È state

Siate romantici, ma con discrezione.
Siate poetici, facendo finta di nulla.
Fate come vi pare, guardandovi intorno.
Sorridete, se necessario.
Piangete a vanvera.
E mangiate molti frutti rossi, lasciano un bel colore sulla labbra.
Ricordate sempre che il basilico non cresce tutto l’anno, potremmo mai riuscirci noi?
La cioccolata torna tra un po’, ma ci sono i gelati.
Il cambio di stagione ci starà sulle palle anche quest’anno, ma lo faremo, forse.
Uscendo poco ho calato 4 vestiti, forse neanche mi va più di uscire, non va bene?
Lo so, ma non basta.
Il sole non è più lo stesso, ma in fondo in fondo neanche noi.
La ricorderemo come l’estate della resistenza, quella in cui tra una mascherina e un vaffanculo, ognuno di noi ha sentito vicina la paura di morire e continua a sentirla; anche quelli che dicono è solo un raffreddore più forte degli altri, negando hanno più timore di tutti, ma così tanto che se lo nascondono.
La ricorderemo come l’estate pirandelliana, finalmente è evidente che tutti abbiamo una maschera, sperando di ricordarlo e che tutto questo abbia un termine.
I tramonti sono solo scelte di emisfero che la luna sfrutta a suo vantaggio, ma in certi momenti è meglio non pensarci; se vi dovesse capitare non era il tramonto giusto, cambiate viale.
Buon.
 
 




Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Laurent Chéhère




#1

Beatrice coi suoi 30 anni aveva già quell’aria da zitella ringalluzzita che avrebbe dovuto acquisire con il passar del tempo.
Potevi immaginarla, a 45-50 anni, come madre di successo, anche senza figli; con una bella pelle idratata e i capelli lunghissimi, un culo da urlo e una grande competenza in ritocchini.
Cosa la rendesse tale penso fosse quel sottostrato di conformismo e di bisogno di piacere a tutti, insicura fino al parossismo; non rispondeva mai in modo spontaneo, vedevi che si fermava, per carità non è detto che riflettere sia sbagliato, anzi; ma se ti chiedo la vuoi la pasta? mi aspetto risposte semplici, non contorte elaborazioni intellettuali per arrivare a proferire – comunque – un sì o un no.

Nature come quella di Vincenzo erano al tempo stesso attratte e repulse da donne così, ma indubbiamente anche lui era uno di quelli che a retropensiero ci andava pesante, e lei era bella, molto.
Si erano incontrati a una noiosissima “cenetta” tra amici, la noia fu galeotta, essendo gli unici muti della combriccola, inevitabilmente iniziarono a conversare fra di loro.

Partirono parlando dei comuni amici per arrivare a scoprire di aver frequentato la stessa scuola elementare; ecco quando scopri un passato in comune con qualcuno ti rilassi, come se quel passato fosse una garanzia, una sicurezza, qualcosa che non può che averti reso buono e affidabile, almeno quanto me.

Beatrice si fidò di Vincenzo, iniziarono a frequentarsi, si piacevano davvero? Mah, secondo i comuni amici non c’era niente di più distante da Vincenzo di Beatrice e viceversa, eppure avevano la scuola elementare che li univa e questo – loro – non potevano capirlo.
Finché all’improvviso, un déjà vu; quel ragazzino stronzo che la pigliava in giro, più grande di lei, che ripeteva la quinta elementare da due anni; assomigliava moltissimo a Vincenzo, gli anni non corrispondevano, però.
Beatrice iniziò a osservarlo di sguincio, a sospettare, non avevano ancora fatto l’amore, a quel punto un’angoscia incontenibile la assalì e se si fosse ritrovata a letto con lui e scoperto che aveva IL neo a forma di ananas all’interno caviglia? quel neo che ricordava quando lui la buttava a terra nella polvere del cortile, gridandole “cicciona quattr’occhi, tuo padre vende i fiori al cimitero per farti essere così deforme?”

