Ci provano con un cric, non funziona. Ritentano con un frullino. Segano una sbarra, entrano nel locale, portano via computer, denaro, giochi di società, mettono tutto sottosopra. È la notte tra il 29 e il 30 novembre e l’obiettivo è ancora una libreria indipendente romana che porta il nome di Giufà, un personaggio presente nella tradizione orale del mediterraneo, una figura ponte. Avevano già colpito nel 2018 e sono tornati. Sono tempi duri a Roma per chi cerca di sviluppare progetti di prossimità che sottraggano i quartieri alla logica del dormi-lavora-consuma. Non a caso è proprio del 2 dicembre la notizia che la Pecora elettrica, un’altra libreria indipendente di Centocelle, dopo il doppio incendio del 25 aprile e del 5/6 novembre, non riaprirà. Nel frattempo altri locali continuano a prendere fuoco, a essere vittime di furti o semplicemente a chiudere, come la storica Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino. In alcuni casi sono ipotizzabili logiche di controllo criminale del territorio, ma nel complesso non c’è bisogno di un esplicito filo d’Arianna che colleghi tutti i singoli fatti in chiave complottistica per capire che rischiamo un futuro urbano distopico, deprivato dell’elemento sociale e conviviale. Una massa di elettori e di consumatori singolarizzati, senza comunità, senza riti, canzoni, muretti, piazze e contatto diretto, si governa meglio. E ciò che non è governabile lo si lascia alle cure dello psicologo o a quelle del poliziotto, a seconda delle fasce di reddito in questione.
Francesco Mecozzi
«Eravamo un piccolo gruppo di trentenni e venivamo da percorsi universitari diversi», racconta Francesco Mecozzi. «Facendo formazione nelle scuole ci siamo accorti della centralità del libro. Così abbiamo fondato una cooperativa e aperto i battenti nel 2005, quando a San Lorenzo c’era solo un’altra libreria generalista. Era un mondo diverso: in via degli Aurunci c’erano botteghe di fabbri, falegnami, tipografi, ceramisti, e perfino un teatrino per bambini. Adesso invece la gentrificazione avanza perché non c’è protezione per attività come le nostre.» La zona in effetti ha subito una metamorfosi radicale da quando era il baluardo della contestazione studentesca e popolare negli anni settanta, con le decine di sedi politiche e di centri culturali che si affacciavano sulle vie. Oggi il quartiere è rappresentato dai media come crocevia della movida notturna e del controllo criminale del territorio. «Ciò nonostante San Lorenzo è ancora un quartiere vero, a differenza di altre zone della Capitale devastate dalla ristorazione mordi e fuggi e dall’onda d’urto di Airbnb. Ci sono scuole, asili nido, il mercato, l’università e negozi a conduzione famigliare. San Lorenzo è un monumento consumato dal tempo che la natura sta ripopolando con nuova vegetazione: si tratta in particolare di ex studenti che ci avevano abitato da fuorisede e poi hanno deciso di tornare con la famiglia, oppure persone che scelgono di viverci in maniera mirata, perché questo quartiere ha ancora un posto ben definito nell’immaginario collettivo.» Nei suoi quindici anni di attività la Libreria Caffè Giufà ha ospitato più di mille e duecento tra presentazioni, dibattiti e reading. Mi ricordo delle prime presentazioni di Zerocalcare con una fila di ragazzi e ragazze che arrivava fino a fuori la porta. Tutti gli chiedevano di personalizzare il libro di fumetti con un disegnino e lui si massaggiava il polso indolenzito. Chiedo a Francesco altri nomi noti. Vengono fuori Claudia Durastanti, Nicola La Gioia, Cristian Raimo, Makkox, gli statunitensi Rick Moody e Charles Burns, lo spagnolo Paco Roca, l’americana di origini messicane Sandra Cisneros e la messicana Valeria Luiselli. Ricordo poi la prima presentazione di 108 Metri dello scrittore working class Alberto Prunetti: si svolse proprio qui, nell’ambito di un talk show organizzato dal Gruppo di Studio Penequo, cui seguirono gli incontri con altri autori di “Carmilla” quali Gioacchino Toni e Sandro Moiso.
