Tutto incomincia per me il 23 febbraio di qualche anno fa. Mi trovavo in Estonia, precisamente ad Haapsalu, una cittadina affacciata sul mare nell’Estonia occidentale. In quel giorno in Estonia si festeggia l’indipendenza dalla Russia ottenuta nel 1918. Mi ricordo che dopo un delizioso pranzo che prevedeva pesce gatto su un letto di sugo molto speziato e una sorta di purea di patate (immancabili) l’atto digestivo venne consumato durante una passeggiata sulle rive del mare ghiacciato che circonda la cittadina – una parentesi curiosa: in Estonia, e nei paesi limitrofi, il clima spesso non molto delicato, costringe il Mar Baltico (più precisamente il golfo di Finlandia) ad una enorme distesa di ghiaccio e niente più, sulla quale in pieno inverno viene aperta un’autostrada (percorribile solo di giorno e costantemente monitorata) che collega l’Estonia con la Finlandia. Tornando alla passeggiata i miei amici (una meravigliosa coppia di musicisti, uno ungherese e un’italiana. Sembra una barzelletta!) invitarono me e la mia ragazza a sederci su una panchina che guardava il mare. Senza saperlo eravamo seduti a guardare quella enorme distesa di ghiaccio sulla panchina di Cajkovskij…
Petr Il’ic Cajkovskij (Votkinsk, 7 maggio 1840 – San Pietroburgo 6 novembre 1893) è ricordato e riconosciuto come uno dei più noti (per alcuni il più noto) compositori russi del postromanticismo. Nato da una famiglia borghese e benestante (padre ingegnere minerario e madre marchesa d’Assier, nata in Francia e trapiantata in Russia) il giovane Cajkovskij venne indirizzato agli studi da magistrato finiti i quali ottenne un mediocre impiego al ministero della giustizia che abbandonò nel 1862 per dedicarsi anima e corpo allo studio della musica nel primo conservatorio russo di Pietroburgo. Qui studiò composizione con N. I. Saremba e orchestrazione con A. Rubinstein. Forse sulle orme dell’ormai più che defunto Beethoven (morto a Vienna nel 1827), il giovane russo compose Ode alla gioia su testo dell’omonima poesia di Schiller per l’occasione tradotta in russo. Negli anni successivi, dopo essersi adattato al lavoro di copista per racimolare soldi, venne assunto come professore di composizione nel neonato conservatorio di Mosca. Qui compose i suoi primi capolavori come Il lago dei cigni (balletto), I concerto per pianoforte, le sue prime tre sinfonie, alcune opere ed altre composizioni passate alla storia come minori. Nel 1875 conobbe Camille Saint–Seans e l’anno successivo, durante un viaggio in Europa, frequentò altri compositori europei senza però riuscire ad incontrare il tanto desiderato Richard Wagner. Al ritorno dal viaggio europeo Cajkovskij venne a contatto con Nadezda von Meck (da poco vedova del marito Georg, costruttore e proprietario delle prime due linee ferroviarie russe) che presto si trasformò nella sua mecenate – contrattarono una pensione annua di circa 6.000 rubli senza nessun altro tipo di sovvenzionamento. Sotto la sua ala di sicurezza, quantomeno economica, il compositore scrisse alcuni dei suoi più grandi capolavori come la IV sinfonia, Francesca da Rimini e Eugenio Onegin. L’anno successivo (1877), precisamente il 18 luglio, prese in sposa Antonina Miljukova. La relazione fu un tale disastro che dopo tre mesi il giovane tentò il suicidio. Venne tratto in salvo dai suoi amici che lo obbligarono ad una residenza tra la Svizzera e l’Italia dove pian piano poté ritrovare la serenità e lo spirito creativo, quel tanto che gli bastò per scrivere il famosissimo Concerto per violino e l’opera, meno nota, La pulzella d’Orléans. Da qui in avanti la sua vita fu ricca di successi: 1891 inaugurazione della Carnegie Hall di New york, 1893 diploma di dottore in musica all’università di Cambridge, sempre nel 1893, il 28 