Augusto De Luca fotografa Giuseppe Patroni Griffi

Andai in tarda mattinata a casa di Giuseppe Patroni Griffi che non era solito alzarsi prima delle undici. Abitava in un antico palazzo di via Margutta, accanto a piazza di Spagna a Roma.
Mentre salivo le scale, sapevo che avrei avuto di fronte un monumento nazionale. Scrittore, commediografo, regista teatrale e cinematografico era sicuramente un uomo poliedrico e geniale.

Mi venne ad aprire una signora, la sorella Wanda, che abitava proprio nell’appartamento accanto, che mi disse che il fratello sarebbe arrivato di lì a qualche minuto e, nel frattempo, mi portò un caffè e qualche biscottino.

Dopo un quarto d’ora abbondante entrò Patroni Griffi.

Era molto elegante e aveva un ottimo profumo che si diffuse in tutto il salone. Immediatamente si rivolse a me in modo confidenziale e, nonostante vivesse a Roma ormai da molti anni, il suo accento era assolutamente napoletano.

Mi chiese subito se volessi del cioccolato. Mi spiegò che era la sua droga e ne aveva di tutti i tipi.

Poi ci sedemmo e mi raccontò di quando da ragazzo frequentava il Liceo Umberto a Napoli insieme ai suoi amici cari come Antonio Girelli, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano ed altri. Amici che, nel tempo, erano stati il suo investimento.

Credeva che fosse un sentimento forte come l’amore e che quest’ultimo, comunque, potesse trasformarsi in amicizia. Mi disse anche che aveva amici con cui si incontrava tutte le sere.

Tra un discorso e un altro mi richiese se volessi del cioccolato e, alla mia risposta negativa, si alzò e andò ugualmente a prenderne per sé.

Finalmente mi misi al lavoro e feci molti scatti in cui era sempre presente una sigaretta, quasi fosse un prolungamento della sua mano. Appena ne finiva una, immediatamente ne accendeva un’altra.

Per fortuna io sono un fumatore e l’odore di fumo che si mescolava al suo profumo invadendo la stanza non mi dava alcun fastidio; in verità ne approfittai fumando anch’io.

Realizzai una prima foto in polaroid manipolata che poi pubblicai nel mio libro ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, edito da Electa Napoli nel 1995, sfruttando proprio questa sua ulteriore esperienza sensoriale dopo il cioccolato. Misi infatti in relazione la sua sigaretta con quella che aveva in mano la signora del manifesto anni ’30 alle sue spalle.

Poi feci alcuni ritratti in bianco e nero, concentrandomi maggiormente sul suo viso e sulla sua espressione.

Dopo un’oretta, accompagnandomi alla porta, mi domandò:

“Ma sei sicuro che non ti vuoi portare un po’ di cioccolato?”

Io gli risposi:

“Giuseppe, la prossima volta ti porto io da Napoli un magnifico pezzo di cioccolato foresta della Gay-Odin”.

Lui annuì, facendomi un grande sorriso, mentre gli occhi gli brillarono…

 

Giuseppe Patroni Griffi – foto di Augusto De Luca
Giuseppe Patroni Griffi – polaroid Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa lo Stadio dei Marmi

Nel settembre del 2011 mi telefonò Raffaele Morsella, un appassionato di fotografia con cui ho stretto, nel tempo, un bellissimo rapporto di amicizia.
Alcuni anni prima, credo nel 1998, aveva partecipato ad un mio corso di fotografia organizzato a Roma dal Circolo del Senato.
Insieme a Marsilio Casale, Armando Corsi e Igino Montanino, faceva parte di un gruppo di fotografi molto bravi, Fullframe.it, che operava anche su Internet, e voleva organizzare un mio stage. Accettai con molto piacere e, il mese successivo, andai nella città capitolina.
Oltre alle mie solite proiezioni, in cui svelo prevalentemente alcuni segreti sulla composizione dell’immagine, solitamente, con i partecipanti, esco anche in esterno, per mettere in pratica sul campo le nozioni acquisite.

Quella volta decisi di accompagnarli allo Stadio dei Marmi, dove avevo già realizzato alcune immagini per il mio libro ROMA NOSTRA, e portai con me anche una piccola Leica, per divertirmi un po’ facendo qualche scatto.

Lo Stadio è un impianto sportivo dedicato principalmente all’atletica leggera. Costruito tra il 1928 e il 1932, sorge all’interno del Foro Italico ed è impreziosito da 64 sculture dedicate a varie discipline. Un luogo metafisico, dove le statue bianche, in fila l’una dietro l’altra, circondano il perimetro del campo, creando un’atmosfera dechirichiana.

Nonostante quella mattina fosse pieno di gente, avvicinandomi molto ai soggetti scultorei, che sarebbero risultati poi in primo piano nelle foto e ricercando accuratamente tagli essenziali, eliminai tutto ciò che poteva essere di troppo nell’immagine.
Mi aiutò anche la giornata con un cielo terso privo di nuvole che faceva da sfondo ai soggetti accentuando la loro presenza nell’inquadratura. Il risultato fu inaspettatamente un lavoro fotografico che non avevo preventivato ma che ancora oggi é attuale ed amo moltissimo.