Ogni volta che entro da Giufà trovo studenti che preparano esami sorseggiando tisane, qualche passeggino parcheggiato tra i tavolini disposti accanto agli scaffali, appassionati di fumetti con il naso dentro un volume a copertina rigida. Poi nel tardo pomeriggio spesso compaiono un paio di microfoni, cominciano a circolare calici di vino e s’inizia a parlar di saggi, romanzi e graphic novel. I passeggini cambiano angolazione e molti dei presenti si fermano a sentire mentre arriva altra gente. Scattano i saluti, gli abbracci di chi non si vede da tempo e ci si guarda intorno per conquistare una sedia. «Negli Stati Uniti le librerie indipendenti sono in grande ripresa», continua Francesco. «A Roma, negli ultimi anni, da quattrocento si sono ridotte alla metà, però credo che anche qui si possa assistere a una rinascita se saremo capaci di costruire un tessuto sociale e immaginario dove i libri, insieme agli autori e ai lettori, possano contribuire a creare una vita migliore.»
Uscendo noto il bel pavimento a scacchi della libreria. È un indizio chiaro: originariamente il locale era un’officina. Mi immagino quel fabbro o quel ceramista novecentesco che terminato il lavoro andava a bersi un bicchiere di bianco in un’osteria vicino alle mura o lungo la via Tiburtina. Me lo immagino nel 1922 tra il popolo che bloccò l’ingresso degli squadristi durante la marcia su Roma; poi a scavare a mani nude per tirar fuori morti e feriti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e infine a sognare un mondo migliore insieme ai partigiani. Esco dal negozio e me lo ritrovo di fronte, baffuto: attraverso la vetrata guarda i libri con le mani sui fianchi e sorride con aria d’approvazione.
The World March Fest.
Dieci anni fa individui e associazioni di tutto il mondo avevano un sogno, organizzare la prima Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza. E ci riuscirono. A quella Marcia, in 93 giorni, parteciparono migliaia di persone; la stessa attraversò circa 100 paesi dei 5 continenti, in ognuno dei quali si svolsero vari eventi istituzionali e artistici. Io ebbi la fortuna di far parte del Comitato organizzatore, e, oltre alle iniziative di Roma, partecipai all’ultimo tratto della marcia, quello che attraversò il Perù, il Cile e l’Argentina. Al solo ricordo mi si ricolma il cuore di gioia. Moltitudini colorate di diverse nazioni erano unite solo da due parole: Pace e nonviolenza.
Dopo dieci anni un gruppo di persone di allora ha deciso di organizzare la Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la nonviolenza. E partirà il 2 ottobre 2019 da Madrid. Ancora oggi stanno aderendo e si stanno sommando centinaia di associazioni. Nelle scuole di tutto il mondo, in occasione della Marcia, saranno realizzati simboli della pace umani; in ogni città che ha aderito si apriranno tavoli di discussione e si cercherà di portare nell’agenda informativa tematiche quali la difesa dell’ambiente, il tema del disarmo, la lotta alle diseguaglianze sociali e alla discriminazione di genere.
Perché organizziamo una seconda marcia? Perché vogliamo denunciare la pericolosa situazione mondiale caratterizzata da sempre più conflitti; perché vogliamo continuare a creare coscienza poiché solo attraverso la pace e la nonviolenza sarà possibile costruire un mondo migliore; perché vogliamo rendere visibili le differenti e varie azioni positive che persone, insiemi, popoli portano avanti tutti i giorni. Perché vogliamo dare voce alle nuove generazioni che che vogliono dar risalto alla cultura della nonviolenza.
Quando? La seconda marcia comincerà a Madrid il 2 Ottobre 2019, giornata internazionale della nonviolenza. Percorrerà l’Africa, l’America, l’Oceania, L’Asia, L’Europa per tornare a Madrid l’8 Marzo, giornata internazionale della donna. La marcia arriverà in Italia a febbraio, per concludersi di nuovo a Madrid a marzo 2020.
Festa di inizio: a Roma, il 2 ottobre 2019 dalle 17, in occasione della partenza della marcia da Madrid, sarà organizzato un evento a San Lorenzo, a piazzale del Verano, presso lo spazio Habicura. Il titolo dell’evento sarà World March Fest – The beginning, Parole, suoni e immagini per la Nonviolenza.
