Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.

 





Anche Roma ha una Stalingrado

In estate ti sembra di “sentire” la città in un modo differente.

Il perenne rumore di fondo, al quale ci si crede abituati al punto di ritenere che faccia parte della stessa natura intorno a te come quello di una cascata africana in lontananza, quasi scompare. Ancor più evidente, nel silenzio generale, arriva la solita moto che scorrazza disturbante e indisturbata su e giù anche in piena notte con la sua marmitta insolente. A parte queste interruzioni che però quasi confortano ricordandoti che la vita umana, pur nelle forme più fastidiose, non è andata via, ti accorgi che la rarefazione dei suoni crea un diverso stato d’animo. Uno svuotamento della mente che ti costringe a guardarti intorno con un atteggiamento diverso dal solito, come se fosse cambiato qualcosa, come a cercare di sostituire i rumori con qualcos’altro. Le voci degli “umani” non più sovrastate dal frastuono del traffico escono dai cortili dei palazzi popolari per riportare nella giusta lunghezza d’onda i rapporti con i tuoi simili e fra di loro.

Nella “fortezza proletaria di Stalingrado”1 gli abitanti protetti dalle loro case utilizzano i cortili e i giardini come se fossero a Villa Borghese, cercando un po’ di frescura al caldo agosto romano. Un enorme condominio su via di Valle Melaina, che occupa un’area consistente del quartiere che da sempre mi ha affascinato e che più volte, anche se con molta fretta, avevo attraversato. La definizione di fortezza proletaria di Stalingrado non fu data a caso. Sin da quando fu edificata qui, come in tutto il quartiere del resto, il regime fascista ebbe filo da torcere. Fu rifugio di ricercati politici e di fuggiaschi e luogo di lotta e di sedizione tra i più irriducibili e valorosi. Nel dopoguerra rimase un quartiere “difficile” e non sembra aver perso questa connotazione poco “conciliante”. Proprio all’angolo tra Via Scarpanto e Via Gran Paradiso c’era, fino a poco tempo fa, un circolo politico intitolato a Teresa Gullace, la martire del fascismo cui si ispirò Rossellini per il personaggio femminile di Roma Città Aperta interpretato da Anna Magnani.

Nato tra il 1930/’32 con il sostegno dell’Ifacp (Istituto Fascista Autonomo Case Popolari), allora diretto da Calza Bini e Costantini conta circa 534 appartamenti con 14 scale, individuate dalle torri che emergono dall’edificio, per un’altezza di 7 piani. A questo complesso di case popolari alla fine degli anni quaranta ne furono aggiunte altre a fianco ma di diversa tipologia.

In questi edifici ci sono frammenti di storia nelle lapidi sparpagliate all’interno e all’esterno: nel 1933 le suore Orsoline di S. Girolamo di Somasca iniziarono la loro opera educativa inserendo anche un asilo all’interno del comprensorio, un’altra lapide posta in su uno dei muri perimetrali in Via Scarpanto ricorda i quattro antifascisti Riziero Fantini, Filippo Rocchi, Antonio Pistonesi, Renzo Piasco catturati dopo i rastrellamenti del 1943 e condannati a morte, nel 1948 in via del Gran Paradiso vennero girate alcune scene del film di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (https://www.youtube.com/watch?v=SmI1kAdZzAY) fino ad arrivare al 1968 Il medico della mutua di Luigi Zampa, 1968, con Alberto Sordi.

Insomma un bagno di storia, di umanità e di architettura in una Karl Marx Hofe capitolina in un afoso pomeriggio d’estate tra un racconto e l’altro strappato agli abitanti che si godono il fresco nei cortili e che ti accolgono con la frase: “Qui c’è Storia! È una giornalista”? Nel sentire che sono un’architetta restano un po’ interdetti. Forse volevano parlare dell’eroica difesa di Stalingrado fatta dai genitori o dai nonni ma qualche utile notizia la danno volentieri e ti salutano con semplicità. Buona passeggiata!

