Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera

Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.

Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.

E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.

A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832);
a destra: Il colera a Parigi  (litografia, 1832)

Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.

L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.

I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».

L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)

«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.

Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836

Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».

Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».

Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».

Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».

Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».

I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».

Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.

Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».

Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)

Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.

Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia

Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.

La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.

Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)

Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».

«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more
».

L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.

La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.





Andrea e la notte.

Una vecchia Fiat Tipo si ferma davanti all’Ospedale, lo sportello lato passeggero si apre e Andrea guarda dentro: “chi sei?” dice con voce stanca, “Montalbano sono, acchiana”.

Camilleri allora si assetta nel sedile sformato della Tipo “fino a ora qui si sono seduti solo culi stanchi di poliziotti…

Si allaccia la cintura di sicurezza e voltandosi verso Salvo Montalbano gli dice “dovresti allacciartela pure tu, la cintura, che non può mai sapere”.

Non mi rompere i cabbasisi, Maestro” lo rimbrotta il Commissario, ma non riesce a imprimere il giusto tono alla risposta, si capisce che è di malumore.

Ma ce l’hai con me? Eppure ti ho fatto vivere numerosissime avventure, hai conosciuto cristiani strani e un repertorio di pazzi da fare invidia a Lombroso…ti conoscono in tutto il mondo… pure i giapponesi!

 “Non mi hai fatto sposare con Lidia…anzi mi hai messo spesso in imbrogli con fimmine maligne che hanno messo in crisi la mia relazione” lo rimbrotta Montalbano “e in tutte le storie mi hai sempre fatto condurre indagini complicatissime e infarcite di cadaveri facendomi affiancare da poliziotti surreali, folcloristici, inverosimili”.

La finzione letteraria me lo ha imposto, Salvo: ma ti ho voluto sempre bene. Nonostante i Signori Critici Letterari mi abbiano spesso accusato di disperdere inutilmente il mio talento inventando sempre nuove storie per te”.

La vecchia Tipo scivola nella notte, la carrozzeria cigola e il motore borbotta, Andrea Camilleri scruta dal finestrino, cerca un riferimento visivo, un indizio, un segnale stradale che gli faccia riconoscere la strada che stanno percorrendo, ma oltre al cono dei fari sulla serpentina di asfalto non si vede altro: sembra che la notte abbia inghiottito Montelusa, Vigata, Fela e la Sicilia tutta.

Salvo, dove mi stai portando?” dice ad un certo punto il vecchio scrittore.

Dove ti porto? Dove andiamo insieme!

Camilleri rimane in silenzio, ha capito dove vuole andare a parare il Commissario Montalbano, lo ha creato lui – sbirro ma intelligente.

Andrea, i personaggi di uno scrittore famoso vivono e compiono gesta mirabolanti o azioni malsane finché l’autore che li ha immaginati ha abbastanza neuroni funzionanti per scrivere altre storie, perciò io muoio insieme a te”.

Permettimi di dissentire” dice allora Camilleri “tu, ingrato di uno sbirro di provincia, resterai in eterno nei libri che ho scritto, e la gente continuerà a leggere le tue storie e a rovellarsi pagina dopo pagina sul come quel grande poliziotto – curtu e malu cavatu – risolverà il delitto sul quale sta indagando”.

La macchina si ferma, dai finestrini aperti arriva lo scruscio del mare e un ciavuru irresistibile di spaghetti al nivuru di siccia che arricciano lo stomaco, le luci della trattoria sul lungomare sembrano più basse del solito.

Ma che succede? Si misero a lutto? Andiamoci a dire a Calogero che ci deve fare mangiare a solito suo, la sua cucina risveglia i morti”.

Ecco appunto” dice Montalbano scendendo dalla Tipo che sfrigola e fete di freni abbruciati, poi apre lo sportello del passeggero e prende sottobraccio Andrea Camilleri.

Si avvicina Calogero, rivolge uno sguardo rispettoso al vecchio Scrittore, poi dice a Montalbano “oggi abbiamo spigole di mare, le pigliò mio cognato stanotte a Capo Passero, ancora abballanu nel panaro in cucina…ve ne addobbo qualcuna all’acqua pazza

Montalbano annuisce e accompagna Andrea Camilleri all’unico tavolo della trattoria.

Si assettano e dalla penombra esce un cristiano, Montalbano fa per prendere la pistola ma quello si presenta “vi devo accompagnare da una parte, starete bene e in compagnia, ve l’assicuro”.

Andrea Camilleri riconosce la voce “Publio Virgilio Marone! E’ quindi arrivata la mia ora? All’inferno ci porti?

E l’uomo vestito con una tunica ribatte “non ci rompete i cabbasisi tutti e due, che vi porto a fare in paradiso, vi annoiereste, da morire veramente”.

