ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Seconda Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

RM: Lorenzo, dopo questa breve rassegna più che altro tecnica sull’astrofotografia, vorrei che ci raccontassi l’intima essenza della ricerca astrofotografica

LDF: Ancora oggi, circondato da cotanta tecnologia da addomesticare, mi fermo nel cuore della notte per provare l’emozione originaria di fronte a questa scintillante immensità, questa profondità misteriosa che attira le menti più sensibili.

La meraviglia accende la curiosità e l’osservazione del cielo incentiva la tendenza a porsi le domande sull’origine del tutto,  eterno interrogativo.

Ci poniamo domande di fronte alle dimensioni sterminate e incommensurabili di questo spazio: lo sguardo naturalmente parte dalla Terra, indaga avido le ombre del terminatore lunare, si sposta alle fasi di Venere, sulle sabbie di Marte, ai satelliti e alle macchie di Giove e si allontana tra gli anelli di Saturno fino a cercare i pianeti invisibili ai confini del sistema solare.

Già lì le proporzioni appaiono smisurate e la mente vacilla nel ridurre questa immensità in rapporto alle misure terrestri.

Eppure questo nostro sistema solare si rivela minuscolo  rispetto alle distanze che ci separano dalla prima stella Proxima Centauri: qui la lontananza  si calcola in anni luce, la distanza che la luce percorre nel vuoto  in un anno solare, velocità alla quale il tempo si ferma.

Queste distanze già enormi si riducono man mano che ci si approssima con il telescopio al  centro della nostra galassia, fino a individuare Andromeda, la galassia più “vicina” – 2,5 milioni di anni luce – e via sino a quelle lontane decine di miliardi di anni luce, ai confini del visibile e del tempo.

E qui si inizia a ragionare, a volte impotenti e intimoriti dalla relatività del tempo presente: ciò che vediamo ora è successo decine, miglia, milioni, miliardi di anni fa. Non riusciamo mai a guardare oltre l’orizzonte degli eventi, un termine sempre magico e misterioso.

Il cielo offre fotogrammi di diversi avvenimenti, che la mente indaga, comprende e  mette in relazione tra loro per cercare di capire il fil rouge dell’evoluzione che, come un fiume impetuoso, muove e trasforma tutta la materia verso una direzione.

Infatti noi, nello stesso istante “presente”, vediamo angoli di cielo che offrono storie diverse: dalle regioni dove la materia si addensa e nascono le stelle ad altre dove si percepiscono i resti di antiche esplosioni stellari, fino a nebulose di gas luminosi ionizzati da stelle vive, come gigantesche insegne luminose appese nello spazio profondo.

Prospettive e distanze che ci dicono dove siamo, il nostro movimento particolare come pianeta e generale nel sistema solare, nella galassia e oltre.

Quando distolgo lo sguardo da questa prospettiva cosmica e torno a osservare le nostre vite, il nostro pianeta, le vicende storiche che lo riguardano vengono inesorabilmente ridimensionate nella loro miseria e relatività.

Eppure è anche attraverso di noi, fatti della stessa materia delle stelle, che il cosmo prende coscienza (Carl Sagan) .

RM: perché passare dall’osservazione visuale all’astrofotografia, quali sono gli aspetti peculiari dei due ambiti?

LDF: Fotografare vuol dire fermare, approfondire, estendere la sensibilità dell’occhio umano, disporre fisicamente dell’immagine tra le proprie mani per poterla contemplare e continuare quindi  a riflettere o sognare; offre anche l’opportunità della condivisione e del confronto con altri appassionati del genere .

In prospettiva, gli oggetti fotografati nel corso degli anni e delle stagioni   popoleranno  progressivamente il mio personale universo, e  formeranno  sempre più  una visione d’insieme nella quale posso riconoscere e chiamare  per nome ogni dettaglio anche quando torno  a guardare  il cielo a occhio nudo.

L’osservazione visuale ha il fascino della “diretta”. L’insieme delle sensazioni corporee sul luogo (caldo, freddo, rumori del bosco e della notte, brezza e umidità, profumi) si fonde con quanto l’occhio rileva nella stretta finestra dell’oculare. La vivacità della nostra atmosfera si può toccare con gli occhi al crescere degli ingrandimenti.

L’utilizzo di oculari luminosi a grande campo consente di ammirare la colorata bellezza e profondità di ammassi stellari aperti e globulari,  stelle doppie. Al crescere degli ingrandimenti crescono i disturbi ottici e atmosferici ma aumenta l’emozione legata all’avvicinarsi agli oggetti e scorgere nuovi particolari.

Il tremolio o ribollire dell’atmosfera conferisce vivacità all’immagine anche se spesso impedisce di notare i dettagli: più gli oggetti sono alti sull’orizzonte, migliore è la qualità della visione.

L’occhio compensa le differenze di luminosità e definizione e i processi mentali formano una immagine virtuale nella mente, analogamente a quanto succede per l’immagine fissa in rapida successione,  percepita  mentalmente come un video.