 
 
 
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stage a Roma con Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo




Letizia Battaglia Senza Fine, la mostra-omaggio alle Terme di Caracalla – Roma 27 maggio/5 novembre 2023 

Diatomea segnala la Mostra “Letizia Battaglia Senza fine” visitabile alle Terme di Caracalla a Roma dal 27 maggio al 5 novembre 2023

“La passione civile, la capacità di lottare, lo sguardo limpido di chi cerca la verità e la racconta: Letizia Battaglia con la sua macchina fotografica ha attraversato i decenni testimoniando la storia tragica e dolorosa della sua Sicilia e dell’antimafia, ma è stata anche un punto di riferimento per i diritti civili e lo sguardo delle donne.
Militante, editrice, fotografa, con le sue immagini in bianco e nero ha rappresentato il diritto di cronaca senza cedimenti.
A poco più di un anno dalla scomparsa, la Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, promuove la mostra Letizia Battaglia Senza fine alle Terme di Caracalla. L’esposizione che comprende 92 fotografie, alcune inedite, è curata da Paolo Falcone ed è organizzata da Electa in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti.
L’inaugurazione della mostra segnerà un evento importante per le Terme di Caracalla con l’apertura di due nuove sale che ampliano il percorso di visita. La prima sala, nella quale è allestita la mostra, costituisce uno dei vestiboli di ingresso alla palestra occidentale, mentre la seconda era una aula moderatamente riscaldata con una grande vasca. Gli ambienti, al termine di un importante progetto di restauro e recupero, verranno aperti per la prima volta alla fruizione del pubblico.”

fonte del testo Soprintendenza Speciale di Roma

Dove: Terme di Caracalla a Roma
Quando: dal 27 maggio al 5 novembre 2023
Aperture e orari: negli orari di apertura delle Terme di Caracalla (fino al 31 agosto dalle 9.00 alle 19.15, con ultimo ingresso alle 18.15).
Il biglietto di ingresso è di 13 euro (intero) e 7 euro (ridotto)

Buona visita…

Brano: Sirius (Instrumental) – The Alan Parsons Project 




CIAO PROF. Un ricordo a caldo di Paolo Portoghesi

Ho appena appreso della morte dell’Architetto Paolo Portoghesi e immediatamente il mio pensiero è andato agli anni dal 1981 al 1985, quando in qualità di collaboratore della MEFIT Consulting Engineers mi trovai a collaborare con l’Ing. Vittorio Gigliotti, Fondatore della MEFIT, e con l’Arch. Paolo Portoghesi, Progettista e responsabile del Settore Architettura.
Naturalmente, anche se da semplice collaboratore/disegnatore, ero spesso a contatto con l’arch. Portoghesi, anche per l’importanza dei due progetti in quel momento in corso: il nuovo aeroporto di Kartoum in Sudan e la Moschea e Centro Islamico di Roma.
Devo ammettere che per me, essendo alle prime armi in tutti i sensi, oltre al piacere di poter lavorare ed imparare “il mestiere” c’era anche l’orgoglio di dare il mio piccolo contributo in due progetti assolutamente importanti, ma soprattutto, progetti già in via di costruzione come poi è avvenuto.
Ma il ricordo più simpatico avuto con lui è stato quando andai a casa sua per portargli il libro che avevo scritto e sapere cosa ne pensava. Lui con molta naturalezza però mi portò nel retro della sua casa dove c’era uno spazio ampio all’aperto dove allevava Asini.Quella, mi fece capire, era la sua passione nascosta, di cui effettivamente, almeno io, non ero a conoscenza.
A quel punto mi disse di lasciargli il libro sul tavolo perché lo avrebbe guardato con calma.
Cosa che feci dopo averlo salutato e ringraziato cordialmente.
Non ho mai saputo se aveva mai dato uno sguardo al mio libro e non ho mai avuto il coraggio di chiederlo.
Ho preferito restare tra “color che son sospesi”.

Paolo Portoghesi – Aula Università di Architettura a Valle Giulia, Roma
La Moschea, interno – Roma




ANTICONFORMISMO DELL’IMMAGINE UMANA. Una rara testimonianza di ARTE RUPESTRE nella “Grotta dell’Arco” a Bellegra (ROMA)

A circa un’ora di macchina da Roma, a circa 65km, si trova la Grotta dell’Arco e precisamente a Bellegra, un Comune della Città Metropolitana della Capitale.

Una delle perle del Lazio che in pochissimi conoscono e che è possibile visitare sciegliendo tre diversi livelli a seconda delle esigenze: Turistico, Speleo Turistico e Speleo Avanzato. Noi abbiamo scelto quello turistico perché attratti dalla notizia della presenza rara di pitture rupestri raffiguranti figure umane.

La Grotta dell’Arco è una splendida cavità naturale carsica dei Monti Ernici abitata sin dall’età del ferro; diventa tempio votivo in età arcaica grazie alla presenza di un pozzo ed infine trova la sua ultima destinazione come mola per la macina del grano, che viene dismessa non appena arriva la corrente elettrica nel Comune, intorno al 1955. 