Si abbassano le luci, arriva Calogero “prima si mangia”, dice con un tono che non ammette repliche e serve antipasto di rizzi di mare e purpiteddi murati, caponata e insalata vastasa .

La macchina da presa va a ritroso verso il mare, il primo piano diventa un campo lungo, poi sprofonda nel mare di Punta Secca.

Palermo 17/07/2019

 





Gli stati della fotografia: solido, liquido, gassoso.

Ho un punto di vista chimico-fisico sulla fotografia, sarà colpa del mio essere farmacista?

La fotografia nasce solida: solida come le lastre di vetro e le grandi macchine che servivano a scattare fotografie nelle quali la luce e il lampo del magnesio fermavano gruppi familiari riuniti intorno al padre e alla madre, soldatini in atteggiamento marziale, uomini e donne spaesati nel momento di fare i documenti per emigrare. E queste fotografie si stampavano, adoperando supporti e prodotti che hanno consentito alla maggior parte di quelle stampe di resistere al tempo e alla vita dei protagonisti ritratti, arrivando ai nostri giorni e ai nostri muri. Le foto del nonno morto un secolo fa, in quella posa così gentile passeranno, quando io non ci sarò più, sulle pareti di altre case: speriamo non sia un rigattiere a ricollocarle.

La fotografia è stata solida come
le reflex degli anni Sessanta, di vero e pesante metallo che hanno documentato
le rivoluzioni e molte guerre, solida come le certezze dei rivoluzionari
immortalati dai reporter, solida come le reflex giapponesi che hanno resistito
ai miei maltrattamenti di rustico ventenne.

E da queste macchine, alimentate da rullini che concedevano la moderata creatività di 36 pose al massimo, sono usciti negativi solidi, stampati su carte fotografiche belle ma poco resistenti, paradossalmente, alla luce.

La  fotografia solida ritrae il nonno diciassettenne alle armi, nel 1919. Nonostante siano passati cento anni, ancora si conserva“.
Antonio Musotto

Poi, appaiono le prime macchine digitali e la fotografia diventa liquida: liquida, come la possibilità di scambiare velocemente i file di pochi megabyte e trasportarli su pendrive o dischetti, diventa liquida perché è spesso lasciata ad invecchiare sugli hard disk e riscoperta dopo anni con quel sapore di vino vecchio, non sempre buono, diventa liquida perché spesso, come quando si tira involontariamente il tappo della vasca, i file contenuti nelle schede di memoria vengono cancellati senza lasciare traccia, per essere rimpiazzati da altri file. Ricordo quando acquistai la mia prima fotocamera digitale, poco più di un giocattolo, con un piccolo sensore di soli 3 megabyte: mio figlio la maneggiò per qualche istante poi mi chiese “papà, dove si mette il rullino?”, e, quando risposi che non serviva il rullino,  sentenziò “allora non serve a niente, è finta!” Non era troppo lontano dalla realtà.

La fotografia liquida è quella scattata a Cefalù per caso, con una rudimentale Panasonic Fz27 da appena 6 megapixel” © Antonio Musotto

Infine la fotografia diventa gassosa perché il supporto che la trasporta, lo smartphone o il social, sono effimeri e precari, e basta che il supporto si guasti o venga smarrito per fare evaporare i byte, e farli perdere per sempre: come quando Ulisse (fu lui?) aprì gli otri di Eolo e i venti si dispersero. La fotografia gassosa è come il profumo, anche il più intenso dopo un po’ perde il senso, e si dimentica. Ha un pregio, quello di costringere all’oblio digitale milioni di scatti insulsi, di foto di brutte feste, brutte cene, insulsi incontri. La fotografia gassosa costringe a complicate operazioni per essere trasportata da un telefono all’altro e spesso, al momento di avviare il nuovo smartphone così lucido e levigato, si decide che quelle immagini avevano senso solo nel momento in cui si possedeva il device con il quale furono scattate, e allora si eliminano, per sempre.

La fotografia gassosa porta con sé la perniciosa e contagiosa patologia del selfie: il selfista cronico è un essere senza identità, che affida al selfie quotidiano la certificazione del suo essere in vita, e la affida ai social affinché altri sappiano che lui – anche se non ha alcun valore – esiste. Forse, altrimenti è come un gas, inodore, incolore e insapore che si dissolve nell’istante stesso in cui viene realizzato.