ottobre, diresse a Pietroburgo la prima esecuzione della VI sinfonia, La patetica. La storia ci dice che il giorno dopo si ammalò di colera per morire il successivo 6 novembre. Anche se forse al pubblico dei nostri giorni può sembrare assurdo, Cajkovskij non fu da tutti considerato il grande compositore russo come noi lo conosciamo. Negli stessi anni in cui il nostro compositore operava era sempre più forte l’esigenza di dare una sorta di nazionalità alla musica. Questo non accadeva soltanto in Russia bensì contemporaneamente compositori inglesi, spagnoli, scandinavi ed est-europei rivendicavano la propria esistenza nei parametri della loro musica popolare. Questi gruppi cercavano di lottare contro l’universale egemonia del patrimonio musicale italo – franco – tedesco. Nascevano così le cosiddette scuole nazionali. Nella Russia di Cajkovskij si formò il mogucaja kucka (gruppetto possente) più noto in Occidente come “Gruppo dei Cinque” formato da Milij Alekseevic Balakirev (1837 – 1910), Cezar’Antonovic Kjui (1835 – 1918), Modest Petrovic Musorgskij (1939 – 1881), Nikolaj Andreevic Rimskij – Korsakov (1844 – 1908) e Aleksandr Porfirievic Borodin (1833 – 1887). Il sodalizio, che in totale durò circa un decennio, aveva il compito di difendere e di promuovere la musica russa il suo folklore e la sua popolarità, non nel moderno senso della parola POP ma nel senso di musica popolare. I Cinque erano inspirati da Michail Ivanovic Glinka (1804 – 1857), probabilmente il primo compositore russo a rivolgere la sua attenzione al patrimonio folclorico nazionale e che inaugurò la tradizione del “dilettantismo” mirando alla formazione dei musicisti lontano dai centri accademici. Come poteva Cajkovskij, amante della musica europea (va specificato che il suo maestro di composizione al conservatorio di Pietroburgo era un musicista di nazionalità tedesca impiantato in Russia) e accademico di chiara fama non essere uno dei primi bersagli? Ciò che non riusciva a spiegarsi neanche lo stesso compositore era come non si potesse essere nazionalisti amando comunque altre culture – gli si può dare torto? D’altronde la musica non nasce e rappresenta proprio lo scambio tra diverse etnie e culture?
“Io sono russo, russo fino al midollo delle ossa” scrisse in una lettera al fratello Modest. Un passo di una lettera indirizzata alla signora von Meck recita: “Perché dunque un semplice paesaggio russo, una passeggiata attraverso i campi, la foresta o la steppa, la sera, mi toccano al punto da costringermi a stendermi al suolo, lasciandomi pervadere da un torpore, da uno slancio d’amore per la natura, da questa atmosfera inebriante, di una inesprimibile dolcezza, che mi avvolge e che viene dalla foresta, dalla steppa, dal ruscello, dal villaggio lontano, dall’umile chiesa di campagna; in una parola da tutto ciò che costituisce il modesto ornamento del mio paese natale?”.
Un altro aspetto molto rilevante dello stile compositivo dell’autore, ma tutto sommato una caratteristica che non può prescindere dall’essere intrinseca nella vita stessa di Cajkovskij, è la credenza nel fato. Quel fato che tanto opprimeva i compositori romantici a cominciare da Beethoven (è noto come nella V sinfonia è il “fato che bussa alla porta” in quell’incipit oggi blasonato ma ancora travolgente) e che è stato spirito vitale nella ricerca compositiva di tutto il panorama musicale romantico. Cajkovskij, al quale storici e musicologi attribuiscono una ipersensibilità che lo porta a provare emozioni forti di fronte a elementi più disparati della vita quotidiana, vede nella sua musica (nelle sue ultime tre sinfonie è ancor più evidente, pensiamo solo alla Pastorale) sempre una lotta dell’uomo col divino nella quale è sempre l’uomo e la visione terrena a perdere.
