20 SETTEMBRE 1870 – 20 SETTEMBRE 2020

Il venti Settembre si sono tenute le celebrazioni davanti alla Porta Pia a Roma per ricordare la presa dell’Urbe e la caduta definitiva dello Stato Pontificio, allora governato da papa Pio IX e definito dagli storici “l’ultimo Papa Re”, e la consecutiva annessione delle terre papaline e di Roma stessa nel neonato Regno d’Italia (sorto nel 1861).

Come si arrivò a questo evento storico? Era il 1867, quando Garibaldi e i circoli garibaldini erano giunti a stabilire che si doveva affrontare la questione romana e pertanto un’azione rapida avrebbe messo l’alleato del Papa, il Re dei Francesi Napoleone III, davanti al fatto appena compiuto, senza la possibilità di reazione. Il Capo del Governo Rattazzi e la Monarchia sabauda sostennero questa iniziativa, ma la sperata insurrezione condotta da Monti e Tognetti, che fecero saltare in aria con una mina una caserma di papalini, fallì miseramente; mentre un manipolo di garibaldini veniva affrontato e sconfitto dalle truppe papaline a Villa Gloria. Garibaldi senza l’appoggio del Governo e della Monarchia sconfinò con i suoi uomini all’interno dello Stato Pontificio, ma subì una grave sconfitta a Mentana il 3 Novembre 1867 e per ordine del Governo fu scortato a Caprera (per non dire che fu esiliato). Soltanto con la sconfitta di Napoleone III a Sedan da parte dei prussiani nel 1870 e con la caduta del Secondo Impero francese, il Governo italiano poteva ritenersi sciolto dagli impegni della Convenzione di Settembre, secondo cui l’Imperatore Napoleone III avrebbe tolto le truppe francesi a difesa di Sua Santità e il Governo italiano non avrebbe attaccato lo Stato Pontificio per annettere Roma al Regno sabaudo. Il venti Settembre del 1870 un corpo di bersaglieri entrò in Roma, dopo aver aperto una breccia nelle mura aureliane presso Porta Pia. Agli inizi di Settembre del medesimo anno si tennero degli scambi epistolari tra Re Vittorio Emanuele II e Pio IX, nella lettera del primo si legge:” Veggo l’indeclinabile necessità, per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, inoltrinsi per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e pel mantenimento dell’ordine. La Santità Vostra non vorrà vedere, in questo provvedimento di precauzione, un atto ostile. Il mio governo e le mie forze si restringeranno assolutamente ad un’azione conservatrice e a tutelare i diritti, facilmente conciliabili, delle popolazioni romane, con la inviolabilità del Sommo Pontefice e la sua spirituale autorità coll’indipendenza della Santa Sede.” Poche righe di risposta da parte del Papa furono recate a Palazzo Pitti, dove risiedeva la famiglia Savoia, quando Firenze era capitale del Regno, “Io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principi ch’essa contiene”. 

 

La Porta rammenta quando si parla dell’evento sopra raccontato, non era altri che una porta d’ingresso a Roma, voluta dall’allora Papa Pio IV (ecco perché chiamata Pia).

Nel 1561 a Michelangelo Buonarroti, l’artista più rinomato alla corte papale, veniva commissionata l’edificazione della nuova porta in sostituzione della vecchia Porta Nomentana, che veniva chiusa, per problemi di traffico nella zona e per un nuovo assetto urbanistico del quartiere.

 

 

I disegni di Michelangelo pervenutici sono degli abbozzi, schizzi, che Giorgio Vasari commenta all’interno della “Vita” dell’artista fiorentino « tutti stravaganti e bellissimi»

I progetti, conservati nell’Archivio Buonarroti in Casa Buonarroti a Firenze (CD618r e CD619r) prevedevano l’utilizzo di travertino e mattoni per la facciata verso la Città, suddivisa in tre campate, quella centrale decorata da un portale a tabernacolo marmoreo in alto rilievo che risalta prepotentemente sulle lisce murature circostanti, ai lati del portale venivano collocate due paraste scanalate, come sostegno di un’alta cornice sormontata da un timpano triangolare all’interno del quale è inserito un timpano ricurvo spezzato, arrotolato in volute e tenuto insieme dai racemi di una ghirlanda; la porta è incorniciata da bugne compatte che si ripiegano in un arco dal profilo spigoloso. La combinazione dei vari elementi crea un gioco di contrasti, come la corniciatura pesante e possente (gigantismo michelangiolesco) e la porta a confronto minuta, che pare schiacciata. Le decorazioni poste ai lati dell’edificio richiamano una bacinella con un asciugamano intorno e un sapone al centro, allusivo all’arte dei chirurghi e dei barbieri da cui sembra discendesse il ramo cadetto della famiglia  de’ Medici cui apparteneva il Papa. Il monumento odierno ha subìto diverse modifiche nel tempo, basti pensare che nelle carte  topografiche della Città mostravano la Porta come un rudere (1605). Gli storici dell’arte analizzando i disegni dell’artista convengono nel ritenere che l’interesse principale di Michelangelo fosse l’aspetto teatrale che avrebbe avuto il monumento, più che la funzione stessa.

La costruzione si trova alla fine della via Pia, che riprendeva il tracciato dell’antica via “Alta Semita”e proseguiva per l’attuale via XX Settembre, a concludersi con il Palazzo del Quirinale; per dare maggior effetto scenico la porta era più arretrata rispetto alle mura, alle quali era collegata con due tratti di muro laterali obliqui, merlati come la porta e si presentava con un’unica apertura verso la città e all’esterno con un fornice semplice. La seconda arcata veniva aperta nel 1575 per agevolare il traffico e veniva collocata l’iscrizione sul fornice centrale:” PIVS IV PONT MAX

PORTAM PIAM SVBLATA NOMENTANA EXTRVXIT VIAM PIAM AEQVATA ALTA SEMITA DVXIT”. A causa di manomissioni e crolli venivano realizzati restauri da parte dell’architetto neoclassico Virginio Vespignani, sotto il controllo del Pontefice Pio IX, come gli edifici dell’ufficio doganale (ora sede del Museo storico dei Bersaglieri) e il cortile interno e la facciata verso l’esterno terminata nel 1869 con l’introduzione di due nicchie fiancheggiate da quatro colonne, contenenti le statue di Sant’Agnese e di Sant’Alessandro. Le due statue venivano danneggiate durante i cannoneggiamenti della Presa di Roma e ricollocate in sede nel 1929. “HIEROMARTYRIBVS MAGNIS ALEXANDRO PONT MAX AGNETI VIRG QVORVM TROPAEIS VIA NOMENTANA NOBILITATVR PIVS IX PONTIFEX MAXIMVS ANNO SACRI PRINC XXIII PORTAM PIAM NOVIS OPERIBVS COMMVNITAM EXORNATAM DEDICAVIT DECESSORI INVICTO SOSPITATRICI SVAE IOSEPHO FERRARIO ANTISTITE VRBANO PRAEFECTO AERARI” sono le parole, che venivano scritte sopra il fornice esterno per ricordare lo scampato pericolo in cui l’ultimo Papa Re si era trovato, quando crollò la sala delle udienze del convento di Sant’Agnese, che sorgeva vicino alla Porta Pia.