UN PO’ DI STORIA DELLA GROTTA

La grotta è stata esplorata dagli speleologi per la prima volta nel 1925 e poi nel 1996 quando, grazie ad un attento e non poco faticoso lavoro di disostruzione, sono riusciti ad arrivare fino al fondo. Fino al 1911, il fondo valle dell’area ospitava un laghetto, il Pantano di Roiate, oramai prosciugato, che si rivela essere la parte superiore di un grande bacino sotterraneo che ha formato la Grotta dell’Arco, divenuto quindi condotto di sopravanzo del lago. Morfologicamente è una grande galleria percorsa da un torrente per oltre 1 km.

Uno degli aspetti più rilevanti di questo sito è che viene utilizzato dai Primitivi come rifugio e riparo, ma questo fatto viene colto tardi, solo quando gli speleologi, negli anni ’90, mettono in opera una passerella metallica nella zona di ingresso sia per districarsi nell’abbondante deposito di fango molle sia per studiare la morfologia  della cavità.

LE PITTURE RUPESTRI

In totale sono presenti quattro pitture in colore rosso e cinque in colore nero, queste ultime scarsamente visibili, tanto che noi non siamo riusciti a vederle.

Rilievo delle pitture in colore rosso 406-1.4 ed in colore nero 406-5.9

Le pitture costituiscono un insieme di raffigurazioni databili iconograficamente all’Età del Rame, e dagli studi si evince che queste pitture sembrerebbero state eseguite in antico sulla superficie rocciosa originaria e successivamente ricoperte da un deposito bianco molle, detto Latte di Luna che ha idratato il pigmento e lo fa sembrare fresco.

Tutte le figure, tranne una, sono antropomorfe e con connotati chiaramente maschili.
Le figure con entità sessuale hanno un corpo che è un grande segmento verticale in visione frontale con braccia, gambe e testa, qust’ultima resa con un motivo sub-quadrangolare.
Le figure antropomorfe asessuate hanno una testa resa con un motivo triangolare.

Figure umane stilizzate, Età del rame ca 4°millennio a.C., pittura rupestre. Grotta dell’Arco – Bellegra (Roma) ph. ©Raffaella Matocci

L’ANTICONFORMISMO DELL’IMMAGINE UMANA.

Alle rappresentazioni dell’arte rupestre di animali, che costituiscono le basi più comuni dell’iconografia paleolitica, gli artisti contrapposero la propria immagine, o quella dei loro simili, in maniera anticonformista e decisamente segmentale. Che fosse realista o schematica, mentre la figura dell’animale acquisisce, durante il Paleolitico, una forma pienamente espressiva, le figure umane sono sempre separate da esse e si inseriscono, entrambe, in un repertorio figurativo che contribuisce ad arricchirlo e a renderlo atipico.

Le figure umane occupano un posto numericamente secondario in rapporto a quelle degli animali poiché si conoscono solo circa 800 entità sessuali umane*, ma se si guarda attentamente, esse non sono così trascurabili come spesso si pensa, soprattutto quando si parla di arte parietale, perché frequentemente associate agli stessi animali e a differenti segni, in complesse composizioni che raggruppano più soggetti.

Testimonianze di figure antropomorfe si trovano maggiormente nelle grotte di Périgord in Francia, risalenti al periodo magdaleniano (Paleolitico superiore – 18-17.000 – 11-10.000 anni fa – periodo di massima espressione della pittura rupestre), e in misura minore nei Pirenei e nel Nord-Ovest della Spagna. Esse sono soprattutto più frequenti nelle plaquette tanto che un recente censimento delle figure umane sessuali ne riporta più di mezzo migliaio di rappresentazioni fatte contro circa 250 di quelle sulle pareti.

Le immagini umane rappresentate sono soggettive e di solito poco chiare; salvo in rari casi, i Preistorici non si facevano ritratti né riproduzioni fedeli alla realtà; così come invece accadeva per alcuni animali, molto spesso erano delle caricature o segmenti della loro immagine (sesso, mani, teste, tronchi), talvolta ricomposti con animali per realizzarne esseri immaginari o fantastici. Questa è una delle caratteristiche peculiari della pittura: malgrado variazioni formali e stilistiche importanti, le figure umane sono dipinte quasi sempre al di fuori della sfera del realismo e, soprattutto, non si vede mai nell’Arte Parietale una scena narrativa legata alla sessualità; l’unica eccezione la troviamo nelle incisioni nella Grotta dell’Addaura, a Mondello, in Sicilia

Complesso della Grotta dell’Addaura – Mondello (PA) – Dettagli delle composizioni

UN LUOGO RARO

A differenza della quasi totalità dei siti con arte rupestre centro-italiani costituiti da ripari sottoroccia, la Grotta dell’Arco di Bellegra costituisce uno dei rari esempi di raffigurazioni rupestri eseguite all’interno di cavità carsiche, assieme alla grotta di Val de Varri a Pescorocchiano (Rieti), alla grotta dei Pozzi della Piana a Todi (Perugia) e, probabilmente, alla grotta Antica presso il Monte Soratte a Sant’Oreste (Roma). Anche l’acqua gioca un ruolo importante perché generalmente è assente nei siti centro-italiani in cui è presente l’arte rupestre.