L’essere accusato di non essere abbastanza russo sarà per lui un elemento di amarezza. D’altronde probabilmente fu lui il “più russo tra i russi”. E questo non è un mero e semplice luogo comune di chi scrive e probabilmente di chi leggerà ma è un giudizio basato su ciò che Glinka stesso mise in primo luogo nella ricerca e nel concepimento della musica russa. Cito testualmente la traduzione di una sua affermazione: “Vorrei unire con i legami legittimi del matrimonio il canto popolare russo e la buona vecchia fuga della tradizione occidentale”. Probabilmente l’errore del gruppo dei cinque fu quello di rinchiudere in regole burocraticamente fisse un pensiero che tutto sommato non rispettava in pieno neanche gli insegnamenti del loro venerato maestro. Volendo fare un parallelismo con ad esempio la politica non sono poi cosi rari esempi di pensieri nazionalistici o patriottici che hanno portato a creare piccole élites le quali, credendo di avere in pugno la verità assoluta, hanno umiliato il genere umano riducendo donne e uomini a carne da macello. Ma la storia, come la storia della musica, è fatta di uomini. Le opere prima citate non costituiscono che una minuscola parte di tutto il patrimonio compositivo lasciatoci da Caikovskij che si snoda tra opere, sei sinfonie (il musicologo russo Bogatyriov trovò degli appunti musicali che secondo la sua visione avrebbero composto la VII sinfonia), balletti e, seppur meno nota del resto, molta musica da camera (soprattutto dedicata al pianoforte).
Cajkovskij va forse considerato,
su un piano europeo, il padre della sinfonia postromantica che vedrà con Gustav
Mahler e Dimitri Shostacovich la sua più grande evoluzione.
… sappiamo che, con lo sguardo volto a quel mare, Cajkovskij ultimò, fra tante, la VI sinfonia, la Pastorale, quella che egli stesso definì come il suo requiem. Una sinfonia (ne consiglio vivamente l’ascolto) che termina in un clima dolce e tetro allo stesso tempo, come è il clima in una gelida ma assolata giornata estone, tentando di cristallizzare la realtà e di imporre all’ascoltatore un silenzio interiore volto alla ricerca della propria fatale intimità. Non possiamo sapere cosa Cajkovskij provò guardando il mare, ma di sicuro possiamo sentirlo.
Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera
Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.
Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.
E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.
A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832); a destra: Il colera a Parigi (litografia, 1832)
Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.
L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.
I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».
L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)
«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.
Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836
Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».
Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».
Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».
Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».
Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».
I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».
Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.
Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».
Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)
Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.
Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia
Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.
La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.
Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)
Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».
«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more».
L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.
La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.
Dal “gelo” sovietico.
Era una rilassante giornata di settembre a Ischia. Isola che avevo preso l’abitudine di frequentare ogni anno, per dedicarmi a un totale relax dopo un anno lavorativo. Ma ahimè, nella fretta dei preparativi, non avevo portato con me nulla da leggere. Ok! Senza perdermi d’animo, vado nell’unica e abbastanza scarna libreria vicina all’albergo. Osservo, guardo, memorizzo una serie di titoli ma nulla attirava la mia attenzione. Poi eccolo, la copertina lasciava poco spazio all’attrattiva e forse, proprio quello, attirò la mia curiosità. Non conoscevo l’autrice e accolsi la scommessa. Inutile dire che è uno dei miei romanzi preferiti. Quelli che non si dimenticano, che ti entrano dentro, quelli che il mio fidanzato (ora mio marito) è stato single per tutta la restante vacanza! Parlo di “Il Cavaliere d’inverno” di Paullina Simons, scrittrice russa, ambientato nell’Unione Sovietica durante l’assedio di Leningrado.
Mi ritrovai immersa in un implacabile inverno, dove l’assedio nazista stringe la città in una morsa, riducendola allo stremo. Mi immedesimai in uno spaccato di vita di una famiglia sotto persecuzione, nel 1941, in una Leningrado comunista. Tra le poche parole pronunciate a mio marito in quella settimana, annovero: “Amore, ad Aprile andiamo a San Pietroburgo!”. Conoscendomi, si arrese alle circostanze.
