Cajkovskij, musica oltre confine

Tutto incomincia per me il 23 febbraio di qualche anno fa. Mi trovavo in Estonia, precisamente ad Haapsalu, una cittadina affacciata sul mare nell’Estonia occidentale. In quel giorno in Estonia si festeggia l’indipendenza dalla Russia ottenuta nel 1918. Mi ricordo che dopo un delizioso pranzo che prevedeva pesce gatto su un letto di sugo molto speziato e una sorta di purea di patate (immancabili) l’atto digestivo venne consumato durante una passeggiata sulle rive del mare ghiacciato che circonda la cittadina – una parentesi curiosa: in Estonia, e nei paesi limitrofi, il clima spesso non molto delicato, costringe il Mar Baltico (più precisamente il golfo di Finlandia) ad una enorme distesa di ghiaccio e niente più, sulla quale in pieno inverno viene aperta un’autostrada (percorribile solo di giorno e costantemente monitorata) che collega l’Estonia con la Finlandia. Tornando alla passeggiata i miei amici (una meravigliosa coppia di musicisti, uno ungherese e un’italiana. Sembra una barzelletta!) invitarono me e la mia ragazza a sederci su una panchina che guardava il mare. Senza saperlo eravamo seduti a guardare quella enorme distesa di ghiaccio sulla panchina di Cajkovskij…

Petr Il’ic Cajkovskij (Votkinsk, 7 maggio 1840 – San Pietroburgo 6 novembre 1893) è ricordato e riconosciuto come uno dei più noti (per alcuni il più noto) compositori russi del postromanticismo.
Nato da una famiglia borghese e benestante (padre ingegnere minerario e madre marchesa d’Assier, nata in Francia e trapiantata in Russia) il giovane Cajkovskij venne indirizzato agli studi da magistrato finiti i quali ottenne un mediocre impiego al ministero della giustizia che abbandonò nel 1862 per dedicarsi anima e corpo allo studio della musica nel primo conservatorio russo di Pietroburgo. Qui studiò composizione con N. I. Saremba e orchestrazione con A. Rubinstein.
Forse sulle orme dell’ormai più che defunto Beethoven (morto a Vienna nel 1827), il giovane russo compose Ode alla gioia su testo dell’omonima poesia di Schiller per l’occasione tradotta in russo.
Negli anni successivi, dopo essersi adattato al lavoro di copista per racimolare soldi, venne assunto come professore di composizione nel neonato conservatorio di Mosca. Qui compose i suoi primi capolavori come Il lago dei cigni (balletto), I concerto per pianoforte, le sue prime tre sinfonie, alcune opere ed altre composizioni passate alla storia come minori.
Nel 1875 conobbe Camille Saint–Seans e l’anno successivo, durante un viaggio in Europa, frequentò altri compositori europei senza però riuscire ad incontrare il tanto desiderato Richard Wagner.
Al ritorno dal viaggio europeo Cajkovskij venne a contatto con Nadezda von Meck (da poco vedova del marito Georg, costruttore e proprietario delle prime due linee ferroviarie russe) che presto si trasformò nella sua mecenate – contrattarono una pensione annua di circa 6.000 rubli senza nessun altro tipo di sovvenzionamento. Sotto la sua ala di sicurezza, quantomeno economica, il compositore scrisse alcuni dei suoi più grandi capolavori come la IV sinfonia, Francesca da Rimini e Eugenio Onegin.
L’anno successivo (1877), precisamente il 18 luglio, prese in sposa Antonina Miljukova. La relazione fu un tale disastro che dopo tre mesi il giovane tentò il suicidio. Venne tratto in salvo dai suoi amici che lo obbligarono ad una residenza tra la Svizzera e l’Italia dove pian piano poté ritrovare la serenità e lo spirito creativo, quel tanto che gli bastò per scrivere il famosissimo Concerto per violino e l’opera, meno nota, La pulzella d’Orléans. Da qui in avanti la sua vita fu ricca di successi: 1891 inaugurazione della Carnegie Hall di New york, 1893 diploma di dottore in musica all’università di Cambridge, sempre nel 1893, il 28 ottobre, diresse a Pietroburgo la prima esecuzione della VI sinfonia, La patetica. La storia ci dice che il giorno dopo si ammalò di colera per morire il successivo 6 novembre.
Anche se forse al pubblico dei nostri giorni può sembrare assurdo, Cajkovskij non fu da tutti considerato il grande compositore russo come noi lo conosciamo. Negli stessi anni in cui il nostro compositore operava era sempre più forte l’esigenza di dare una sorta di nazionalità alla musica. Questo non accadeva soltanto in Russia bensì contemporaneamente compositori inglesi, spagnoli, scandinavi ed est-europei rivendicavano la propria esistenza nei parametri della loro musica popolare. Questi gruppi cercavano di lottare contro l’universale egemonia del patrimonio musicale italo – franco – tedesco. Nascevano così le cosiddette scuole nazionali. Nella Russia di Cajkovskij si formò il mogucaja kucka (gruppetto possente) più noto in Occidente come “Gruppo dei Cinque” formato da Milij Alekseevic Balakirev (1837 – 1910), Cezar’Antonovic Kjui (1835 – 1918),  Modest Petrovic Musorgskij (1939 – 1881), Nikolaj Andreevic Rimskij – Korsakov (1844 – 1908) e Aleksandr Porfirievic Borodin (1833 – 1887). Il sodalizio, che in totale durò circa un decennio, aveva il compito di difendere e di promuovere la musica russa il suo folklore e la sua popolarità, non nel moderno senso della parola POP ma nel senso di musica popolare. I Cinque erano inspirati da Michail Ivanovic Glinka (1804 – 1857), probabilmente il primo compositore russo a rivolgere la sua attenzione al patrimonio folclorico nazionale e che inaugurò la tradizione del “dilettantismo” mirando alla formazione dei musicisti lontano dai centri accademici. Come poteva Cajkovskij, amante  della musica europea (va specificato che il suo maestro di composizione al conservatorio di Pietroburgo era un musicista di nazionalità tedesca impiantato in Russia) e accademico di chiara fama non essere uno dei primi bersagli? Ciò che non riusciva a spiegarsi neanche lo stesso compositore era come non si potesse essere nazionalisti amando comunque altre culture  – gli si può dare torto? D’altronde la musica non nasce e rappresenta proprio lo scambio tra diverse etnie e culture?