Oltre al collegamento in diretta con Madrid, si terranno tavoli di discussione su sostenibilità ambientale, diseguaglianze sociali, disarmo e cultura della nonviolenza. Durante l’evento si terranno mostre fotografiche e di sculture, concerti, stand delle associazioni che hanno aderito la marcia.
Programma della serata
17-19h tavoli di discussione: 17-19h giochi con bimbi di Maga Nanà 19.00h Presentazione della Marcia 19.30-20.15h Proiezione documentario “L’inizio della fine delle armi nucleari” 20.30 – 21.15h Storytelling e visita guidata al Parco della Nonviolenza a cura di Accentrica 21.30 – 23.30h Esibizione gruppi musicali: The Fireflies Samba Precario 23.30 – chiusura con DJ set
Durante tutto l’evento: Esposizione delle sculture di Bruno Melappioni Esposizione fotografica Humanity First di Serena Arena
Inoltre: durante la serata saranno presenti gli stand delle diverse realtà aderenti alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.
Ho conosciuto Michele tantissimi anni fa, forse una decina. All’epoca collaborava con la nostra associazione in veste di grafico e curatore della comunicazione di un nostro progetto “Tre piani di diritti”, una campagna di comunicazione e raccolta fondi per cercare di raccogliere oltre 100.000 euro e costruire una scuola, un centro professionale, uno sportello antiviolenza e un ambulatorio a Pikine, alla periferia di Dakar. Era una follia. Oggi la palazzina di tre piani è in piedi. E attiva.
Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive
Michele è più piccolo di me di dieci anni, ma riconobbi in lui subito alcune passioni in comune, in primis quelle del viaggio, poi della fotografia, anche se io la amo e la seguo come spettatrice. Secondo la legge dei sei gradi di separazione, anni dopo ci siamo rincontrati, grazie a un volontario di Diritti al cuore, anche lui amante della fotografia e fotografo per diletto. Ho ritrovato un giovane fotografo professionista con tanti premi ed esposizioni alle spalle. Ha messo di nuovo le sue competenze a nostra disposizione, organizzando un corso di fotografia sociale presso la nostra sede di Via Borromeo. Un successo, oltre 20 iscritti, una bellissima esperienza a cui ho avuto anche io l’onore e la fortuna di partecipare come allieva. E quest’anno è appena partita la seconda edizione presso la nostra sede di Via dei Latini a San Lorenzo (c’è stata la prima lezione il 31 gennaio, siete ancora in tempo a iscrivervi, scrivete a info@dirittialcuore.it), un modo bello per finanziare i nostri progetti, grazie a Michele che ha deciso di devolvere all’associazione Diritti al cuore la metà della quota di iscrizione, già accessibile a tutti. Ho voluto intervistarlo per presentarlo a chi ancora non ha avuto la fortuna di conoscerlo, perché in un momento storico in cui sembra che gli esseri umani siano sempre più incattiviti, disumani, soli, disincantati, apatici, persone impegnate come Michele che con passione raccontano storie di una umanità sconvolgente e che usano la fotografia anche per mettere in moto azioni di cambiamento, sono una boccata di ossigeno.
Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive
Raccontaci chi sei e come è nata la
tua passione per la fotografia.
Mi chiamo Michele Cirillo e sono un fotografo di reportage. Tutto è nato più o meno 15 anni fa con una Pentax a pellicola ed è proseguita con la passione per i viaggi per la scoperta di nuovi orizzonti.
Hai fatto molti reportage in zone rischiose. Quale ti ha cambiato di più? E dei reportages di viaggio?
Ho svolto alcuni progetti in zone a rischio, mi interesso di storie che sono il prodotto di quel conflitto o di quella minoranza e credo che questa possa essere la strada più vicina all’idea di racconto che voglio. L’esperienza in Ucraina è stata sicuramente una delle più toccanti. Mentre i reportages di viaggio sono stati tutti stupendi, tutti… solo un mese in Messico è valso una vita.