Le vaghe nebulosità rivelano presenze misteriose di nebulose e galassie: crateri e montagne lunari con i loro rilievi spingono l’occhio a indagarne  ombre e  luci e indovinarne le dimensioni mentre la mente si  immedesima  in quei paesaggi.  La rapida rotazione di Giove consente di immaginare  il movimento fluido della sua atmosfera.

Sovente l’immagine oculare è attraversata dalle rotte luminose di satelliti e stazioni spaziali e può capitare l’attimo suggestivo in cui un aereo attraversa la superficie lunare durante l’osservazione: eventi che danno dinamicamente  la percezione della prospettiva spaziale tramite il  movimento reciproco degli oggetti osservati.

Più familiarizzo con questo cielo e questi strumenti, più sale la voglia di condividere questo interesse appassionante con altri: sale il desiderio di  fertilizzare  giovani menti con la stessa energia che mi spinse ad intraprendere le osservazioni da ragazzo. Quando frotte di bambini, ragazzi e genitori si accodano al freddo e al buio  per incollare l’occhio all’oculare, sento che ritrovano  l’innocente stupore umano di fronte all’infinitamente grande, bello e lontano.

Allora io  mi sento appagato,  ripagato e incentivato a continuare la mia ricerca personale, per provare nuove emozioni da condividere.

 

 

RM: Lorenzo, after this brief technical overview on astrophotography, I’d like you to tell us about the deeper essence of astrophotographic research.

LDF: even today, surrounded by so much technology to master, I stop in the dead of night to experience the primal emotion of facing this sparkling immensity, this mysterious depth that captivates the most sensitive minds.

Wonder ignites curiosity, and observing the sky encourages us to ask questions about the origin of everything—an eternal enigma.

We contemplate the vast, immeasurable dimensions of space: our gaze naturally starts from Earth, eagerly exploring the shadows of the lunar terminator, the phases of Venus, the sands of Mars, the satellites and storms of Jupiter, and moves outward through Saturn’s rings, searching for the invisible planets at the edge of the Solar System.

Even here, the proportions appear overwhelming, and the mind falters when trying to reconcile this vastness with earthly measurements.
Yet, our Solar System is minuscule compared to the immense distances separating us from the nearest star, Proxima Centauri, where distances are measured in light-years—the distance light travels in a vacuum over a solar year, a speed at which time itself stands still.

These already staggering distances shrink as we approach the center of our galaxy through a telescope, until we spot Andromeda, our closest galactic neighbor—2.5 million light-years away—and beyond, to galaxies billions of light-years distant, at the very edge of the visible universe and time itself.

Here, we begin to reflect, sometimes feeling powerless and awed by the relativity of the present: what we see now happened tens, thousands, millions, or even billions of years ago. We can never look beyond the event horizon—an always magical and mysterious term.

The sky presents us with frames of various cosmic events, which the mind studies, understands, and connects to grasp the thread of evolution—a powerful current that moves and transforms all matter in a single direction.

In the same instant, we see regions of the sky telling different stories: from places where matter condenses to form stars to remnants of ancient stellar explosions, and to luminous gas nebulae ionized by living stars—giant neon signs hanging in the deep void.


Perspectives and distances reveal where we are—our movement as a planet, within the Solar System, the galaxy, and beyond.
When I turn away from this cosmic perspective and return to observing our lives, our planet, and its history, everything seems inevitably diminished in its insignificance and relativity.

And yet, it is through us—made of the same matter as the stars—that the cosmos gains consciousness (Carl Sagan).

RM: Why transition from visual observation to astrophotography? What are the defining aspects of both disciplines?

LDF: photography allows us to capture, explore, and extend the sensitivity of the human eye, to physically hold an image in our hands so we can contemplate it, continue reflecting, or even dream. It also offers the opportunity to share and discuss our passion with other enthusiasts.

Over time, the objects I photograph throughout the years and seasons gradually populate my personal universe, forming a growing, interconnected vision. Even when I return to observing the sky with the naked eye, I can recognize and name every detail.


Visual observation has the charm of “real-time” experience. The sum of bodily sensations on-site—warmth, cold, the sounds of the forest and night, the breeze, the humidity, the scents—blends with what the eye perceives through the narrow window of the eyepiece. The liveliness of our atmosphere is tangible, becoming more evident as magnification increases.
Using bright, wide-field eyepieces allows us to admire the colorful beauty and depth of open and globular star clusters, as well as binary stars. As magnification increases, so do optical and atmospheric distortions, but the thrill of getting closer to objects and discovering new details also grows.

The shimmering or turbulence of the atmosphere gives the image a dynamic quality, though it often obscures fine details. The higher objects are in the sky, the better their visibility.

The human eye compensates for variations in brightness and definition, forming a virtual image in the mind—much like how the brain processes a series of still frames as continuous motion.

Faint nebulae reveal the mysterious presence of distant galaxies, while the craters and mountains of the Moon, with their shadows and highlights, invite the eye to explore their dimensions, making the mind immerse itself in those landscapes. The rapid rotation of Jupiter allows us to imagine the fluid movement of its atmosphere.


Often, the eyepiece image is crossed by the bright trails of satellites and space stations. Occasionally, a plane may pass in front of the Moon during an observation—moments that dynamically reinforce our sense of spatial perspective through the motion of the objects we observe.