1.Le Borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana

Luciano Villani (https://books.openedition.org/ledizioni/108)

 





The World March Fest.

Dieci anni fa individui e associazioni di tutto il mondo avevano un sogno, organizzare la prima Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza. E ci riuscirono. A quella Marcia, in 93 giorni, parteciparono migliaia di persone; la stessa attraversò circa 100 paesi dei 5 continenti, in ognuno dei quali si svolsero vari eventi istituzionali e artistici. Io ebbi la fortuna di far parte del Comitato organizzatore, e, oltre alle iniziative di Roma, partecipai all’ultimo tratto della marcia, quello che attraversò il Perù, il Cile e l’Argentina. Al solo ricordo mi si ricolma il cuore di gioia. Moltitudini colorate di diverse nazioni erano unite solo da due parole: Pace e nonviolenza.

Dopo dieci anni un gruppo di persone di allora ha deciso di organizzare la Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la nonviolenza. E partirà il 2 ottobre 2019 da Madrid. Ancora oggi stanno aderendo e si stanno sommando centinaia di associazioni. Nelle scuole di tutto il mondo, in occasione della Marcia, saranno realizzati simboli della pace umani; in ogni città che ha aderito si apriranno tavoli di discussione e si cercherà di portare nell’agenda informativa tematiche quali la difesa dell’ambiente, il tema del disarmo, la lotta alle diseguaglianze sociali e alla discriminazione di genere.

Perché organizziamo una seconda marcia?  Perché vogliamo denunciare la pericolosa situazione mondiale caratterizzata da sempre più conflitti; perché vogliamo continuare a creare coscienza poiché solo attraverso la pace e la nonviolenza sarà possibile costruire un mondo migliore; perché vogliamo rendere visibili le differenti e varie azioni positive che persone, insiemi, popoli portano avanti tutti i giorni. Perché vogliamo dare voce alle nuove generazioni che che vogliono dar risalto alla cultura della nonviolenza.

Quando? La seconda marcia comincerà a Madrid il 2 Ottobre 2019, giornata internazionale della nonviolenza. Percorrerà l’Africa, l’America, l’Oceania, L’Asia, L’Europa per tornare a Madrid l’8 Marzo, giornata internazionale della donna. La marcia arriverà in Italia a febbraio, per concludersi di nuovo a Madrid a marzo 2020. 

Festa di inizio: a Roma, il 2 ottobre 2019 dalle 17, in occasione della partenza  della marcia da Madrid, sarà organizzato un evento a San Lorenzo, a piazzale del Verano, presso lo spazio Habicura. Il titolo dell’evento sarà World March Fest – The beginning, Parole, suoni e immagini per la Nonviolenza.

Oltre al collegamento in diretta con Madrid, si terranno tavoli di discussione su sostenibilità ambientale, diseguaglianze sociali, disarmo e cultura della nonviolenza. Durante l’evento si terranno mostre fotografiche e di sculture, concerti, stand delle associazioni che hanno aderito la marcia.

Programma della serata

17-19h tavoli di discussione:
17-19h giochi con bimbi di Maga Nanà
19.00h Presentazione della Marcia
19.30-20.15h Proiezione documentario “L’inizio della fine delle armi nucleari”
20.30 – 21.15h Storytelling e visita guidata al Parco della Nonviolenza a cura di Accentrica
21.30 – 23.30h Esibizione gruppi musicali:
The Fireflies
Samba Precario
23.30 – chiusura con DJ set

Durante tutto l’evento:
Esposizione delle sculture di Bruno Melappioni
Esposizione fotografica Humanity First di Serena Arena

Inoltre: durante la serata saranno presenti gli stand delle diverse realtà aderenti alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.  

 

 Sito della marcia https://it.theworldmarch.org/it/   





Ritorno a Roma.

