Il luogo SINESTETICA / Viale Tirreno 70 a/b, Roma ORE 18.30
ARCHITETTRICI. Spazi al Femminile è un ciclo di incontri dedicato alla riflessione critica sul ruolo delle architette, designer e paesaggiste nel panorama contemporaneo. Attraverso il racconto discreto di professioniste attive a Roma e in contesti nazionali e internazionali, questa rassegna intende offrire uno sguardo aggiornato sulle trasformazioni in atto nelle discipline del progetto, mettendo al centro esperienze, pratiche e visioni spesso poco rappresentate nei circuiti ufficiali.
Incontro del 20 marzo 2026 – Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini
Il luogo SINESTETICA/ è uno spazio nel quartiere Montesacro di Roma, dove si promuovono le arti in un contesto plurale e informale: libreria indipendente, galleria d’arte e d’architettura, sala per concerti, spettacoli e riunioni. Sinestetica offre un variegato calendario di iniziative, fra cui esposizioni, incontri culturali, gruppi di lettura, corsi d’arte e di scrittura, serate di teatro, musica, cinema.
Ufficio stampa Sarah Palermo | +393490643698 | sarahpalermomail@gmail.com
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright
Date e ospiti • 30 gennaio 2026 – Anna Maria Indrio, architetta (Italia/Danimarca) • 20 marzo 2026 – Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini, architette e paesaggiste (Roma) • 17 aprile 2026 – Michela Ekström, architetta (Roma) • 8 maggio 2026 – Claudia Campone, ThirtyOne Design + Management (Roma) • 5 giugno 2026 – Monica Sgandurra, architetta, paesaggista, designer (Roma)
Il luogo SINESTETICA / Viale Tirreno 70 a/b, Roma ORE 18.30
ARCHITETTRICI. Spazi al Femminile è un ciclo di incontri dedicato alla riflessione critica sul ruolo delle architette, designer e paesaggiste nel panorama contemporaneo. Attraverso il racconto discreto di professioniste attive a Roma e in contesti nazionali e internazionali, questa rassegna intende offrire uno sguardo aggiornato sulle trasformazioni in atto nelle discipline del progetto, mettendo al centro esperienze, pratiche e visioni spesso poco rappresentate nei circuiti ufficiali.
Il luogo SINESTETICA/ è uno spazio nel quartiere Montesacro di Roma, dove si promuovono le arti in un contesto plurale e informale: libreria indipendente, galleria d’arte e d’architettura, sala per concerti, spettacoli e riunioni. Sinestetica offre un variegato calendario di iniziative, fra cui esposizioni, incontri culturali, gruppi di lettura, corsi d’arte e di scrittura, serate di teatro, musica, cinema.
Ufficio stampa Sarah Palermo | +393490643698 | sarahpalermomail@gmail.com
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La via degli Abruzzi e la pittura murale tra il 400 e il 1200 – L’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco.
H. (EC) DOMUS A REGE CARULO FUIT EDIFICATA, ADQ (UE) P (ER) AB (B) ATEM TEODINUM STAT RENOVATA. “Questa casa fu edificata da re Carlo, ed è restaurata dall’abate Teodino” (iscrizione sul pluteo di sinistra)
CURREBA [NT AN] NI D (OMI) NI TU (N) C MILLE CC. ET SEXAGINTA TRES LECTO [R] DICITO GENTJ “Correva l’anno 1263, o lettore, lo dirai alla gente” (iscrizione sul pluteo di destra)
IL MONACHESIMO BENEDETTINO LUNGO LA VIA DEGLI ABRUZZI
La svolta per gli studi storico-artistici della regione dell’Abruzzo avviene nel 1897, quando viene creata la “Rassegna Abruzzese di Storia dell’Arte”, la cui pubblicazione, seppur durata solo per quattro anni, ha rappresentato un contributo fondamentale per delineare le attività di tutela e di promozione del patrimonio artistico abruzzese.
La direzione della Rassegna è affidata agli studiosi Giovanni Pansa e Pietro Piccirilli, i quali si occupano in maniera approfondita del patrimonio abruzzese ed è proprio al secondo che si deve la prima vera e puntuale descrizione delle pitture di Santa Maria ad Cryptas a Fossa e del ciclo di affreschi dell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. Un’altra figura molto importante e fondamentale è rappresentata dal sacerdote e storico Giuseppe Celidonio (1852-1913) il quale, promotore e collaboratore della “Rassegna Abruzzese di Storia dell’Arte”, ricostruisce in un ampio numero di documenti, conservati negli archivi episcopali della regione, notizie fondamentali sul monastero a cui appartiene l’oratorio di San Pellegrino e sui rapporti che i monaci intrattenevano con la diocesi della quale l’abbazia fa parte.
In questo panorama, nel 1903 lo studioso francese Émile Bertaux, autore del celebre Art dans l’Italie méridionale, pone l’Abruzzo, insieme con il Molise, tra i «pays de montagne», collocando la pittura medievale abruzzese lungo la strada che aveva come punto di partenza l’abbazia di Montecassino, monastero benedettino più grande al mondo per dimensioni e il secondo più antico d’Italia. Era profondamente convinto che la posizione geografica montana della regione avesse non solo influenzato la produzione artistica dei maestri locali ma che fosse anche la provincia culturale e artistica della Terra Sancti Benedicti.
Le vicende storiche e religiose pongono le basi dell’analisi delle opere d’arte e non può prescindere dal monachesimo benedettino, la cui fondazione avviene intorno al 529 d.c. ad opera di San Benedetto da Norcia. Il rapporto tra le pitture murali, gli spazi liturgici e funzionali e i luoghi di passaggio è stretto perché le abbazie non sono solo luoghi di preghiera ma anche centri di arte e di lavoro, centri di economia, di cultura e di assistenza. Il loro dominio fondiario e feudale si sviluppa dall’VIII sec. e diventa un grande polo religioso, politico e culturale fino al XIX secolo quando, man mano, inizia a perdere potere sui territori che controllava.