Queste grotte sono state classificate come le più interessanti del Lazio e le uniche in provincia di Roma ed offrono dei percorsi suggestivi e spettacolari caratterizzati da stalattiti, stalagmiti, inghiottitoi, laghetti e ruscelli.

Il percorso turistico è facilmente visitabile grazie alla comoda passerella, è adatto a tutti, senza limitazioni ed è anche idoneo per persone con disabilità.

Buona visita!

Immagine tratta da https://grottadellarco.sotterraneidiroma.it/

*(fonte Qu’est-ce que l’art préhistorique?  – Patrick Paillet – imprimeur en mai 2021)

Nota: Le informazioni riguardo le pitture rupestri sono state prese dagli Atti del Convegno tenutosi a Roma nel 2009 – Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio a cura di Giuseppina Ghini il cui testo specifico è stato scritto da Tommaso Mattioli – Università di Perugia, Dipartimento Uomo e Territorio.

Indirizzo:
La “Grotta dell’Arco” si trova nel comune di Bellegra e dista da Roma circa un’ora ed è gestita da “Sotterranei di Roma” dal 2017.

È raggiungibile comodamente dall’autostrada Roma – Napoli (Uscita Valmontone) oppure dall’Autostrada Roma – Aquila (Uscita Castel Madama).

Sito web: https://grottadellarco.sotterraneidiroma.it/

Altri siti con iconografie antropomorfe di pitture rupestri simili in Italia:
– Grotta Cala dei Genovese, Levanzo (Isole Egadi)
– Riparo di San Bartolomeo, Roccamorice (Abruzzo)
– Riparo di Sant’Onofrio I, Pescara (Abruzzo)
– Riparo di Formiche Rosse, Perugia (Umbria)
– Riparo di Schioppo, Perugia (Umbria)
– Riparo di Grotti, Rieti (Lazio)




Augusto De Luca fotografa Lina Wertmüller

 

Dal 1995 ho vissuto per diversi anni a Roma e quando mi trovavo nei pressi di Piazza del Popolo quasi sempre mi recavo a casa di Lina Wertmüller in una stradina laterale appena dietro la piazza. Conoscevo Lina perché aveva firmato delle bellissime prefazioni a due miei libri fotografici: “NAPOLI DONNA” in cui scrisse delle napoletane: “le sue figliole sono come lei (Napoli) di sapienza antica” e “ROMA NOSTRA” sulla città eterna.

In questo appartamento su due livelli Lina spalancava sempre le sue porte soprattutto a chi era napoletano.

Amava Napoli e le sue tradizioni. Tra un piano e l’altro c’era una accogliente scala di legno e salendo, a destra sulla parete, mi ha sempre colpito un bellissimo, enorme ritratto su tela di San Gennaro fine ‘600 sicuramente attribuibile a Francesco Solimena o a qualcuno assai vicino a lui.

Puntualmente con un mezzo sorriso e un’aria complice e sorniona, dopo un po’, la domanda era sempre la stessa: ”ma le vuoi due pizzelle?”. Sembrava non aspettasse altro che il mio consenso. Ogni volta ordinava delle piccole pizzette con pomodoro, mozzarella e una foglia di basilico, calde e profumatissime. A casa sua erano immancabili. Credo che fossero il suo piatto preferito.

Così in una di queste mie visite le chiesi se potevo farle un ritratto. Mi feci dare uno dei tantissimi e famosissimi suoi paia di occhiali bianchi, andammo sul terrazzo per avere con il cielo azzurro uno sfondo omogeneo e io cominciai a scattare. Lei sorrideva mentre la inquadravo perché non capiva bene cosa facessi con quegli occhiali che mantenevo con la mia mano sinistra avanti all’obiettivo.

Quando dopo qualche giorno le portai la foto mi disse: “ma la foto é agli occhiali o a me? Ah, si, certo…siamo una cosa sola“ e sorrise compiaciuta.

Proprio qualche anno prima di morire, Ha ricevuto un meritatissimo Oscar alla carriera. Grande donna.

 
 

 

 

 

 
 
