S1:E5 “Il Bicighellone nel paese delle zie”
Il Bicighellone ormai familiare ai lettori di Diatomea, ci porta in questa sua avventura della memoria a pedalare con l’immaginazione nel paese delle zie, che fu per lui, da bambino, un’esperienza rituale appartenente alla sfera materna, tanto diversa dal suo vissuto nella casa patriarcale.
Un affetto per i luoghi come estensione del calore domestico percepito da bambino, a casa delle zie.
Lorenzo De Francesco tratteggia con sensibilità quel mondo non più rurale nei comportamenti e nell’ambiente, ma ancora sul crinale, e che cede gradualmente il testimone alle lusinghe della modernità. Una modernità di fatto mimetica, brutta copia dell’originale cittadino più evoluto e tipizzato.
L’autore sottolinea con precisione i segni della mutazione, trasferendo a noi lettori le sue percezioni e osservazioni velate di rimpianto, un rimpianto che deve lasciare il posto all’adattamento ineluttabile al nuovo mondo globalizzato e disidentificato.
Rita Manganello
Una giornata di febbraio fredda ma non tanto da impedirmi di inforcare la bici per smaltire un po’ di quotidianità e ritornare padrone di un pezzo di passato.
Una strada percorsa con i genitori migliaia di volte in auto, fino alla noia, oggi la ripercorro: un ghiribizzo da Bicighellone che coltivavo da tempo. Pedalare è come pompare ricordi dal pozzo della mente, che diventano linfa per il presente.
La mamma era di Rho, classe 1927, terza di quattro fratelli; raccontavano che sarebbero stati sette senza l’intervento della mortalità infantile.
Infanzia subito segnata dalla morte precoce del padre; la madre costretta a lavorare duramente alla Citterio a insaccare salumi tra pentoloni fumanti, i figli lasciati tutto il giorno nella casa di ringhiera: era una tribù quel caseggiato, che si prendeva più o meno cura di loro, una scuola di vita. Grande affiatamento e complicità coi fratelli compagni di tante avventure e ristrettezze.
Licenza elementare poi subito al lavoro, a Milano in una fabbrica. Lì a vent’anni conobbe mio padre; lui la sposò e lei dovette iniziare la sua vita in un altro mondo: lui figlio unico conviveva con la madre vedova estremamente possessiva. Un mondo difficile. Unica concessione alla routine familiare era, la domenica, fare visita alle sorelle e al fratello.
Evadere e respirare l’aria della corte, della ringhiera, ripercorrere i tempi e aggiornarsi sulle vicende di amici e conoscenti. Io partecipavo obbediente a queste visite rituali durate per anni, fino all’adolescenza. In realtà qualche volta la mamma riusciva anche durante la settimana a prendere il bus (autolinee Stie – Milano-Legnano) per raggiungere le sorelle e mi portava con sé: ho ancora ben presente il sentore della pelle bisunta dei sedili, delle cromature e il rumore del diesel puzzolente.
Le due sorelle erano proprietarie di una drogheria in pieno centro a Rho; il fratello, grande e grosso, faceva il prestinaio, poi magazziniere all’Alfa di Arese. Oggi capisco il perché di quelle fughe di mia madre dalla suocera padrona. Osservando l’amore fraterno tra di loro, capivo il mio abisso di solitudine come figlio unico.
Oggi ripercorro la strada che porta a Rho da casa mia, come allora: niente tangenziale, voglio ritrovare le stesse sensazioni.
Sensazione di libertà e dominio del tempo, pedalo lungo la circonvallazione delle filovie 90/91, una delle linee simbolo di Milano. Al centro della strada scorreva l’Olona, ora coperto: ho ancora nel naso l’olezzo che proveniva dal fiume che, nato puro sotto il Sacro Monte di Varese, raccoglieva in quegli anni ogni genere di inquinanti, fino a gettarsi sfiancato sotto gli scarichi della zona della raffineria Condor diventata Shell, poi Eni, attualmente trasformata in complesso fieristico e alberghiero. L’Olona arrivava a Milano già morto, lasciava scorrere il suo cadavere dall’odore acre che ti prendeva la gola e seccava le labbra, difficile da dimenticare. Le acque di un colore inguardabile, spesso spumeggianti di chimica assortita.

Di questi tempi il percorso è più sicuro, la filovia, una volta incubo del ciclista – quando accostava in fermata, non si curava molto di chi c’era tra sé e il marciapiede – è ora ingabbiata nella corsia preferenziale.
Pedalo fino a viale Monte Ceneri e lì imbocco via Gallarate, costeggiando la serie di sfavillanti concessionari d’auto, il cui accattivante richiamo è subito spento dalla severa e triste geometria del Cimitero di Musocco, immutata da allora, con quella serie di finestrelle rettangolari a mo’ di prigione che già ti tolgono il fiato, memento mori visivo e spaziale che incombe su questa fetta di città: tappa delle visite domenicali istituite per salutare i defunti parenti milanesi.