Ritorno a Roma: esempio di come in questa città si sia perso ogni senso di Umanità.
Sveglia presto. Molto presto.
L’autobus in perfetto orario (per ora) apre le porte davanti al mio Corpo guidato dalla mia Mente.
Le solite facce lunghe, a cui ho dato dei soprannomi.
L’Abissina scontrosa, l’Efebo filippino, la Comitiva dei Puzzafiato Romeni, la Vampira, il Collettivo delle Colf del Pollame cerebrale, l’Africano pregante, il Consumato, er Fracico, il Sordo paraculo, la vecchia traballante (e altri personnages).

Trasbordo bus/metro. Altre facce oblunghe.
Il mio Corpo si siede.
Termini, dove tutto termina, vite alcoliche, tassisti, edicolanti, ferrovieri, binari, morti anche loro.
Entro in uno di quei luoghi che definisco “punitivi” per antonomasia, caserma, scuola, manicomio, carcere.
Per me è caserma. Per ora.
Rivedo persone a me care, stringo mani, abbraccio persone. Altre non le cago (cinico,sì!)
Battute, quei “sì, eh?!” “maddài” che tanto vanno di moda ora.
Nanni Moretti ne farebbe un altro Ecce Bombo.
Maschere. Diffido.
Mi limito ad allungare la prossemica.
La giornata lavorativa è dinamica, mi incazzo puntualmente per l’imperizia dei fornitori.
In fondo molto spesso mi dicono che ho una mente “nazista”. Cazzi loro, pensino ciò che vogliono, Io sono nato così.
I miei colleghi sono intenti a spostare materiale nel pessimismo e fastidio.
Neanche Sisifo sbuffava così tanto, Ercole faticava e non rompeva i coglioni a nessuno.
Finisce la giornata lavorativa.
Firmo ed esco; è appena partito il treno per Ancona sul binario 1.
Metro A.
Riprendo il “rapido” (si fa per dire) 904.
Mi siedo. Dopo due fermate sale una donna con aspetto claudicante, all’apparenza.
Poi sale una ragazza incinta, a giudicare dalla “panza” credo sia al 5/6 mese.
L’apparente claudicante sbuffa e lancia strane occhiate.
Penso: se vuole può chiedere, ma non mi fido. Più che altro non sono sicuro che abbia questo handicap.
Chiamo la ragazza “panzuta”, la invito a sedersi.
Ne nasce una assurda diatriba tra le due su chi abbia la “precedenza”.
Mi sento chiamato in causa, in quanto il posto lo sto cedendo io.
Scelgo a chi darlo. la “panzuta” per me ha priorità, in fondo faccio sedere due persone insieme.
Dopo qualche fermata la ragazza mi chiama dicendomi di rimettermi a sedere.
Grazie. Ora tocca alla “zoppa”.
Tutti seduti.
Tutti felici.
Ringrazio di Essere in buona Salute, Mente e Corpo.
Andrò ovunque mi porteranno i miei piedi, peraltro molto grandi.
Ramingo è sempre in piedi.

Grazie, Ramingo.

(R)

 





© Francesco Cocco

Care amiche e cari amici

come molt@ di voi sanno due anni fa abbiamo realizzato con il Network Italiano Salute Globale una mostra fotografica con il materiale raccolto in Burkina Faso da Francesco Cocco, fotografo dell’Agenzia Contrasto, che per noi ha visitato centri antiviolenza e ambulatori medici sostenuti dalla cooperazione sanitaria italiana.

Un emozionante racconto in bianco e nero che ha girato un po’ l’Italia, dopo l’inaugurazione a Roma, la mostra è stata esposta a Conversano di Bari, Brescia e Napoli.

Siete tutt@ invitati al Finissage che conclude questa iniziativa per brindare insieme a noi e nel corso della serata sarà anche possibile, con un contributo libero, acquistare le immagini della mostra.

Vi aspettiamo!

Barbara


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Francesco Cocco




COMPLESSO RELIGIOSO O SALOTTO BUONO? Il Tempio della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni a Roma.