Ed è proprio il territorio e la sua conformazione che determina il passaggio di migrazioni stagionali di animali condotte dai pastori: la transumanza. In Italia è presente nella regione dell’appennino sannitico e si divide tra il periodo estivo, in cui i pastori si trasferiscono proprio nei pascoli dell’Abruzzo aquilano e delle regioni vicine più elevate, e in quello invernale, in cui si spostano verso la pianura, scendendo in direzione della Maremma Toscana, Agro Romano, Puglia e oltre. Si delineano grandi vie di passaggio, chiamate tracturi, vie terrose e pietrose demarcate proprio dalle greggi.
I principali tratturi in Abruzzo, affiancati dai tratturelli minori: Tratturo L’Aquila – Foggia, detto anche Tratturo Magno, lungo 244 km; Tratturo Celano – Foggia, lungo 207 km; Tratturo Pescasseroli – Candela, lungo 211 km
Il tratturo Centurelle–Montesecco è un distaccamento del Tratturo Magno dell’Aquila–Foggia che inizia proprio da Centurelle per poi ricongiungersi a Montesecco ed è lungo circa 220 Km. Già frequentato nel VI sec a.c., ebbe però il suo sviluppo nel Medioevo, quando nel IX secolo venne fondata l’Abbazia di San Clemente a Casauria nella piana di Castiglione e vede riconosciuta la sua autonomia nel 1155, grazie alle emanazioni delle leggi sul permesso del transito dei pastori. Come ogni altro tratturo, era sorvegliato da castelli e abbazie, come il castello di Bominaco, ai quali i viandanti ed i pastori dovevano pagare un pedaggio per entrare nella relativa contea. Lungo il tratturo si trovavano numerose grotte rupestri che fungevano da riparo anche per i pastori, mentre i villaggi, con le capanne in pietra, erano il riparo quotidiano dei viandanti. Nel 1806 avviene l’abolizione del feudalesimo ma la storia del tratturo non cessa di esistere e di essere via e rifugio di montagna per i viandanti.
Lungo i percorsi tratturali si trovano alcune delle architetture religiose più note d’Abruzzo e Bominaco è proprio una tappa.
L’ARTE MEDIEVALE E LA PITTURA MURALE IN ABRUZZO
Come già detto prima, fino alla seconda metà dell’Ottocento si era ancora lontani da una bibliografia artistica dell’Abruzzo anche se l’attenzione degli studiosi per la storia della regione era alta. Oltre alle figure di Pansa, Piccirilli e Bertaux, colui che si occupa specificamente dell’arte e dell’architettura abruzzese è Vincenzo Bindi, dedicando gran parte dei suoi studi al patrimonio artistico della regione: raccoglie materiale, colleziona opere d’arte, pubblica testi e confronta quei pochi documenti d’archivio medievali che trova. Ritenendo che i tempi fossero ormai maturi perché l’Abruzzo entrasse a pieno titolo nel dibattito storico-artistico italiano, nel 1889 (ancor prima dell’uscita della “Rassegna Abruzzese di Storia dell’Arte”) Bindi pubblica lo scritto Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi, il primo dedicato unicamente alle opere d’arte della regione, nella quale illustra la storia, l’architettura, la decorazione scultorea e quella pittorica di ogni edificio o monumento, quasi nessuno escluso.
Di Bominaco scrive:
Boininaco ebbe rinomanza ne’ tempi antichi per il tempio di Venere, il quale, come vogliono i patrii scrittori, dette origine a questa villa, e ne’ tempi medioevali per il convento e la chiesa di S. Maria, fondata, o meglio dotata nel lOOl da Oderisio figliuolo di Bernardo conte di Valva nella diocesi Valvense. Concesse egli, insieme alla contessa sua moglie, al Cenobio le ville di Ofaniano, Bominaco , S. Pio , Caporciano , Lussi , con le sue chiese e con varii beni, e disse il Monastero soggetto al Pontefice Romano. Il conte v’ introdusse i monaci, il superiore de’ quali s’ intitolò Abate, benché la chiesa appartenesse al Monastero Farfense, ed in Roma il superiore fosse riconosciuto semplicemente come preposto. Nel 1002 Ottone III concesse un diploma al Monastero di Bominaco ; ma questo diploma è con validi argomenti dall’Antinori ritenuto apocrifo; e le ragioni addotte dall’ illustre storico trovano la loro conferma nelle bolle pontificie, delle quali si farà cenno più sotto.
Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi Pag. 834
Bindi è dell’opinione che gli artisti che nel corso del Medioevo lavorano nelle opere e nei monumenti in Abruzzo provengano dalla produzione artistica del Regno di Napoli delle provincie del Mezzogiorno e di Roma.
Bertaux definisce l’Abruzzo la provincia culturale e artistica della Terra Sancti Benedicti e lega molto la sua collocazione geografica montana alla produzione artistica di maestri locali, tanto da inserirle nell’opera di cui abbiamo parlato prima, all’interno del capitolo L’influence de l’école du Mont-Cassin. La regione è arricchita da innumerevoli chiese e cenobi benedettini che sono stati il risultato di una “passione di fabbricare” che negli anni non è mai venuto meno.
L’arte commissionata dai benedettini ha costituito un baluardo contro il propagare della cultura bizantina in Europa “difendendo lo spirito d’occidente ed il realismo italiano”. L’arte abruzzese, quindi, non è altro che un seguito della produzione cassinese, un’arte tipicamente locale e regionale.
