbia il tuo ritmo, altrimenti lo sfasamento sarà costante e negli anni, a causa di una somma di distanze, diventerà impazienza.

L’impazienza allontana moltissimo.

Occhi scurissimi, sgranati e iperbolici come il grande naso aquilino al centro di una faccia irregolare, mantenuta a un grado zero di espressività; lo guardo, so per certo di averlo amato, nostro figlio è in mezzo a noi; ma nulla mi sovviene, non un ricordo, non una sensazione: solo le mani continuano a piacermi; ogni mia storia ha preso il via da un dettaglio.

Deve essere questa superficialità attenta alle minuzie che aveva in sé la fine; quanto tempo puoi amare delle mani?

Non saprei, allora ho pensato: “Anche tutta la vita”, ma a 23 anni tutta la vita saranno sì e no 10 anni; e non potevo vivere una vita sola.

Niente non ricordo nulla, quella di quella vita là deve essere morta allora, per fare spazio alla successiva, fino ad arrivare a questa: una vita un po’ accigliata, equidistante da tutto, che ha quasi azzerato ogni bisogno, spontaneamente.

Spero che i figli non chiedano mai, sarebbe imbarazzante dir loro: “Sì, rammento tuo padre, è senz’altro lui, ma ho smarrito ogni spiegazione; non c’è traccia. Allora prova a leggere questa lettera, me la scrisse lui, forse qua un motivo lo ritrovi…”

Ecco la certezza del passato è nelle cose, non nel ricordo.

 





Lo senti lo sparo del ricordo?

Lo senti lo sparo del ricordo?

Lo sento, lo sento benissimo. Non si può ignorarne la deflagrazione che apre le vescicole sinaptiche, mette in moto la chimica neuronale, aziona la maniglia della cassaforte dei ricordi, quelli più antichi, inviolabili, che resistono anche all’Alzheimer.

Pare che succeda perchè questi ricordi vecchi sono incisi sulle partizioni più inviolabili dell’hard-disk cerebrale, e si conservano nel tempo. Magari si perde qualche dettaglio, ma resistono.

Te lo ricordi il Cinemascope? Se come me sei nato tra il cinquanta e il sessanta dello scorso millennio (sì, siamo nati sul lato giovane dell’antropocene), il Cinemascope te lo ricordi, era caratteristica di quei cinematografi che avevano uno schermo bello grande, dove il 35mm poteva scatenare la sua potenza immaginifica.

Qui c’era un’arena, un cinema all’aperto, di terza visione, mi pare si chiamasse Arena Tukory, dove – ne sono certo – oltre cinquant’anni fa – lo zio giovane, quello che aveva sempre le macchine sportive in voga, mi portò a vedere un film di 007.

Doveva essere Thunderball, nel quale c’era una scena subacquea (veniva rubato un ordigno atomico ad un jet precipitato in acque cristalline) che a rivederla ora fa sorridere, quanto è banale, ma nel 1966 mi fece un effetto tale che ancora oggi ci penso.

L’arena non c’è più, lo zio giovane se ne è andato troppo presto: qualcuno ha pensato di riportare colori e volti (si riconoscono alcuni attori) sullo schermo dell’arena che non c’è più.


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Love is in the hair.