 

veduta della Porta Pia dall’esterno
veduta della Porta Pia dall’Interno




Una realtà fantastica

Roma. Via Trionfale, ore 6:22 di un solito venerdì.
A quest’ora la timida luce candida e dorata del primo sole penetra dalle vetrate che circondano il mercato dei fiori di via Trionfale regalando uno spettacolo celestiale. Per quei pochi minuti che l’angolazione del sole permette alla luce di entrare il tempo sembra come fermarsi: gli sguardi affranti e stremati dalla nottata si distendono, le voci sembrano di colpo assumere un tono conventuale, i movimenti frenetici di soldi e fiori sembrano per un momento rallentare fino all’inverosimile.
Il mercato dei fiori è un posto magico. È talmente magico che sono convinto in fondo rappresenti la realtà.
I venditori di fiori, al sorgere del sole, hanno già finito una giornata di lavoro e sono quasi pronti per ripartire. La maggior parte di loro sono uomini. Alcuni di loro – quelli che attirano di più la mia attenzione –  hanno un aspetto mascolino, un po’ rude ai limiti a volte del selvaggio che contrasta però con un’intima delicatezza ed una spontanea gentilezza. Si riesce a scoprire questa genuina qualità solo oltrepassando il limite di quegli occhi duri e spesso dolcemente caparbi. Li caratterizza poi un’educazione non formalmente borghese quanto più profondamente primordiale, direi violenta, che non riesce a non vedere l’essere nell’uomo. Lì non esiste tolleranza.
Al mercato non ci si sente mai privi di un solare buongiorno e di uno speranzoso arrivederci.
Del mercato ti puoi fidare.
Mani – o meglio mano – rovinate ma robuste maneggiano graziosi fiori con la delicatezza di un neonato che pian piano scopre il prossimo e cerca un contatto timoroso e meravigliato – cito: “A signo’, so’ fiori mica so’ prosciutti!”

Astromelie, lisianthus, lilium…sono alcuni nomi dei fiori più venduti. L’incessante scorrere di parole nel più stretto dialetto di una borgata romana o nel vorticoso accento di un rione napoletano intramezzate da nomi di fiori pronunciati con sì tanto scrupolo fa credere per qualche istante di essere o in un giardino botanico o in una sala accademica, contribuendo, ancora di più, ad alimentare quel tanto di metafisico che Le Marché aux fleurs di Prati incoscientemente possiede.
Tutto quel flusso di umana materialità – intrinsecamente di stampo marxista – verrà messo a servizio, per la maggior parte, delle basiliche romane, delle chiese di quartiere o di paese e dei camposanti. L’umano a servizio dell’ultraterreno, la morte che si fa vita.
Le decine di suore – immancabilmente chiamate sorelle – che frequentano il mercato alla ricerca del miglior modo di abbellire il convento, passivamente e senza pretese subiscono l’amorevole rispetto di una vecchia insegnante o di una dolce e saggia nonnina.
Di colpo mi giro e mi si mostra un quadro terreno e miracoloso – essendo io figlio del mio tempo –  allo stesso tempo. Una cliente con un vestito leggermente più corto del solito – di sicuro per quel posto –  esibisce, timida ma fiera, i resti di una gioventù evidentemente generosa, una vera e propria, seppur matura, Venere italica. Gambe affusolate che terminano in piedi ben curati ma visibilmente affaticati, un fondoschiena maturo ma con la tenera pretesa di mostrare ancora il suo lato più giovanile, schiena diritta e saggia, spronata ad essere gagliarda e leggermente scoperta dal lato sinistro, capelli biondi e sempre mossi. Dietro di lei decine di uomini diciamo incuriositi. La situazione che in ambienti più compromessi e avari, considerati più “alti”, avrebbe suscitato una scellerata ovazione in clima da stadio, al mercato dei fiori si trasforma in una timida e sentimentale reazione da branco liceale. Succede così che la donna, intenta a farsi osservare, gratifica il suo io, in fondo forse represso, senza sentirsi deturpata però della propria dignità. Nel pieno rispetto di carne e spirito viene apprezzata, desiderata, magari raggiunta ma mai vilmente comprata.
In quel posto che oserei definire un Purgatorio – non nel senso dantesco di stato di mezzo ma come realtà attuale dove regnano fragilità e speranza – trovo la mia religione. Passati quei pannelli di plastica, tra grida, sigarette, sorrisi, briscole, scurrilità sento la mia Chiesa. Una Chiesa intesa comunità fatta di uomini, come uomo era Cristo, animati da flatus humanitatis.

Nulla si sa, tutto si immagina recitava Fellini. Questa mia folle visione è la giusta piccola dose di sogno che mi sprona giornalmente ad essere migliore.
Come il Cosimo di Calvino trovo in quel posto il mio albero, il mio esistere e il mio resistere. Il mercato dei fiori è emblema di tutti quei luoghi che restano baluardi di umanità proprio come gli alberi del barone di Ombrosa. Forse tutto questo è fuori dal tempo e dallo spazio, forse il mercato dei fiori, così come l’ho descritto, è solo un posto remoto di una ingenua immaginazione. Ma non è la realtà il posto dove si annidano emozioni fantastiche e sensazioni irreali? Non è il presente quel luogo che, ereditando il passato, volge verso un futuro sempre incerto? Non è forse la realtà la più grande celebrazione della fantasia?

 

 





DUE MINUTI CON PAUL McCARTNEY di Friedrich Christian Delius

Don’t be afraid she’s a coward

Recensione secondo l’enciclopedia Treccani: esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente pubblicazione. Detto fatto mi accingo a svolgere il compito proposto dall’Associazione Diatomea.net, ossia scrivere una recensione al volumetto citato sopra; accolgo l’invito con curiosità, una volta compreso l’argomento e il costrutto di questa gradevole opera di Friedrich Christian Delius, scrittore tedesco nato a Roma nel 1943, non molto noto nel nostro Paese [1]; preferisco quindi basare il mio commento sulle notizie riportate nel libro, edito da Le Lettere, a cura di Susanne Lippert.

Due minuti con Paul McCartney, inevitabile calco del bellissimo Esercizi di stile di Raymond Queneau, testo amato e riletto di tanto in tanto, mai sazia del gustosissimo gioco di variazioni di un tema banale, tra figure retoriche e generi letterari; ora si rende necessaria una precisazione: la versione italiana del libro di Delius è esperimento di traduzione compiuto dagli studenti del corso di Lingua e Traduzione Tedesca dell’Università degli Studi di Roma.

Salta
subito all’occhio l’audacia sia dell’autore, impegnatosi nella stesura di 66
versioni di una storiella ordinaria, alla maniera di Queneau (il suo Exercises
ne conta 99), sia degli studenti del corso di traduzione, emuli del virtuoso Umberto
Eco che curò la traduzione e l’adattamento in italiano di Esercizi di stile,
nel 1983, consapevole delle regole del gioco.