The more familiar I become with the sky and my instruments, the stronger my desire to share this passion with others—to inspire young minds with the same energy that once drove me to begin my own observations as a boy. When crowds of children, teenagers, and parents line up in the cold and dark, eager to press their eyes against the eyepiece, I see them rediscover humanity’s innocent wonder at the infinitely vast, beautiful, and distant.

And in that moment, I feel fulfilled, rewarded, and motivated to continue my personal research—to experience new emotions worth sharing.

 

Di seguito l’audiovisivo “Oltre lo sguardo” realizzato da Lorenzo De Francesco / Below is the audiovisual presentation “Beyond the Gaze” by Lorenzo De Francesco


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Prima Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

Chi non ha, almeno una volta, alzato lo sguardo al cielo notturno cercando di decifrare le geometrie stellari, dette asterismi, nel tentativo di individuare le figure mitologiche che popolano lo spazio sopra di noi ?

Noi percepiamo semplici punti luminosi quando il cielo è terso, ma non abbiamo idea di come sia complesso e affascinante il mondo dei corpi celesti che, grazie alla tecnologia contemporanea, possiamo apprezzare per mezzo dell’astrofotografia.

L’astrofotografia rende possibile l’osservazione di uno scenario di fatto sconosciuto, ampliando lo spettro di frequenze luminose percepite dall’occhio umano, tramite una semplice macchina fotografica con treppiede fino alle apparecchiature più complesse; il tutto attraverso tecniche di ripresa che solo gli appassionati del genere sanno utilizzare al meglio.

Per addentrarci in questo genere di fotografia e capirne di più, ne parliamo con Lorenzo De Francesco, autore della serie di racconti  “Il Bicighellone”, così passando dall’esplorazione urbana a quella stellare.

RM: Lorenzo, come è nato il tuo interesse per l’osservazione del cielo?

LDF: figlio unico, di indole solitaria anche per via di una famiglia con poche relazioni, godevo però di una casa con grande terrazzo in  periferia a Milano, quella degli anni Cinquanta – Sessanta ancora priva dell’inquinamento luminoso di oggi.

Istintivamente, nelle serate terse, posavo il mio sguardo incantato di bambino sulla luna, i pianeti e le costellazioni, accompagnato dal gracidare dell’affollata colonia di rane, stanziata sul fondo paludoso del grande prato scavato dalla fornace prospiciente la mia casa.

Mio padre colse intelligentemente il mio interesse per l’osservazione celeste e decise di  accompagnarmi al Civico Planetario U.Hoepli:  lì avvenne l’imprinting, in quell’ambiente magico dove si potevano fare meravigliose passeggiate nei cieli di ogni stagione e latitudine; cieli che quasi potevi toccare, accompagnati da abili ed entusiasti divulgatori fra cui Mario Cavedon.

Come in tutte le vicende che oltrepassano l’ordinario quotidiano, il contesto ha giocato un ruolo fondamentale: quei formidabili anni Sessanta con la grande enfasi sulla conquista dello spazio e sulla gara tra americani e russi per il primato, fonte di ispirazione per gli appassionati.

In casa esistevano numerosi libri di divulgazione astronomica di Camillo Flammarion, che lessi avidamente nutrendo così il mio interesse per il cielo notturno.

RM: da questo tuo interesse iniziale, cosa ti ha spinto a occuparti di astrofotografia ?

LDF: attratto da una pubblicità sul settimanale Topolino, acquistai un primo telescopio per vedere più da vicino, quelle meraviglie, incantato e infreddolito nelle notti invernali, con la sensazione di poter quasi toccare i crateri lunari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di Saturno, le macchie solari, galassie e ammassi stellari. La cultura fotografica era di casa, si conservavano le lastre e la vecchia macchina a soffietto del nonno Lorenzo, con le quale giocavo sin da piccolo, insieme a scatole di vecchie fotografie. Mio padre a sua volta possedeva una fotocamera e una cinepresa Kodak 8mm con la quale documentava la prossimità familiare. Presto mi impossessai di questi strumenti: naturale e immediata nacque l’esigenza di fare astrofotografia, fissare sulla carta la visione soggettiva dell’occhio. 

Sentivo il bisogno di fare miei quei fotoni che provenivano dallo spazio remoto, per il mio occhio divenuto creatura cosciente dello stesso Universo. 

Ai tempi, però, tra lo scatto e la visualizzazione del risultato  passavano giorni, non secondi come oggi. La peculiarità della tecnica astrofotografica analogica doveva fare i conti con la sensibilità delle pellicole, la calibrazione di tempi di esposizione e sensibilità, e la conseguente necessità di modificare (tirare, in gergo) lo sviluppo. Frustrato dagli standard dei laboratori commerciali che non soddisfacevano le mie aspettative, decisi di studiare in proprio il processo di sviluppo e stampa fotografica, iscrivendomi al corso di fotografia per corrispondenza della scuola Radio Elettra di Torino. 