Fu allora che per Beatrice riuscire a vedergli la caviglia divenne un’ossessione, più del culo, dei ritocchini, di tutto; e riprese a mangiare, mangiare, come se la bambina fosse riapparsa dalle nebbie del passato; ma lui pareva non accorgersene, finché un pomeriggio sonnacchioso in cui lui era andato a trovarla – sperando che si arrivasse a concludere qualcosa – lei lo stordì con un caffè ‘corretto’ e, alla prima occasione, gli sollevò il pantalone, il neo era lì; la donna non si scompose e con un coltello asportò il neo in un colpo solo, mentre lui urlava di dolore e lei sussurrava: “Ora sì che siamo tutti e due diversi da quei bambini; io non sono più una cicciona quattr’occhi e tu non sei quello cattivo con il neo a forma di ananas”





Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.

 





AAA – Amore Ricercasi

 

Se in giro c’è un contatore state pur certi che lo azzererò, non posso non farlo.

Osservo le sue mani, eleganti e affusolate, si contrappongono alle mie, un po’ tozze e rotonde, con le fossette, anonime; e dico anonime perché adesso mi voglio bene, un tempo avrei detto brutte mani.

Io lo so che quelle mani furono la calamita per quell’amore.

Non ho idea di quanti amori “importanti” si possano avere nella vita, ma non credo che ci sia un numero prestabilito, più che altro è la nostra disponibilità; ho amiche che si innamorano di continuo e vivono tutto questo come un “continuum”: il continuum in matematica è un insieme totalmente ordinato, anzi “densamente ordinato”; credo mi manchi l’ordine.

Ho 57 anni, mi giro, direi che sono stati non più di tre gli amori miei; direi anche che ho il sentore di aver esaurito con essi tutta la passione per gli umani che avevo a disposizione.

Me lo hai chiesto, ti ospito.

Sei lento, sei sempre stato troppo lento per me o io troppo veloce per te, mentre tu elaboravi un pensiero cercando le parole, ero sempre già andata via; avanti di almeno tre pensieri, quando mi dicevi il tuo, ormai era già così finito che non ci capivamo.

Già, le teste non hanno tutte la stessa velocità: dalla nostra storia questo ho capito, cerca qualcuno che abbia il tuo ritmo, altrimenti lo sfasamento sarà costante e negli anni, a causa di una somma di distanze, diventerà impazienza.

L’impazienza allontana moltissimo.

Occhi scurissimi, sgranati e iperbolici come il grande naso aquilino al centro di una faccia irregolare, mantenuta a un grado zero di espressività; lo guardo, so per certo di averlo amato, nostro figlio è in mezzo a noi; ma nulla mi sovviene, non un ricordo, non una sensazione: solo le mani continuano a piacermi; ogni mia storia ha preso il via da un dettaglio.

Deve essere questa superficialità attenta alle minuzie che aveva in sé la fine; quanto tempo puoi amare delle mani?

Non saprei, allora ho pensato: “Anche tutta la vita”, ma a 23 anni tutta la vita saranno sì e no 10 anni; e non potevo vivere una vita sola.

Niente non ricordo nulla, quella di quella vita là deve essere morta allora, per fare spazio alla successiva, fino ad arrivare a questa: una vita un po’ accigliata, equidistante da tutto, che ha quasi azzerato ogni bisogno, spontaneamente.

Spero che i figli non chiedano mai, sarebbe imbarazzante dir loro: “Sì, rammento tuo padre, è senz’altro lui, ma ho smarrito ogni spiegazione; non c’è traccia. Allora prova a leggere questa lettera, me la scrisse lui, forse qua un motivo lo ritrovi…”

Ecco la certezza del passato è nelle cose, non nel ricordo.

 





La domenica spara pensieri.