In
effetti Susanne Lippert ci informa che chiese a Delius se per il suo libro si
fosse ispirato a Queneau, e lui, non molto contento della domanda implicante
una supposta somiglianza, rispose affermativamente.

Dall’introduzione
della Lippert:

Una
breve descrizione del libro Due minuti con Paul McCartney, tratta direttamente
dalla homepage di Delius, recita così: “Un pallone, un cane, un Beatle,
due giovani e sette ragazze a Regent’s Park a Londra, il giorno in cui la
canzone Getting Better viene registrata per l’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
Club Band.” Un incontro strano, raccontato e inquadrato in tanti modi
diversi, un gioco divertente con prospettive sempre nuove e belle varianti.
Sessantasei variazioni, un ventaglio colorato di stili e tonalità, di
composizioni letterarie, giochi di parole e modi di scrivere.
[…]

Ho
letto con piacere le sessantasei variazioni della storiella definita
insignificante, apprezzando l’impegno dei giovani traduttori, tuttavia sarebbe
stato ancor più interessante trovare nel libro anche il testo originale, per
meglio considerare come le sfumature e le particolarità di una lingua, il
tedesco in questo caso, sono state trattate e adattate nella versione italiana,
nel rispetto dello schema ludico proposto dall’autore.

Posso solo tentare un’ipotesi: Delius non voleva presentare nella forma una pedissequa riproduzione dell’opera di Queneau  riportando il testo fonte; di fatto il tedesco è lingua poco praticata in Italia e per nulla orecchiabile. Come siano andate le cose non è dato saperlo.

Utile
addentrarci nei misteri della traduzione, in appendice, con le  Pillole di traduzione di Susanne
Lippert.

Lippert ha ritenuto opportuno fornire ai lettori un breve saggio di traduttologia, giacché questa materia ha le sue teorie, regole e strumenti utili a svolgere un buon lavoro di traduzione. Nel compendio è citato anche Dire quasi la stessa cosa  di Umberto Eco il quale, con la consueta prosa  avvincente, sottolinea le criticità, le false credenze e gli errori, a volte fatali, nei quali si rischia di incorrere quando non si è sufficientemente abili nel difficile mestiere di traduttore.

A
coronamento del tutto, nel breve saggio della Lippert troviamo uno spassoso
esempio di traduzione automatica.

Tornando
allo scopo di questo mio commento, riporto 
l’invito indicato in seconda di copertina:

Un
libro da regalare a persone intelligenti, soprattutto ai fan dei Beatles, agli
amanti del calcio e della letteratura, agli insegnanti di lingua, agli
appassionati di Londra e in special modo agli aspiranti scrittori in cerca di
una palestra stilistica.


[1]  Delius è autore famoso in Germania anche per gli argomenti trattati nei suoi romanzi che quasi sempre riguardano temi di attualità e storia:
–  La passeggiata da Rostock a Siracusa, 1998, Sellerio
–  La ballata di Ribbeck, 2012, Mimesis
–  Il mio anno da assassino, 2008, Edizioni Spartaco.


Dello stesso autore anche libri ambientati in Italia:
Ritratto della madre da giovane, 2009, Archinto e Die linke Hand des Papstes, 2013, Rowohlt





Il Concertone

Il Concertone si, perché di concertone in Italia ce n’è o ce ne era uno solo: il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma.

Il concerto dei concerti. Il concerto delle emozioni. Il concerto dei lavoratori. Il concerto della speranza.
L’altra sera mentre la televisione trasmetteva il concerto ho provato, come tutti gli anni del resto, un intimo brivido. Beatrice mi ha chiesto di raccontarlo.

Iniziai a frequentare il concertone nei primi anni del liceo insieme ad una bella combriccola di amici.
Se chiudo gli occhi e torno a quei giorni mi viene la pelle d’oca e a stento riesco a trattenere le emozioni. Emozioni ancora di ragazzo, di un ragazzo che in quel concerto vedeva uno dei rari momenti di totale libertà ma soprattutto che vedeva in quel pomeriggio di ruggente musica e sana follia la sua Woodstock.
Ci si radunava alla stazione del treno. Dopo circa un’ora si arrivava alla stazione di scalo per noi della provincia. Si correva sotto nella metro A. Già li si cominciava a respirare un clima di giovanile e sacra rivolta. Fermata San Giovanni. Correndo verso scale con le quali si emergeva sulla strada si cominciava a sentire la ressa, la musica, la vita. Di corsa verso gli archi delle Mura Aureliane (ora so come si chiamano, all’epoca pensavo solo al rock e alla rivoluzione). Passata la Porta di San Giovanni eccolo li: il Concertone.
Il programma ogni anno era il paradiso degli artisti che ci rappresentavano: Elio e le storie tese (personalmente non li ho mai amati, ma Dio santo che razza di talenti), Bandabardò, Modena City Ramblers con la loro immancabile versione di Bella Ciao, Enzo Avitabile, Afterhours, Sud Sound System, Piero Pelù e tantissimi altri.

Un ricordo che non riesco davvero a cancellare dal cuore: ero adolescente e mi ricordo una piazza notturna e un Caparezza che, esaltato e stravagante, stava facendo ballare tutta la piazza. Quell’anno eravamo migliaia e migliaia (sono andato a ricontrollare e la stampa disse 500.000). Tocca alla famosissima Vengo dalla Luna e la piazza comincia a saltare all’unisono tutta in uno spirito vitale, quasi demoniaco, sicuramente metafisico. Tutti con le braccia verso il cielo come a cercare di afferrare la Luna tra le mani. Faccio una pausa di qualche secondo da quella danza sfrenata (la mia pigrizia mi ha sempre caratterizzato e contraddistinto). La terra si muoveva, tutto sotto i piedi tremava. Ricordo ancora il clima tiepido e gentile di quella notte e ricordo quella sensazione di dolce e pauroso stupore. Il Concertone per tutti noi era come uno zio. Un uomo gentile che ti accoglieva nel suo giardino. Li noi adolescenti eravamo liberi di bere qualche birra, di fumare quelle sigarette che ti facevano sentire grande (un simpatico cartello che ogni anno in qualche modo spuntava fuori recitava: “QUI FUMO”, con una freccia verso il basso) e di conoscere ragazze; spesso i più audaci si lanciavano in tanto rapide quanto vorticose effusioni d’amore con ragazze perse prima ancora d’averle conosciute. Tutti al sicuro sotto lo sguardo quasi paterno del Concertone.

Pian piano questo amore ha perso forza ed attraversare quella gigante porta biancastra non ha avuto più quella funzione magica di stargate. È qualche anno che ho smesso di frequentare il Concertone. Ricordo benissimo la sensazione di tristezza e rammarico di quando ho cominciato a percepire che il tanto atteso concerto del primo maggio stava cambiando volto e stava perdendo quel fascino corsaro.
Sono anni che quel palco sembra ospitare non più un messaggio, non più un emozione, non più il Concertone ma soltanto un concerto.