In pratica avevo il telescopio sul terrazzo e la camera oscura in cucina: un grande andirivieni in casa, non sempre apprezzato dai familiari. Purtroppo la passione astronomica fu ostacolata dal cambio di abitazione: il passaggio dal bel terrazzo di periferia a un balcone loggiato in zona più centrale; un limite alle osservazioni a cui si aggiunse l’impegno dello studio liceale e altri innamoramenti.

Molto materiale finì in cantina e fu distrutto da un allagamento durante un nubifragio.

Solo nel 2019, con la morte di mio padre, ripercorrendo le vie dei ricordi, ripresi l’antica passione e capii che, grazie alla tecnologia digitale e alla notevole capacità di elaborazione dei computer domestici, l’astrofotografia poteva uscire dagli osservatori professionali per essere alla portata degli amatori con costi abbordabili; da lì tornai sui banchi di scuola: tutorial, blog,siti specialistici, dispense e manuali; un mondo fantastico si spalancò davanti a me.

RM: qual è la strumentazione di base che occorre per ottenere buone foto ? Da ciò che ho potuto vedere finora, è sorprendente notare cosa ci rivela una buona postproduzione.

LDF: Sotto un buon cielo si possono prendere immagini deep sky (cielo profondo)  già montando su di un treppiede una normale reflex o mirrorless, con ottiche commerciali e impostazioni manuali: foto di paesaggio con cielo in movimento (star trail) oppure esposizioni sufficientemente lunghe e ripetute per iniziare a cogliere la Via Lattea, ammassi e nebulose senza che si verifichi  il mosso.

Per la fotografia di Luna e pianeti, che non richiede tempi lunghi, si possono ottenere con la stessa tecnica risultati interessanti per mezzo di normali teleobiettivi.

Consiglio questo inizio con attrezzatura di base, prima di acquisire costosi setup, iniziare quindi a prendere confidenza con quelli che saranno gli elementi fondamentali di tutto il successivo percorso astrofotografico: il luogo di osservazione, il posizionamento, la conoscenza del cielo e degli oggetti celesti, la messa a fuoco precisa, la corretta esposizione, valutando attentamente l’istogramma, i primi processi elementari di sviluppo, differenti a seconda che si fotografi il cielo profondo, la luna, o i pianeti.

Lo sperimentare in proprio tutte le difficoltà sul campo: buio, freddo, umidità, stanchezza, fa parte del gioco.

Impadronendosi di questa esperienza di base con una attrezzatura semplice si avranno le prime soddisfazioni per proseguire con tecniche più sofisticate. Soprattutto si capirà che qualità del cielo e sviluppo sono elementi chiave di tutto il processo.

È altresì vero che oggi esistono particolari e costosi filtri, applicabili sugli obiettivi o direttamente sul piano focale delle camere, che consentono di fotografare sotto cieli inquinati. Il mio consiglio è fare pratica dapprima con strumentazione normale.

Il passaggio a configurazioni più complesse riguarda tutte le componenti: si passa dalle ottiche commerciali a tubi ottici apocromatici, corredati da montature motorizzate che annullano il movimento terrestre e consentono lunghe pose, si sostituiscono le reflex e mirrorless con camere astronomiche dedicate, a sensore raffreddato.

Di conseguenza tutto il processo diventa più complesso  attraverso decine di ore di esposizione e di post produzione, ma preferisco chiamare quest’ultima “sviluppo” perché ci sono forti analogie con l’emozione che si provava in camera oscura quando si vedeva nella bacinella dello sviluppo dal foglio bianco formarsi  progressivamente l’immagine. 

RM: Per dedicarsi all’astrofotografia occorrono particolari competenze ?

LDF: Prima delle competenze serve soprattutto la pazienza, tali e tante sono le difficoltà che si possono incontrare sul campo al crescere della complessità dei setup. Pazienza anche sull’aspetto meteo, considerato che i giorni “fausti” per le osservazioni sono veramente pochi nel corso dell’anno.

Una competenza sul cielo, su quello che si va a fotografare è raccomandabile, per evitare di fare qui, come in altri ambiti fotografici, il cacciatore di trofei da esporre, senza conoscere cosa si fotografa.

La conoscenza degli oggetti, della composizione delle nebulose, della tipologia degli ammassi stellari, dell’atmosfera e dei satelliti dei pianeti, delle fasi e costituzione e topologia dei crateri lunari, costituisce un grande arricchimento e crea affezione nei confronti dell’oggetto fotografato.

Per la post produzione è indispensabile una buona padronanza informatica per destreggiarsi tra i vari software necessari, ognuno dei quali ha numerose e complesse parametrazioni che condizionano la qualità del risultato finale. Già è complicata la scelta del software tra tutti quelli disponibili  in continua evoluzione.

In sintesi, il cuore del processo di sviluppo in astrofotografia sia per immagini deep sky che per Luna e pianeti è caratterizzato dalla tecnica dello stacking, cioè la creazione dell’immagine finale attraverso l’impilazione mediata ed elaborata di centinaia, a volte migliaia singoli scatti.

Tutto viene ripagato, con gli interessi dalla soddisfazione di vedere i propri primi scatti restituirci immagini invisibili al nudo occhio umano, eppure reali, che stimolano numerosi pensieri.