Nel 1939 Enzo Carli, storico dell’arte toscano, pubblica dei saggi nei quali cerca di estrapolare dei caratteri comuni alle espressioni artistiche abruzzesi dall’XI al XIII sec. e pone l’accento sulle finalità comunicative delle pitture murali e l’evidente volontà di rendere chiari, comprensibili ed immediati i principi morali dei benedettini. La narrazione è il primo tratto distintivo a cui si aggiunge una tendenza verso la semplificazione delle iconografie e delle composizioni al fine di renderli chiari ai fedeli e ai viandanti che sostavano nelle aree.
I saggi del Carli costituiscono un cardine nella storiografia dell’arte medievale, tanto che nel 1969 Guglielmo Matthiae, uno dei più importanti medievalisti italiani, (romano di nascita, ricopre un ruolo prima presso la Soprintendenza ai Monumenti per il Lazio, poi presso quella de L’Aquila, diventando Soprintendente in Abruzzo dal 1958 al 1966) individua nelle opere esaminate una sostanziale corrispondenza tra la società agricola-montuosa, la committenza religiosa locale-paesana e la rappresentazione figurativa “fresca, semplice ed immediata”.
Certo è che, data la scarsità delle fonti a disposizione degli storici e critici dell’arte, il metodo utilizzato e considerato l’unico percorribile, è stato quello di esaminare monumento per monumento, chiesa per chiesa e abbazia per abbazia. Questo è il motivo per il quale non esiste una vera e propria storia della critica dell’arte abruzzese o una nozione di arte e pittura benedettina, quanto un’analisi puntuale delle opere all’interno delle architetture.
L’ORATORIO DI SAN PELLEGRINO A BOMINACO.
L’oratorio di San Pellegrino (datato intorno al 1263 nelle iscrizioni sul pluteo della zona presbiteriale) si trova all’interno del complesso monastico di Bominaco accanto all’attuale Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta (le prime datazioni trovate sono intorno al 1093 quando viene donato al vescovo di Valva), che abbiamo detto essere stata resa nota nel tempo anche per la sua posizione geografica, molto vicina al percorso del Tratturo Magno dell’Aquila – Foggia.
veduta dall’Oratorio di San Pellegrino a sn e della Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta a dx
Le sole due architetture che rimangono dell’antica abbazia benedettina sono state ricostruite a più di un secolo l’una dall’altra, sulla base dei princìpi cassinesi condivisi con molte altre strutture monastiche-vescovili centro meridionali. Ma non solo, perché la Chiesa di Santa Maria Assunta è definita da Lucherini il risultato dell’esempio dell’abbazia di San Liberatore a Majella, uno dei più importanti esempi di architettura romanica in Abruzzo, e della chiesa cattedrale di San Pelino a Corfinio.
Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta – esterno Ph. Raffaella Matocci
Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta – interno Ph. Raffaella Matocci
Seppur l’Oratorio sia di dimensioni molto più piccole e non presenti decorazioni esterne, i tre archi ogivali di sostegno della volta all’interno sono ispirati alle prime fabbriche cistercensi (ordine monastico di diritto pontificio, fondato da Roberto di Molesme, esponente di una famiglia nobile della Champagne e priore di numerosi monasteri benedettini) già presenti nel territorio.
Oratorio di San Pellegrino – esterno
Il corpo dell’edificio è riconducibile al Duecento.
…”costituita da un’aula unica, rettangolare, le cui misure interne in pianta sono di m 18,90 × 5,5, escluse sia le mura d’àmbito che il pronao del lato nord (circa m 3,66 di lunghezza), caratterizzato da tre arcate su colonne (nel cui fusto furono reimpiegati antichi rocchi scanalati) sul prospetto e da due arcate ai lati.”
veduta con area adibita a pascolo, 1932 – (Archivio fotografico ex Soprintendenza BSAE) Lucherini
L’eccezionalità dell’Oratorio di San Pellegrino sta nel ciclo pittorico duecentesco che è all’interno. I muri e le volte sono interamente dipinti e rappresentano uno dei più importanti esempi del rapporto tra le pitture murali dal contenuto iconografico e gli spazi liturgici-funzionali arrivati quasi intatti fino a noi: splendidi dipinti eseguiti con la tecnica dell’affresco a pontate che ad oggi sono ancora perfettamente leggibili, tranne che per la parte delle pareti ad ovest che hanno sofferto a causa delle ripetute infiltrazioni di acqua presenti fin dal secondo Ottocento.
(L’affresco a pontate, eseguito anche dai romani,permetteva di dipingere con intonaco a secco su spazi tali e quali all’ampiezza delle impalcature; questo tipo di tecnica veniva usata quando il disegno era di facile manifattura e i moduli iconografici erano fissi. E’ nel XIII che la tecnica dell’affresco matura in quella del buon fresco e segna il passaggio dalle “pontate” alle “giornate” di intonaco con colori a tempera.)
Oratorio San Pellegrino – Ph. Raffaella Matocci
Anche per questo ciclo pittorico, gli storici non sono riusciti ad attribuire univocamente il tipo di maestranza che ci ha lavorato, ampie discussioni su testi riportano critiche e giudizi differenti senza arrivare ad una vera e propria conclusione. Tra questi si citano: Bertaux, che provò ad individuarne delle affinità con la tradizione occidentale della Germania e della Francia e con le tipologie presenti dei “lombardi viaggiatori che avevano lavorato in Toscana” in cui si mescolano “ricordi bizantini assai indiretti e sformati”; Rasetti, che ne attribuisce l’esempio ai calendari romani tipo quello dipinto nel monastero di Santa Maria dell’Aventino; e Carli che li studia approfonditamente e per primo ne pubblica le foto.
A quest’ultimo si deve l’attribuzione delle pitture a tre diversi maestri, distinzione che ancora oggi è accettata. Maestri che non hanno lavorato nello stesso atelier, né sotto una direzione comune, ma che hanno comunque garantito l’unità stilistica all’opera compiuta, ognuno occupandosi delle diverse trattazioni dei temi iconografici e delle narrazioni evangeliche.