Lina Wertmüller – foto di Augusto De Luca




Polvere

Eppure ne è passato di tempo.
Tornare con tutto il coraggio, tenendo per me tutte le emozioni, nascoste e celate in una razionalità che vede solo il “materiale”.
A quasi 52 anni, “tocco” oggetti dell’infanzia, della pubertà, dell’adolescenza…
Recupero qualcosa, ma solo ciò che può essere funzionale.
Il letto dove leggevo i fumetti mentre mia Madre spicciava casa, con le finestre aperte, e l’odore delle mele e dei mandarini.
Le macchie di smalto da modellismo sulla macchina da cucire.
La cassettiera dove tenevo tutte le polo Fred Perry, le camicie a quadretti, le bretelle.
Il mobile delle 14 paia di Doc Martens.
E poi.
Lo specchio dove lottavo con l’immagine riflessa della mia obesità, dove mi perdevo a schiacciare i brufoli, o a guardare i miei denti storti, e via via i capelli caduti a 20 anni…
Il silenzio.
E quella luce del pomeriggio dalla finestra della cucina.
La nicchia del mobile letto dove dormivo, l’unico metro quadrato di casa dove avevo il Cubo Philips. Altro che “vai in castigo in camera tua!”
Quale camera?
E il castigo di essere nato a Primavalle, e non poterlo dire perché i benpensanti ti bollavano…
I quaderni, le pagelle, gli adesivi della AS ROMA.
L’orologio a cucù dei nonni in Molise, le viti dei mobili fatti da mio zio Gino, smontati dall’altro zio Antonio e la tribolazione di uno sfratto all’età di 10 anni…
Il pupazzo del grillo parlante, i modellini degli aerei…
Il pavimento.
Dove mio Padre ha esalato l’ultimo respiro, nudo, ancora caldo, ed io, aprendo la porta, più arrabbiato che addolorato, per tutto quello che la Vita gli ha riservato.
Una guerra, i fallimenti, le perdite, le malattie…
Gli presi il braccio…
Nudo.
Come un bambino che “torna” da dove è venuto…
E le scale del palazzo, quelle che guardavo quando ero senza lavoro, nero, lasciato a casa perché “oggi piove”.
Niente paga.
E quelle scale, ancora, da salire ubriaco, fatto di qualcosa. E ridere su quelle scale con mio Fratello.
Per non piangere.
E camminare sempre a testa alta, nel quartiere, perché i figli di Armandino e Dalia non si sono mai immischiati col malaffare o con la droga.
E la salvazione tra preti della parrocchia e la politica, idealista, mai con nessun partito, nessuna tessera.
E infine la polvere…
Oggi mi sembra di aver mangiato tutta la polvere dei miei quasi 52 anni.
Quella polvere che molto spesso, per dignità ed integrità ho sempre tolto dalle mie spalle, rinnovandomi, con impegno e dedizione, con sofferenza soffocata.
E soprattutto col coraggio.
Grazie Mamma, grazie Papà.
Grazie a mio Fratello.
Avrei voluto di più, non è stato possibile,
ma oggi è importante per me apprezzare tutto quello che ho.
?
 




Luglio 2001

Giovedì 19

La sveglia suona alle cinque e un quarto. Io odio il momento del risveglio, anche quando sono le otto e a richiamarmi è una carezza di Massimo. Oggi invece sono le cinque e un quarto del mattino, fuori è ancora buio, c’è l’aria fresca, e Massimo è già partito da un paio di giorni. Mi alzo e mi preparo, cercando di muovermi rapidamente, di essere veloce. Alla fine, arrivo in stazione, e arrivo in tempo: prendo il treno delle sei e zero sette. Il viaggio per Milano è lungo, non tanto per la distanza quanto per i due cambi di treno che mi aspettano lungo la strada. Mentre viaggio, guardo le persone che sono con me: studenti, o anche persone che per lavoro frequentano abitualmente proprio questi treni del mattino che io invece non prendo mai. Osservo anche il paesaggio: guardo la campagna settentrionale, a cui non mi sono ancora abituata, che si risveglia pian piano. Durante il tragitto, mi dedico anche alla lettura del quotidiano: seguo a distanza ciò che succede a Massimo, così come, da quando è partito, guardo in televisione ogni telegiornale, ogni speciale, ogni inchiesta. Lui è già a Genova, ma lì ancora tutto deve iniziare: i giornali riportano solo i dibattiti e le tensioni del pre-G8. A Milano arrivo verso le dieci e mezza del mattino: arrivo all’appuntamento con il dottor Minuto, dove i miei clienti, della Turismo&Viaggi di Roma, arrivano in netto ritardo, un’ora abbondante dopo di me. Mi sento ancora un po’ impacciata, in questi abiti da consulente. Oggi però va sicuramente meglio della settimana scorsa: mi sembra che il mio ruolo sia maggiormente riconosciuto, percepisco la stima del dott. Minuto, e poi ritrovo con i romani il clima di solidarietà quasi cameratesca che si era già creato in passato. Mi diverte sentirli parlare – io che a Roma ci ho vissuto per tanti anni senza esserci nata – mi diverte sentire l’accento della loro voce, ma anche il modo in cui si esprimono, così familiare alle mie orecchie. Pranzo con loro, poi pomeriggio ancora in riunione. Quando capisco che ormai il lavoro è finito, verso le cinque e mezzo, cerco di andar via più in fretta possibile: so che gli orari dei treni sono scomodissimi, e cerco di prendere il primo treno per Torino. Come le altre volte, invece, lo perdo: una breve attesa ancora in stazione a Milano, sapendo che questo vorrà dire passare un’ora intera a Torino ad aspettare la coincidenza e arrivare a casa alle undici di sera. Salgo sul treno un po’ demoralizzata, e provo a chiamare Roma dal cellulare. Il mio telefono è scarico, la linea cade continuamente. La voce di mamma è tesissima, brutta come poche altre volte. Cerco di capire come stiano andando davvero le cose, lì in ospedale, e mi sento impotente e stupida, a tormentarla con domande ingenue. La linea cade e la richiamo, più volte. Tra un’interruzione e l’altra, riesco a capire che oggi papà sta decisamente molto male, che la preoccupazione comincia a prevalere su tutto. Alla fine, il telefono si spegne definitivamente. Parto da Milano in lacrime, decidendo che andrò a Roma al più presto. Appena arrivo a Torino, compro una carta telefonica e mi attacco ad un telefono pubblico per richiamarla. Lei mi spiega meglio, e mi dice che le cose non vanno bene e che sì, forse posso andare a Roma, se voglio essere sicura di salutare papà. Mi dice anche che nell’incertezza che ha caratterizzato i medici sin dall’inizio del ricovero di papà, una delle mille ipotesi che si sono fatte è che si possa trattare di tubercolosi. Lo devo tener presente, mi dice mamma, se voglio andare a Roma. Devo informarmi e capire se rischio qualcosa, e soprattutto se può rischiare qualcosa il bimbo che cresce dentro di me. Dal telefono della stazione, cerco anche Massimo. Cerco di condividere con lui il peso d’angoscia che mi sento addosso, l’impotenza, l’incertezza – vado o non vado a Roma? Concordiamo un po’ di persone da sentire l’indomani per un consiglio. Non mi racconta molto, di Genova: lì c’è stato il primo corteo, tutto tranquillo, e le cose per lui procedono bene, in modo interessante.