La soddisfazione aumenta quando progressivamente si vedono gli stessi scatti migliorare   all’aumentare delle competenze di ripresa e sviluppo. 

Da questo breve resoconto possiamo intuire quanta pazienza e dedizione siano necessarie per realizzare scatti degni di nota. Come sempre, la buona fotografia è impegno e autovalutazione, ispirazione e sentimento.

Infine godiamoci queste immagini e, se vogliamo, perdiamoci per un momento nel mistero del cielo.

 

Who hasn’t, at least once, looked up at the night sky, trying to decipher the starry geometries, known as asterisms, in an attempt to identify the mythological figures that populate the space above us?

When the sky is clear, we perceive simple luminous points, but we have no idea how complex and fascinating the world of celestial bodies is—something that, thanks to modern technology, we can appreciate through astrophotography.

Astrophotography allows us to observe a previously unseen scenario, expanding the spectrum of light frequencies beyond what the human eye can perceive. It ranges from simple cameras with tripods to more advanced equipment, all through shooting techniques that only true enthusiasts know how to master.

To delve into this type of photography and understand more about it, we speak with Lorenzo De Francesco, author of the short story series Il Bicighellone, transitioning from urban exploration to celestial exploration.
RM: Lorenzo, how did your interest in sky observation begin?

LDF: as an only child, with a solitary nature partly due to a family with few social relations, I was lucky to have a house with a large terrace in the outskirts of Milan. In the 1950s and 1960s, the city was still free from today’s light pollution.

Instinctively, on clear nights, I would gaze in wonder at the Moon, the planets, and the constellations, accompanied by the croaking of the numerous frogs living in the marshy ground of the large field in front of my house, dug out by a nearby brick furnace.

My father wisely recognized my interest in celestial observation and decided to take me to the U. Hoepli Civic Planetarium. That was my moment of “imprinting”—in that magical place where you could take marvelous walks through the skies of every season and latitude, skies that felt almost touchable, guided by skilled and enthusiastic science communicators like Mario Cavedon.

As in all stories that go beyond the ordinary, the context played a fundamental role: those extraordinary 1960s, with the great emphasis on space exploration and the competition between Americans and Russians for supremacy, served as a great source of inspiration.

At home, we had numerous astronomy books by Camille Flammarion, which I devoured, further fueling my fascination with the night sky.


RM
: From this initial interest, what led you to take up astrophotography?

LDF: drawn in by an advertisement in Topolino magazine, I bought my first telescope to get a closer look at those celestial wonders. I spent freezing winter nights mesmerized by the Moon’s craters, Venus’s phases, Jupiter’s moons and bands, Saturn’s rings, sunspots, galaxies, and star clusters, feeling as though I could almost touch them. Photography was a strong presence in my home. We kept old glass negatives and my grandfather Lorenzo’s vintage folding camera, which I had played with since childhood, along with boxes of old photographs. My father also had a camera and an 8mm Kodak movie camera, which he used to document our family moments.
I soon took possession of these tools, and it felt natural and immediate to want to do astrophotography—to capture on paper the subjective vision of my eye.

I felt the need to “own” those photons arriving from the distant cosmos, my eye now a conscious part of the same universe.


Back then, however, days would pass between taking a photo and seeing the result—not seconds like today. Analog astrophotography required dealing with film sensitivity, exposure time calibration, and development techniques (often requiring “to stretch” the film).

Frustrated by the standard processing at commercial labs, which never met my expectations, I decided to learn the development  and printing process myself by enrolling in a correspondence photography course at the Radio Elettra school in Turin.

I had my telescope on the terrace and a darkroom in the kitchen, making for a constant back-and-forth in the house—not always appreciated by my family. Unfortunately, my passion for astronomy was interrupted when we moved: I lost my spacious terrace in the suburbs and ended up with a small balcony in a more central area, which severely limited my observations. On top of that, high school studies and other interests took over.

Much of my equipment was stored in the basement, where it was later destroyed by a flood during a storm.

Only in 2019, after my father’s passing, I revisited my childhood memories and rediscover my passion. Thanks to digital technology and the powerful processing capabilities of modern computers, astrophotography had become accessible to amateurs at reasonable costs. I threw myself into learning again—tutorials, blogs, specialized websites, guides, and manuals—opening the door to a fantastic new world.

RM: What basic equipment is needed to take good astrophotos? From what I’ve seen, it’s surprising how much post-processing can reveal

LDF: under a good sky, you can take deep-sky images simply by mounting a regular DSLR or mirrorless camera on a tripod with standard lenses and manual settings. You can shoot landscapes with star trails or take long and repeated exposures to begin capturing the Milky Way, star clusters, and nebulae without motion blur.


For photographing the Moon and planets, which don’t require long exposures, you can achieve good results with the same technique using standard telephoto lenses.

I recommend starting with basic equipment before investing in expensive setups. This allows you to familiarize yourself with fundamental astrophotography elements: choosing an observation site, positioning, understanding the sky and celestial objects, precise focusing, correct exposure (evaluating the histogram carefully), and the basics of image processing, which differ depending on whether you’re photographing deep-sky objects, the Moon, or planets.


