2020 – APPUNTI SULLA PANDEMIA

Quanto segue è una raccolta di pensieri girovaghi, tra ricordi, immagini mentali e attività di un presente dominato da un evento che permea la nostra esistenza spezzando quel flusso di abitudini e comportamenti consolidati, prima della pandemia. Una trascrizione automatica di emozioni, domande, constatazioni che si sono affacciate alla mente  incaricata di elaborare l’accaduto.
Penso che più o meno ognuno di noi abbia rilevato un tracciato simile e involontario nella propria testa; qui vi presento il mio.

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Appelli alla popolazione, stili di vita in un interno borghese.
Ventilazione polmonare, voglia di un cappuccino da consumare alla pasticceria del quartiere. Cineteca online: restate a casa, sono le regole. Soufflé al formaggio, pietanza fallita già ai tempi della prima repubblica. Lavoro agile e rapide corsette dietro l’angolo di casa. L’isolamento degli abitanti di Vo’. Tampone nasale e faringeo. Polverosi album di foto di famiglia. Mascherine esaurite; animazione sospesa. Think global, act local. Pandemia, pandemia, pandemia.

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Sui balconi svetta il tricolore. Due supermercati hanno esaurito le scorte di alcol: puntuale disinfezione in luogo di una corretta igiene mentale. Messa in piega fai-da-te modello Covid-19 incornicia il viso acqua e sapone. Parrucchieri e barbieri hanno deposto le forbici. Aperitivo allo specchio, mise en abyme. Memorie di un viaggio in Bretagna confortati dal bozzolo familiare. Secondo principio della termodinamica: indietro non si torna.
Energia e informazione. Un pensiero transemisferico agli amici lontani.
A pranzo pasta ceci e broccoli con una spolverata di peperoncino.

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Nella mia vita fino a un mese fa, ogni mattina al risveglio la domanda era: – cosa si fa oggi ? Con ciò intendendo attività fuori casa: incombenze varie, scambi coi familiari, cinema, teatri, mostre d’arte, etc. Ora il dinamismo extradomestico è sostituito da: – cosa cucino oggi ? Segue attenta esplorazione del frigo puntando sulla combinazione degli alimenti a disposizione, un’attività che mette in moto la creatività, la golosità e una vaga attenzione alle tabelle dietetiche. Oggi seppioline in umido con piselli.

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La mia buona salute è la tua buona salute, vogliamo capirlo ? Pensiero circolare.

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Zigzagando per il quartiere. Nelle uscite forzate con Dharma quando incontro persone che marciano nella mia direzione cambio traiettoria, in un percorso ubriaco fatto di passaggi da marciapede a marciapiede. Siamo un’umanità reietta.

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Ieri – sabato – mi telefona  un tizio lavoratore appartenente a una rete di servizi al consumatore e mi informa che, a seguito di un mio presunto interesse verso le offerte di luce e gas, voleva sapere se ero intenzionata a sottoscrivere un dato pacchetto vantaggiosissimo. A seguito del mio palese disinteresse verso la sua conveniente offerta, esclama deluso: – ecco signora, lasciamo stare il mondo così com’è! Qualcosa di biblico nel sottotesto.
Al che mi scappa una battuta corrosiva sul mondo così com’è, data la ben nota situazione dei giorni nostri.
Chiudo la telefonata e scatta un monologo interiore sul mondo così com’è.

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Biohazard, stampe floreali adornano i boudoir, autobus vuoti, Milano non si ferma. Interruzione della normalità. Pasqua al mare coi bambini.
Uso fallace del linguaggio, sciatteria lessicale. Trekking per i sentieri del parco Adamello Brenta.
Fare di necessità virtù. La pandemia non è uno shock asimmetrico. Mateship per tutti spiegata ai bambini.

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Decostruire per ricostruire.

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Gli sguardi dall’India di Luciana M. Paesaggi vicini e lontani. Le piazze gremite del fermento politico sono sostituite dal distanziamento sociale: elogio dell’impermanenza. Mi giunge il cicalino dei messaggi Whatsapp dei vicini. Algoritmi della psicostoria.
Vivere e abitare Feng Shui. Dharma in un percorso radiale di modesta estensione; torneremo a giocare al parco. Non siamo bloccati a casa, siamo sicuri a casa.
Nascondere la torta di mele e darsi al fitness casalingo. Sembriamo quadri di Edward Hopper ritratti in spazi prospettici a beneficio di immaginari osservatori.