Venerdì 20.

La mattina la passo a casa. Comincio a chiamare tutte le persone che ci sono venute in mente parlando con Massimo ieri sera. La metà non riesco a trovarla, in cambio il mio medico della mutua, uno dei pochi che riesco a contattare, esprime molte riserve sull’opportunità di andare. Mi sento sempre più confusa, persa tra il desiderio di andare e la paura di farlo. Accendo la televisione per il rituale appuntamento con il telegiornale: le immagini di Genova che si vedono parlano di scontri, di attacchi della polizia, di disordini. Un senso di paura irrazionale mi investe, e si somma istantaneamente all’incertezza, all’angoscia, all’ansia che già sentivo. Proprio in quel momento mi chiama Maria Luisa, mia suocera. Mi sfogo con lei, che mi tranquillizza; ci confortiamo a vicenda al pensiero di Massimo proprio nel centro della bufera. Riprendo i miei consulti telefonici: alla fine riesco a parlare con uno zio medico che mi rassicura, minimizzando i rischi di contagio per me e per il bimbo, ma che al tempo stesso mi incita a partire perché lui papà l’ha visto, e non crede che sia opportuno aspettare, se lo voglio vedere. Ho deciso: parto. Cerco di nuovo di sgomberare la mente da tutto e vado ad un appuntamento di lavoro. Mentre sono lì mi chiama Maria, dell’ufficio di Massimo: mentre era a Genova ha perso il cellulare, le comunicazioni da adesso diventano molto più difficoltose. Rientro a casa, accendo la televisione a caccia di un telegiornale pomeridiano. Il tiggì c’è, ma è un’edizione speciale. A Genova c’è stato un morto, il primo morto del movimento antiglobalizzazione. Guardo con uno sgomento assoluto le immagini di guerra che il telegiornale propone. Non sono una persona apprensiva, ma sento l’ansia mozzarmi il respiro. Accarezzo il bimbo, dentro la pancia da quattro mesi: cerco di tranquillizzare lui, per tranquillizzare me. Alla fine, esco. Vado a salutare Silvia in ospedale – è appena nata, ed è figlia di amici – poi passo nell’ufficio di Massimo a ritirare delle cose che devo portare a Roma per lui, e in stazione a farmi il biglietto. Partirò stasera. Mentre sono fuori mi chiama Massimo: mi racconta di essersi trovato a Piazza Manin, oggi pomeriggio, e di essere andato via subito prima che cominciasse la carica della polizia. Il cellulare l’ha perso mentre scappava da lì. La valigia la preparo in venti minuti, in uno stato di confusione che non credo di aver mai vissuto. Riesco infatti a lasciare a casa quasi tutte le cose indispensabili che si mettono di solito in un bagaglio. In cambio metto magliette e camicie rosse – nonostante tutto non sto pensando affatto a funerali. Il treno lo prendo per un pelo, e appena salita cerco il mio cellulare per una telefonata. Non c’è: l’ho lasciato a casa oppure l’ho perso per strada; in ogni caso, non è con me.

Sabato 21.

