Chiluzzo
per Mathilde
Era una biondina dal bel seno e dalla pelle bianchissima; senz’altro straniera.
Aveva in affitto un appartamento, ricavato all’interno delle antiche mura della città, con un balconcino stretto e lungo a non più di un metro e mezzo al di sopra del banco di marmo su cui Chiluzzo tagliava ogni giorno tranci di pesce spada, svuotava calamari, apriva con un coltello acuminato ostriche e ricci da servire ai turisti del “molto, molto pittoresco” ristorante in cui lavorava.
Era stata subito adottata dalla gente della piazza. Soltanto all’inizio, appena arrivata, due malacarne l’avevano seguita intenzionati a scipparla, ma era bastato il fremito della “panza” del “signò” Ciro a farli allontanare.
Quando “l’inglisa”, come da subito avevano cominciato a chiamarla, indossando un cappello di paglia e un caffetano azzurro, traversava piazza Kalsa diretta al mare, a visitare un monumento o chissà dove, tutti la guardavano: i venditori ambulanti, gli sfasciacarrozze, gli sfaccendati seduti ad ascoltare alla radio canzoni neomelodiche, le donne dietro i banchetti delle sigarette di contrabbando e anche Chiluzzo s’imbambolava a osservarla e smetteva di impilare i cartoni di birra sul carrellino.
Il movimento dell’orlo del caffetano gli ricordava quello delle onde del mare e lo calmava: perché in lui, da sempre, o almeno da quando era in grado di ricordare, covava una rabbia contro tutto e tutti: per il proprio aspetto, troppo basso e peloso; per il suo lavoro in nero, per quel continuo squamare pesci che altri avrebbero mangiato. Era come avere un gatto aggrappato allo stomaco. A volte era più feroce degli altri giorni e lui doveva sforzarsi per non aggredire qualcuno, così, senza motivo. Riusciva a calmarsi solo quando strappava il grumo sanguinolento delle interiora dai pesci sul banco e le gettava ai gatti in attesa o quando guardava “l’inglisa”.
Una mattina gli era passata così vicina da essere riuscito ad avvertire il suo profumo. Più di una volta guardandola camminare, inebetito e stupito al tempo stesso, aveva rischiato di far cadere le cassette di birra dal carrellino. E Ninì, il principale, lo aveva richiamato.
«Unnè cosa tua. Pensa a travagghiari1»
Lui aveva continuato a sollevare le casse, indifferente, perché, si consolava, aveva un altro posto, solo suo, per guardarla indisturbato.
La sera quando l’alogena era accesa sul bancone da lavoro la luce lambiva la strada da cui sarebbe tornata; bastava aspettare e alzare ogni tanto lo guardo verso il balconcino.
Una volta era anche venuta a cena al ristorante, ma non era stato come lui aveva immaginato.
Era arrivata in compagnia di un ragazzo dalla camicia firmata e le scarpe lucide. Chiluzzo lo aveva odiato con tutte le proprie forze e ancora di più. Aveva odiato anche se stesso, per quel suo lavoro da niente che gli impediva di uscire da dietro il bancone e saltare addosso a quel fighetto. Anche se i due erano molto vicini, non riusciva a distinguere il profumo di lei, coperto da quello della colonia dell’altro, costata, lo sapeva, almeno quanto il suo guadagno di una settimana di lavoro.
Si era vendicato, però: quando il ragazzo aveva ordinato di gamberoni glieli aveva serviti senza togliere il tratto scuro dell’intestino. Mangiasse anche la cacca: lo meritava.
L’inglisa invece gli aveva dato soddisfazione: alla fine della cena, dopo aver bevuto con calma il limoncello della casa si era alzata, aveva rivolto poche parole al suo accompagnatore, lo aveva salutato con un cenno rapido della mano ed era andata via.
Chiluzzo l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando l’aveva vista girare l’angolo, mentre, il ragazzo guardava “imparpagliato” la punta dei propri mocassini, pagava il conto. Lui, invece, aveva aspettato che la luce dell’appartamento sopra la sua testa si accendesse e solo allora si era concesso un sorriso.
Non avrebbe saputo dire, ma forse quella sera era stato felice.
La serata era torrida.
Le finestre delle case, anche di quella sul banco del pesce, erano spalancate.
Chiluzzo raccolse con le dita della mano uno sbuffo d’acqua dalla bacinella accanto a lui, la spruzzò sui pesci del bancone, guardò verso l’alto. Senza nessuno sforzo, se non quello di alzarsi sulle punte delle scarpacce da lavoro, la vide passare e ripassare dietro le imposte aperte, sedere sul divano giallo, alzarsi, andare nell’altra stanza, tornare, con la stessa leggerezza di quando traversava la piazza.