Troviamo i tuoi scatti in riviste come Internazionale e Left, hai vinto alcuni premi e fatto delle mostre. Il premio o la mostra che ti ha reso più orgoglioso del tuo lavoro?
Sicuramente quando ho esposto “The kurdish bride” all’Hermitage a San Pietroburgo, ricordo che con la collega Emanuela Laurenti vincemmo anche il primo premio nei progetti fotografici. È stato stupendo.
Quale è la foto che ritieni migliore o a cui sei più legato? Perché? In che contesto è stata scattata?
Ci sono diverse immagini a cui sono molto legato… ma non sono le “migliori” che ho fatto. Servono di più a me, come documentazione e ricordo.
Hai allestito, documentato e inaugurato il Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneoa Lampedusa, in memoria dei tanti esseri umani che hanno perso la vita nel provare ad attraversare il Mare nostrum: come sei arrivato li, cosa hai fatto e come continua il progetto.
La mia collaborazione con il Comitato 3 ottobre è iniziata il 3 ottobre 2017 quando mi hanno voluto come fotografo per documentare il ricordo della strage del 2013, da allora come posso cerco di dare una mano e sostenere questo progetto di Tareke Brhane, il presidente dell’associazione. Non finirò mai di ringraziare il Comitato per l’incredibile esperienza che ho vissuto a Lampedusa, l’anno scorso ho partecipato all’allestimento del Museo della fiducia e del dialogo e durante l’anno in corso ci saranno ancora novità…
E noi di Diritti al cuore non
finiremo mai di ringraziarti che ci hai presentato a Tareke e abbiamo potuto
partecipare alla Giornata della memoria… A proposito di impegno nel sociale, il
tuo quando è iniziato?
Non so se chiamarlo esattamente impegno nel sociale, credo però sia profondamente giusto raccontare e far scoprire delle storie che possono avere dei valori universali, come l’accoglienza, il dialogo, la sofferenza e la speranza. Credo di averla pensata sempre così.
Il significato sociale della
fotografia?
Debray diceva che l’immagine non è innocente, e con l’enorme flusso di immagini che produciamo ogni giorno credo sia essenziale pensare di produrre qualcosa che sia rilevante. La fotografia ha avuto da sempre un ruolo sociale con la sua capacità di trasportare emozioni e ricordi, ma anche attimi che ora vivono per sempre. In mezzo a tutto questo credo sia importante trovare nuove strade per non perdersi in un’estetica che va sempre di più uniformandosi.
Oggi siamo bombardati dalle immagini, eppure ci sono delle foto che hanno scosso nel profondo le coscienze come quella del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum. Pensi che ci stiamo assuefacendo al dolore e alle disgrazie oppure come dici tu alcune foto devono essere scattate e mostrate per risvegliare da questo torpore?
Credo che sia il momento giusto per distaccarsi con forza da un’estetica del dolore che ha uniformato il racconto fotografico negli ultimi anni; esistono nuove strade, nuovi linguaggi. E non bisognerebbe dimenticarsi mai che ogni fotografo è un autore, con un proprio stile e delle caratteristiche proprie.
Parlaci del tuo ruolo di insegnante e dei corsi che stai tenendo ora.
Mi piace molto confrontarmi con le classi, i loro sguardi di fronte ad alcune immagini di grandi autori mi fanno capire la potenza di questo strumento. Ora è partito il corso di fotografia sociale a San Lorenzo, nella sede dell’associazione Diritti al cuore e poi i tanti corsi che offriamo con la scuola di fotografia Bianco – Laboratorio permanente d’immagine al Pigneto.
Prossimi progetti?
C’è un bel progetto sulle donne Rom in arrivo.
Bene, lo aspettiamo con trepidazione.
Grazie Michele.