Experiencing the field’s challenges—darkness, cold, humidity, fatigue—is part of the process.

By mastering these basics with simple equipment, you’ll gain early satisfaction and be prepared to move on to more advanced techniques. More importantly, you’ll understand that sky quality and image processing are the two key aspects of the entire workflow.

It’s also true that today, special (and expensive) filters exist that allow photography even in light-polluted skies. However, I recommend first practicing with standard equipment.


Moving to more complex setups involves upgrading every component: transitioning from commercial lenses to apochromatic optical tubes, using motorized mounts that counteract Earth’s rotation for long exposures, and replacing DSLRs and mirrorless cameras with dedicated cooled astronomy cameras.


The entire process becomes more intricate, requiring dozens of hours of exposure and processing. However, I prefer to call post-processing “development” because it closely resembles the thrill of seeing an image gradually appear in a darkroom tray.

RM: Does astrophotography require special skills?


LDF:
more than anything, patience is essential, given the many challenges that arise in the field as setups become more complex. Patience is also crucial when dealing with the weather, as truly favorable observation nights are rare.


A strong understanding of the sky and the objects you’re photographing is highly recommended. Otherwise, you risk becoming a mere trophy hunter—capturing images without knowing what they represent.

Knowing about nebulae compositions, types of star clusters, planetary atmospheres and moons, and lunar craters’ structure and formation enriches the experience and fosters a deeper connection with the subjects.


For post-processing, a solid grasp of computing is essential, as you must navigate various specialized software programs, each with numerous settings that impact the final image quality. Selecting the right software is already a challenge, as the options constantly evolve.

At the heart of astrophotography development—whether deep-sky, lunar, or planetary—is stacking, a technique where the final image is created by averaging and processing hundreds or even thousands of individual frames.


The effort is well worth it: seeing your first images reveal details invisible to the naked eye is an immensely rewarding experience that sparks countless thoughts.

The satisfaction grows as you refine your skills and witness tangible improvements in your work.

From this brief account, it’s clear that astrophotography requires patience and dedication. As always, good photography demands commitment and self-assessment, inspiration, and emotion.

Let’s now enjoy these images and, if we wish, lose ourselves for a moment in the mystery of the sky.

 


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Casa lontana

Il signor Nakamura si svegliò di soprassalto; aveva sentito piovere. Era sicuro di aver sentito il rumore delle gocce d’acqua sulla tettoia di lamiera.

Scese dalla cuccetta e si avviò per il corridoio seguendo la pista luminosa sul pavimento.

Si fermò di colpo: “nello spazio non può piovere, non possono esserci nuvole”, si disse ad alta voce Nakamura, ascoltando il ronzio sommesso delle pompe.

Nella Stazione Orbitante Multinazionale, vanto della tecnologia europea (ed anche dei tangentisti che avevano spartito le mazzette), era un momento di sospensione delle attività scientifiche: gli ultimi specialisti erano stati rispediti a terra da un paio di settimane, ed i nuovi ricercatori stavano terminando il training, in attesa della navetta che li avrebbe condotti ai loro esperimenti in assenza di gravità.

Nakamura si occupava, in questi momenti di relativa tranquillità, di rimettere in ordine i materiali, di togliere le incrostazioni, di ripulire il disordine che i giovani esuberanti ricercatori delle migliori università erano soliti causare.

Ma l’operosa attività di Nakamura era, negli ultimi giorni, disturbata da problemi onirici che lo turbavano non poco.

La sensazione della pioggia era solo l’ultimo incubo che aveva dovuto subire, ed ora cominciava, leggermente, a preoccuparsi.

Undici anni di esperienza pressoché consecutivi sulle stazioni in orbita geostazionaria lo avevano reso insostituibile, infatti conosceva la funzione e l’utilità di ogni singolo componente, e sapeva risolvere i problemi diagnostici con capacità e competenza.

Mai avrebbe pensato di chiedere di essere sostituito per problemi medici, il minimo accenno a guasti psicologici lo avrebbe escluso definitivamente dalle missioni sulla stazione, che era la sua casa.

Un’altra notte cronologica, un altro turno di riposo, o almeno così sperava che fosse; per essere certo di dormire, Nakamura prese una compressa di un farmaco ipnoinducente a media durata d’azione, e si sistemò nella cuccetta.

Ma terminata la fase di sonno profondo, l’ingresso nella fase r.e.m. fu inaugurato dallo stormire di aceri giapponesi, nel pieno della foliazione, ed il rosso delle foglie era ben vivido negli occhi della mente: ciò che turbò Nakamura fu la sensazione, netta al risveglio, di avere sfiorato le foglie purpuree degli aceri e di averne sentito anche l’odore.

Sotto il cuscino antistatico, al mattino, Nakamura trovò un ciuffetto di foglioline rossastre, ancora fresche.

Stette ad osservare, sul tavolo del laboratorio di genetica, le foglie per alcune ore, dopodiché le introdusse nell’analizzatore molecolare.

Il responso fu una strisciata di valori illegibili, e la macchina concludeva l’analisi dichiarando di non aver trovato traccia di minerali conosciuti.