Ingresso al Tempio. Immagine tratta da www.media-mormoni.it

L’occasione fornita da ALOA (Associazione Ludica dell’Ordine degli Architetti di Roma) il 19 gennaio scorso di visitare il complesso della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni edificato dalla Comunità Mormone a Roma, prima della dedicazione del Tempio agli scopi religiosi con conseguente sua chiusura al pubblico non praticante ma con accesso consentito a tutti negli spazi e servizi esterni, mi ha fatto tornare alla memoria la circostanza in cui sono entrata in contatto, anche se indirettamente, con il mondo di questa Comunità.

Mi riferisco al romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso (A study in scarlet), pubblicato nel 1887, in cui il celebre detective Sherlock Holmes, con la sua indiscutibile e quasi irritante abilità, riesce a districarsi nella risoluzione di un omicidio che aveva le sue radici nella lontana America, e, precisamente, nello stato dell’Utah, per poi avere un drammatico epilogo a Londra. Nonostante sia sempre stata un’appassionata di romanzi gialli devo dire di essere rimasta molto colpita dal clima di quel racconto forse perché l’omicidio aveva origine in un contesto un po’ oppressivo.

La possibilità di visitare il Tempio mi è sembrata una buona occasione per cercare di acquisire una conoscenza meno superficiale, attraverso un contatto diretto con la sua rappresentazione architettonica, di un clima culturale alquanto diverso da quello in cui sono cresciuta, approfittando di una manifestazione espressamente dedicata agli Architetti e, quindi, almeno nelle attese, volta a far conoscere le particolarità di quel mondo sotto questo profilo.

Il Tempio © Lucilla Brignola

L’ultimo complesso religioso, di notevole rilevanza, edificato a Roma era stato quello del Centro Culturale Islamico alla cui inaugurazione, nella giornata dedicata alle sole donne, avevo partecipato nel lontano giugno del 1995. Con questo nuovo imponente complesso Roma, sede per eccellenza della Chiesa Cattolica, aggiunge un altro esempio del profondo legame tra architettura e religione e, come accaduto per il complesso della Moschea, edificato con le risorse private della Comunità Islamica, anche questo è stato interamente finanziato dalla Comunità Mormone con grande profusione di mezzi come abbiamo potuto constatare.

L’intero complesso. Immagine tratta da www.media-mormoni.it

Appena entrati nell’Edificio polifunzionale facente parte dell’imponente struttura che si estende su una superficie di ben 6 ettari, siamo stati introdotti in una delle tante sale al piano terra, dotata di impianto televisivo, dove due serafiche ragazze, provenienti dallo Stato dell’Utah, si alternavano nelle spiegazioni di quello che avremmo visto con l’ausilio di un video molto curato che, peraltro, introduceva quasi esclusivamente alla loro cultura. Pura e semplice pubblicizzazione del loro credo. Uno spot pubblicitario. Dopo il video siamo stati presi in carico dalla nostra guida, un giovane e sorridente architetto, e abbiamo cominciato il tour nel Tempio vero e proprio, con divieto di fotografare e, ovviamente, guardati a vista. Ma sempre con il sorriso sulle labbra.

Edificio polifunzionale © Lucilla Brignola

All’entrata gentili, servizievoli e sorridenti signore ci hanno infilato ai piedi apposite soprascarpe di plastica per non sporcare, visto anche il tempo inclemente, pavimenti e tappeti, e siamo stati ammessi nell’edificio. Per chi, come me, non era mai entrata in un Tempio Mormone la sorpresa più grande è stata quella di non essere introdotti, dopo un ingresso che sembrava la reception di un albergo di lusso con espressi ed accentuati riferimenti decorativi che riproducono quelli della Piazza del Campidoglio di Roma, in un’unica sala grande di preghiera o di meditazione e di non vedere dall’interno la verticalità delle guglie, ma solo una serie di ambienti più o meno grandi, secondo la necessità, con profusione di decorazioni di vari stili e materiali che si sviluppano su tre livelli per una superficie di quasi 4.000 mq. Insomma un labirinto di stanze che mi è sembrato in evidente contrasto con l’imponente volumetria del Tempio, in granito sardo, visto dall’esterno.