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Quando tutto finirà, noi come saremo?

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Rita Manganello




Profili dalla quarantena – Giovanni

Giovanni è un operaio, uno di quelli fortunati però, lavora in un luogo dove gli operai sono ben pagati e tutelati.
 
Giovanni è un bell’uomo di origine messinese, un siciliano biondo con gli occhi grigi; uno di quelli che mi piacciono tanto, direi un bell’ombroso, nella sua vita ha molto amato, tre donne e sei figli.
 
Giovanni lavora in una stamperia, pochi contatti con l’esterno per il lavoro in sé, ma poi ognuno, terminato di lavorare torna alla sua vita, e la rete relazionale si estende creando ragnatele impensabili.
 
Del resto quante volte ci è capitato di stupirci perché coso conosceva cosa che tu conosci dai tempi dell’università, da questo punto di vista il mondo è una sputazzata diceva mia nonna, anche se adesso immaginare una sputazzata ci riporta subito a goccioline, saliva, inspiro virus, oddio il male invisibile!
 
20 giorni fa uno dei colleghi di Giovanni risulta malato ovvero positivo al covid19, ricoverato; è relativamente giovane, come Giovanni e come me è in quell’età limbo dove ancora ricordi bene l’energia degli anni precedenti e hai la netta percezione che il tempo passa con o senza di te, di alzarti ti riesce uguale, ma ogni volta ci vuole un cincinino di più; la testa però va a mille, forse a consolarti del fatto che nuove risorse arrivano e altre ti abbandonano.
 
Giovanni è solo, vive alla porta accanto, fuma sigarette infinite sul terrazzo, ha un’aria triste, non chiedo, capisco che è meglio lasciare stare; siamo vicini, ma tra i vicini non c’è più il contatto di prima spesso sono estranei, adesso più che altro dei vicini ci si lamenta, come se vivere in un condominio non richiedesse pazienza reciproca e comprensione, (questo mi riporta a un’altra storia, la storia di una che si diceva tanto amante degli essere umani purché non vivessero nel suo palazzo) poi una mattina mentre stracuravo le mie piante sbotta in uno sfogo come se ci conoscessimo da sempre: “Sono a casa da 11 giorni, adesso sono in preda a un’angoscia che non capisco, non mi manca nulla, Glovo ha risolto per me… – poi si adombra – no non è vero che non mi manca nulla, mi mancano i miei bambini e adesso ho anche paura di averli infettati, io in quarantena, la mamma in quarantena e loro che non capiscono cosa succede. Il più grande – otto anni – ha tanti problemi relazionali e ogni giorno aveva psicomotricità; adesso ci vediamo in video e non capisce perché non ci vado, la sua routine si è interrotta è molto agitato, stringe forte forte il fratello piccolo al punto da fargli male. Non ho più neanche voglia di annaffiare le piante… guarda che schifo!”
Gli sorrido: “Se vuoi alle tue piante ci penso io”
Giovanni sorride: “Ancora poco e finisce questa quarantena, non mi hanno fatto il test, dici che sarà sicuro andare a trovarli, ovviamente dopo la quarantena di Isabella? Che avendomi incontrato è in quarantena anche lei.”
 
E adesso cosa rispondo? “Giovanni cosa sia sicuro io non l’ho mai saputo prima, adesso men che meno, ma tu stai bene, non hai sintomi, ‘mbè credi a questo, non c’è molto altro da fare.”
 
Questo virus non sta solo mangiando avidamente i polmoni delle persone, sta mangiando gli affetti, ma ci sta anche riavvicinando, ci porta a raccontarci di nuovo con meno diffidenza; perché sì avremo anche tutti paura, ma questa paura ci sta unendo, ci fa sentire – paradossalmente tutti uguali – e anche se a volte i nostri nervi saltano e ci danno fastidio i comportamenti altrui, le relazioni vivono di una nuova confidenza, una confidenza che serve a scaldare il cuore.
 
Oggi Giovanni esce, Isabella anche ha concluso la quarantena, sono una coppia separata, ma finchè c’è questa situazione hanno deciso di vivere assieme, dicono per i bambini, ma penso che invece sia perché c’è bisogno di stare vicini, anche per i bambini; forse potrebbe rinascere la loro storia adesso, su nuove basi, sulla consapevolezza che questa separazione fisica ha fatto “male” a tutti.
 