Nakamura tentò di chiamare il controllo a terra, ma una volta collegato si astenne dal segnalare il fatto: un pazzo in una stazione orbitale avrebbe passato il resto dei suoi giorni sotto le amichevoli cure degli psichiatri specializzati in smarrimenti spaziali, e questa prospettiva non lo attirava affatto.

Chiese l’invio con il prossimo cargo di una nuova fornitura per la farmacia di bordo, e dei materiali di routine che si erano consumati nel frattempo, e chiuse il collegamento con la base a terra.

Decise di restare sveglio, spostò due telecamere miniaturizzate sopra la cuccetta e si mise a riparare alcuni strumenti fuori uso da tempo, ma non per questo ancora inutilizzabili.

Restò sveglio per il corrispettivo di 48 ore terrestri, sempre tenendo d’occhio i monitor portatili collegati alle telecamere, ma non registrò alcuna attività al di fuori della norma.

Tutti gli strumenti indicavano ciò che era evidente, nessuna variazione nei parametri fisico-chimici misurabili.

Il sonno lo aggredì senza possibilità di resistenza, ed ebbe appena il tempo di arrivare fino alla cuccetta antigravitazionale, per sprofondare subito dopo nel torpore assoluto.

Dopo alcune ore di assenza di stimoli, si alzò per iniziare la routine dei controlli, passò al monitor di controllo, nessuna variazione apprezzabile negli standard di funzionamento della stazione orbitale, aprì il laboratorio con gli stabulari, ispezionando i topolini, i conigli, i ratti bianchi mutanti destinati ad ammalarsi di tumore per poi essere curati con i farmaci sintetizzati in orbita, le cavie intente a rosicchiare i mangimi sintetici.

Passò nell’altra camera, dove dietro una ampia vetrata si poteva osservare la stanza di Sheila, il suo computer, la sua amaca, l’albero secco.

Ma Sheila non c’era; Nakamura si avvicinò ai monitor, poi sbloccò la porta a vetri della stanza illuminata: pavimento pulito, luci diffuse, tavolo e posate in ordine, lettino al suo posto, ma dello scimpanzé nessuna traccia.

Poteva ispezionare tutti i cavi sotto il pavimento, controllare con microcamere tutti i passaggi dei liquidi e dei gas nel ventre della stazione spaziale, poteva fare un check completo di tutti i cablaggi elettronici, e farsi una bella stampa del risultato.

Però si era perso la scimmia. O meglio, la scimmia non era più dove avrebbe dovuto essere.

Pensò con raccapriccio alla segnalazione da fare al controllo a terra, gli avrebbero mandato dopo qualche ora un cargo con superefficenti bruschissimi operai galattici e magari lo avrebbero dimissionato su due piedi per inefficienza totale.

Spense il monitor di controllo della camera di Sheila, mise in tasca il tester che aveva usato per provare gli strumenti, la porta a vetri si richiuse con un rumore pneumatico e si spostò attraverso il corridoio, senza fatica, a gravità zero.

Sconfezionò il pasto liofilizzato, tentando di immaginare, come ogni volta, l’odore ed il colore del contenuto se lo avesse consumato in un ristorante, sulla terra; quella roba assolutamente asettica lo nutriva e lo faceva sopravvivere, fornendo i metaboliti e gli enzimi necessari alle sue funzioni vitali, e garantendogli l’apporto vitaminico bilanciato, e basta. Niente emozioni.

Nakamura pensò con disagio ad una scimmia in fuga, a tutti i danni che potevano succedere in un laboratorio orbitale, al rischio di dover smontare paratie e portelli per poterne recuperare il cadavere; si appoggiò alla cuccetta, ebbe la sensazione di infilare la testa in un sacco di tela scuro, fu catturato dai fantasmi del sonno.

Una strada ampia di un quartiere popolare, riquadri di cemento perfettamente disegnati sui marciapiedi, alberi di ailanto piantati da poco in fori regolari, con alti tutori per tenerli dritti, ed in quella strada, Nakamura ne è certo anche se non vi è mai passato, abita la sua prima maestra, una maestra che ha amato esageratamente, tanto da rifiutarne le coccole per vergogna. Si avvicina al portoncino bianco con piccole vetrate colorate, il giardino è spoglio e trascurato, si aspetterebbe di trovare aperto, invece deve bussare ed aspetta che qualcuno venga ad aprire. Ma invece della ragazza alta e bruna con lunghi capelli nerissimi apre la porta una anziana stanca; è vestita di nero e Nakamura cerca di parlare. La vecchia gli mette una mano sulla bocca e comincia a piangere; probabilmente la maestra è morta e lui ha fatto una passeggiata inutile, e vorrebbe gridare ma la voce non gli esce, e sente nel petto esplodergli tutte le parole che non ha mai saputo dire alla sua giovane maestrina, poi si mette a correre a casaccio, inciampa e cade.

Si risveglia sudato e sbatte, nello scatto che fa per rialzarsi, la testa nella volta della cuccetta. Nel monitor che copre la sala controlli vede del trambusto: è Sheila che si è arrampicata su un alto baobab e tira oggetti a due leoni che tentano di arrampicarsi sull’albero. Nakamura adesso è sveglio, ma crede di continuare a sognare, afferra a casaccio una torcia ed un martello e si dirige rapidamente verso la sala controlli, ed intanto nel corridoio tende l’orecchio, e li sente, i leoni che ruggiscono ferocemente.