Aprile è arrivato e, con ancora nel cuore le emozioni della lettura, mi accingo a prendere l’aereo diretto a Mosca, dove avrei soggiornato pochi giorni, per poi dirigermi a San Pietroburgo. Mi ricordo ancora quelle emozioni durante il volo. Avrei respirato la stessa aria di Anna Karenina, avrei visitato i luoghi di cui tanto avevo letto dei Romanov, l’ex famiglia imperiale sterminata nella rivoluzione di ottobre del 1917. Ero curiosa di conoscere questo grande popolo che ha avuto un significativo ruolo nella sconfitta del Terzo Reich e che ha osato sfidare la potenza degli Stati Uniti d’America. Il mio cuore era gonfio, direi tronfio, di una spasmodica necessità di immergermi nella fierezza e determinazione di una grande nazione.
L’impatto mentre mi dirigevo verso Mosca fu subito assai deludente. I primi palazzi incontrati furono i Kommunalki (appartamenti in comune). La coabitazione di estranei nello stesso appartamento è un fenomeno unico e tipicamente russo. Nell’osservarli un velo di tristezza mi avvolse. Arrivammo all’albergo che avevo scelto con novizia di aspettativa. Il Grand Victoria, ex ministero comunista trasformato appunto in un hotel a 5 stelle. A parte gli enormi spazi, un odore strano aleggiava e tutto era vecchio e fatiscente. Ho pensato … cominciamo bene! Ok Barbara non perderti d’animo. Domani Mosca ti aspetta!
Il giorno è arrivato. Pronta per la giornata comincio il tour. Ogni angolo era pieno di militari, ogni metro che percorrevo era un riferimento alla due guerre mondiali. I parchi e le piazze erano zeppe di cannoni, carri armati, simboli comunisti e di pietre commemorative.
cannone
Il mio stato d’animo era abbastanza provato. Pensai … ma qualcuno li ha informati che la guerra è finita? Non parliamo poi dello spirito di accoglienza che ho trovato … rasente allo zero! Per porvi un esempio, un tassista tenne il finestrino aperto per tutto il tragitto (e vi assicuro che ad aprile a Mosca le temperature non sono propriamente estive). Beh caro, tu sarai pure russo ma noi romani ne abbiamo fatta di storia. Quindi, mantenendo il sorriso (aiutata dall’istantaneo congelamento facciale) pagai e salutai educatamente. Ed eccola davanti a me la Piazza Rossa.
Piazza Rossa
Respirai a pieni polmoni e cominciai a camminare pensando alle persone che l’avevano popolata in preda a uno spirito nazionalistico di tutto rispetto. A colpo d’occhio subito sono stata attirata dalla coloratissima cattedrale di San Basilio, una splendida testimonianza delle tante chiese ortodosse che abbelliscono la città.
San Basilio
Anche qui, partecipando a una funzione, io e mia madre ci siamo ritrovate zuppe di acqua a seguito della benedizione con uno scopettino di saggina. Inutile dirvi che ormai avevo la sicurezza di tornare a casa con una polmonite fulminante.
Mi dirigo poi alMausoleo di Lenin.
Ed anche qui non manca la locale calorosa accoglienza. Prima di entrare siamo stati controllati da poliziotti armati, così ligi che mancava mi togliessi anche i vestiti. Poi con fare arrogante ci indicarono un cartello “tenere un contegno rispettoso mentre si è all’interno del sepolcro, non scattare fotografie o effettuare videoriprese, non parlare, fumare, tenere le mani in tasca, indossare cappelli o guanti” (menomale avevo il cappuccio del k-way). Ho pensato: “va beh, dài, almeno puoi camminare eretta”. Si entra in un passaggio buio e angusto, con una scalinata stretta, dove a ogni scalino ai lati c’era un militare. Erano così immobili da sembrare di cera, tanto che nel mentre mia madre mi sussurrava qualcosa uno di loro fece “SHHH!” e ci partì un urlo terrificato. Ok calma, procediamo. Massimo rispetto per questo rivoluzionario politico che non immagini però essere nella realtà un uomo tanto minuto ed esile. Dopo queste non proprie rosee premesse decidiamo di andarci a svagare alGUM, imponente palazzo che occupa tutto un lato della Piazza Rossa difronte al Cremlino.