Arrivo a Roma con più di tre ore di ritardo: per il G8 hanno deviato le linee ferroviarie di tutto il centro nord, e il sistema è andato completamente in tilt. Vado a casa con i mezzi, in autobus mi leggo il giornale: si parla di Carlo Giuliani, il morto di Genova, e degli scontri del giorno precedente. A casa trovo Francesco e Valeria. Senza papà e mamma, questa casa è davvero troppo vuota. Ci abbiamo vissuto in sette, adesso Valeria e Francesco si muovono da soli in stanze immerse nel silenzio. Pranzo con loro, e poi con Francesco vado al Gemelli, a trovare papà e mamma. Papà è semi-incosciente. Dischiude appena gli occhi, sembra vedermi, e dice: Guarda chi c’è. Mia madre festeggia la frase e la sottolinea: Ti ha riconosciuto, hai visto?, ti ha salutato. Io penso che un mese fa non si festeggiava il fatto che riconoscesse e salutasse sua figlia, lo si dava per scontato, era normale. Le cose sono cambiate poco alla volta, ma velocemente. Penso che mi dovevano avvisare, che era in queste condizioni, poi mi dico che probabilmente c’è scivolato dentro senza che loro potessero rimarcare di giorno in giorno grandi cambiamenti, nulla da poter raccontare da lontano, per telefono. Lo saluto e mi siedo sul divano, mi tengo comunque a distanza, visti i dubbi che ci sono. Papà si rianima di nuovo, e alla mamma chiede: Ma non è qui per parlare di lavoro, vero? Io non ho mai lavorato con mio padre, e lui è in pensione da più di dieci anni. Non so più nemmeno se era vero, che mi aveva riconosciuto. Mi sforzo di mantenermi serena, parlo con mamma. Nonostante tutto, lei riesce anche a far festa alla mia pancia, appena visibile. Papà riapre ancora un po’ gli occhi: Dov’è Valentina? La mamma gli risponde: È qui, Paolo, non se ne è andata. Allora forse sa che ero io. Sento il bisogno di piangere, di sfogare l’angoscia che mi dà vederlo così. La mamma mi viene incontro, in bagno. Papà non c’è già più, le dico. È già andato via. In ospedale rimango tutto il pomeriggio, fino a sera. Prima con Francesco, poi con Valeria. Nel frattempo, non ho alcun modo per parlare con Massimo: io sono senza cellulare, e lui ha perso il suo a Genova e non sa che anche io non sono rintracciabile. Cerco tutti i modi per comunicare con lui: lascio messaggi destinati a lui a casa dei suoi, provo a chiamare a Genova nel posto in cui dorme, tento altri contatti indiretti, tutto senza risultato. In ospedale, mi affaccio alle otto nella sala comune: il TG1 mostra ancora scontri, teste insanguinate, macchine in fiamme, vandali incappucciati. Sono le prime immagini che vedo in tutta la giornata: dopo l’overdose di informazione, adesso sono in completo blackout. Di sera, riesco a parlare con la mamma di Massimo. Lei mi dice di avergli parlato, che sta bene, che è tutto a posto. Mi sento già meglio. Le chiedo anche di avvisarlo del fatto che sono senza cellulare, e di chiamare dai miei, per contattarmi.

Domenica 22.

Di mattina, vado a Messa in parrocchia. Valeria viene con me, a differenza del solito. Dopo, passo a salutare i nostri amici e inquilini Lucia e Paolo, e rimango a pranzo con loro: mi fa un po’ effetto vederli nella nostra casetta, ma al tempo stesso mi fa piacere che ci sia qualcuno dentro, e che non sia un estraneo. Mentre sono lì, chiama Massimo: la telefonata è rapidissima, ma intanto gli parlo, ed è da più di ventiquattro ore che non riuscivo a farlo. Mi chiede di papà, gli chiedo di Genova. Di pomeriggio, sono di nuovo in ospedale. Io vado con Valeria e Francesco e lì c’è anche Silvia; Maria Letizia nel frattempo è fuori Roma, chiama spesso, riconosco l’ansia di chi segue da lontano le cose. Papà sta decisamente peggio di ieri: si lamenta spesso, o almeno emette dei suoni che sembrano lamenti. Poi dice anche delle cose, che spesso non riusciamo a capire. Forse non sono farneticazioni, forse ci sta parlando, però non riesce ad articolare le parole, così come non riesce a deglutire, a ingoiare le medicine, a muoversi da solo nel letto. Il pensiero che lui stia cercando di parlarci mentre noi non riusciamo a capire ci fa sentire impotenti. La mamma è molto scoraggiata, medici e infermieri oggi si sono espressi in modo del tutto disperato. Restiamo lì tutto il pomeriggio, fino a sera. Vado via alle nove di sera, e saluto mamma che mi dice: Non pensavo che sarebbe arrivato fino a stasera. Percorrendo i corridoi dell’ospedale, verso l’uscita, sento dei dolori alla pancia. Mi tengo il bimbo, e gli dico: Non preoccuparti, stai tranquillo, andrà tutto bene. Per la serata, il programma è di andare con un po’ di amici a vedere Francesco che suona in concerto. Arriviamo in piazza Santa Maria in Trastevere in ritardo, e il colpo d’occhio è fenomenale: la piazza è piena, c’è tantissima gente, persone di tutti i tipi che cantano e ballano ascoltando Franz e i suoi amici. Non posso fare a meno di pensare alle sue prime esibizioni, con un pubblico ristrettissimo fatto di amici e fratelli e fidanzate. Penso anche a papà, a come ne era fiero, nonostante le perplessità iniziali, a come seguiva la sua attività, i suoi concerti. Papà ne sarebbe contento – penso allargando lo sguardo nella piazza. Mi commuove, stasera, questa folla. Non c’è dubbio, sono diventati bravi. La musica è bella e trascinante, e in tanti si sono messi a ballare. Per finire, suonano Everybody needs somebody to love. È una canzone che papà aveva ben presente: ne storpiava il titolo, per prenderci in giro. È il colpo finale: anziché alzarmi e mettermi a ballare anch’io, mi metto a piangere piano, cercando di nascondere le mie lacrime. Torno a casa tardi, e prima di andare a dormire sento rientrare anche Francesco. Gli vado incontro per dirgli quanto mi sia piaciuto il concerto. Restiamo a parlare a lungo, delle cose più disparate. Parliamo anche di papà, perché io gli faccio un po’ di domande. In ogni caso, è nel fondo di ogni discorso, ed è nel modo stesso in cui ci siamo fermati a parlare stanotte, nel modo in cui cerchiamo di tenerci vicini. È molto tardi, quando vado a letto. Ma non rinuncio alla lettura del giornale che ho preso e non ho ancora letto; scopro così, alle tre di notte, quello che è successo la notte prima a Genova: l’incursione notturna nella scuola-dormitorio, le botte, i feriti, le polemiche. Lunedì 23. Mi sveglia Valeria, alle sette e venti del mattino. Ha appena chiamato mamma, mi dice, papà non c’è più. Il mio primo pensiero è: Sono venuta a Roma in tempo, l’ho visto. Poi mi alzo, stordita. Andiamo a svegliare Francesco, poi chiamo Massimo, che nel frattempo da Genova è arrivato a Pisa. Come omaggio, faccio un giro per casa: la camera da letto di papà e mamma, il soggiorno, la sua poltrona, i suoi occhiali, i suoi cruciverba. La casa è piena di papà.