All’Italia bastava già il Festival di Sanremo per capire le tendenze musicali delle etichette e del mercato discografico. Non serviva trasformare il Concertone in una versione sinistroide e radical chic del Festival che vede, esibizione dopo esibizione, solo un fluire di ardenti scalatori di successo. Oltretutto spesso mostrando la faccia più brutta della musica: una musica fatta di arrivo e non di viaggio, di voci rauche e che, strillando, annoiano senza neanche riuscire a dare un senso alle parole. Stonature “con vista panoramica” che fanno riflettere. Si riflettere. Sapete quanto è duro il percorso di formazione e di selezione di un musicista professionista che tenta tutti i giorni di tirare avanti guadagnando i suoi buoni cinquanta euro nel club? Sapete quanti sbagli vengono perdonati a un ragazzo che dopo magari mesi di studio si presenta ad un provino? Nessuno.

Poi per fortuna poi ci sono sempre i grandi artisti come Tosca, Britti, Zucchero e altri che continuano ad alimentare il sogno.

L’edizione di questo anno per ovvi motivi è stata “giocata a porte chiuse”. Credo che la perdita più grande non sia stato il pubblico ma il popolo. Proprio così. I migliaia di piedi che calpestavano l’erba di Piazza San Giovanni erano i piedi del popolo, magma ormonale costituito di tante “micro etnie”: dal “tipo di Prati” col casco in mano ed il maglioncino sulle spalle al “pischello de borgata” che magari poteva approfittare solo di quell’occasione per fruire di un concerto durante tutto l’anno. Il Concertone non ha pubblico.
Il Concertone è popolo.

Al concertone sventolavano fiere bandiere rosse e arcobaleno, spesso nel più totale stato poetico dell’incoscienza, ma talune volte già sorrette con braccia formate dai sinceri ideali di fraternità e comunismo (come comunione) ispirati da Karl Marx e Gesù Cristo. Il Concertone non era così odiosamente moderato e politically correct. Giovani e meno giovani si sentivano per un pomeriggio in spirito comunione. Qualcuno comunista. Non di sinistra. Quel senso di adolescenziale totalitarismo sentimentale e politico univa una piazza eterogenea. Lì trovai il senso più alto della democrazia.
Personalmente ho ed avrò bisogno di credere, anche quando non potrò più neanche pensare di frequentare la piazza,  che il Concertone sia ancora lì. Che sia nel cuore dei romani e dei ragazzi di provincia che a affrontando il caldo, la pioggia, non di rado le forze dell’ordine e spesso le famiglie forse troppo apprensive si radunavano in quella piazza tra sacro e profano, vecchio e nuovo.
Di concerti ne è pieno il mondo. Ridateci il Concertone.





Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera

Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.

Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.

E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.

A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832);
a destra: Il colera a Parigi  (litografia, 1832)

Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.

L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.

I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».

L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)

«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.

Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836

Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».

Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».

Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».

Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».

Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».

I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».

Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.

Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».

Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)

Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.

Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia

Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.

La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.

Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)

Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».

«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more
».

L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.

La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.





IL RUOLO DELL’ARCHITETTURA [Post Covid-19]

Da tempo il ruolo dell’architettura si è andato man mano
restringendo verso direzioni considerate poco credibili se non, addirittura,
superflue. Schiacciata dalla continua pressione economica, la categoria
professionale degli architetti sta soffrendo un depauperamento del proprio
ruolo in un contesto così ampio che va dal design di interni alla progettazione
urbana a grande scala.

Perché sia accaduto questo non è chiaro. Si potrebbe pensare
alla continua e silenziosa perdita di idee in chiave progettuale o anche
all’estrema velocità del tempo di trasmissione dei dati che fa sì che un
prodotto diventi obsoleto dopo soli due anni e che si vadano sempre ricercando
isolati fenomeni spettacolari a discapito di un’architettura intesa come
organizzazione umana, come capacità di fruizione da parte del cittadino, come
dialogo, come supporto alle condizioni di vita e di lavoro dei singoli.

Il tema dell’ultima Biennale di Architettura 2018 è stato Freespace e, dalla visita dei Padiglioni, è emerso chiaramente che la tendenza dell’architettura oggi sia quella di concentrare l’attenzione sulla qualità dello spazio generato da opere costruite o non costruite, materiali o immateriali, tutte, comunque, rivolte a riconsiderare l’Oggetto costruito non più come una scatola chiusa bensì come uno sfondo che regola ed agisce sulla dimensione urbana in cui si inserisce. Basti pensare a City Life a Milano in cui gli “Oggetti” vanno al di là del progetto stesso che li ha generati e fanno da sfondo alla partecipazione attiva della comunità promuovendo l’incontro e definendo la forma del luogo in cui sono inseriti. Penso alle parole dell’architetto Gio Ponti che, nel suo libro Amate l’Architettura, parla dei grattacieli di Mies van der Rohe a Chicaco (che lui chiama “blocchi”) come dei “meravigliosi cristalli ad elementi ripetuti che possono essere sublime ingegneria. L’architettura è nella loro composizione che determina una figura finita, immodificabile”

Sembra fuori contesto in questo momento storico parlare di Freespace, di luoghi di incontro, di invito alla socializzazione, di immodificabilità della forma, di promozione dell’interconnessione tra le persone. In una certa misura lo è, e lo è in quella in cui forse è arrivato il momento di capire che noi professionisti dobbiamo rientrare nell’Oggetto e dobbiamo rioccuparci dell’Architettura con un approccio che “aderisca alla legge del mutamento e privilegi gli spazi interni” come ci insegna Bruno Zevi, dove un approccio inorganico e classicista che parte da schemi e volumetrie prefissate, lasci il posto a una visione dell’Architettura che “rispettando e potenziando l’individuo, stimoli il pluralismo”.

Perché, se da una parte è insindacabile che l’architettura
si occupi di dare forma ai luoghi in cui viviamo, è altrettanto certo che sia
essa stessa uno strumento sociale, un mezzo che si interpone tra l’agire privato e le relative conseguenze pubbliche e lo fa a cominciare dall’Oggetto
stesso che, per primo, deve rispondere alle necessità del singolo e della
collettività.  

RITROVARE IL PROPRIO RUOLO

Gli architetti, ma non solo, tutti i professionisti che hanno a che fare con la progettazione sono chiamati in questo momento storico di emergenza pandemica a ritrovare il proprio ruolo e a riflettere su quello che sta accadendo. Se c’è un aspetto fondamentale, in questa situazione di emergenza e di isolamento in cui il mondo intero versa in questi mesi, è quello di saper cogliere quanto ci si debba mettere in discussione e quanto si possa fare per dare al progetto la capacità di affrontare in maniera seria i problemi logistici a cui ci siamo trovati di fronte. In questo senso il ruolo dell’architettura ha modo di riacquistare il valore che ha sempre avuto e cioè quello di delineare e regolare il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. Leggo molti articoli riguardanti il lavoro dell’architetto ai tempi della quarantena ma, al di là di tutto, ricordiamoci che siamo inseriti in un mondo in cui la digitalizzazione ha mosso i suoi passi ormai più di venti anni fa e nel quale ci siamo piegati prima, e adattati dopo, nello sfruttamento massimo dei sistemi di aggiornamento. Io direi di cominciare a parlare di quello che sarà il lavoro dell’architetto post Covid-19, di quanto cambieranno le abitudini delle persone e di quanto sarà necessario leggere, in prospettiva, le odierne attuazioni che non solo tarderanno a scomparire, ma regoleranno le future interconnessioni sociali.  

