Uliano Lucas fotoreporter

Recentemente il canale Rai 5 della nostra televisione ha dedicato un documentario al fotografo Uliano Lucas; perciò ho pensato di raccontare ai lettori di Diatomea quello che so di questo autore.

Fotoreporter di lungo corso, Uliano Lucas, nasce a Milano nel 1942. Il padre operaio alla Breda di Sesto San Giovanni, comunista, antifascista e partigiano, è avviato al confino a Ponza, dapprima, poi a Pisticci.

In questo humus familiare e sociale si forma il giovane Lucas, maturando il suo interesse per la fotografia di reportage.

Durante i tanto celebrati anni Sessanta nella Milano del Bar Jamaica si rinforzerà la sua vocazione per la professione di fotoreporter, attento ai cambiamenti e fremiti di una società postbellica, ad alta fermentazione culturale. Pittori, scrittori, musicisti dell’epoca i suoi modelli di riferimento: Enrico Castellani e Arturo Vermi, Piero Manzoni e Nanda Vigo, e la musica dei gruppi rock, gli Stormy Six e i Ribelli. Nel corso della sua carriera, Lucas ha incontrato e fotografato i più bei nomi della cultura italiana, fra scrittori, pittori, musicisti, personaggi che hanno fatto la storia del Paese.

Un’attenzione particolare ai passaggi epocali della società: l’immigrazione dal Sud al Nord, l’industrializzazione del Paese, il ’68. E l’industrializzazione è la matrice della nascita della fotografia. Lo è, verosimilmente, a causa di una accresciuta capacità di progettare e costruire macchine, fra cui le macchine fotografiche, secondo la visione del nostro autore.

Il sociale è la vocazione forte, il filo rosso che lega tutta la sua produzione fotografica.

Sua è la famosa foto dell’immigrato meridionale ritratto all’uscita della Stazione Centrale di Milano con la valigia di cartone legata con lo spago, ripreso davanti al grattacielo Pirelli, simbolo svettante della razza padrona per la quale si troverà a lavorare; la terra cessa di essere fonte primaria di sussistenza.

Non solo l’Italia e i suoi momenti di transizione, il fotogiornalismo non conosce confini; Lucas documenta anche le cronache della Rivoluzione dei garofani in Portogallo e le guerre di liberazione in Angola, Eritrea, Giordania, ai tempi di Settembre Nero, al seguito dei giornalisti Bruno Crimi ed Edgardo Pellegrini per il Tempo, Vie NuoveJeune Afrique e Koncret.

La passione per il fotogiornalismo è inestinguibile e il nostro realizza servizi anche per altre importanti testate, fra cui il Mondo, l’Espresso, l‘Europeo, la Stampa, il Manifesto, il Giorno, Rinascita. I temi caldi non mancano tra gli anni Sessanta e Settanta; Lucas sente la necessità di farlo presente alla società, portando all’attenzione dei lettori storie ed eventi imperniati sull’attualità politica e sociale.

Nel 2018 incontrai Uliano Lucas al Circolo Fotografico Milanese che gli dedicò una serata, invitandolo a raccontare la sua esperienza.

Una serata di intenso ascolto al Circolo, sala affollata e Gianni Berengo Gardin in prima fila a seguire il racconto del collega.

Lucas puntualizzò con grande chiarezza il suo profilo di fotografo ‘anarchico’, il più possibile  sganciato dai vincoli delle strategie editoriali e del mercato, raccontandosi senza apparire autoreferenziale, con la volontà di inquadrare il suo lavoro nel contesto storico e sociale del Novecento.

Gli anni preziosi della formazione sono stati quelli di Brera e del Jamaica e la progressiva maturazione come fotografo di quella cronaca vera, che mostra il mondo il più possibile per quello che è, affrancandosi dalle ideologie e dalle mode del giornalismo dei tempi – si pensi ai rotocalchi di quel periodo, in Italia, che mostravano, a suo dire, un paese inventato – testate giornalistiche conservatrici, un’ Italia provinciale che si interessava alle vicende delle attrici e degli appartenenti alle monarchie europee. Uliano Lucas predilige un’editoria di cultura, tutt’altra cosa. Il settimanale Il Mondo gli dava questa garanzia.

Un aspetto importante è emerso dalla chiacchierata al Milanese: Il fotogiornalismo e comunque qualsiasi foto di documento, deve scavare direttamente dentro al fenomeno, indagare sulle ragioni, le cause e gli effetti, non limitarsi allo scatto fine a se stesso che nulla spiega. La fotografia di reportage ha una sua precisa funzione: deve parlare.

Una presenza storica nella fotografia italiana, quella di Uliano Lucas, che rimarrà come testimonianza per le giovani generazioni.




OMAGGIO A ROBERT CAPA

Oggi ricorre il sessantaseiesimo anniversario della morte di Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernö Friedman (Budapest 1913 – TháiBinh, Vietnam 1954).

La storia della fotografia lo ha venerato, e con ragione, per
l’originalità del segno che ha caratterizzato la sua vasta e straordinaria
produzione; da alcuni commentatori considerata un vero e proprio lascito per la
generazione di reporter venuti dopo di lui e dediti al fotogiornalismo che ha
caratterizzato la cultura fotografica di buona parte del Novecento, un secolo
ricco di figure carismatiche in molti ambiti.