Bio del fotografo: Classe 1988, Michele Cirillo è un fotoreporter indipendente e docente di fotografia di Roma. Negli ultimi 6 anni suo interesse per il racconto fotografico si è focalizzato sui temi dei diritti umani, dell’identità e dei cambiamenti geopolitici degli ultimi anni prediligendo i soggetti che vivono in zone di conflitto e che fanno parte di minoranze etniche o culturali. Ha viaggiato in paesi come Messico, Tanzania, Kurdistan, Libano, Bosnia, Ucraina e Palestina, è stato fotografo per diversi progetti europei, ha lavorato per Croce Rossa Italiana, Comitato 3 Ottobre e collabora con diverse redazioni italiane e internazionali. Il suo sito: http://www.michelecirillo.com
“Bisogna recuperare l’idea di una Roma colorata, come nel ‘500, quando le facciate dei palazzi erano affrescate con una tecnica a graffito straordinaria per i tempi: una preparazione di paglia e gesso su cui veniva steso l’intonaco che veniva graffiato con il disegno e poi dipinto. È quando Roma diventa città del Gran Tour che cambia volto e il rosso mattone prevale sui colori, così come piaceva ai romantici.L’esecuzione dei carotaggi sulla facciate dei palazzi antichi ha portato a riscoprire i colori precedenti e dal 1600 in poi quel bel “color aria” inventato dal Bernini. Purtroppo, oggi sono rimasti soltanto pochi esempi superstiti, tra i più importanti: Palazzo Massimo alle Colonne, Palazzo Ricci ed il Palazzetto di Tizio di Spoleto che si affaccia sulla piazza di Sant’Eustachio”.
Marcello Smarrelli, Direttore Artistico Fondazione Pastificio Cerere e curatore di Patrimonio Indigeno
Lucamaleonte, Patrimonio Indigeno, 2018, San Lorenzo, Roma. Crediti SIMPLESTORI di Andrea De Giuli.
Diatomea è stata presente come Associazione Culturale alla Press Preview del nuovo murale che è stato realizzato dall’artista Lucamaleonte nel quartiere di San Lorenzo a Roma, la cui inaugurazione si è svolta nel pomeriggio di venerdì 8 febbraio 2019.
Siamo in Via dei Piceni, in un tratto lungo le Mura Aureliane, all’interno della zona urbanistica che ricade all’interno del II Municipio di Roma Capitale. L’urbanizzazione del quartiere risale agli ultimi anni dell’ottocento ed alle spalle ha un trascorso politico importante perché fu l’unico quartiere in cui si tentò di fermare la Marcia su Roma. San Lorenzo è un quartiere storico, da sempre oggetto di interventi di street art, un museo a cielo aperto dove è possibile passeggiare tra i monumenti del passato e la contemporaneità delle architetture e degli interventi di arte urbana (tra cui le opere di Alice Pasquini, Agostino Iacurci, C215, Borondo, per citarne alcune). Quartiere popolare nato per essere la sede di operai, ferrovieri ed artigiani, negli anni diventa un importante punto di riferimento culturale grazie alla nascita di laboratori che coinvolgono la comunità, oltre che per essere una zona di Roma vissuta da numerosi studenti e quindi piena di locali, ristoranti e pub in cui fare aperitivi.
Il quartiere è una fabbrica di arte e cultura ed in questo contesto si inserisce la Fondazione Pastificio Cerere che, nata nel 2004 per volontà del presidente Flavio Misciattelli, ha come obiettivo principale quello di promuovere e diffondere l’arte contemporanea. Parliamo con lui:
“Il quartiere di San Lorenzo è stato identificato come “quartiere dell’arte” grazie anche, e non solo, alla presenza del Pastificio Cerere, ex fabbrica di pasta che a partire dalla fine degli anni Settanta si popola di studi di artisti. Con la nostra Fondazione, che è attiva dal 2005, lavoriamo nell’arte e per l’arte, portando avanti mostre e progetti culturali con giovani artisti, coinvolgendo le scuole affinché partecipino alle nostre iniziative – qui oggi infatti abbiamo gli studenti dell’IISS Piaget-Diaz del Quadraro – e dedicandoci alla formazione a tutti i livelli, rivolta sia a bambini e ragazzi, sia agli addetti ai lavori.”