Ormai non ho più dubbi, dopo tanti anni che mi frequento ne ho certezza, un QI medio-alto non esclude assolutamente la deficienza, anzi spesso c’è e non la vede, troppo preso ad ignorare l’ovvio per vocazione.
Sto parlando della mia deficienza, ovviamente.
Come si sa i parrucchieri sono ladri, con affetto, ma lo penso; immorale 150/200 euro per una tinta su capelli lunghi al massimo 5 cm, eppure questo chiedono, lo chiedono senza ricevuta, aspettandosi la tua gratitudine eterna perché “bellamia, non era mica facile sistemarti, oh vieni dal parrucchiere ogni tre mesi, se ti pare normale.”
Già, so che c’è chi ci va ogni settimana; ancor prima dei soldi: “Minchia, che palle sorella, ma non ti annoi?”.
Tre ore inchiodata su una poltrona con uno specchio a 20 cm da te che, inesorabile ti riflette tutta, ma proprio tuttissima, con riviste di gusto pessimo, di estetica o pseudomedicoscientifichepiccolopuntoedintorni.
Non sia mai entri nel tunnel dei colpi di luce, delle mèches, dei colpi di luna e del colpo che te pija quando paghi, le ore si triplicano.
Anche perché tutti questi colpi che ti applicano in testa, poi richiedono – ehm qual è il plurale di shampoo? Ecco, quelli – ultraspecifici a base di caviale, di unghie tritate di dodi estoni, di foglie di putrescilla evanescens; che lo capite da voi costano, sono così rari, questi prodotti costano, cavolo! Non capisci la ricerca che c’è dietro…
La ricerca, ma ora io dico ma chi si alza al mattino e va a tritare unghie per lo shampoo e si fa inviare il caviale per i capelli anziché mangiarlo? 
Il sospetto che sia una roba di fuffa ben confezionata è inevitabile.

E il balsamo? Che fai non ce lo metti il balsamo dopo la tinta?
Ho provato a dire: “No, il balsamo no, grazie. Mi spiaccica i capelli sulla capoccia, che sembrano quelli di Pinocchio dipinti”
Indignazione grande della sciampista: “Ma come il balsamo no? allora una crema… non lo sa che i capelli vanno nutriti?”
Ecco, no, in effetti non lo avevo mai considerato di avere dei capelli biafrani sulla testolina, m’erano sembrati sazi; sono io che sono una rozza, è evidente.
Ma il parrucchiere è là, tu sei evidentemente il soggetto debole, ti guarda con occhio complice e ti dice: “Costa un po’, ma vedrai la differenza” che tu torni a casa e già  ti senti diversa, una donna migliore, una donna a cui hanno detto “puoi migliorare”.
Giuro che io dal parrucchiere ci vorrei andare accompagnata dal mio avvocato, è evidente che tutto quello che ti dicono, ti offrono, ti impongono corrisponde alla circonvenzione di incapace.

La menata in questione, oltre a sottolineare l’aggravamento della mia graforrea sull’inutile e dintorni, mi porta dritta alla scelta di tornare a farmi l’henné; sì lo so si potrebbe aprire un lungo dibattito sul perché il colore che abbiamo in testa non ci piace mai, ma non credo che si arriverà mai ad una conclusione concreta, ad un logaritmo che spieghi l’insoddisfazione congenita, quindi andrei oltre.
Certo potrei tenerli del loro colorechenonmipiace… magari ci arriverò.
Henné, l’ho fatto per anni, e che ci vuole?
Basta una mezza giornata e la speranza che la polvere in questione non ti accenda di un bel rosso menopausa, che sai quanti se ne vedono?
A volte sono menopausate sulla testa e sulle sopracciglia no, ma quello che conta è la disinvoltura.
Dicevo mezza giornata che trascorre – nel mio caso – con la capoccia avvolta nella carta stagnola e con abbondanti e voluttuose sciarpe di carta igienica intorno al collo, da cambiar sovente che si impregnano di quella mota verde cacca di gallina in punto di morte che ti cola giù; il tutto accompagnato da un delizioso odore di insalata mista, grazie all’aceto che fissa.
Cosa?
Non lo so, ma fissa e quindi lo aggiungo per non esser da meno, forse fissa le capre come me che lo utilizzano.
Per curiosità e spirito pionieristico – e qui si arriva alla deficienza poente – digito henné su google… 
Adesso sono qua, che vi scrivo, paralizzata dalle infinite possibilità che mi si sono aperte davanti.
Del tipo, lo faccio ossidare per 5 o 8 ore?