La domenica è la giornata in cui mi metto il cappotto sopra la camicia da notte e prendo il caffè nel terrazzino della cucina, sì anche se piove, a meno che non diluvi.
Il terrazzino della cucina è interno, ma sugli altri terrazzini non c’è mai nessuno; sì certo ci mettono le piante, stendono i panni, ci tengono la frutta, le patate; ma mai nessuno che ci passi del tempo inutile.
I cortili interni di Roma sono diventati silenziosi, da piccola erano sempre pieni di bambini vocianti, della signora che ti sgridava per qualsiasi gioco tu facessi, del nonno che era rimasto in casa con la figlia, dei panni stesi e anche di qualche roba vecchia “che ora la sto per buttare…”
Avete fatto finire i bambini.
Si sono trasformati e non assomigliano affatto a bambini, saccenti oltre modo, è diventato difficile giocarci; ci vuole di più a ricordargli come si fa.
Mi affaccio, anche gatto Otello si affaccia con me, ci guardiamo e poi – come vecchi sulla panchina – riprendiamo a osservare nella stessa direzione; in attesa ogni domenica mattina di un cambiamento in questa chiostrina dove si sente il fischio del treno che parte o che arriva, dove planano gabbiani giganti che attaccano tutto quello che possono attaccare; belli, eleganti, grande apertura alare, minacciosi pure.
Il famoso Jonathan Livingston, di professione gabbiano letterario, cosa penserebbe di questa specie predatrice, non erano loro quelli che volavano ovunque simbolo di libertà?
Anche il gabbiano è rimasto vittima del liberismo del cazzo, scusate, ma è proprio una pratica del cazzo il liberismo.
E mentre quintali di persone si riversano in questa città a cinque minuti da me, e mentre quintali di persone partono da questa città a cinque minuti da me; noi, che viviamo alla stazione, stazioniamo, sapendo che basterebbero cinque minuti cinque per fare un biglietto e andarsene.
Ecco, per questo mi piace stare qua, perché stazionando la precarietà è comunque evidente e quel biglietto prima o poi si farà.
A cinque minuti da me.

(a volte il dubbio se vada una virgola o un punto e virgola o un punto mi blocca, la punteggiatura non me l’hanno insegnata e allora la metto in base al mio respiro, si respira sempre diversamente)

 

 





Love is in the hair.

Ormai non ho più dubbi, dopo tanti anni che mi frequento ne ho certezza, un QI medio-alto non esclude assolutamente la deficienza, anzi spesso c’è e non la vede, troppo preso ad ignorare l’ovvio per vocazione.
Sto parlando della mia deficienza, ovviamente.
Come si sa i parrucchieri sono ladri, con affetto, ma lo penso; immorale 150/200 euro per una tinta su capelli lunghi al massimo 5 cm, eppure questo chiedono, lo chiedono senza ricevuta, aspettandosi la tua gratitudine eterna perché “bellamia, non era mica facile sistemarti, oh vieni dal parrucchiere ogni tre mesi, se ti pare normale.”
Già, so che c’è chi ci va ogni settimana; ancor prima dei soldi: “Minchia, che palle sorella, ma non ti annoi?”.
Tre ore inchiodata su una poltrona con uno specchio a 20 cm da te che, inesorabile ti riflette tutta, ma proprio tuttissima, con riviste di gusto pessimo, di estetica o pseudomedicoscientifichepiccolopuntoedintorni.
Non sia mai entri nel tunnel dei colpi di luce, delle mèches, dei colpi di luna e del colpo che te pija quando paghi, le ore si triplicano.
Anche perché tutti questi colpi che ti applicano in testa, poi richiedono – ehm qual è il plurale di shampoo? Ecco, quelli – ultraspecifici a base di caviale, di unghie tritate di dodi estoni, di foglie di putrescilla evanescens; che lo capite da voi costano, sono così rari, questi prodotti costano, cavolo! Non capisci la ricerca che c’è dietro…
La ricerca, ma ora io dico ma chi si alza al mattino e va a tritare unghie per lo shampoo e si fa inviare il caviale per i capelli anziché mangiarlo? 
Il sospetto che sia una roba di fuffa ben confezionata è inevitabile.