Io sono russo, russo fino al midollo delle ossa” scrisse in una lettera al fratello Modest. Un passo di una lettera indirizzata alla signora von Meck recita: “Perché dunque un semplice paesaggio russo, una passeggiata attraverso i campi, la foresta o la steppa, la sera, mi toccano al punto da costringermi a stendermi al suolo, lasciandomi pervadere da un torpore, da uno slancio d’amore per la natura, da questa atmosfera inebriante, di una inesprimibile dolcezza, che mi avvolge e che viene dalla foresta, dalla steppa, dal ruscello, dal villaggio lontano, dall’umile chiesa di campagna; in una parola da tutto ciò che costituisce il modesto ornamento del mio paese natale?”.

Un altro aspetto molto rilevante dello stile compositivo dell’autore, ma tutto sommato una caratteristica che non può prescindere dall’essere intrinseca nella vita stessa di Cajkovskij, è la credenza nel fato. Quel fato che tanto opprimeva i compositori romantici a cominciare da Beethoven (è noto come nella V sinfonia è il “fato che bussa alla porta” in quell’incipit oggi blasonato ma ancora travolgente) e che è stato spirito vitale nella ricerca compositiva di tutto il panorama musicale romantico. Cajkovskij, al quale storici e musicologi attribuiscono una ipersensibilità che lo porta a provare emozioni forti di fronte a elementi più disparati della vita quotidiana, vede nella sua musica (nelle sue ultime tre sinfonie è ancor più evidente, pensiamo solo alla Pastorale) sempre una lotta dell’uomo col divino nella quale è sempre l’uomo e la visione terrena a perdere.