Forse no, ma mi piace tanto pensarlo.
Buon.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: Renato Guttuso, Balcone a Velate, al tramonto, 1967. Olio su tela cm. 190×270 (due elementi di cm. 190×135 ognuno) 




La violenza al tempo del virus

Lei esce sul balcone e si mette a suonare il flauto, quello che si usa alle scuole medie per iniziare ad avvicinarsi alla musica, lui inizia a urlarle contro da dentro casa, poi le si avvicina violento e inizia a strattonarla. Non sappiamo se lui sia il marito, il compagno, un anziano di casa. La sostanza non cambia.

Il video ha girato per giorni – con un titolo che pressappoco recitava “lei suona e lui la corca” – ed è rimbalzato ovunque, in questo impeto social che tutti ci ha travolti con il Covid-19. Arrivano di continuo: foto, remake di canzoni famose, cartoline, video satirici ma anche di pessimo gusto, spie di qualcosa d’altro che non c’entra nulla con l’epidemia in corso. Quel video, ad esempio, ci dice molto sulla continua e reiterata violenza maschile sulle donne, ma anche dell’irrilevanza che il fenomeno ha su gran parte della società perché nei commenti a quel video si ride, così come si ride degli striscioni messi sui balconi da mariti che dicono che prima o poi faranno qualcosa alle mogli che devono ‘sopportare’ nella quarantena. Battute che sono prese ancora troppo alla leggera, solleticano i peggiori umori, quelli che una cultura maschilista persistente ancora alimenta ed educa. La stessa cultura che, detto per inciso, non ha molta cura della salute pubblica, che per anni ha privatizzato i servizi e che non prende in seria considerazione i nessi fra salute ambientale e umana.

A peggiorare la situazione è comparso il Covid-19, perché per molte, troppe donne restare a casa è più pericoloso del possibile contagio.

A dirlo subito, appena scattate le restrizioni, sono state le femministe della rete Non Una Di Meno che hanno rilanciato sui social un messaggio chiaro: “Per molte persone, soprattutto molte donne #stareacasa non è un invito rassicurante. Il numero nazionale dei centri antiviolenza 1522 è attivo”.

E suona bizzarro, e ipocrita, che a rilanciare la campagna sia stata la stessa sindaca Raggi, il cui governo non fa nulla per proteggere luoghi importanti per le donne a Roma, da Lucha Y Siesta alla Casa internazionale delle donne.

Le operatrici di Trama di Terre ad Imola scrivono “La nostra piccola campagna territoriale #icentriantiviolenzasonoaperti nasce perché sappiamo come agisce la violenza familiare maschile all’interno delle mura domestiche. Le donne, in emergenza Covid-19, vivono segregate con uomini maltrattanti che hanno in questa situazione il pieno controllo sui movimenti e sulle azioni delle donne e dei figli/e. Diventa dunque difficile per una donna cercare aiuto e sostegno in questa situazione. Non solo, in un regime di isolamento dettato dall’emergenza sanitaria, le madri faticano doppiamente a chieder aiuto. Infatti, è probabile che ritengano giustamente pericoloso esporrei/le figli/e se stesse al rischio di contagio scappando dalla propria abitazione, non avendo la certezza di sapere con chi andranno a vivere e dove”.

Non solo, “per ridurre al minimo l’esposizione al pericolo delle donne vittime di violenza che trovano il coraggio di denunciare il maltrattante – aggiungono da Trama – sollecitiamo un accordo tra le varie istituzioni e le forze dell’ordine affinché siano gli uomini ad essere allontanati (come l’applicazione della legge sul femminicidio consente nella parte in cui attribuisce alle forze dell’ordine il potere di procedere con il fermo, l’arresto o l’allontanamento urgente dall’abitazione familiare tutte le volte che si renda necessario). In questo modo sono le donne e i/le loro figli/e a rimanere nelle loro abitazioni al sicuro. Dopo questa emergenza, ci auguriamo che le istituzioni si rendano finalmente conto che in questo sistema di protezione sono le donne a pagare il prezzo maggiore della violenza, prima e dopo una denuncia per violenze. Di fatto allontanare una donna, unitamente ai suoi figli, dalla propria casa vuole dire punirla per aver chiesto aiuto”.