Quello di cui parlo è ripensare alle diverse forma di
socialità e di controllo della stessa, al rapporto che cambierà tra il pubblico
e il privato, alla scoperta, ri-scoperta e ri-adattabilità degli spazi. Le
dinamiche degli spazi comuni
cambiano quando il contatto tra le persone è negato e la realtà a cui siamo
sottoposti richiederà un ripensamento della rigenerazione dei luoghi sia sotto
il profilo urbano sia sotto quello di fruizione dell’Oggetto. Partendo dalla
condizione di isolamento, la prima casa,
il luogo che per molti di noi ha avuto un ruolo di appoggio quasi fugace dopo
intere giornate passate fuori al lavoro, in linea con questi anni di
accelerazione ed estrema mobilità, assumerà una nuova attenzione in termini di
vivibilità degli spazi che per molti diventeranno multiuso grazie allo sviluppo
dello smart working. I servizi
scolastici necessiteranno di nuovi investimenti per le infrastrutture digitali in modo da rendere possibile un adattamento
in accessibilità. Molte delle strutture monofunzionali dovranno essere
ripensate e riutilizzate in vista di un approccio alla funzione che sia mutevole e mutante. Le strutture ristorative, quali bar, ristoranti e tutte quelle di
aggregazione sociale, lì dove la “shut-in-economy” (ossia l’economia al chiuso)
non sarà sufficiente a garantire un volume di affari proporzionato ai costi di
gestione del locale e del personale, vedranno una riprogettazione dello spazio
pubblico pensato per un numero limitato di persone   e saranno regolate da norme
igienico-sanitarie più restrittive che dovranno tenere conto di zone filtro tra
quelle di servizio e quelle dei clienti. Il fermo della mobilità ci ha posto di fronte alla riappropriazione da parte della
natura di luoghi che le erano stati negati dall’uomo; di contro, sta
dimostrando che non è influente sul tasso
di inquinamento
che ancora si sta registrando nelle principali città, come
Roma e Milano, e che a fare la differenza sono le temperature ancora basse che
richiedono l’utilizzo degli impianti di riscaldamento. Non solo, consideriamo
che gli stessi edifici rappresentano
un potenziale elevatissimo nel raggiungimento degli obiettivi di contrasto al
cambiamento climatico, è bene che una volta per tutte sia chiaro che
l’architettura ha una grande responsabilità in merito e che è arrivato il
momento che gli investimenti siano rivolti all’utilizzo di materiali e
tecnologie adeguate al raggiungimento dell’abbattimento delle emissioni di CO2
.

L’architettura dovrà far fronte a tutte queste necessità,
dovrà rivedere le priorità e ripensare alle soluzioni.

IL TEMA DELLA CITTÀ. UNA NUOVA GESTIONE DEI PROGETTI TERRITORIALI

Se da una parte è vero che viviamo in ambienti più ricchi di
“dati aperti”, i cosiddetti data urban,
frutto di una tendenza all’urbanizzazione sempre più diffusa nel mondo,
soprattutto nei paesi in via di sviluppo, come l’Africa e l’Asia, è altrettanto
vero che “la città che dopo mezzo secolo
di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra
evoluzione, sembra non essere più il contenitore adatto per la gestione
strategica di progetti territoriali complessi
” – dice Giacomo Biraghi,
esperto internazionale di strategie urbane. La città andrà ripensata non solo
sulla base delle visualizzazioni interattive, che rivelano come le metropoli si
comportano e come le persone interagiscono con l’ambiente urbano in cui vivono,
o del concetto di “Smart City”, incentrato sull’efficienza e le prestazioni
ottimali legate ad essa, perché le azioni umane non sempre sono quantificabili
e prevedibili; senza alcuna demonizzazione in merito, ritengo che nessuna
tecnologia intelligente sia in grado di valutare gli effetti sociali della
cultura e della politica, né valutare l’importanza dell’impegno civico ed etico
delle persone, tantomeno in questo momento, in cui l’effetto sociale della
pandemia cambierà in maniera importante il modo del vivere comune. Quello che
si dovrà progettare nel potenziamento, invece, sono le aree esterne alle città,
di cui molte, ad oggi, non dispongono neanche di una connessione Wi-Fi stabile.

“La gestione dei progetti territoriali dovrà interessare soprattutto la mobilità, il monitoraggio e il ripristino di tutte le infrastrutture a supporto della stessa, magari studiata per appoggiarsi maggiormente alle fonti rinnovabili”- dice Stefano Boeri.
Le statistiche degli ultimi giorni dicono che nell’immediato post coronavirus, quando la quarantena sarà finita, non ci sarà una repentina ripresa delle attività legate al tempo libero e, dal punto di vista economico, questo sarà un problema per le imprese. Solo il 3% degli intervistati ritiene plausibile l’idea di viaggiare all’Estero a breve termine, se non costretti dal lavoro, e questo in prospettiva potrà essere letto come una possibilità di potenziamento della rete di collegamento tra le varie Regioni d’Italia, delle loro strutture ricettive, degli interventi integrati per la crescita e l’interconnessione tra esse. Dedichiamoci a ricostruire i territori, ripartiamo da lì.

LA PROGETTAZIONE DEGLI EDIFICI

“Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% di energia, del 50% di estrazione di materie prime nelle Ue, del 21% del consumo di acqua”, dichiara la GBC Green Building Council Italia nel cui Manifesto pone in evidenza il peso che il settore delle costruzioni ha nelle emissioni di CO2 . Dal momento che l’Europa è impegnata concretamente a rendere l’impatto ambientale pari a zero, è bene che il New Green Deal, il nuovo patto verde, sia il punto di partenza per fare in modo che gli obiettivi energetico-ambientali si integrino con quelli economici-sociali. In Italia abbiamo bisogno di monitorare le prestazioni degli edifici e di adottare un protocollo energetico ambientale che detti delle regole e che sia assolutamente alla base delle nuove progettazioni e del riutilizzo delle esistenti. L’architettura ha bisogno di potenziare la cultura dell’efficienza, della sostenibilità, della gestione circolare dei materiali, dei componenti, del cambiamento e delle trasformazioni climatiche.
L’architettura ha un ruolo sociale e sociologico e quando l’architettura crea l’Oggetto, disegna il luogo, dà un contributo all’ambiente e fa contemporaneamente qualcosa per le persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Racconta
David Chipperfield, nuovo Guest Editor di Domus per l’anno
2020, dopo aver incontrato Renzo Piano nel suo studio a Parigi: “L’interesse per le prestazioni, la
tecnologia e la costruzione non è fine a se stesso. Piano ha sempre considerato
il ruolo sociale dell’architettura come sua ragione d’essere
”.