Pedalo lungo una viabilità francesizzata: molte rotonde, corsie separate: in passato c’era un’unica carreggiata con una corsia per senso di marcia per cui se ti beccavi il camion lo dovevi seguire fino a Rho. Si esce da Milano e si arriva a Pero, paese spesso citato dai genitori perché era il loro luogo di ritrovo da fidanzati, a metà strada.
Attraverso il centro di questa frazione periferica della grande Milano e percorro la strada che costeggiava, un tempo, la maleodorante raffineria, ora paesaggio anonimo piantumato di fresco.
Da piccolo ero affascinato dai giganteschi serbatoi, e dal flusso delle autobotti a rimorchio con il marchio della conchiglia; quindi passavo sopra al terribile odore che emanava la zona, fissavo a lungo le torri sbuffanti di esalazioni. la fiamma della torcia¹ e i suoi bagliori lividi di giorno, sinistri la sera.
Passata la raffineria, dopo un rettilineo entro in Rho, sotto il ponte della ferrovia. al quartiere Pasqué giro a sinistra in via Matteotti, dove abitavano le zie.
Attacco la bici a un palo. Mi guardo intorno stranito, turista del tempo.
Tutto più moderno, pulito, globalizzato, asettico. La drogheria sostituita da un anonimo caffè come tanti: cerco un appiglio. Scarsissime tracce del passato, quasi nulla.
Giungevo qui, da piccolo, calzando i mocassini in vernice, tipico accessorio dell’abbigliamento domenicale, duri e scomodi da indossare: se poi volevo tirare due calci al pallone nel cortile con la pavimentazione di ciottoli, era un disastro.
Le case di ieri: molte rase al suolo, altre imbellettate di colori e stucchi improbabili come vecchie signore che lottano disperate contro il tempo, altre dignitose nel loro degrado. A volte tra il nuovo qualche scorcio ti fa intuire qualcosa, come quando sul viso invecchiato di una persona riappare un sorriso che evoca la bellezza passata. La tristezza mi assale: mi mancano gli odori di allora, le voci di un dialetto diverso dal milanese, più sguaiato, meno riservato, a volte gridato. Il fumo denso dei bar, gli aliti alcolici, gli occhi venati di sangue e i nasi rubizzi, le urla sulle carte giocate.
Oggi una prigione al contrario: in tutti i portoni grate di ferro e citofoni impediscono l’accesso, una volta lasciato libero. Si poteva entrare in qualsiasi cortile, correre e giocare. C’era la grande leva del pozzo a mano, che faticavo ad azionare, poi improvvisamente l’acqua sgorgava dal becco d’ottone consunto nel lavabo di pietra grezza. Quella leva presente nella foto d’epoca che ritrae insieme i miei genitori fidanzati.
C’era la nebbia che nascondeva la casa in fondo al cortile.
Mi manca l’odore della drogheria delle zie dove passavo ore dietro al bancone a giocare con mia cugina, fingendo di servire una clientela invisibile ma esigente, tra i grandi scaffali in legno che contenevano le merci sfuse: caffè, zucchero, farina, blocchi di cioccolato e vasi di marmellata. Le grandi uova di Pasqua luccicanti e le vetrine scintillanti di Natale: erano gli anni del boom, l’entusiasmo trainante del consumismo attecchiva facilmente.
Il cortile dove correvo per giocare un po’ anche al freddo; dentro le zie fumavano e io non respiravo.
Fuori sulla strada i giovani con le moto smarmittate e le auto rombanti celebravano la domenica del paese, chiassosi, un po’ alticci, fieri dei motori lumando le ragazze con le prime minigonne ², altri orecchiavano i risultati delle partite appiccicati alle radioline gracchianti, tutto il calcio minuto per minuto.
Le corti di oggi disinfettate, asettiche, innaturali, silenzi che urlano il vuoto.
Riaffiora nella memoria la semplicità povera di un tempo dove dominavano gli odori e non provavi schifo a rimettere in bocca il pezzo di pane caduto a terra, pulito sommariamente, piuttosto che buttarlo. Quando bevevo a piene mani sporche dalla fontana del pozzo, sudato e affannato dopo le corse: un’acqua buonissima.
Gli zii per uno strano scherzo del destino (ma il destino ha il senso dell’umorismo?), la morte se li è presi in ordine inverso di come li aveva partoriti la vita: dal più giovane alla più anziana.
Rivedo tutta la storia come la sequenza delle tessere di un domino e lo sguardo si ferma all’ultima, quella dove nessuno si può più attaccare.
Riprendo la bici, sono già scese le ombre della sera, freddo fuori e freddo dentro: ripercorro la strada verso la grande Milano, quella stessa che mamma fece un giorno, forse col magone, lasciando il suo mondo paese.
¹ La torcia, indicata anche come fiaccola, è un sistema di combustione ad alta quota di gas indesiderati utilizzato negli impianti industriali quali raffinerie di petrolio, impianti chimici o petrolchimici.
² il riferimento al cliché “donne e motori” è palese, leit motiv dell’epoca.
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