Il 7 marzo scorso, il giorno prima della giornata internazionale delle donne, alla vigilia del decreto che ha iniziato a fermare tutto il paese, proprio a Imola una donna è morta in circostanze ancora poco chiare. Se, come dicono molti esperti quella con il Covid-19 è “una guerra con nemico invisibile”, in questo caso conosciamo perfettamente il nostro nemico e come ripetono da tempo le femministe, l’assassino ha le chiavi di casa e in questa emergenza Covid-19 potrebbe chiudere ben stretta la serratura.





Manca

Ho fatto il pieno di centri commerciali questo inverno.

Ogni venerdì scappavo da casa, chiudevo lo studio, montavo in macchina con la mia borsetta nera piccola, leggera, le scarpe da ginnastica e il pantalone comodo per camminare.

Guidavo con gli occhi chiusi lungo un pezzo del raccordo anulare, saltando buche, svincoli e scie di tir, sapendo cosa fare. Scivolavo sotto i parcheggi di Ikea, dritta, a destra e poi a sinistra, accanto al nastro trasportatore. Spegnevo il motore e lentamente mi riappropriavo del mio tempo condensato in un pomeriggio di inizio weekend.

Un respiro lungo e mi immergevo nella folla anonima e chiassosa.
Sì lo so. La maggior parte di voi cerca la cima di una montagna per liberarsi dalla fatica.
Anch’io quando i centri commerciali si svuotavano e il bisogno di ossigeno si trasformava in desiderio di azzurro e di fiori non di plastica. Ma prima, ho preferito immergermi nell’anonimato di una folla che mi nascondeva.

Vi ho toccato, sfiorato, sorriso.
Vi ho osservato seduta su una panchina, mentre ordinavo polpette vegetariane, mi collegavo al WiFi di Ikea e mi isolavo con gli auricolari alle orecchie.
Come facevi, mi chiedevate.
Era semplice: il rumore dell’umanità che mi scorreva accanto, era ciò che mi serviva per collocarmi nel mondo. Una sorta di misura di riferimento per quando mi disorientavo.

Annusavo il profumo dei banchi dei negozi che conoscevo, mi guardavo attraverso le vetrine e gli specchi degli ascensori, accorgendomi di quella ruga spuntata all’improvviso o del mio rossore sul viso.
Ho mantenuto il rito del venerdì pomeriggio per tutto questo inverno, spegnendo il cellulare, non rispondendo a nessuno, guardando l’orologio solo quando sentivo che mi facevano male i piedi e la piccola borsa nera cominciava a pesare. Allora mi rendevo conto di aver camminato per ore, tra negozi, nei bar, nei ristoranti, ferma a guardare l’ultimo modello di SUV esposto sotto la scala mobile interna con dentro una super modella in costume. Avevo bisogno del mio spazio, me lo prendevo così, respirando persone e immergendomi in voi che non sapevate chi ero.

Ho ridisegnato così le mie idee, delineando confini che nessuno vedeva, sfiorando mani che non avrei mai più sentito. Era un modo per sentirmi appartenente a questo modello di società che ci è stato imposto, senza il quale ora sono persa.

Ho pensato in questi giorni a tutte le volte che ho immaginato una guerra nucleare: le sensazioni immaginate erano identiche a quelle provate in questi giorni.
Ci è stato sottratto il tempo, il tempo di abituarci a tutto questo. Siamo andati a dormire e il  giorno dopo era tutto cambiato, come l’effetto di una bomba nucleare lanciata sul nord Italia, i cui effetti si stanno propagando ora, allargandosi sempre di più.

Sembra già passato un anno e invece solo un mese.
Non ho più i miei bagni di folla, né la possibilità di sedermi per terra in una piazza gremita. Ho il ricordo nitido di quel primo weekend con la dichiarazione di zona rossa per la Lombardia – il lancio della bomba – e noi a Bologna, tra i carri di carnevale e le sfilate creative di cui ho un video e che ora mi vergogno anche solo a pubblicare, e che riguardo per calmare l’attacco di panico che arriva subdolo di notte. L’ultima settimana di saldi, le cene nei locali affollati e un bicchiere di vino rosso in compagnia. La musica, il rumore, le urla dei bambini, sembrano ricordi lontani. Sono smarrita perché abituata a vivere di quello che mi veniva presentato come normale appendice dell’esistenza. Come i miei stupidi venerdì pomeriggio rubati per non pensare e per giocare ad essere altro, oltre le regole societarie che mi hanno costruito e fatto diventare quella che sembro.

Eppure ci sono stati giorni felici che sembrano così lontani da non meritarci un sorriso.