“Fare architettura significa costruire
edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in
simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte ad una nuova frontiera espressiva del
progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza e sensibilità
” – dice lo stesso Renzo
Piano in un’intervista al Corriere della Sera.

RIENTRARE NELL’OGGETTO

Tanti sono gli edifici di cui si potrebbe parlare, ma visto il momento che stiamo vivendo, parto dal tema della sanità e nello specifico dal tema degli ospedali. In questi giorni sono state tante le persone a cui ho sentito dire che il problema più grande dell’emergenza sanitaria è costituita dagli enormi tagli alla sanità che il Governo ha fatto negli ultimi venti anni. È innegabile che sia così ma non credo che sia questo il problema del collasso delle strutture sanitarie. Nessuno poteva prevedere una pandemia del genere e nessun Paese sarà in grado di gestire dei numeri così alti con le sole forze che hanno regolato, fino ad oggi, le dinamiche quotidiane in fase di “normalità”. Quello che può cambiare, invece, in assenza di un numero elevato di terapie intensive, è la riorganizzazione interna dello spazio ospedaliero in cui le sale possano assurgere a diversi tipi di trattamento in base alle necessità.

Converto in idee progettuali un’interessante intervista che Mario Cucinella ha rilasciato al Sole 24ore: gli spazi delle sale operatorie devono rispondere al cambiamento di utilizzo così da essere agevolmente spostate, così come gli spazi delle sale delle degenze, in modo da potersi adattare facilmente alla necessità del cambiamento delle cure in fase di emergenza; la flessibilità nella riconversione dei reparti è fondamentale per la gestione da parte del personale sanitario e di conseguenza per la gestione ottimale del paziente; quando un Pronto Soccorso si sviluppa tutto su un piano, al piano terra, chi entra è accolto in base alla gravità della situazione e trova subito cura perché l’intero piano è dotato delle svariate specialità di emergenza, si rende il lavoro di gestione più fluido e si fa un dono del “tempo” al paziente, che a volte si traduce in secondi e non in minuti o ore; le entrate e le uscite devono avere percorsi separati in modo da non far entrare in contatto le persone malate con quelle sane, questo riduce di gran lunga le possibilità di contagio.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che un progettista deve prendere in considerazione e forse rientrano anche in quelli più banali ma quello a cui voglio arrivare è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al concetto che quando l’architettura crea l’Oggetto o ne ridisegna il contenuto agendo  contemporaneamente anche sulla fruizione da parte delle persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Una buona progettazione può favorire la gestione delle grandi emergenze? La risposta è sì.
“La flessibilità è una questione morale, non un solo un fatto tecnico”. R.P.


In Copertina Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners
“Anche il mondo dell’architettura e del design si mobilita per fronteggiare la pandemia da coronavirus.
Numerosi studi di progettazione si sono infatti improvvisamente trasformati in centri di produzione per la realizzazione di visiere protettive e mascherine dimostrando che l’arma vincente in questa situazione di emergenza che non vede confini geografici, è il potere della collaborazione e della condivisione per cui talvolta il sapere e la tecnica di un singolo diventano strumento di ulteriore approfondimento per molti. È il caso di due big dell’architettura come lo studio BIG di Bjarke Ingelse lo studio Foster+Partners fondato da Sir. Norman Foster, che hanno studiato dei prototipi di visiere protettive per poi decidere di divulgare schemi e modelli sul web per chiunque, da ogni parte del mondo, avesse mezzi o creatività per reiterarli partecipando a questa grande realizzazione collettiva
”
Fonte: Archiportale articolo del 10/04/2020


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners




Manca

Ho fatto il pieno di centri commerciali questo inverno.

Ogni venerdì scappavo da casa, chiudevo lo studio, montavo in macchina con la mia borsetta nera piccola, leggera, le scarpe da ginnastica e il pantalone comodo per camminare.

Guidavo con gli occhi chiusi lungo un pezzo del raccordo anulare, saltando buche, svincoli e scie di tir, sapendo cosa fare. Scivolavo sotto i parcheggi di Ikea, dritta, a destra e poi a sinistra, accanto al nastro trasportatore. Spegnevo il motore e lentamente mi riappropriavo del mio tempo condensato in un pomeriggio di inizio weekend.

Un respiro lungo e mi immergevo nella folla anonima e chiassosa.
Sì lo so. La maggior parte di voi cerca la cima di una montagna per liberarsi dalla fatica.
Anch’io quando i centri commerciali si svuotavano e il bisogno di ossigeno si trasformava in desiderio di azzurro e di fiori non di plastica. Ma prima, ho preferito immergermi nell’anonimato di una folla che mi nascondeva.

Vi ho toccato, sfiorato, sorriso.
Vi ho osservato seduta su una panchina, mentre ordinavo polpette vegetariane, mi collegavo al WiFi di Ikea e mi isolavo con gli auricolari alle orecchie.
Come facevi, mi chiedevate.
Era semplice: il rumore dell’umanità che mi scorreva accanto, era ciò che mi serviva per collocarmi nel mondo. Una sorta di misura di riferimento per quando mi disorientavo.

Annusavo il profumo dei banchi dei negozi che conoscevo, mi guardavo attraverso le vetrine e gli specchi degli ascensori, accorgendomi di quella ruga spuntata all’improvviso o del mio rossore sul viso.
Ho mantenuto il rito del venerdì pomeriggio per tutto questo inverno, spegnendo il cellulare, non rispondendo a nessuno, guardando l’orologio solo quando sentivo che mi facevano male i piedi e la piccola borsa nera cominciava a pesare. Allora mi rendevo conto di aver camminato per ore, tra negozi, nei bar, nei ristoranti, ferma a guardare l’ultimo modello di SUV esposto sotto la scala mobile interna con dentro una super modella in costume. Avevo bisogno del mio spazio, me lo prendevo così, respirando persone e immergendomi in voi che non sapevate chi ero.

Ho ridisegnato così le mie idee, delineando confini che nessuno vedeva, sfiorando mani che non avrei mai più sentito. Era un modo per sentirmi appartenente a questo modello di società che ci è stato imposto, senza il quale ora sono persa.

Ho pensato in questi giorni a tutte le volte che ho immaginato una guerra nucleare: le sensazioni immaginate erano identiche a quelle provate in questi giorni.
Ci è stato sottratto il tempo, il tempo di abituarci a tutto questo. Siamo andati a dormire e il  giorno dopo era tutto cambiato, come l’effetto di una bomba nucleare lanciata sul nord Italia, i cui effetti si stanno propagando ora, allargandosi sempre di più.