Come ci ha spiegato la guida, dal 10 marzo in poi, quando l’edificio del Tempio verrà aperto ufficialmente al culto, l’ingresso al pubblico sarà vietato e consentito solo ai fedeli, i quali entreranno sempre con i loro migliori vestiti, per poi cambiarsi e indossare una veste bianca perché in questo luogo non ci devono essere distinzioni fra i gli aderenti alla Comunità.

Mentre ci introduceva alla nostra visita ci spiegava un po’ di tutto rispondendo alle nostre domande in modo affabile e sorridente come si fa con dei bambini che per loro natura sono pericolosi perché non si sa mai dove vanno a parare e schivando, non sempre in modo convincente, le domande che di volta in volta il gruppetto di noi ospiti poneva sollecitato anche dalle sue parole. Ci ha fatto notare che, man mano che salivamo verso i piani alti, i colori erano sempre più chiari come anche la luce sempre più abbagliante. Espresso ed ovvio riferimento al progressivo avvicinarsi alla Divinità. La luce artificiale è diffusa da enormi lampadari di Murano e di Swarovsky mentre quella naturale filtra da finestre, provenienti da laboratori americani, decorate con motivi floreali o vegetali. La giornata piovosa e grigia, secondo la guida, non era però favorevole ai riflessi delle vetrate sui muri che sarebbero stati invece, molto suggestivi in una giornata di sole. Tra le varie stanze la Sala Celeste, che certamente rappresenta la serenità dei cieli e luogo principe per la meditazione, è forse quella che abbonda di più delle altre in ornamenti, luci e decorazioni mentre quella che mi è sembrata avere un’imponenza maggiore delle altre è il Battistero. Un’enorme vasca sorretta da 12 buoi in vetroresina che simboleggiano le 12 tribù di Israele e nel quale è officiato il battesimo oltre che dei vivi anche degli antenati deceduti alla quale, la Comunità, da quello che si è capito, sembra tenere moltissimo. Provo una strana sensazione. Interpretare la volontà dei defunti?

Sala Celeste e Battistero. Immagini tratte da www.media-mormoni.it

Il tour prosegue. In tutti gli spazi interni si è cercato di rendere omaggio al Genius Loci con utilizzo massiccio e alquanto ridondante e quasi ossessivo di materiali e stilemi come il travertino romano, le forme concave e convesse prese in prestito da Bernini e Borromini e la ripetuta riproduzione del disegno della piazza del Campidoglio di Michelangelo su soffitti, pavimenti, tappeti e ovunque si presentasse la pur minima occasione di decorare. Tentativo apprezzabile ma superficiale.

La progettazione di tutto il complesso è stata curata dallo studio VCBO Architects nella persona dell’architetto Valentinier, mormone, come ha tenuto a sottolineare la nostra Guida sollecitato da una mia domanda. La provenienza del progettista dalle fila della Comunità facilita molto la realizzazione dell’opera, ma, ha aggiunto immediatamente che questa non è una regola…salvandosi in corner da una raffica di domande con le quali lo avrei sommerso! Ma un’altra ho dovuta fargliela lo stesso. Avevo notato che in tutte le rappresentazioni pittoriche non era mai mostrata la sofferenza né si erano visti Crocefissi. La sua risposta è stata che sì, esiste la sofferenza, ma è solo un momento che deve essere superato con la gioia di vivere e che non è necessario esibirla, nemmeno se è quella del Cristo.