L’essere accusato di non essere abbastanza russo sarà per lui un elemento di amarezza. D’altronde probabilmente fu lui il “più russo tra i russi”. E questo non è un mero e semplice luogo comune di chi scrive e probabilmente di chi leggerà ma è un giudizio basato su ciò che Glinka stesso mise in primo luogo nella ricerca e nel concepimento della musica russa. Cito testualmente la traduzione di una sua affermazione: “Vorrei unire con i legami legittimi del matrimonio il canto popolare russo e la buona vecchia fuga della tradizione occidentale”. Probabilmente l’errore del gruppo dei cinque fu quello di rinchiudere in regole burocraticamente fisse un pensiero che tutto sommato non rispettava in pieno neanche gli insegnamenti del loro venerato maestro. Volendo fare un parallelismo con ad esempio la politica non sono poi cosi rari esempi di pensieri nazionalistici o patriottici che hanno portato a creare piccole élites le quali, credendo di avere in pugno la verità assoluta, hanno umiliato il genere umano riducendo donne e uomini a carne da macello. Ma la storia, come la storia della musica, è fatta di uomini.
Le opere prima citate non costituiscono che una minuscola parte di tutto il patrimonio compositivo lasciatoci da Caikovskij che si snoda tra opere,  sei sinfonie (il musicologo russo Bogatyriov trovò degli appunti musicali che secondo la sua visione avrebbero composto la VII sinfonia), balletti e, seppur meno nota del resto, molta musica da camera (soprattutto dedicata al pianoforte).

Cajkovskij va forse considerato,
su un piano europeo, il padre della sinfonia postromantica che vedrà con Gustav
Mahler e Dimitri Shostacovich la sua più grande evoluzione. 

… sappiamo che, con lo sguardo volto a quel mare, Cajkovskij ultimò, fra tante, la VI sinfonia, la Pastorale, quella che egli stesso definì come il suo requiem. Una sinfonia (ne consiglio vivamente l’ascolto) che termina in un clima dolce e tetro allo stesso tempo, come è il clima in una gelida ma assolata giornata estone, tentando di cristallizzare la realtà e di imporre all’ascoltatore un silenzio interiore volto alla ricerca della propria fatale intimità. Non possiamo sapere cosa Cajkovskij provò guardando il mare, ma di sicuro possiamo sentirlo.





Dal “gelo” sovietico.

Era una rilassante giornata di settembre a Ischia. Isola che avevo preso l’abitudine di frequentare ogni anno, per dedicarmi a un totale relax dopo un anno lavorativo. Ma ahimè, nella fretta dei preparativi, non avevo portato con me nulla da leggere. Ok!  Senza perdermi d’animo, vado nell’unica e abbastanza scarna libreria vicina all’albergo. Osservo, guardo, memorizzo una serie di titoli ma nulla attirava la mia attenzione. Poi eccolo, la copertina lasciava poco spazio all’attrattiva e forse, proprio quello, attirò la mia curiosità. Non conoscevo l’autrice e accolsi la scommessa. Inutile dire che è uno dei miei romanzi preferiti. Quelli che non si dimenticano, che ti entrano dentro, quelli che il mio fidanzato (ora mio marito) è stato single per tutta la restante vacanza! Parlo di Il Cavaliere d’inverno” di Paullina Simons, scrittrice russa, ambientato nell’Unione Sovietica durante l’assedio di Leningrado.

Mi ritrovai immersa in un implacabile inverno, dove l’assedio nazista stringe la città in una morsa, riducendola allo stremo. Mi immedesimai in uno spaccato di vita di una famiglia sotto persecuzione, nel 1941, in una Leningrado comunista. Tra le poche parole pronunciate a mio marito in quella settimana, annovero: “Amore, ad Aprile andiamo a San Pietroburgo!”. Conoscendomi, si arrese alle circostanze.