Si ferma, e non sapendo perché, dal telecomando multifunzione smorza le luci dei corridoi; adesso sono illuminate solo le lucette gialle d’emergenza, che tracciano una pista interrotta sul pavimento.

È arrivato alla sala controlli, e crede di sentire un odore che non conosce, che non può conoscere, perché non è mai stato in Africa; l’odore acre della savana, e la puzza forte dell’urina dei grossi carnivori, ed il fetore delle carcasse in decomposizione.

Apre la porta blindata della sala controlli: la luce è accesa, e dentro è tutto in perfetto ordine, niente baobab, niente leoni, niente savana.

Acciambellata sulla poltrona girevole Sheila giocherella con un joystick, muovendo i carrelli dell’archivio degli esperimenti.

Nakamura si avvicina calmo allo scimpanzé, che lo abbraccia e gli sale in braccio, e quindi la riporta nella sua luminosa gabbia.

Mentre resetta tutti i computer e lancia la routine della  trasmissione automatica dei dati a terra cerca di non chiedersi il perché della sparizione e ricomparsa del quadrumane, e spera che i sensori non ne abbiano segnalato il muoversi lungo le paratie della stazione orbitale.

Non vuole darsi spiegazioni e soprattutto non saprebbe dare spiegazioni plausibili agli ingegneri di missione, e magari lo invierebbero ad un periodo di riposo e controllo per finire poi inchiodato al suolo. A terra non vuole ancora scendere.

Non vuole tornare alla casa di Kyoto, vuota dopo che la moglie lo ha piantato per fuggire con un lottatore di kendo, non vuole affrontare il dolore dei ricordi tra quelle pareti mobili, non vuole più nutrire i carassi giganti nella vasca del giardinetto.

La casa è lontana, pensa, ma la mia vera casa è qui, lontano dalla confusione e dal disordine, lontana da metropolitane sovraffollate e da bande di motociclisti rissosi, lontana da terroristi al gas nervino e da estremisti di destra con megafoni e catene, lontana dalla corruzione e dal consumismo indispensabile, lontana da quel genere umano cui appartiene solo per colpa del D.N.A.

Nakamura sintonizza il ricevitore digitale su una stazione in broadcasting dall’Australia; il segnale riflesso dal satellite diffonde nella sala riparazioni grandi pezzi musica varia, in prevalenza rock’n’roll e surf, e mentre lavora intorno ad un pannello solare guasto, batte con il piede il ritmo, seguendo il rullante del batterista.

Alcune ore dopo è di nuovo in trance onirica, ed addormentandosi ha avuto la sensazione di vedere altri uomini in giro per la stazione, ma è impossibile, cerca di dirsi, senza il rispetto dei protocolli di aggancio guidati dalla sala controlli nessuna nave spaziale può attraccare al pontile flessibile della stazione orbitale.

Stavolta, per sicurezza, ha ingerito dopo il pasto una compressa di benzodiazepina a lunga durata d’azione, poiché teme di dovere affrontare ancora uno degli strani sogni che lo hanno assillato, ultimamente.

Nakamura è fuori della stazione orbitale, sta rimettendo a posto una fila di pannelli solari sul fianco destro, ed il cordone ombelicale che lo tiene collegato pulsa di ossigeno ed acqua: Nakamura perde il primo cacciavite, continua il lavoro con quello che si è portato di scorta, perde anche questo, e nel movimento scomposto senza gravità si allontana troppo dal portellone aperto, ed il cavo che lo collega alla stazione orbitale striscia sui supporti delle parabole, si sfrangia la copertura, si taglia e dopo un secondo si accorge di essere perduto nello spazio.

Alla deriva mentre l’aria sfugge veloce attraverso il tubo tranciato, il fantoccio in tuta spaziale gira come un disco finito di suonare sul piatto giradischi, e poi si perde confuso nel nero uniforme del buio spaziale.

Alla deriva guarda la stazione spaziale illuminata dai fari di servizio, pensa che adesso la sua casa è veramente lontana, poi scompare perso nello spazio.

Alcuni giorni dopo, i tecnici arrivati sulla stazione dopo la scomparsa inspiegabile di Nakamura osservarono i filmati delle telecamere di servizio, e videro che si alzava, come addormentato, sonnambulo, dalla cuccetta, la scimmia lo aiutava ad indossare la tuta spaziale, mentre le diceva di voler raggiungere un luogo sulla terra, (parole non chiare, microfono difettoso), poi raggiungeva in fretta il portellone per il corridoio esterno, lo apriva e si lanciava nel vuoto senza agganciarsi al cordone di sicurezza ed al tubo dei rifornimenti di aria e acqua.

La scimmia teneva tra le mani una foto di una casa di Kyoto con giardinetto e vasca per i pesci rossi, e sopra era scritto, con pennarello rosso: casa lontana.

 

 


Foto copertina © Antonio Musotto