Preso atto di questa impostazione filosofica generale sulla quale ognuno può fare le sue valutazioni e tornando agli aspetti più pertinenti allo scopo della visita, l’unica cosa che ha suscitato vivo interesse è stata la ricerca dell’imperfezione costruttiva sia all’interno sia all’esterno. Sembrava il gioco che si trova sui giornali enigmistici (indovina le differenze tra due figure), ma alla fine siamo stati rassicurati perché ci è stato detto dal nostro Vate che per la costruzione dei Templi Mormoni esiste un apposito e tassativo libro di specifiche al quale si devono attenere tutti quelli che realizzano le opere per loro e che, durante l’esecuzione dei lavori e in continuazione, veniva verificata l’assoluta perfezione e aderenza alle prescrizioni ivi stabilite. Devo riconoscere che effettivamente è così. L’impresa costruttrice, la Cg Edilcoop, con l’apporto di numerose altre imprese anche estere, ha fatto il miracolo che ogni architetto vorrebbe vedere in cantiere!

Di fronte al Tempio, collegato da un corso d’acqua, c’è il Centro Visitatori e, alla sinistra, la Foresteria. I due edifici, ovviamente, hanno un aspetto architettonico molto più sobrio, nell’uso dei materiali e nelle forme architettoniche rispetto agli ambienti e alla struttura architettonica del Tempio. L’utilizzo di porticati, di materiali come mattoncini e travertino per sottolineare l’identità romana, vegetazione autoctona e articolazione degli spazi molto equilibrata che infonde un’atmosfera di grande calma e serenità.

Che mi è sembrata somigliare al loro sorriso un po’ stereotipato.

In alto la Foresteria, in basso il Centro visitatori © Lucilla Brignola

Un altro momento di grande enfasi si vive all’interno del Centro Visitatori. Varcata la soglia, nella vetrata curvilinea il Cristo Risorto, circondato dai Dodici Apostoli, accoglie gli ospiti con lo sguardo rivolto verso il Tempio e, dulcis in fundo, altro particolare degno di nota, con tutto il rispetto, esilarante, è la presenza, all’interno del Centro, di una costruzione in stile vecchio casale dell’agro romano localizzato in una fantomatica “Piazza S. Giovanni”, che loro chiamano installazione interattiva.

Il Cristo risorto © Lucilla Brignola
Installazione interattiva © Lucilla Brignola

Sarà
forse una riflessione un po’ superficiale ma, osservando le immagini disponibili
dei Templi Mormoni attualmente esistenti nel mondo, si potrebbe dire che,
nonostante il tentativo di adattarli al luogo di appartenenza, ciò che risulta
più evidente, non tanto per il linguaggio architettonico utilizzato per gli
esterni quanto per gli ambienti interni, è che sembra si somiglino tutti. Una serie
di stanze, legate sicuramente ai riti, molto sfarzose con il quale loro
celebrano Dio, quasi come IKEA realizza, pur con le dovute doverose differenze,
i suoi centri vendita.

Passeggiando all’esterno, ormai senza guida, e volgendo lo sguardo alla piazza (il Foro Romano), circondata da aree verdi ben curate e osservando questi spazi, il pensiero che il luogo migliore per la meditazione e per avvicinarsi a Dio sia quello esterno piuttosto che quello degli ambienti interni sfarzosi e super decorati del Tempio forse è lecito. Anche se piove un po’.


Tutte le immagini contenute in questo articolo, lì dove specificato, sono tratte dal web e possono essere soggette a copyright, tutte le altre sono coperte da diritto d’autore © Lucilla Brignola




Cinema a Milano

“Miracolo a Milano”, 1951 di Vittorio De Sica Nella foto: comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film @ArchiviFarabola

Inclini a considerare Cinecittà, a Roma, come rinomata sede delle nostrane produzioni cinematografiche, talvolta dimentichiamo che Milano ha avuto un ruolo nel settore e vanta alcuni brillanti trascorsi.

Vero per alcuni registi fra quelli che nominerò più avanti, eccezion fatta per Fellini, Bertolucci, Rossellini, Germi e alcuni altri, che l’hanno snobbata.