Aprile è arrivato e, con ancora nel cuore le emozioni della lettura, mi accingo a prendere l’aereo diretto a Mosca, dove avrei soggiornato pochi giorni, per poi dirigermi a San Pietroburgo. Mi ricordo ancora quelle emozioni durante il volo. Avrei respirato la stessa aria di Anna Karenina, avrei visitato i luoghi di cui tanto avevo letto dei Romanov, l’ex famiglia imperiale sterminata nella rivoluzione di ottobre del 1917. Ero curiosa di conoscere questo grande popolo che ha avuto un significativo ruolo nella sconfitta del Terzo Reich e che ha osato sfidare la potenza degli Stati Uniti d’America. Il mio cuore era gonfio, direi tronfio, di una spasmodica necessità di immergermi nella fierezza e determinazione di una grande nazione.

L’impatto mentre mi dirigevo verso Mosca fu subito assai deludente. I primi palazzi incontrati furono i Kommunalki (appartamenti in comune). La coabitazione di estranei nello stesso appartamento è un fenomeno unico e tipicamente russo. Nell’osservarli un velo di tristezza mi avvolse. Arrivammo all’albergo che avevo scelto con novizia di aspettativa.  Il Grand Victoria, ex ministero comunista trasformato appunto in un hotel a 5 stelle. A parte gli enormi spazi, un odore strano aleggiava e tutto era vecchio e fatiscente. Ho pensato … cominciamo bene! Ok Barbara non perderti d’animo. Domani Mosca ti aspetta!

Il giorno è arrivato. Pronta per la giornata comincio il tour. Ogni angolo era pieno di militari, ogni metro che percorrevo era un riferimento alla due guerre mondiali. I parchi e le piazze erano zeppe di cannoni, carri armati, simboli comunisti e di pietre commemorative.

cannone

Il mio stato d’animo era abbastanza provato. Pensai … ma qualcuno li ha informati che la guerra è finita? Non parliamo poi dello spirito di accoglienza che ho trovato … rasente allo zero! Per porvi un esempio, un tassista tenne il finestrino aperto per tutto il tragitto (e vi assicuro che ad aprile a Mosca le temperature non sono propriamente estive). Beh caro, tu sarai pure russo ma noi romani ne abbiamo fatta di storia. Quindi, mantenendo il sorriso (aiutata dall’istantaneo congelamento facciale) pagai e salutai educatamente. Ed eccola davanti a me la Piazza Rossa.

Piazza Rossa

Respirai a pieni polmoni e cominciai a camminare pensando alle persone che l’avevano popolata in preda a uno spirito nazionalistico di tutto rispetto. A colpo d’occhio subito sono stata attirata dalla coloratissima cattedrale di San Basilio, una splendida testimonianza delle tante chiese ortodosse che abbelliscono la città.  

San Basilio

Anche qui, partecipando a una funzione, io e mia madre ci siamo ritrovate zuppe di acqua a seguito della benedizione con uno scopettino di saggina. Inutile dirvi che ormai avevo la sicurezza di tornare a casa con una polmonite fulminante.

Mi dirigo poi al Mausoleo di Lenin.

Ed anche qui non manca la locale calorosa accoglienza. Prima di entrare siamo stati controllati da poliziotti armati, così ligi che mancava mi togliessi anche i vestiti. Poi con fare arrogante ci indicarono un cartello “tenere un contegno rispettoso mentre si è all’interno del sepolcro, non scattare fotografie o effettuare videoriprese, non parlare, fumare, tenere le mani in tasca, indossare cappelli o guanti” (menomale avevo il cappuccio del k-way). Ho pensato: “va beh, dài, almeno puoi camminare eretta”. Si entra in un passaggio buio e angusto, con una scalinata stretta, dove a ogni scalino ai lati c’era un militare. Erano così immobili da sembrare di cera, tanto che nel mentre mia madre mi sussurrava qualcosa uno di loro fece “SHHH!” e ci partì un urlo terrificato. Ok calma, procediamo. Massimo rispetto per questo rivoluzionario politico che non immagini però essere nella realtà un uomo tanto minuto ed esile. Dopo queste non proprie rosee premesse decidiamo di andarci a svagare al GUM, imponente palazzo che occupa tutto un lato della Piazza Rossa difronte al Cremlino.