(21 ottobre 2001)




FRANCESCA WOODMAN

Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche e significative della fotografia del Novecento, nonostante il suo breve ma promettente percorso creativo e fotografico che lei stessa decide di interrompere prematuramente togliendosi la vita.

Francesca Woodman era solita fotografarsi, quasi in maniera ossessiva e ne spiegava così il motivo a un’amica, con ironia mista a una buona dose di pragmatismo:

È una questione di convenienza: io sono sempre disponibile.

Francesca Woodman (1958-1981) giovane fotografa americana morta suicida a 23 anni, forse a causa di quel mal di vivere che sovente affligge le persone intelligenti e inquiete.

Quando il disagio travolge gli argini, il gesto estremo può erompere tragicamente. Un’artista di talento e grande sensibilità che ha vissuto la fotografia come mezzo espressivo asservito alla sua visione del corpo. Un corpo che l’autrice voleva fondere con l’ambiente circostante per farne parte, o un tentativo di annichilimento della sua identità? Di sicuro una personalità complessa e profonda dal punto di vista creativo.

Figlia di un pittore e di una ceramista, inizia la sua carriera di fotografa a 13 anni (Self portrait at thirteen); tra il 1975 e il 1979 frequenta la Rhode Island School of Design (RISD) dove si appassiona alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Wegee. Si reca anche nel nostro paese per seguire i corsi europei della medesima scuola, a Roma. Qui dimostra interesse per le opere di Max Klinger.

A Roma conosce, fra l’altro, Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e Suzanne Santoro. Frequenta anche l’ambiente artistico della Transavanguardia italiana.

Nel gennaio 1981 pubblica la sua rassegna fotografica dal titolo Some Disordered Interior Geometries e nel corso dello stesso mese si suicida gettandosi da un palazzo di New York.

Francesca Woodman pone un’attenzione maniacale alla costruzione formale delle sue fotografie. La sua opera sembra essere un’equazione da risolvere. Nel libro Some Disordered Interior Geometries compone infatti una serie di fotografie che interpretano i principi di geometria scritti in un vecchio libro della nonna.

These things arrived from my grandmother’s they make me think about where I fit in this odd geometry of time. This mirror is a sort of rectangle although they say mirrors are just water specified.

Un’artista provocatoria e irrituale, sulle cui opere ci si sofferma con quell’interesse curioso volto alla ricerca degli indizi anticipatori del suo tragico gesto.

Nelle sue creazioni osserviamo la rappresentazione di uno schema corporeo sapientemente trasfuso in quelle disordered interior geometries per mezzo di lunghe esposizioni e doppie esposizioni meticolosamente studiate, per rendere quell’effetto di assorbimento nello spazio che lei prediligeva.

Uno spirito tormentato volto all’arte, un’autrice affascinante che ha lasciato il segno. Dei suoi lavori c’è chi ne ha ricavato una lettura femminista. Non concordo con questa tesi perché la sua arte non era formulata sugli aspetti di rivalsa di un corpo negato, questione lungamente indagata all’interno dei gruppi femministi, almeno qui in Italia. Per quanto interessata alle tematiche del secondo sesso (cit.), non sono propensa a generalizzare in chiave femminista tutti i fenomeni che coinvolgono le donne, nè incline all’astrazione semplicistica.

In effetti la Woodman, più che promuovere il corpo femminile come soggetto politico, era  impegnata in una sua personalissima ricerca dell’interiorità racchiusa in un corpo come  estensione del suo ego, in relazione con lo spazio circostante; quindi nessuna dimensione sociopolitica nei suoi lavori. In realtà è il surrealismo ciò che influenza la sua produzione artistica, col quale viene in contatto durante il periodo romano.

Il corpo si protende e si confonde entro scenari disadorni, nitidi ma naturalmente essenziali, dove la figura umana (lei stessa è sovente il soggetto delle sue immagini), non tradisce la staticità tipica della posa, quando non è il mosso l’aspetto prevalente.

 Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Francesca Woodman