Ce lo racconta con buona volontà documentale la mostra inaugurata a Milano, a Palazzo Morando, dall’8 novembre 2018 al 10 febbraio 2019 dal titolo Milano e il Cinema, promossa dal Comune di Milano Cultura, Direzione Musei Storici.

Evidentemente Milano è in piena fase propulsivo-promozionale voluta dalle più recenti giunte locali, e ciò riverbera anche negli aspetti culturali sui quali l’amministrazione cittadina investe più sentitamente che nel passato.

In una realtà espositiva sobriamente immersiva mi sento autorizzata a compiacere la memoria e la malcelata cinefilia, riportando le mie impressioni circa gli scenari che fanno da sfondo alle opere selezionate dal curatore Stefano Galli; scopo della mostra è quello di avvalorare la tesi che Milano ha avuto una sua peculiare tradizione cinematografica.

L’esposizione a carattere storico-antologico inizia il suo racconto nel 1909, quando Luca Comerio edifica in zona Turro ben attrezzati stabilimenti cinematografici con i mezzi a disposizione all’epoca. Ma non solo, alcuni anni dopo apre i battenti Armenia Films in zona Bovisa, ex Milano Films di Comerio, mentre nel 1945 sorgono gli stabilimenti ICET nel quartiere Barona. La proverbiale vocazione imprenditoriale milanese si fa viva anche in questo comparto.

Nonostante le felici promesse di una Milano filmica inizialmente del tutto sperimentale, c’è chi la pensa criticamente:

“Milano è piatta: Non ha fiumi. La sua luce è spesso avara. Ci sono pochi monumenti di rilievo: Già solo queste caratteristiche fisiche ed estetiche danno ragione dei pochi film girativi dal dopoguerra in poi. Si può affermare che Milano non è mai stata una città “cinematografica” nel senso tradizionale della parola: le sue qualità cinematografiche sono moderne, sottili, nascoste“.

John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli

Secondo questa tesi c’è da domandarsi cosa vi abbiano trovato di interessante cineasti quali Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica ed Ermanno Olmi che ricordiamo per le loro realizzazioni indimenticabili: Miracolo a Milano di De Sica, La Notte di Antonioni, Rocco e i suoi fratelli di Visconti e Il Posto di Olmi.

Probabilmente sono proprio le sue qualità moderne, sottili e nemmeno tanto nascoste a fare da substrato a film passati alla storia del cinema. Milano in piena ricostruzione nel primo dopoguerra, un concentrato di ciò che di “propositivo” può esserci in una società che promette di investire nel capitale umano creando, di fatto, alienazione, nel suo essere socialmente divisiva: dai poveri straccioni di Miracolo a Milano alla tronfia imprenditoria di nuovo conio de La Notte; dai sottoproletari immigrati di Rocco e i suoi fratelli, pervasi da un’inquietudine sofferta quotidianamente nel loro essere “etnicamente altri”,  alla triste attesa di uno squallido impiego per il malinconico protagonista de Il Posto, non meno marginale degli immigrati meridionali venuti a lavorare nelle fabbriche.

In questi film sono ben evidenziati i simboli della città ricca dell’alta borghesia dalle case eleganti, il Duomo e la sua grande piazza e le invitanti vetrine della Rinascente, responsabile della democratizzazione del lusso [1], in contrasto con la periferia misera del proletariato urbano.

L’esposizione a mezzo di fotografie, manifesti, contributi video e memorabilia – così recita il comunicato stampa – spazia fra i decenni attraverso i vari generi, dalla commedia al poliziottesco  degli anni settanta a base di  sbirri dallo sguardo bieco che usano le maniere forti, senza tralasciare il filone industriale e pubblicitario che permane nell’immaginario collettivo: pensiamo ai filmati etici di Bruno Bozzetto e al gruppo Campari, per fare un esempio, che ha sempre puntato alto nel promuovere il suo marchio.