“Questo progetto per noi è stata una novità in quanto non ci eravamo ancora mai confrontati con interventi di arte urbana. Nonostante ciò, abbiamo avuto un riscontro positivo sin dal momento in cui abbiamo iniziato a cercare un artista, in accordo con Gabriele Salini, responsabile diSCS SVILUPPO IMMOBILIARE SRLnonché mio carissimo amico. Sulla base della valutazione dei portfoli di questi artisti, abbiamo invitato alcuni di loro ad avere un confronto sul progetto in essere, e devo dire che è stata una ricerca molto interessante che ci ha permesso di conoscere tanti artisti con cui di solito non lavoriamo e di scoprire un altro modo di fare arte. La scelta è caduta poi su Lucamaleonte e con lui abbiamo subito iniziato a riflettere sul quartiere di San Lorenzo, sulla sua storia e sui vari simboli che parlano dell’identità del quartiere. All’inizio ero un po’ perplesso per l’esigua fruibilità del muro dalla strada, ma poi ho pensato che gli angoli più belli sono proprio quelli più nascosti. E questo è un piccolo angolo del quartiere di cui ci siamo presi cura, che abbiamo creato tutti insieme e a cui teniamo molto”.
La mia professione mi porta sempre a dibattere sul concetto di decoro urbano, sulla riqualificazione dei quartieri attraverso l’utilizzo del colore, su quanto io creda possibile e realizzabile un processo di educazione civica se ci si circonda di arte e di manufatti architettonici che rispondano in maniera coerente alle esigenze della comunità che li vive.
Mi avvicino a Lucamaleonte sottoponendogli come prima domanda quanto il dibattito sul concetto di decoro urbano sviluppato attraverso l’arte lo coinvolga nei suoi lavori:
“Io ho un’idea un po’ critica rispetto al discorso della riqualificazione dei quartieri attraverso la street art perché per me riqualificare non è solo dipingere un muro, per riqualificare bisogna fare un’operazione sul territorio con le persone che lo vivono.
Il bello dell’arte
urbana è che è un’arte vissuta ed abitata allo stesso tempo e non bisogna mai
dimenticarsi di questo quando realizzi un’opera; bisogna creare prima di tutto
la consapevolezza nelle persone, solo così si può lavorare nel rispetto dei
luoghi che sono abitati ed attraversati quotidianamente dalla comunità che li
vive.
In tal senso la riqualificazione urbana inizia dal processo di partecipazione che si attua tra l’artista e le persone presenti sul territorio in cui si interviene, e questo deve avvenire ancor prima di dipingere. Un lavoro ottimo è stato fatto in passato a San Basilio, dove è stato attuato un progetto sul territorio che è durato anni prima che si arrivasse alla realizzazione dei murales. Questo ha fatto sì che tutte le persone che vivono le opere realizzate, ad oggi, abbiano la consapevolezza di quello che hanno di fronte, conoscono i materiali che sono stati utilizzati, conoscono il modo di preservarli al meglio ed hanno cambiato le loro abitudini quotidiane svolgendo attività diverse da quelle che facevano precedentemente, ad esempio, nelle piazze.
Da qui nasce la consapevolezza che la riqualificazione vera è quella che si fa sul territorio dove il murale è un veicolo, è uno strumento e come tale va assolutamente inserito nel contesto in cui viene fatto non solo per dare un senso al lavoro svolto ma anche per far sì che le opere di arte urbana parlino la stessa lingua di coloro che le vivono. Questo murale, ad esempio, è nato, si è sviluppato e parla del luogo in cui si trova, il quartiere di San Lorenzo.
Purtroppo ritengo che
questa consapevolezza manchi molto e penso che sul territorio debbano essere
presenti di più i curatori la cui funzione sia anche quella di selezionare gli
artisti sulla base di quello che ritengono sia più adatto ad intervenire in
quel determinato contesto urbano”
Quindi tu sei a favore di una selezione dell’artista che rientra in un progetto di pianificazione di arte urbana piuttosto che di uno sviluppo spontaneo della street-art che segue la natura stessa da cui nasce?