Il “Maestro della Passione”, ben inserito nella tradizione benedettina, opera secondo schemi bizantini ma con accenti prevalenti alla cultura romanica (registro inferiore della parete destra e sinistra della prima e seconda campata).
Il “Maestro dell’Infanzia di Cristo”, molto più fedele alla trazione bizantina ma non completamente privo di influenze derivanti dall’arte meridionale (registro superiore della parete sinistra e destra della prima e seconda campata).
Il “Miniaturista”, la cui collocazione all’interno dei cicli è molto più difficile ma sicuramente autore del calendario che è caratterizzato da diverse influenze, la bizantina, la francese (Nôtre-dame di Parigi, Amiens), la romana (Oratorio di San Silvestro ai SS. Quattro Coronati).
(Sul registro inferiore della parete sinistra ci sono immagini della punizione dei peccati, in quello della parete di destra San Pietro con le chiavi del Paradiso, san Michele e i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Figure isolate e Santi sono raffigurati nella quarta campata e lungo l’intero perimetro dell’edificio).
Oratorio San Pellegrino – Ph. Raffaella Matocci
Assolutamente degno di nota è il calendario liturgico miniato, dipinto su entrambi le pareti della terza campata. I mesi sono indicati con un riquadro a dittico, dove un personaggio simboleggia il mese, affiancato dall’annotazione di tutti i giorni (indicati con le lettere dalla A alla G per ciascuna settimana) e delle relative festività religiose; indicazioni lunari poste in alto a sinistra e il corrispondente segno zodiacale a destra. E’ questo un tema tipico del Medioevo, in cui le personificazioni dei personaggi compiono le attività lavorative associate al mese.
“Gennaio si scalda accanto al fuoco, Febbraio taglia rami con una roncola, Marzo si atteggia come un antico Spinario, Aprile tiene due gigli tra le mani, Maggio è un uomo a cavallo con un fiore nella mano, Giugno raccoglie i frutti di un albero fiorito; i mesi della parete occidentale sono invece danneggiati” Lucherini
Oratorio San Pellegrino, calendario – Ph. Raffaella Matocci
Ai cicli sopra detti si uniscono figure isolate dei Santi che si dispongono negli spazi rimasti vuoti dalle scene narrative, dai Profeti dell’Antico Testamento ai Santi venerati dalla devozione popolare abruzzese, da San Francesco, a San Martino e, ovviamente, a San Pellegrino. Le volte sono decorate con motivi geometrici e vegetali e sono caratterizzate da temi ornamentali tipici del medioevo, dell’antica tradizione abruzzese, come i racemi bianco-rosati, le foglie arricciate e i fiori a tre e a cinque petali, solo per citarne alcuni e, come vedremo dopo della cultura figurativa siciliana della fine del XII secolo.
ROMA
La pittura murale del secolo XII in Abruzzo è caratterizzata da una fascia di maestranze che fonda la loro tradizione nel mondo bizantino, i cui stilemi sono riconosciuti nella scelta del tipo di rappresentazione delle raffigurazioni iconografiche, da una che fonda la loro tradizione nell’arte meridionale approdata nel centro Italia, e da un’altra che è rappresentata dalla maestranza locale.
La scelta delle narrazioni la si deve per lo più ai desideri dei donatori e alla loro vicinanza al monachesimo molto diffuso in tutto il territorio, tanto da definire l’Abruzzo la provincia culturale e artistica della Terra Sancti Benedicti.
A Bominaco, le sequenze delle narrazioni rimandano alla cultura tardo antica a cui si rifà il Medioevo e le scelte stilistiche all’arte e alla cultura meridionale siciliana dei mosaici di Monreale (disegno delle figure umane ricoperte di tessuti che terminano con orli esageratamente frastagliati, l’agitazione delle vesti che nasconde la figura anatomica del corpo, la monumentalità dei personaggi, la rappresentazione dei paesaggi montuosi con la cima a forma di pigna). Il tema della diffusione dello stile dei mosaici di Monreale costituisce un settore di studio specifico nella storia della pittura tra il XII e il XIII sec. e si ipotizza che, alla morte del re normanno Guglielmo II nel 1189, committente dei monrealesi, vi sia stata una dispersione delle maestranze verso l’Italia centro-meridionale, in particolare verso Roma.
Diverse caratteristiche delle pitture a Bominaco trovano un confronto diretto con la cappella di San Silvestro ai Quattro Coronati a Roma, con la cripta della Cattedrale di Anagni e con la cappella di San Gregorio nel Sacro Speco a Subiaco, ed è chiaro che quello che appare come referente siciliano normanno risulti già attestato nella Roma primo-duecentesca modificandone il carattere verso una dimensione più moderna.
Dopo Bominaco, di questi maestri romani non si troverà più alcuna altra traccia nel territorio abruzzese, forse perché ritornati a Roma. Altre botteghe guarderanno a Bominaco come esempio iconografico, ma si tratta di una “maniera” che resisterà solo fino all’arrivo di Giotto e delle scuole toscane.
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LUMINIS – Arte contemporanea, memoria storica e paesaggio urbano – MARIO CARLO IUSI – 20 settembre – 15 ottobre 2025 – Roma, Lungotevere
Nel maggio del 2014, dopo aver realizzato le prime opere le espone presso il Palazzo Conti Gentili di Alatri. Due anni dopo vi presenta la Serie “interconnessioni” in cui vengono esposte le prime opere su tela dotate della cornice luminosa che tuttora è tratto distintivo dell’artista. Inoltre, in questa sede, realizza l’installazione “Acrosomi”, dalla quale deriverà in seguito gli oggetti semplici della teoria Semeion. Si forma frequentando la facoltà di filosofia della Sapienza di Roma, si laurea con una tesi in filosofia analitica ed estetica sul concetto dell’immaginazione intesa come fondamento teorico della possibilità della realizzazione di un’opera d’arte. Nel 2018, prende avvio la collaborazione con la galleria La Nuvola, di Via Margutta, a Roma, dove tiene la sua prima personale. Parallelamente, inizia a lavorare alla teoria “Semeion”, producendo la serie “The Container”.