GUM
È un centro commerciale dove sono presenti molte marche di lusso e della moda. Come sempre l’aspetto fatiscente dei luoghi non manca e anche qui i russi danno una sana “botta di vitalità”. Ad ogni dieci metri, più o meno, al primo piano c’erano enormi teche con le foto dei dispersi nelle guerre mondiali mentre, giusto per dare leggerezza, al secondo piano quelli dei deceduti nelle diverse battaglie. Bene! Ma l’ottimismo non manca … Il giorno successivo, raggiante e curiosa mi dirigo al Cremlino.
Bello a livello architettonico, peccato che non ci abbiano fatti entrare. Menomale che all’esterno c’era la famosa campana dello zar, commissionata dalla sovrana Anna, nipote di Pietro il Grande. Almeno un senso lo abbiamo dato. Ma non demordo. Ora è il momento di andare a sbirciare i vari spettacoli al teatro Bolshoi. A parte lo sporco, trascurato, ai limiti dell’abbandono, non c’era traccia di nulla. Chiediamo: chiuso non si sa fino a quando. Ed ecco che le mie immagini delle talentuose e flessuose ballerine russe scemano miseramente.
Mai arrendersi! Ora si gioca duro. Prossima tappaMuseum of Cosmonautics, alla scoperta dei più importanti successi sovietici nell’esplorazione spaziale. Il tutto gettato alla rinfusa, sporco, pieno di polvere e cavolo … mettetecela una luce in più, così tanto per riuscire a vedere oltre le ombre dei vari oggetti. Anche il veicoloSojuz, facente parte del programma russo Luna, è lì gettato in un angolo, abbellito da un inguardabile pupazzo raffigurante un astronauta tenuto da un fil di ferro.
Sojuz
Ho pensato … e che cavolo anche gli anni dell’esplorazione lunare sono andati a farsi benedire! Addio ai sogni di gloria della cagnolina Laika e al primo uomo a volare nello spazio Jurij Alekseevi? Gagarin.
Ed arriviamo all’esperienza più terrificante della mia vita. Prendere un Tupolev “bara volante”, con 100 incidenti e 3100 morti, come testimonianza della sicurezza della compagnia aerea (informazioni acquisite dopo).
Tupolev
Beh le cappelliere, non dotate di sportelli, hanno fatto sì che al momento del decollo ci sia stata la fluttuazione di ogni sorta di bagaglio che, una volta presa quota, ha generato la riconsegna tra i vari passeggeri delle rispettive borse e valigie. Almeno un po’ di spirito di comunità l’ho provato finalmente! Ci mancava il segno di pace e potevamo morire felici!
Ed eccoci arrivati a San Pietroburgo.
Osservare il Mar Baltico, camminare nei canali costeggiati da sontuosi palazzi. Osservare, dai suggestivi ponti, il fiume Neva, rendendo la città sinuosa ed elegante. Il campo di Marte, uno stupendo giardino che costeggia il fiume. Per poi arrivare a lui … l’Hermitage … il Palazzo d’inverno, edificio che faceva parte della reggia imperiale che per due secoli ospitò la famiglia degli zar Romanov.
Finalmente! Mi sono figurata la famiglia reale, ho scorso Anna Karenina che faceva parte dell’alta società di San Pietroburgo, ho intravisto Tatiana ed Alexander de Il cavaliere d’inverno e, perché no, non sono mancati i protagonisti di Guerra e Pace, sempre del mio adorato Tolstoj. Il cerchio finalmente si è chiuso. Missione compiuta! Ciò che si prova al suo interno è una magia che appartiene a ognuno di noi, nel privato, nel viaggio temporale che si vive. Tutto si anima, gli occhi si saziano e l’immaginazione viaggia senza frontiere, senza appartenenza. Le collezioni di arte, all’interno, scalfiscono tutte le differenze … si diventa il tutto nel tutto.