La spiò attento, gli occhi spalancati.
Poi l’inglisa chiuse le tende e a lui non rimase altro che osservare la sagoma di lei muoversi nella controluce.
Alla fibrillazione si sostituì la delusione e Chiluzzo ricominciò, stizzito, a sventrare pesci e ad aprire frutti di mare, ma quella era una sera d’afa, scirocco e sorprese, perché, cinque minuti dopo, l’inglisa riaprì le tende e si affacciò, sporgendosi verso il filo di metallo usato per stendere la biancheria.
Per Chiluzzo fu un’apparizione: se avesse alzato il braccio avrebbe potuto toccarle le mani. La guardò ancora e ancora: aveva i piedi scalzi e indossava qualcosa di bianco, lungo appena oltre il ginocchio. Sembrava, pensò, uno di quei dolci d’albume preparati da sua nonna quando lui era bambino. Più che un ricordo era una sensazione, come sentirsi dentro un silenzio simile a quello dei corridoi delle elementari quando, durante le ore di lezione, lo allontanavano dall’aula; un estraniarsi ovattato che però sparì quando un alito di vento caldo mosse le foglie degli alberi e un cameriere batté sul banco per sollecitare la spigola alla brace da servire. Lui tolse in automatico il grosso pesce dalla griglia, lo dispose sul piatto di portata, continuò a guardare verso il balconcino.
L’inglisa scosse oltre la ringhiera qualcosa di azzurro che si distese nell’aria con uno schiocco. Chiluzzo riconobbe il caffetano: lo aveva lavato e lo stendeva ad asciugare. Lo aveva appena ripiegato sul filo di metallo, quando una raffica di scirocco lo agitò, lo gonfiò, lo fece volare prima che lei potesse fissarlo con le mollette.
Chiluzzo lo vide fluttuare nell’aria, cadere e scivolare all’interno dello spazio tra il banco frigo e il muschio delle mura.
L’inglisa arrivò subito dopo: girò l’angolo e andò, quasi di corsa, verso il banco. Cercò con lo sguardo in direzione del punto in cui sarebbe dovuto essere il caffetano, non lo trovò, si voltò confusa verso Chiluzzo. Sulla lunga maglietta bianca aveva stampato il volto colorato di Minnie, non era più scalza, ma indossava delle infradito di cuoio.
A Chiluzzo sembrò una di quelle modella della pubblicità. Non ebbe esitazioni: afferrò il coltellaccio più lungo, si distese sul ripiano del banco frigo, ficcò la mano col coltello nella fessura, armeggiò nello scuro fino a quando arpionò il caffetano e lo tirò fuori. Con quel pezzo di stoffa pendente dal coltello si sentì un eroe. Saltò giù, tolse il caffetano dalla punta della lama, lo ripiegò al meglio, lo porse all’inglisa.
«Grazie» lei gli disse.
Fece per parlargli ancora, si bloccò a inseguire un pensiero, indicò se stessa.
«Marianne» proseguì.
Chiluzzo era confuso, incapace di pensare.
«Michele. Micheluzzo» riuscì però a dirle.
«Grazie allora Michele» lei continuò.
Chiluzzo si confuse ancora di più; anche se all’esterno sembrava calmo dentro di lui tremava e tremava: mai fino ad allora l’altra gli aveva parlato e gli era stata così vicina.
«Sei inglese?» trovò il coraggio di chiederle per prolungare quel momento.
«Francese» lei rispose «di La Rochelle».
Chiluzzo aveva una vaga idea di quanto fosse lontana la Francia da piazza Kalsa, figurarsi sapere dove fosse La Rochelle; ma, in quel momento, fu certo di sapere su Marianne qualcosa di sconosciuto agli altri del quartiere e seppe, anche, che avrebbe conservato nel proprio ricordo quel momento di confidenza, come un attimo di intimità condivisa.
Nella sua percezione fu come vivere sospeso all’interno di un lungo momento sognante, ma, nella realtà, tutto durò pochissimo: il tempo che Marianne impiegò a posargli la mano sull’avambraccio, a ritirarla.
«Grazie ancora Michele» disse poi, prima di andare via.
Chiluzzo rimase imbambolato, il coltellaccio in mano. Strusciò piano la lama del coltello sul palmo, come ad affilarlo.
«Pensa a travagghiari. Un t’annappiari. Un tinnipao infortunio2» Ninì gli urlò.
Lui allora tornò al bancone, aprì il ventre di un grosso capone steso sul marmo, ne tirò fuori le viscere, le buttò in terra, lo decapitò con una mannaia e con colpi ripetuti e violenti lo ridusse a tranci.
- “Non è per te. Pensa a lavorare”
- “Pensa a lavorare. Non ti pago se ti infortuni”
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