GUM

È un centro commerciale dove sono presenti molte marche di lusso e della moda. Come sempre l’aspetto fatiscente dei luoghi non manca e anche qui i russi danno una sana “botta di vitalità”. Ad ogni dieci metri, più o meno, al primo piano c’erano enormi teche con le foto dei dispersi nelle guerre mondiali mentre, giusto per dare leggerezza, al secondo piano quelli dei deceduti nelle diverse battaglie. Bene! Ma l’ottimismo non manca … Il giorno successivo, raggiante e curiosa mi dirigo al Cremlino.

Bello a livello architettonico, peccato che non ci abbiano fatti entrare. Menomale che all’esterno c’era la famosa campana dello zar, commissionata dalla sovrana Anna, nipote di Pietro il Grande. Almeno un senso lo abbiamo dato.  Ma non demordo. Ora è il momento di andare a sbirciare i vari spettacoli al teatro Bolshoi. A parte lo sporco, trascurato, ai limiti dell’abbandono, non c’era traccia di nulla. Chiediamo: chiuso non si sa fino a quando. Ed ecco che le mie immagini delle talentuose e flessuose ballerine russe scemano miseramente.

Mai arrendersi! Ora si gioca duro. Prossima tappa Museum of Cosmonautics, alla scoperta dei più importanti successi sovietici nell’esplorazione spaziale. Il tutto gettato alla rinfusa, sporco, pieno di polvere e cavolo … mettetecela una luce in più, così tanto per riuscire a vedere oltre le ombre dei vari oggetti. Anche il veicolo Sojuz, facente parte del programma russo Luna, è lì gettato in un angolo, abbellito da un inguardabile pupazzo raffigurante un astronauta tenuto da un fil di ferro.

Sojuz

Ho pensato … e che cavolo anche gli anni dell’esplorazione lunare sono andati a farsi benedire! Addio ai sogni di gloria della cagnolina Laika e al primo uomo a volare nello spazio Jurij Alekseevi? Gagarin.

Ed arriviamo all’esperienza più terrificante della mia vita. Prendere un Tupolev “bara volante”, con 100 incidenti e 3100 morti, come testimonianza della sicurezza della compagnia aerea (informazioni acquisite dopo).

Tupolev

Beh le cappelliere, non dotate di sportelli, hanno fatto sì che al momento del decollo ci sia stata la fluttuazione di ogni sorta di bagaglio che, una volta presa quota, ha generato la riconsegna tra i vari passeggeri delle rispettive borse e valigie. Almeno un po’ di spirito di comunità l’ho provato finalmente! Ci mancava il segno di pace e potevamo morire felici!

Ed eccoci arrivati a San Pietroburgo.

Osservare il Mar Baltico, camminare nei canali costeggiati da sontuosi palazzi. Osservare, dai suggestivi ponti, il fiume Neva, rendendo la città sinuosa ed elegante. Il campo di Marte, uno stupendo giardino che costeggia il fiume. Per poi arrivare a lui … l’Hermitage … il Palazzo d’inverno, edificio che faceva parte della reggia imperiale che per due secoli ospitò la famiglia degli zar Romanov.

Finalmente! Mi sono figurata la famiglia reale, ho scorso Anna Karenina che faceva parte dell’alta società di San Pietroburgo, ho intravisto Tatiana ed Alexander de Il cavaliere d’inverno e, perché no, non sono mancati i protagonisti di Guerra e Pace, sempre del mio adorato Tolstoj. Il cerchio finalmente si è chiuso. Missione compiuta! Ciò che si prova al suo interno è una magia che appartiene a ognuno di noi, nel privato, nel viaggio temporale che si vive. Tutto si anima, gli occhi si saziano e l’immaginazione viaggia senza frontiere, senza appartenenza. Le collezioni di arte, all’interno, scalfiscono tutte le differenze … si diventa il tutto nel tutto.