La sua ricerca verte sulla possibilità di trovare risposte formali a domande concettuali, tramite l’uso della luce e delle teorie sviluppate negli anni.
Diatomea segnala la mostra “Memorabile. Ipermoda” Mostra visitabile al MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo Museo – galleria 5 a cura di Maria Luisa Frisa
“La mostra propone una serie di “stazioni” in cui gli abiti costruiscono relazioni inaspettate fra loro, in cui i pezzi della Haute Couture dialogano con quelli della moda indipendente e in cui gli oggetti si mescolano senza gerarchie.
Memorabile. E’ il desiderio di meraviglia che oggi più che mai attraversa la moda; è l’emozione per gli abiti che sono l’architettura più prossima al nostro corpo; è il rapporto tra ordinario e straordinario, ed è la continua riattivazione della moda e delle sue rappresentazioni attraverso i social. Ipermoda. Si riferisce direttamente agli “Iperoggetti” del filosofo inglese Timothy Morton e precisa il senso di Memorabile. Esprime la necessità della moda in tutte le sue espressioni di estendersi oltre i suoi confini, di occupare gli spazi che possono darle la massima visibilità, di essere un corpo espanso che invade gli schermi dei nostri device e si installa nella nostra immaginazione.
Memorabile. Ipermoda esplicita la capacità del gesto curatoriale di “fare storia” attraverso il modo in cui la moda e le sue forme rappresentano la contemporaneità. Include il rapporto creativo, in continua evoluzione, con il tempo e con gli archivi, il ruolo del direttore creativo all’interno dei grandi gruppi del lusso, le nuove forme di immaginazione, progettazione, collaborazione, la sfida non più rinviabile della sostenibilità, soprattutto culturale, e il ruolo del design indipendente. Ogni pezzo è rappresentazione e racconto di una precisa ricerca, dichiarazione poetica, espressione di un desiderio di essere parte attiva di una storia che si colloca nel presente, un presente tuttavia insito in un tempo dalla progressione non necessariamente lineare”.
fonte del testo catalogo mostra
Dove:MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo Museo – galleria 5 – Via Guido Reni 4a, Roma Quando: dal 27 novembre 2024 prorogata fino al 27 aprile 2025 Aperture e orari:lunedì chiuso – da martedì a domenica 11 – 19, la biglietteria è aperta fino a un’ora prima della chiusura del Museo E’ possibile acquistare il biglietto online
Buona visita…
Selezione degli abiti in mostra…
Marni – CD Francesco Risso rtw P/E2024Loewe – CD Jonathan Anderson rtw P/E2023Valentino – CD Alessandro Michele rtw P/E2025Sx Viktor&Rolf hc P/E2024 – Dx Gucci CD Sabato De Sarno Gala2023Sx Garbage Core 09/2023 – Dx Craig Green rtw P/E2018Viktor&Rolf hc P/E2023Thorn Browne prog. Stephen Jones hc uomo A/I2023-2024Balenciaga CD Demna Gvasalia rtw P/E2020ACT N.1 abito sposa rtw P/E2024Cn Dolce e Gabbana rtw P/E2023Dior CD Maria Grazia Chiuri hc A/I2019-2020Louis Vuitton CD Virgil Abloh rtw uomo A/I 2021-2022Iris van Herpen hc A/I2012-2013Marco Rambaldi rtw P/E2021Richard Quinn per Moncler Genius 2020 coll.08Yves Saint Laurent CD Hedi Slimane rtw A/I2016-2017
“Il lusso è la libertà di spirito, l’indipendenza, in breve il politicamente scorretto” Karl Lagerfeld
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Augusto De Luca fotografa 37 donne napoletane
VIDEO – RAI 3 sull’inaugurazione della mostra a Roma:
“Napoli Donna” è un libro con dei miei ritratti fotografici in bianco e nero e interviste di Giuliana Gargiulo, pubblicato nel 1987 dal Centro il Diaframma/Edizioni Editphoto, dell’omonima galleria di Milano “il Diaframma”. Trentasette illustri donne napoletane: attrici, cantanti, scrittrici, galleriste, manager, che si raccontano. Tra queste, per citarne solo qualcuna: Pupella Maggio, Luisa Conte, Elena Croce, Isa Danieli, Ida Di Benedetto, Graziella Lonardi, Marisa Laurito, Angela Luce, Lina Sastri. La prefazione del libro è di Lina Wertmuller ed è stato presentato con diverse mostre fotografiche: al Centro Diaframma di Milano il 30 novembre 1987, al Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes ( Villa Pignatelli ) di Napoli il 19 dicembre 1987, agli Incontri Internazionali d’Arte (Palazzo Taverna) di Roma il 7 marzo 1988, alla galleria fotografica Dry Photo di Prato il 2 aprile 1988 e alla Camera dei Deputati a Roma il 6 dicembre 1995, inaugurata con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e di Nilde Iotti, alla presenza di Giorgio Napolitano. “Napoli Donna” racconta 37 donne napoletane che hanno lasciato il segno. È una profonda esplorazione dell’intricato rapporto tra la città di Napoli e le sue donne. Attraverso il mio obiettivo, ho cercato di catturare l’essenza della femminilità napoletana, intrecciando temi di bellezza, capacità e identità culturale. L’opera non vuole essere solo un omaggio fotografico ma anche un commento sulle sfide che le donne a Napoli devono affrontare. Insieme alla giornalista che ha realizzato le interviste, abbiamo cercato di sottolineare la loro forza e l’adattabilità anche in mezzo alle avversità di un contesto comunque non facile. La narrazione visiva realizzata è ricca di simbolismi; ogni fotografia racchiude la vivacità della vita a Napoli e allo stesso tempo la profondità emotiva di ogni protagonista. Inoltre, questo libro funge da importante artefatto culturale che contribuisce al discorso più ampio che circonda il femminismo e la rappresentazione nell’arte contemporanea. Mettendo in mostra le donne napoletane in tutta la loro complessità, e’ anche una sfida alle rappresentazioni stereotipate spesso presenti nelle narrazioni mediatiche. Questo lavoro invita il pubblico a riconsiderare le nozioni preconcette sulla femminilità all’interno della cultura partenopea, celebrando al contempo il suo patrimonio unico. In conclusione, “Napoli Donna” rappresenta una testimonianza sia di espressione artistica che di critica sociale, illuminando la vita delle donne che incarnano lo spirito di questa storica città.