“A me una città
disegnata, una città scritta piace. Io nasco come graffittaro ma non ho mai ritenuto di essere tanto
bravo, per quanto io abbia sempre amato i graffiti, e li ho abbandonati perché
non aggiungevo nulla a tutto un mondo che già c’era e che andava molto più
veloce di quanto andassi io, che non mi dava soddisfazione perché non riuscivo
ad esprimere quello che volevo ed a trovare un mio stile che fosse
riconoscibile. Essere passato per questa corrente negli anni ’90 mi ha dato il
gusto di lavorare per strada in un modo diverso rispetto a come lavoro oggi. Sono
convinto che se l’arte pubblica è commissionata e c’è un progetto dietro per me
la selezione è necessaria. Per quanto riguarda la street-art per me è diversa dall’arte pubblica: la street
art si sviluppa in maniera spontanea, a
volte illegale, è aperta a tutti proprio per la natura stessa da cui nasce e
questa sicuramente è la sua potenza, ma è un’altra cosa, segue altre dinamiche”.
In questo tuo pensiero, come collochi le opere che hanno realizzato famosi street artists, come Blu, ad esempio, le cui realizzazioni chiaramente non soggette ad una selezione ma, nonostante questo, sono assolutamente inserite nel contesto in cui sono state fatte?
“Questo discorso è un po’ borderline, nel senso che, stimo molto il lavoro di Blu ed ammiro tante sue scelte coraggiose che io non ho avuto il coraggio di fare, per questioni soprattutto di vita, non lo nego; lui ha fatto una scelta di rottura con le Istituzioni e con tutto il mondo delle amministrazioni pubbliche e quindi la natura dei suoi lavori dà una forza ancora più grande a quello che fa. Per me Blu è uno dei tre, quattro artisti più potenti al mondo sia a livello comunicativo sia sotto il profilo del contenuto delle storie che racconta e del messaggio che manda, quindi, indipendentemente dalla selezione, lui fa arte urbana”.
Roma ci ha regalato una giornata stupenda quando siamo andati all’appuntamento dedicato alla stampa organizzato sul terrazzo dell’architetto Gianluca Adami dello Studio Adami Architetture e salutandolo per ringraziarlo dell’ospitalità, visto che ha assunto il ruolo di sostenitore dell’opera, collaboratore, nonché maggior fruitore del murale di Lucamaleonte, gli chiedo come ha vissuto questa esperienza:
“Innanzitutto mi sono molto divertito perché entrare in contatto con l’artista, averlo per settimane sul terrazzo e scambiarci parole mentre immaginava le cose da dipingere è stata una bella esperienza. Poi penso di essere molto fortunato perché per il punto di vista che ho io, ho quasi la sensazione di essere dentro questa selva. Mi piace molto. Il tema della vegetazione che amalgamasse il tutto è stato argomento di ampie discussioni; all’inizio si è parlato a lungo con il proprietario ed i costruttori dell’edificio su cui è stato fatto il murale sull’eventualità di fare una parete verde, che è un tema molto caro nel quartiere, ma poi abbiamo convenuto che ci sarebbero stati troppi problemi di manutenzione e di accessibilità. Quindi l’idea è stata che l’arte supplisse a questa mancanza ed in questo senso, l’opera di Lucamaleonte, in qualche modo, ci ricompensa ed esaudisce in parte il nostro desiderio”.
I SIMBOLI DELL’OPERA
Nel dittico dipinto da Lucamaleonte tutto è riconducibile alla storia del quartiere di San Lorenzo. Sulla destra, per celebrare la Fondazione del Pastificio, la mano della dea delle messi, Cerere, tiene un mazzo di spighe che offre al popolo, alla comunità; l’alloro ed il serpente della Minerva, che si fa custode della sapienza e dell’antica Università che è il cuore della cultura di questi luoghi, e che si divincola tra il rosso dei papaveri, allegoria ed omaggio ai Caduti della Grande Guerra, vittime del bombardamento del 1943; al di sopra il picchio variopinto omaggia con il proprio simbolo i Piceni, il nome della strada su cui è stato fatto il murale.
Sulla sinistra troviamo la graticola rovente che rimanda al martirio di San Lorenzo, un capitello dell’antica Basilica di San Lorenzo ed un corvo cinerino che tiene un mazzo di crisantemi per il vicino cimitero monumentale del Verano.
L’ultimo elemento che Lucamaleonte completa mentre noi siamo lì è un icosaedro, forma dal forte connotato simbolico, regolare ma dalle molteplici sfaccettature, che l’artista usa per firmare le sue opere e che, a sua volta, cambia nel tempo, ma che lui stesso dichiara essere un segno che lo rappresenta.