Sembra già passato un anno e invece solo un mese.
Non ho più i miei bagni di folla, né la possibilità di sedermi per terra in una piazza gremita. Ho il ricordo nitido di quel primo weekend con la dichiarazione di zona rossa per la Lombardia – il lancio della bomba – e noi a Bologna, tra i carri di carnevale e le sfilate creative di cui ho un video e che ora mi vergogno anche solo a pubblicare, e che riguardo per calmare l’attacco di panico che arriva subdolo di notte. L’ultima settimana di saldi, le cene nei locali affollati e un bicchiere di vino rosso in compagnia. La musica, il rumore, le urla dei bambini, sembrano ricordi lontani. Sono smarrita perché abituata a vivere di quello che mi veniva presentato come normale appendice dell’esistenza. Come i miei stupidi venerdì pomeriggio rubati per non pensare e per giocare ad essere altro, oltre le regole societarie che mi hanno costruito e fatto diventare quella che sembro.

Eppure ci sono stati giorni felici che sembrano così lontani da non meritarci un sorriso.





1996 L’Incontro con un maestro

L’Arch. Giorgio Mirabelli con il Maestro Umberto Mastroianni

L’Amministrazione che in quegli anni governava Roma, guidata dal Sindaco Francesco Rutelli, promuove un Concorso Internazionale di Architettura denominato “Le Piazze di quartiere”, più conosciuto come “Le cento Piazze”, che si propone, appunto, di recuperare un numero importante di piazze ben definite e conosciute, ma anche alcuni spazi e luoghi molto diversi e meno noti, all’interno dell’area metropolitana di Roma. Luoghi da riqualificare e da riportare verso quell’idea di spazio pubblico più o meno attrezzato e quindi di Piazza, come spazio deputato all’incontro e ad un uso collettivo e condiviso dei cittadini.

Proprio qualche settimana fa l’Ordine degli Architetti di Roma ha ricordato con un incontro quel Concorso, con la presentazione anche di un libro realizzato dalla Casa Editrice dell’Ordine, con tutti i progetti vincitori, curato dallo stesso Ordine di Roma. Erano presenti, naturalmente, l’ex Sindaco Rutelli ed il suo ex Assessore all’Urbanistica Cecchini. C’era anche l’ex Presidente dell’Ordine di Roma Schiattarella e l’attuale Assessore all’urbanistica di Roma Montuori, in una sala più o meno numerosa tra ex partecipanti come noi e di vincitori di quel Concorso, in un clima di revival anche un po’ nostalgico, da “amarcord” e pacche sulle spalle, condito da un generoso buffet finale, che non guasta mai, ed è sempre garanzia di partecipazione.

Nonostante tutto devo ammettere di avere un bellissimo ricordo di quel Concorso, pur non avendo ricevuto nessun premio o riconoscimento. Perché partecipammo con un gruppo alla cui guida, in qualità di capogruppo, c’era l’amico Arch. Francesco Mazza e composto oltre che dal sottoscritto, dagli Architetti Lucilla Brignola, Giorgio Datseris e dal giovane collaboratore Emiliano Del Frate. Per quanto riguarda la figura di Consulente artistico richiesta nel Bando, il Capogruppo Mazza mette a segno quello che in tutti i sensi possiamo chiamare un vero “colpo da maestro”. Attraverso una sua amicizia riesce ad avere un appuntamento con Umberto Mastroianni, uno dei più grandi scultori ed artisti italiani del Novecento.

Nato a Fontana Liri, provincia di Frosinone, dopo aver girato e vissuto in varie parti d’Italia e dell’Europa, alla bellissima età di 86 anni, viveva a Marino nel Casino di caccia della famiglia Colonna che era diventata la sua casa ed il suo laboratorio. Artista dotato di grande personalità, ma anche di sottile ironia, si divertiva spesso a dire che lui era più conosciuto per essere lo zio di Marcello Mastroianni uno dei più famosi attori italiani. Cosa del tutto vera, ma sapeva benissimo di essere diventato famoso e di essere un punto di riferimento nella storia dell’arte italiana e non solo, perché, come scrisse Maurizio Calvesi nel 1993, su un inserto del giornale Il Messaggero di Roma, tutto dedicato a lui:

“Umberto Mastroianni nella forma astratta ha espresso una poderosa forza plastica, tipica della grande scultura di tutti i tempi. La sua forza non è affatto indegna dello stesso ricordo di Michelangelo, a cui si può persino ricondurre, idealmente, il contrasto di “finito” e “non finito”, che Mastroianni ha reinventato negli anni dell’Informale. Il celebre “non finito” di Michelangelo altro non è che il drammatico affiorare della materia allo stato grezzo, in alcune parti della scultura, mentre altre si presentano compiutamente modellate. Mastroianni alterna a lucide forme astratte, geometricamente definite come piani che riflettono la luce, zone matericamente informali, scabrose e intrise d’ombra, in una grandiosa evocazione di processi genetici e formativi, di quasi vulcanica irruenza”.

Dopo i convenevoli di rito e relative presentazioni, spieghiamo al Maestro quale era la nostra idea di riqualificazione dello spazio che avevamo scelto e che si trovava in una zona periferica di Roma tra Via Palmiro Togliatti e la via Casilina con attacco diretto a Viale dei Romanisti, nella zona di Torre Spaccata. Uno spazio ampio e mostriamo al Maestro, anche con un certo timore, una prima idea di sistemazione di questo spazio/piazza. Un’area in parte pavimentata che veniva divisa in due zone, con destinazioni e funzioni diverse, rompendo il disegno regolare di tutto quello spazio, la cui parte centrale diventava il punto d’incontro più importante di tutta l’area.

A questo punto Mastroianni si alza e ci invita a seguirlo.

Attraversiamo una parte della casa per poi uscire all’aperto in un giardino posto sul retro. Un’area che nello stesso tempo fungeva da laboratorio all’aperto ma, soprattutto, da museo all’aperto, dove erano custodite delle opere, quasi tutte in metallo, insieme a frammenti e parti di sculture, sempre in ferro, in fase di elaborazione. Per qualche secondo rimanemmo in silenzio, colpiti da questa esposizione a cielo aperto, in quanto alcune sculture, quasi tutte in ferro, erano già completate, ma altre erano in fase di elaborazione con pezzi sparsi all’interno di questo giardino all’aperto rigoglioso e verde. Un contrasto quello tra la vitalità del verde e delle piante del giardino e le forme, alcune imponenti, delle sculture in metallo.

Un contrasto solo apparente perché mentre ci avvicinavamo alle sculture sembrava quasi che quelle forme prendessero vita rispondendo alla nostra curiosità ed al nostro stupore.

Arch. Giorgio Mirabelli davanti alla scultura del Maestro Umberto Mastroianni

A questo punto Mastroianni si avvicina ad una scultura, la cui forma astratta, da lontano, non so per quale motivo mi aveva fatto pensare ad un cavallo, anche se non c’era niente che poteva avvalorare questa ipotesi.

“Ecco” disse Mastroianni “questa è l’ opera giusta per stare al centro di quello spazio da voi disegnato, capace di calamitare tutte le forze positive dell’intera Piazza e poi di rimandarle con forza verso l’esterno. La scultura si chiama “FURIA SELVAGGIA. Se vincerete il Concorso come vi auguro, non vi preoccupate che un accordo con l’Amministrazione di Roma lo troveremo.”