Esaurito il tema forte dell’integrazione tra i nuovi arrivati e i cittadini milanesi, il cinema a Milano sfumerà progressivamente nel décalage di una società globalizzante, meno capace di sorprendere; non vedremo più la Stazione Centrale, cardine del passaggio dal paese alla città ostile e poco ospitale, ma l’avvento di nuovi soggetti sociali.

“Gli anni ottanta videro la comparsa di un genere di film “yuppie”, come Sotto il vestito niente e Via Montenapoleone,[2] che riflettono perfettamente lo spirito della “Milano da bere” inventata dalla pubblicità. Alcuni di questi film sembrano proprio appendici della pubblicità stessa, e i due mondi si intersecano spesso con il passaggio di diversi registi e scrittori da uno all’altro“.

John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli.


[1] Grandi Magazzini di Mario Camerini, 1939
[2] entrambi diretti da Carlo Vanzina, 1985-1987


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e possono essere soggette a Copyright.




YOU AND EYE

Idea di Tania Boazzelli
Fotografia e post-produzione di Alice Pastorelli
Testo di Seralisa Carbone

Io e Toni

Il concetto è semplice.

In un luogo inaccessibile ed emotivamente forte come il carcere, una fotografa
professionista avrebbe potuto catturare immagini “toccanti” da portare alla ribalta
con la facilità di uno schiocco di dita e la velocità di un click.
Ma non era questo, il fine di Scatto Libero.
Noi volevamo “dare”, all’Altro, non rubare immagini e scappar via per mostrare
all’esterno le nostre abilità.
Siamo consapevoli di chi siamo, la fotografia è nostro mestiere, ma Solidarietà
vuol dire donare, non autocelebrarsi: le immagini dovevano essere scattate dai
detenuti e non c’era idea più bella per tutti, perché la nostra forza motrice era – e
rimane – “abilitare”, trasferire conoscenza, mettere davvero la cultura al servizio
del sociale come è più difficile, già, ma un’associazione no-profit ha la
responsabilità di quest’ambizione senza mezzi termini.

In questa fotografia ci sono io e, sovrapposto al mio, l’occhio di Toni.
Toni è uno dei quattordici ragazzi che hanno preso parte
al laboratorio fotografico del carcere di Rebibbia.
Lui non riusciva a guardare in bianco e nero e non immaginava che con l’evidenza
dei colori. Non sapeva ancora che la luce può far miracoli anche attraverso due
tinte così apparentemente limitate, rigorose, opposte.
Così, insieme a noi, ha saputo superare il proprio limite, imparando a guardare
con occhi differenti quel bianco e nero che prima appariva come l’ennesima
restrizione.
Io e Toni SIAMO il simbolo di Scatto Libero.

Scatto nasce per far esprimere chi vive situazioni al limite e per far urlare le
fotografie di chiunque veda preclusa la propria libertà e abbia il coraggio di aprire
uno spiraglio attraverso l’arte e l’immaginazione.
Scatto Libero vuol dare luce, attraverso la luce, a immagini figlie di persone che
già le avevano dentro in una gestazione ancora tutta da scoprire.
“Noi con i loro occhi”, sì, perché il nostro impegno, unito al loro sguardo, ha creato una sincronia potente di cui andiamo fieri.

La vittoria sta nell’entusiasmo e nella speranza che la FOTOGRAFIA ha saputo
esaltare.
Perché Fotografia non è soltanto immagine, ma anzitutto immaginazione,
vibrazione, vita.

Vi aspettiamo tutti alla mostra.
#SAVETHEDATE 1-2 dicembre 2018 “Frammenti di Libertà” 
L’Associazione Culturale il Crogiolo è lieta di presentare in anteprima ai Castelli Romani la mostra del laboratorio fotografico Scatto Libero, ideata e curata dalla fotografa Tania Boazzelli.

©Alice Pastorelli