E il balsamo? Che fai non ce lo metti il balsamo dopo la tinta?
Ho provato a dire: “No, il balsamo no, grazie. Mi spiaccica i capelli sulla capoccia, che sembrano quelli di Pinocchio dipinti”
Indignazione grande della sciampista: “Ma come il balsamo no? allora una crema… non lo sa che i capelli vanno nutriti?”
Ecco, no, in effetti non lo avevo mai considerato di avere dei capelli biafrani sulla testolina, m’erano sembrati sazi; sono io che sono una rozza, è evidente.
Ma il parrucchiere è là, tu sei evidentemente il soggetto debole, ti guarda con occhio complice e ti dice: “Costa un po’, ma vedrai la differenza” che tu torni a casa e già  ti senti diversa, una donna migliore, una donna a cui hanno detto “puoi migliorare”.
Giuro che io dal parrucchiere ci vorrei andare accompagnata dal mio avvocato, è evidente che tutto quello che ti dicono, ti offrono, ti impongono corrisponde alla circonvenzione di incapace.

La menata in questione, oltre a sottolineare l’aggravamento della mia graforrea sull’inutile e dintorni, mi porta dritta alla scelta di tornare a farmi l’henné; sì lo so si potrebbe aprire un lungo dibattito sul perché il colore che abbiamo in testa non ci piace mai, ma non credo che si arriverà mai ad una conclusione concreta, ad un logaritmo che spieghi l’insoddisfazione congenita, quindi andrei oltre.
Certo potrei tenerli del loro colorechenonmipiace… magari ci arriverò.
Henné, l’ho fatto per anni, e che ci vuole?
Basta una mezza giornata e la speranza che la polvere in questione non ti accenda di un bel rosso menopausa, che sai quanti se ne vedono?
A volte sono menopausate sulla testa e sulle sopracciglia no, ma quello che conta è la disinvoltura.
Dicevo mezza giornata che trascorre – nel mio caso – con la capoccia avvolta nella carta stagnola e con abbondanti e voluttuose sciarpe di carta igienica intorno al collo, da cambiar sovente che si impregnano di quella mota verde cacca di gallina in punto di morte che ti cola giù; il tutto accompagnato da un delizioso odore di insalata mista, grazie all’aceto che fissa.
Cosa?
Non lo so, ma fissa e quindi lo aggiungo per non esser da meno, forse fissa le capre come me che lo utilizzano.
Per curiosità e spirito pionieristico – e qui si arriva alla deficienza poente – digito henné su google… 
Adesso sono qua, che vi scrivo, paralizzata dalle infinite possibilità che mi si sono aperte davanti.
Del tipo, lo faccio ossidare per 5 o 8 ore?

È meglio l’ossidazione sulla testa o nella ciotola?
La ciotola di legno o di plastica o di coccio?
Ci aggiungo il limone, lo yogurt, la monetina di rame o tutti e tre?
E quando ce li aggiungo, prima, dopo o durante l’ossidazione?
E poi quanto lo faccio stare?
Un universo parallelo mi si è svelato, ci sono donne che ci vanno a letto con l’impiastro sulla testa, altre che invece si ficcano sotto un casco a temperature vulcaniche, altre che a metà del cammin tinto ci aggiungono gli olii essenziali (quelli invisibili al piccolo principe).
E devo usare la cucchiara di legno o un normale cucchiaio da minestra?
Ci si sono ammazzate in un forum su questa ultima questione, che a me pare irrilevante, ma perché, diciamolo, la mia femminilità non è venuta proprio bene bene, mi sa…

È così che ho scoperto che esiste capellidifata.it, che ci sono donne che si filmano anche quando si fanno l’henné, si fanno la foto prima, dopo e durante.
Sì, sì, sono anche giovani, non come me che ci ho una certa, che divento ogni giorno sempre più scontrosa, ma con amabilità.
E adesso dovrei farmi l’henné, ma sono piena di dubbi, solo una cosa so per certo che il Dio dei Capelli non ci ha mai capito molto su quale capello sta bene a noi, un incompetente, per questo ha creato i parrucchieri, che evidentemente sono degli Dei scesi in terra e per questo si fanno pagare tanto, anzi sarà il caso di ringraziarli che non ci chiedano sacrifici umani per una nuance perfetta.
E ora parliamone, come me lo devo fa’ st’henné?
Mi tengo in testa il colore topo evaso da Alcatraz, oppure no?
Certi fine settimana son tutti in salita.