La fotografia gassosa è un selfie con Tommi, che se non avessi attivato il salvataggio delle foto dal telefono sul cloud sarebbe andata perduta alla sostituzione del melafonino che la scattò due anni fa
© Antonio Musotto

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright, le altre sono coperte dal diritto d’autore © Antonio Musotto




Todo Mundo I & II

Riflessioni invernali a Mondello tratta da “Sicilia 1.0” ©AntonioMusotto

Da piccolo, mi dicono, raccontavo un sacco di bugie. Crescendo ho iniziato a scrivere racconti.

Se dovessi descrivere il processo che mi ha portato a riempire pagine di parole, passare giorni e mesi a limare e allisciare, fino a ridurre i testi scorrevoli e agevoli come un osso scarificato, lo riassumerei come ho fatto nella prima riga.

C’è stato un momento catartico, in cui ho pensato che le cose che stavo cominciando a (ri)scrivere potevano essere lette da qualcun altro.

E così ho cominciato a somministrare (perdonatemi il termine, sono un farmacista) i fogli freschi di stampante a quei conoscenti che sapevo essere afflitti dalla malattia della lettura.

Ad un certo punto la quantità di questi racconti era tale da poterci fare una raccolta, ho cercato uno sponsor, è stato pubblicato un libro, del quale ne ho regalato in giro un migliaio di copie.

Solo dopo ho avuto il desiderio di capire se potevo in qualche modo incanalare e organizzare il ribollire delle idee che premevano per fluire dal cervello alla tastiera, e ho iniziato a frequentare un laboratorio di scrittura.

Ci siamo dati appuntamento una volta a settimana per quattro anni di seguito, poi ho capito che non traevo più benefici dall’ascolto e dal confronto con gli altri ed ho lasciato perdere, mi ero fatto tanti amici ma anche tanti nemici, tutti quelli e quelle ai quali avevo detto, in un impeto di sincerità, nelle riunioni serali intorno al tavolo del laboratorio “questa cosa che hai scritto fa veramente schifo”.

Con alcune di quelle persone che hanno animato il laboratorio del Vicolo della Rosa all’Alloro (già l’indirizzo era un racconto in sé) sono rimasto in ottimi rapporti, con altri ci sentiamo raramente o artificialmente tramite i social, altri ancora li ho dimenticati o cancellati del tutto: qualcuno faceva proprio schifo e non mi manca per niente.

Nel frattempo il lavoro-avevo un nuovo incarico, che mi faceva restare a casa davanti al computer-mi aiutava ad avere Tempo per scrivere, e così tra il 2000 e il 2010 ho scritto veramente una montagna di storie.

C’era anche la novità di potersi confrontare con sconosciuti e sconosciute tramite il blog, era un bel vantaggio perché non bisognava mediare la lettura tramite la conoscenza diretta del generatore di scritture.

In linea di massima è stato un bel periodo, nel quale ho acquisito lettori che ancora mi seguono sui social.

Poi, “essere blogger” è diventata una illusione commerciale, molti hanno creduto-stoltamente-di poter “fare soldi” attraverso il blog, credo che al giorno d’oggi il termine “blogger” tenda a marchiare stupidi con idee di successo, ma meglio non approfondire.

Ho pubblicato con diversi editori una serie di raccolte di racconti, ho fatto l’editor (litigando con chi mi sottoponeva testi di ogni consistenza: “è orribile, lascia perdere” è stato il mio cavallo di battaglia per la maggior parte dei testi che ricevevo) ho smesso di fare l’editor, sono stato schiavizzato dagli orari del nuovo lavoro, la creatività è stata assorbita dal tempo speso sui social, in definitiva scrivo molto meno.

Ciononostante posso vantarmi (vantarmi?) di avere pubblicato un libro all’anno, o di essere stato presente in una raccolta collettiva,. Non faccio l’elenco, basta googleizzare e qualcosa viene fuori.

Alcuni anni fa un mio ex editore mi chiamò “Antonio, c’è uno che vuole fare un film da un tuo racconto…chiedigli  tanti soldi”.

Insomma contattai questo “qualcuno” che era un giovane regista alla sua prima esperienza, coetaneo dei miei figli e pieno di entusiasmo e di idee straordinarie, gli concessi gratuitamente il soggetto e non me sono pentito, subito dopo ho cambiato anche editore.

Todo Mundo II è una raccolta che segue Todo Mundo I (ma nel frattempo ci sono stati il libro di fotografie narrative “Sicilia 1.0” e “800A” e anche un racconto sulla raccolta dei finalisti del Premio Moak) e che contiene racconti nuovi e racconti recuperati e rieditati da raccolte che non si trovano più in commercio., sono storie diverse “storie normali di gente strana e storie strane di gente normale” nelle quali voglio disegnare una scena, infilarci i personaggi, far scaturire un incidente narrativo, arrivare ad una conclusione.

Provate a leggerle, e poi ne parliamo, se volete.