Isa Danieli – foto Augusto De LucaMirella Stampa Barracco – foto Augusto De LucaNapoli Donna – di Augusto De Luca
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Augusto De Luca fotografa Giorgio Napolitano
In varie occasioni ho avuto modo di incontrare Giorgio Napolitano, che ha anche visitato due mie mostre fotografiche a Roma: l’una agli Incontri Internazionali d’Arte nel 1988, dal titolo ‘Napoli Donna’, e l’altra alla Camera dei Deputati nel 1996, che comprendeva tre diverse esposizioni ‘Napoli Mia’, ‘Napoli Donna’ e ’31 Napoletani di fine secolo’. Mostra di Augusto De Luca alla Camera dei Deputati – Nilde Iotti, Giorgio Napolitano e Augusto De Luca Dato che ho insegnato fotografia per tre anni al Circolo Montecitorio frequentavo il Palazzo dove spesso lo incrociavo nei corridoi e qualche volta anche al bar interno. Un giorno gli chiesi se avessi potuto ritrarlo e mi diede subito un appuntamento nella sua stanza per il primo pomeriggio alle sedici. Non ne faccio una questione di preferenza politica, perché non ho predilezioni di sorta, ma per quel poco che l’ho conosciuto, ne ho davvero un bellissimo ricordo. Molto affabile, disponibile ed anche simpatico, pronto a battute ironiche; insomma, proprio una persona piacevole da incontrare. Un vero signore. Più tardi, puntualissimo, bussai alla porta della sua stanza ed entrai. Era una grande stanza con diversi quadri d’epoca e, di fronte, una bellissima scrivania antica dove lui, seduto che parlava al telefono, mi fece cenno di accomodarmi. Mentre discorreva, poiché sono un collezionista e un amante di oggetti d’arte ed antiquariato, cominciai a guardarmi intorno. Proprio alle mie spalle, sullo stipite della porta d’entrata, notai in una cornice d’epoca una stupenda stampa di Napoli a volo d’uccello da incisione su rame, di circa un metro. Era una Stopendaal, che conosco bene, e che si trova ripiegata nel libro ‘Nouveau theatre d’Italie’ pubblicato da Pierre Mortier nel 1704. Qualche volta l’avevo ammirata da vicino nella libreria antiquaria del mio amico Marzio Grimaldi, ma non avevo mai potuto acquistarla per l’elevato costo. Guardai meglio e non ebbi alcun dubbio: la stampa era una copia. Rimasi deluso ma anche perplesso. Come era possibile? Così, appena Napolitano ebbe finito la telefonata, senza pudore gli feci notare che quell’opera non era autentica. Il Presidente sorrise, scuotendo la testa bonariamente e allargando le braccia scherzando, rispose: “Noi non possiamo permettercelo”. Poi si alzò ed io, per non approfittare troppo del suo tempo, feci degli scatti più tradizionali di quelli che solitamente preferisco eseguire. Successivamente, però, elaborai la foto scurendo maggiormente alcune parti dello sfondo per aumentarne l’atmosfera.
Giorgio Napolitano foto Augusto De LucaAlla mostra di Augusto De Luca alla Camera dei Deputati – Giorgio Napolitano, Nilde Iotti, Augusto De Luca
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Bande de Femmes – festival di fumetto e illustrazione – 29 giugno – 6 luglio 2024, Roma
COMUNICATO STAMPA
Bande de Femmes – festival di fumetto e illustrazione 29 giugno – 6 luglio 2024 Via Pesaro, Roma
Diciotto spazi e più di venti artist3 per la Notte a Colori, il 29 giugno dalle 17 alle 23, undici autric3 per sette Dialoghi, otto autric3 per tre Matite fuori dai cardini, cinque artist3 per tre Live Painting e tante altre per Sceno/grafiche, Due Matte, Chicche Antiche, A tutte zinNe e Stand-up comics: sono solo alcuni dei numeri dell’undicesima edizione di Bande de femmes, #BDF24, festival di fumetto e illustrazione organizzato dalla Libreria femminista Tuba – a cura di Sarah Di Nella, Ginevra Cassetta e Marta Capesciotti – che dal 4 al 6 luglio si svolgerà nel quartiere Pigneto di Roma. Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Estate Romana 2023 – 2024 ” curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con SIAE.