È meglio l’ossidazione sulla testa o nella ciotola?
La ciotola di legno o di plastica o di coccio?
Ci aggiungo il limone, lo yogurt, la monetina di rame o tutti e tre?
E quando ce li aggiungo, prima, dopo o durante l’ossidazione?
E poi quanto lo faccio stare?
Un universo parallelo mi si è svelato, ci sono donne che ci vanno a letto con l’impiastro sulla testa, altre che invece si ficcano sotto un casco a temperature vulcaniche, altre che a metà del cammin tinto ci aggiungono gli olii essenziali (quelli invisibili al piccolo principe).
E devo usare la cucchiara di legno o un normale cucchiaio da minestra?
Ci si sono ammazzate in un forum su questa ultima questione, che a me pare irrilevante, ma perché, diciamolo, la mia femminilità non è venuta proprio bene bene, mi sa…

È così che ho scoperto che esiste capellidifata.it, che ci sono donne che si filmano anche quando si fanno l’henné, si fanno la foto prima, dopo e durante.
Sì, sì, sono anche giovani, non come me che ci ho una certa, che divento ogni giorno sempre più scontrosa, ma con amabilità.
E adesso dovrei farmi l’henné, ma sono piena di dubbi, solo una cosa so per certo che il Dio dei Capelli non ci ha mai capito molto su quale capello sta bene a noi, un incompetente, per questo ha creato i parrucchieri, che evidentemente sono degli Dei scesi in terra e per questo si fanno pagare tanto, anzi sarà il caso di ringraziarli che non ci chiedano sacrifici umani per una nuance perfetta.
E ora parliamone, come me lo devo fa’ st’henné?
Mi tengo in testa il colore topo evaso da Alcatraz, oppure no?
Certi fine settimana son tutti in salita.

 





Cuore.

Dicono che si debba ascoltare il cuore.

Ascoltarne attentamente le parole. E che il cuore trovi sempre un modo, per parlare.

Dicono che la sua voce si confonda spesso tra quelle della folla. La folla di dentro intendo, il miscuglio di raziocinio e paura e convenienza e compromesso col futuro.

E che per questo bisogna che si presti molto orecchio. Che si debba avere orecchio, insomma, prima di tutto per i discorsi del cuore.

Hanno detto di tutto, sul cuore.

Va dove ti porta il cuore.

Il cuore è un giocattolo.

Il cuore con le ali.

Segui il tuo cuore.

Il cuore è uno zingaro.

Lo hanno mutato in una guida turistica, una Barbie, un assorbente, un ladro da stanare.

Io dico che ciò che conta è badare al rumore del cuore quando si spezza. Non tanto a ciò che dice ma proprio a quel suono che racconta quando cede.

Un rumore secco, deciso, che non ammette sconti e fa strage di tutto: la voglia per alzarsi al mattino, il gioco, le attese del futuro, il desiderio. La convinzione di poter essere felici, specialmente.

Il cuore si rompe con una sola crepa per tutta la lunghezza, come la terra quando una faglia vince sopra un’altra. E resta esattamente così; con due parti coincidenti ma separate da un eterno dislivello. In quello spazio, che lo rende non più unito, non più uno, non più cuore, si piazza il ricordo.

S’insinua nell’antro della frattura come un residuo di nocciola nello spazio tra i denti, che la lingua non lo leva mica.

E ti frega.

Seminando batteri e infezioni e dolori.

Sarebbe molto meglio se il cuore si rompesse, come si legge nei romanzi d’amore, in mille pezzi, in piccole schegge, in tanti frammenti.

Cosicché si potrebbe decidere se passare il resto della vita a raccoglierli oppure a vivere senza un cuore. Due sole alternative senza mezze misure.

E invece no. Il cuore si rompe dal di dentro con diabolica precisione. Se ne resta al suo posto, diviso in due fazioni non più conciliabili, separate da un orrendo spazio in altezza, in cui precipita facendo danni su danni la memoria.

Lo fa in fretta e senza sussurri.

Non geme, non grida. Non si dispera.

A stento ti avvisa, prima di fare “crac”.


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