Rientrati in casa, in preda ad una più che giustificata euforia, poco dopo ci siamo salutati con il Maestro, ringraziandolo per averci concesso l’onore di partecipare al concorso in qualità di Consulente artistico, ma soprattutto per averci dato addirittura la disponibilità di inserire nel nostro progetto una sua scultura scelta personalmente da lui.

Ma il Maestro volle ringraziarci a modo suo, regalando ad ognuno di noi una copia-stampa di un suo dipinto firmata personalmente da lui in quel momento. Non potevamo chiedere di più.

Copia-stampa di un dipinto del Maestro Umberto Mastroianni

Solamente a titolo di cronaca e per esaudire la comprensibile curiosità di chi avrà avuto la pazienza di leggere questo pezzo:

  • Non abbiamo vinto il Concorso, né ricevuto alcun riconoscimento.
  • Umberto Mastroianni ci ha lasciato due anni dopo alla bellissima età di 88 anni.
  • La scultura “Furia selvaggia” dopo la morte del Maestro è stata donata dagli eredi del grande artista, all’Università di Salerno. 

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Giorgio Mirabelli




Desidero esistere

Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.





Fare società intorno al libro

Articolo già edito da www.carmillaonline.com

Ci provano con un cric, non funziona. Ritentano con un frullino. Segano una sbarra, entrano nel locale, portano via computer, denaro, giochi di società, mettono tutto sottosopra. È la notte tra il 29 e il 30 novembre e l’obiettivo è ancora una libreria indipendente romana che porta il nome di Giufà, un personaggio presente nella tradizione orale del mediterraneo, una figura ponte. Avevano già colpito nel 2018 e sono tornati. Sono tempi duri a Roma per chi cerca di sviluppare progetti di prossimità che sottraggano i quartieri alla logica del dormi-lavora-consuma. Non a caso è proprio del 2 dicembre la notizia che la Pecora elettrica, un’altra libreria indipendente di Centocelle, dopo il doppio incendio del 25 aprile e del 5/6 novembre, non riaprirà. Nel frattempo altri locali continuano a prendere fuoco, a essere vittime di furti o semplicemente a chiudere, come la storica Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino. In alcuni casi sono ipotizzabili logiche di controllo criminale del territorio, ma nel complesso non c’è bisogno di un esplicito filo d’Arianna che colleghi tutti i singoli fatti in chiave complottistica per capire che rischiamo un futuro urbano distopico, deprivato dell’elemento sociale e conviviale. Una massa di elettori e di consumatori singolarizzati, senza comunità, senza riti, canzoni, muretti, piazze e contatto diretto, si governa meglio. E ciò che non è governabile lo si lascia alle cure dello psicologo o a quelle del poliziotto, a seconda delle fasce di reddito in questione.

Francesco Mecozzi

«Eravamo un piccolo gruppo di trentenni e venivamo da percorsi universitari diversi», racconta Francesco Mecozzi. «Facendo formazione nelle scuole ci siamo accorti della centralità del libro. Così abbiamo fondato una cooperativa e aperto i battenti nel 2005, quando a San Lorenzo c’era solo un’altra libreria generalista. Era un mondo diverso: in via degli Aurunci c’erano botteghe di fabbri, falegnami, tipografi, ceramisti, e perfino un teatrino per bambini. Adesso invece la gentrificazione avanza perché non c’è protezione per attività come le nostre.»
La zona in effetti ha subito una metamorfosi radicale da quando era il baluardo della contestazione studentesca e popolare negli anni settanta, con le decine di sedi politiche e di centri culturali che si affacciavano sulle vie. Oggi il quartiere è rappresentato dai media come crocevia della movida notturna e del controllo criminale del territorio. «Ciò nonostante San Lorenzo è ancora un quartiere vero, a differenza di altre zone della Capitale devastate dalla ristorazione mordi e fuggi e dall’onda d’urto di Airbnb. Ci sono scuole, asili nido, il mercato, l’università e negozi a conduzione famigliare. San Lorenzo è un monumento consumato dal tempo che la natura sta ripopolando con nuova vegetazione: si tratta in particolare di ex studenti che ci avevano abitato da fuorisede e poi hanno deciso di tornare con la famiglia, oppure persone che scelgono di viverci in maniera mirata, perché questo quartiere ha ancora un posto ben definito nell’immaginario collettivo.»
Nei suoi quindici anni di attività la Libreria Caffè Giufà ha ospitato più di mille e duecento tra presentazioni, dibattiti e reading. Mi ricordo delle prime presentazioni di Zerocalcare con una fila di ragazzi e ragazze che arrivava fino a fuori la porta. Tutti gli chiedevano di personalizzare il libro di fumetti con un disegnino e lui si massaggiava il polso indolenzito. Chiedo a Francesco altri nomi noti. Vengono fuori Claudia Durastanti, Nicola La Gioia, Cristian Raimo, Makkox, gli statunitensi Rick Moody e Charles Burns, lo spagnolo Paco Roca, l’americana di origini messicane Sandra Cisneros e la messicana Valeria Luiselli. Ricordo poi la prima presentazione di 108 Metri dello scrittore working class Alberto Prunetti: si svolse proprio qui, nell’ambito di un talk show organizzato dal Gruppo di Studio Penequo, cui seguirono gli incontri con altri autori di “Carmilla” quali Gioacchino Toni e Sandro Moiso.

 

Ogni volta che entro da Giufà trovo studenti che preparano esami sorseggiando tisane, qualche passeggino parcheggiato tra i tavolini disposti accanto agli scaffali, appassionati di fumetti con il naso dentro un volume a copertina rigida. Poi nel tardo pomeriggio spesso compaiono un paio di microfoni, cominciano a circolare calici di vino e s’inizia a parlar di saggi, romanzi e graphic novel. I passeggini cambiano angolazione e molti dei presenti si fermano a sentire mentre arriva altra gente. Scattano i saluti, gli abbracci di chi non si vede da tempo e ci si guarda intorno per conquistare una sedia.
«Negli Stati Uniti le librerie indipendenti sono in grande ripresa», continua Francesco. «A Roma, negli ultimi anni, da quattrocento si sono ridotte alla metà, però credo che anche qui si possa assistere a una rinascita se saremo capaci di costruire un tessuto sociale e immaginario dove i libri, insieme agli autori e ai lettori, possano contribuire a creare una vita migliore.»

Uscendo noto il bel pavimento a scacchi della libreria. È un indizio chiaro: originariamente il locale era un’officina. Mi immagino quel fabbro o quel ceramista novecentesco che terminato il lavoro andava a bersi un bicchiere di bianco in un’osteria vicino alle mura o lungo la via Tiburtina. Me lo immagino nel 1922 tra il popolo che bloccò l’ingresso degli squadristi durante la marcia su Roma; poi a scavare a mani nude per tirar fuori morti e feriti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e infine a sognare un mondo migliore insieme ai partigiani. Esco dal negozio e me lo ritrovo di fronte, baffuto: attraverso la vetrata guarda i libri con le mani sui fianchi e sorride con aria d’approvazione.