Dopo l’anteprima del 29 giugno con mostre diffuse nei luoghi che animano la vita culturale del quartiere seguiranno tre giorni di eventi gratuiti durante i quali il festival ospiterà fumettiste, scrittrici, illustratrici, artiste e collettive da tutto il mondo: Anita Roscini, Antonia Caruso, Beauty Riot, Cecilia Milza, Claudia Iannicello, Dafne Boggeri, Dina Omut, Egle Pellegrini, Elena Ketra, Elena Mistrello, Eleonora Caruso, Frad, Francesca Bellino, Francesca Torre, Giannino Dari, Giulia Ananìa, Hannah Arnesen, Jana Traboulsi, Júlia Sardà, Laura Scarpa, Léa Katharina Meier, Lidia Aceto, Lina Pallotta, Luchadora, Marja De Sanctis, Meo, Michela Becchis, Michela Rossi, Noah Schiatti, Pat Carra, Pausania Studio, PGB, Raffaella Perna, Rocìo Quillahuaman, Sabrina Annaloro, Sheela Nah Gig, Sheyam Ghieth, Tony Allotta, Siouxie, Sofia Melluso, Sted, Stefania Sbrighi.
Nella prima giornata, giovedì 4 luglio, sarà presentato il lavoro dell’artista libanese Jana Traboulsi e quello dell’artista svedese Hannah Arnesen, mentre venerdì 5 luglio un focus particolare è rivolto alle fanzine italiane fra anni Settanta e Duemila, con l’opera di Dafne Boggeri, e alle autoproduzioni con Elena Mistrello che racconterà la storia di Tracciato Palestina. Sabato 6 luglio, in dialogo con Laura Pugno, ci sarà Anke Feuchtenberger, autrice tedesca che sbalordisce con il suo vertiginoso Compagna cuculo, Coconino press-Fandango, racconto di formazione attraverso gli occhi di una bambina della Germania dell’Est fra gli Anni Sessanta e la caduta del muro di Berlino.
“Bande de Femmes arriva alla sua 11° edizione e siamo pronte a contaminare il quartiere con l’arte, le immagini e gli immaginari di artist3 da varie parti del mondo. Il festival quest’anno si inserisce in un quadro globale a tinte fosche: l’avanzata delle destre e del pensiero anti-scelta, il genocidio in corso in Palestina, la guerra alle porte e la distruzione climatica attentano alle nostre vite e alla sopravvivenza del pianeta” – affermano le curatrici, Sarah Di Nella, Ginevra Cassetta e Marta Capesciotti – “Oltre alle lotte di resistenza narrate a fumetti, questo BDF 2024 sarà come sempre uno spazio per dare voce a tutte le soggettività fuori norma che costituiscono per noi l’orizzonte di senso e di pratiche con cui trasformare il mondo”.
Dal 17 giugno al 21 giugno si tiene il laboratorio Figuracce per aspiranti fumettist?, illustratrici in erba, disegnatrici under 13, con l’artista Luisa Montalto. Mentre è ancora aperta la call per partecipare il 15 e 16 giugno a Còrpa. Ricucire le storie, laboratorio di 10 ore con l’artista Marta Cavicchioni, rivolto alle persone di età 16+. Il 20 giugno è la volta dell3 bambin3 dai 5 anni in su con Tana libera tutt3 a partire da Una partita a nascondino di Lolita Séchan e Camille Jourdy, a cura di Fatatrac, e guidato da Giulia Franchi di SCOSSE.
Tutte le info su www.bandedefemmes.it
Le “rubriche” del Festival Dialoghi d’autrici è la presentazione di un fumetto Matite fuori dai cardini scatena dibattiti e fa da megafono ai femminismi a fumetti Sceno/grafiche è un’immersione in mondi altri, tra arti, immaginari e nuovi linguaggi Live painting è un tempo dedicato ad inseguire linee, figure e disegni della mano di un’artista Chicche antiche è un viaggio nel tempo alla scoperta di fumettiste che hanno fatto la storia Stand-up comics sono incursioni da ridere di una fumettista pentita Due matte è una pillola di felicità, una curiosa intervista a specchio tra due autrici
Il festival è raggiungibile a piedi, in bicicletta o con i trasporti pubblici: tram 19, 5, 14 – bus 50, 105, 81, 412 – ferrovie laziali: fermate Sant’Elena e Ponte Casilino – metro C: fermate Pigneto e Lodi
Per interviste contattare l’Ufficio Stampa: Barbara 339 6365001 libreriatuba.stampa@gmail.com Sito: www.libreriatuba.itwww.bandedefemmes.it Facebook: www.facebook.com/bandedefemmes Instagram:#libreriatuba
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Augusto De Luca fotografa le colombe
Nel fotografare le città di questo nostro stupendo Paese, per la realizzazione dei miei libri commissionati dalla TAV – Treno Alta Velocità, la mia attenzione era prevalentemente rivolta ai monumenti e alle architetture che caratterizzavano i luoghi, o che, in qualche modo, mi colpivano particolarmente. Quindi, solitamente in orari diversi, per catturare la luce perfetta, cercando sempre un’inquadratura inedita proprio per evitare gli stereotipi di immagini troppo sdolcinate e cartolinesche, passeggiando, mi inoltravo in strade e vicoli, restando sempre concentrato a cogliere quel particolare, quello scorcio o quella struttura che toccava e stimolava la mia creatività. Era ogni volta come se andassi a caccia di tesori nascosti e, quando individuavo il soggetto esatto e la prospettiva corretta, mi sentivo come un cane da caccia che punta la sua preda. Tale scoperta mi dava sempre una grande emozione; era un momento magico che mi faceva dimenticare la stanchezza per i chilometri fatti a piedi, con la borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche. Ero continuamente alla ricerca di suggestive opere, però, talvolta, ero anche attratto dai tanti pennuti che abitano le nostre belle città e che possono diventare addirittura un segno grafico, che impreziosisce ed arricchisce l’immagine stessa. Nello specifico, ad affascinarmi sono le colombe, forse anche per la loro intensa simbologia, in virtù della quale diverse culture antiche le consacravano ad importanti dei e intere popolazioni le veneravano, fino ad arrivare alla religione Cattolica, per la quale sono emblema dello Spirito Santo. A ciò si aggiunge la loro forte valenza alchemica, come rappresentazione della Luna philosophorum, ossia il Mercurio alchemico, ed esoterica, come il principio del bene, anche in virtù del loro candore.
La prima foto che vi sottopongo è stata realizzata allo Stadio dei Marmi di Roma. Mentre ero impegnato a cercare lo scatto giusto, notai che sul braccio sinistro della statua del discobolo si erano posate due colombe. Immediatamente capii che quello poteva essere un ottimo scatto se però li avessi fotografati entrambi in volo. Allora, sotto voce, chiesi a Marisa, la mia compagna di allora che era lì con me, di prendere dalla tasca una moneta con la quale avrebbe dovuto colpire la statua al mio comando: lei, sentita la mia intenzione, mi assecondò volentieri. Appena i due volatili udirono il tintinnio del metallo sul marmo, si alzarono in volo spaventati, ed io, prontamente, scattai. Avevo impostato sulla macchina fotografica un tempo veloce, proprio per cogliere quel momento irripetibile: l’espediente aveva dato ottimi risultati.
La seconda foto è di Firenze. Mentre camminavo sulle sponde dell’Arno, mi accorsi che molte colombe si erano raggruppate sul muretto: allora inquadrai e aspettai. Feci molte istantanee, perché da quel gruppetto si alzavano in volo diversi pennuti ed io scattavo a raffica, per riuscire ad avere l’immagine giusta. Alla fine, con un po’ di fortuna e tanta pazienza, fui accontentato.
La terza immagine è ambientata nella piazza del Nettuno a Bologna. Mi accorsi che molti piccioni transitavano da una parte all’altra dello spiazzo, così, anche stavolta, inquadrai la silhouette della statua e aspettai il momento opportuno, ma ci volle molto. Diversi passanti si giravano guardandomi con aria interrogativa, incuriositi perché ero fermo nello slargo, con l’occhio incollato al mirino, senza scattare e, insieme al Nettuno, sembravo essere anch’io un’altra scultura. Quell’attesa, però, fu proficua e, finalmente, una colomba, volando, si mise proprio sulla traiettoria del dito del dio del mare, che sembrava indicarlo. I giochi erano fatti e il risultato soddisfacente. Oggi, con l’aiuto del programma Photoshop avrei potuto tranquillamente “incollare” senza fatica quegli uccelli nell’immagine dove e come volevo, ma, in realtà, preferisco e preferirò sempre concludere l’atto creativo con un solo click.
Roma – foto Augusto De LucaFirenze – foto Augusto De LucaBologna – foto Augusto De LucaColombe – foto Augusto De Luca
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“Augusto De Luca fotografa il Palazzo di Giustizia di Roma”
Era il 1997 e lavoravo da un paio d’anni con l’editore Gangemi di Roma per la realizzazione di alcuni libri fotografici commissionati dalla TAV, Treno Alta Velocità. Un giorno Gangemi mi chiamò e mi chiese se volessi fotografare il “Palazzaccio”, così nella Capitale chiamano il Palazzo di Giustizia, in cui hanno sede la Corte suprema di cassazione e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma e la fornitissima Biblioteca centrale giuridica. L’edificio, con le sue dimensioni insolite e le molteplici decorazioni, ha sempre fatto parlare molto di sé, sin dagli esordi della sua costruzione, nel 1889, fino all’inaugurazione, avvenuta nel 1911, ed anche oltre.?Il suo soprannome, infatti, deriva da una vicenda legata ad un’inchiesta parlamentare per imbarazzanti lievitazioni dei prezzi e sospetti di corruzione. C’è chi lo ritiene architettonicamente ridondante e pesante, personalmente ne ho sempre apprezzato l’imponenza e la luminosità. I testi del volume sarebbero stati realizzati da architetti e studiosi di fama internazionale. Nessuno aveva mai pubblicato un’opera così specifica su quello stabile e ciò rendeva quel lavoro molto importante. La cosa mi allettava molto, ma, allo stesso tempo, mi faceva tremare i polsi. Avevo una grande responsabilità e comunque continuavo a chiedermi come avrei potuto fotografarlo nella sua intimità, visto che era sempre affollato di tanta gente indaffarata. Il mio editore, in poco tempo, riuscì a farmi avere un permesso speciale per poter accedere in quel luogo proprio di domenica, giorno della sua chiusura al pubblico. Per muovermi più agevolmente, quella mattina mi recai lì con una fotocamera Contax, chiamata dagli addetti ai lavori 35 millimetri, dal formato cioè più piccolo e rettangolare. Avevo a mia completa disposizione tutti quegli spazzi enormi e deserti e fu una bellissima esperienza muoversi in totale libertà, scoprendo ogni angolo del famoso edificio giudiziario. Scattai fino a ora di pranzo e poi, soddisfatto, tornai di corsa a casa per sviluppare i rollini. In quel periodo erano pochissime le fotocamere digitali, e comunque non erano molto affidabili. ‘Il Palazzo di Giustizia di Roma’, Gangemi Editore, ha riscosso così tanto successo da essere ospitato nelle collezioni di varie biblioteche e da aver avuto anche una seconda edizione nel 2002. Le immagini, in bianconero virate seppia, sono appunto di Augusto De Luca, ‘Luci e ombre del Palazzo’, la prefazione di Giovanni E. Longo, e i saggi di Marcello Fabbri, ‘Un cuore di pietra per la capitale’, Carlo Vallauri, ‘L’Italia al passaggio del secolo’, Paolo Marconi, ‘Il Palazzaccio: storia e architettura’, Antonella Greco, ‘Lo specchio del poligrafo’, Mario Pisani, ‘I monumenti di Roma Capitale’, Paolo Portoghesi, ‘I maestri dell’eclettismo’.
Il Palazzo di Giustizia – Augusto De Luca
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