Conosciuto come uno dei maggiori esponenti del fotogiornalismo, è sua
la famosa affermazione: “if your pictures aren’t good enough, you
aren’t close enough
”. Una convinzione che gli costò la vita in
Indocina, colpito dall’esplosione di una mina. Una perdita grave negli ambienti della
fotografia internazionale. Una sorte simile subì la compagna Gerda Taro,
fotografa, che morì travolta da un carro armato durante guerra civile spagnola.

Capa fu co-fondatore della Magnum Photos Inc., assieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert.

Fu anche reporter per la rivista Life, che pubblicò i suoi reportage sulla presenza delle truppe anglo-americane nel nostro Paese.

Uomo apolide e giramondo, ebbe una vita personale intensa e
appassionata. Seguendolo su e giù per gli scenari di guerra è possibile
cogliere l’essenza  di un fotografo
audace, che non esita a mettersi in gioco con l’azzardo di un vincente per
rendere al mondo testimonianze di grande spessore fotografico, fino al fatale
momento in cui esplose la mina; una fine beffardamente coerente per un uomo che
scelse di vivere fino in fondo, con grande integrità, il mestiere di
corrispondente di guerra.

Capa asseconda il cambio di passo nella fotografia di guerra, di cui
diventa riferimento emblematico, facendosi partecipe di un nuovo modo di
vedere, deideologizzato, degli atti bellici. E ciò avviene fra la Guerra civile
spagnola e la Seconda guerra mondiale.

Infatti la tradizione di epoca precedente, fino alla Prima guerra
mondiale, imponeva un linguaggio fotografico vincolato a un monopolio formale.

Nel 2015 visitai a Milano una mostra dedicata all’autore in occasione del centenario della sua nascita, ed è proprio di questa esposizione che vorrei parlare per ricordarlo.

Una mostra incentrata sul periodo italiano. Gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale: una raccolta di scatti datati 1943-44.

Una rassegna di 78 immagini che trattano dello sbarco degli alleati in
Italia: Monreale, Anzio, Cassino, Palermo, Agrigento, alcuni dei luoghi toccati
dall’evento.

Un bianco e nero di qualità indiscutibile al servizio di un realismo
limpido nelle scene ritratte, dove la guerra si mescola alla vita quotidiana
della gente, della povera gente che accoglie i soldati americani con grandi
sorrisi di sollievo e sorpresa; alcuni tendono le mani verso di loro, con la
massima apertura tipica della gente del nostro meridione, gente che non aveva
più nulla da perdere.

Foto di un’epoca nella quale la fatica di vivere era dominante, lo spaccato di un’Italia misera, nella quale la ricchezza era poter esibire un paio di pani, tenuti in mano quasi come un trofeo, passeggiando in piazza Luigi Pirandello ad Agrigento con indosso l’abito buono.

Uno sguardo concentrato sulle milizie alleate; giovani ritratti nei
loro bei volti ben nutriti della ormai vittoriosa America, i portatori di aiuti
insperati, protagonisti dell’attrazione verso lo straniero venuto a liberare
una terra lacera e affamata.

Suggestive, data l’insolita collocazione e i chiaroscuri sapientemente
distribuiti, le immagini dell’unità chirurgica allestita dagli alleati
all’interno di una chiesa.

Nel nostro mondo moderno, ve l’immaginate un’equipe chirurgica che
opera nella sagrestia o di fronte all’altare di una chiesa sconquassata dalla
guerra?

Forse oggi sì, ce lo immaginiamo data la grave emergenza sanitaria che
stiamo vivendo a causa della pandemia. Estreme misure per far fronte a estreme
necessità.

Il dolore, la distruzione e la morte sono il nucleo tematico di questa
raccolta, eppure nelle foto di Capa ho intravisto un profondo senso della vita;
una grande forza compositiva anima le persone e i luoghi con l’ausilio di
un’enfasi storicizzante ma nessuna retorica.

Ancora un cenno sulla dimensione culturale della fotografia di guerra di Capa: come rappresentare la violenza e la morte “in diretta”. L’autore lo fece con il “Miliziano“, e fu il primo a mostrare la morte in battaglia dandone la visione più cruda.

Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography

Dalle parole di  Luigi Tomassini:

La fotografia del miliziano, ma anche e forse
ancor più le fotografie dello sbarco in Normandia o della campagna d’Italia,
introducono l’aspetto relativo all’annullamento della distanza fra evento e sua
rappresentazione Quando J?nger affermava che l’azione del soldato e quella del
fotografo  erano assimilabili, ma
“chi spara non può fotografare”, intendeva dire che la distanza fra
la vera esperienza di guerra e la sua rappresentazione appariva ai suoi tempi
incolmabile
[…] i fotografi come Robert Capa, che cercavano per primi di
fotografare da dentro l’esperienza di guerra, aprono la strada a un processo
nuovo, in cui anche quel confine appare valicabile, determinando quindi l’avvio
di una ridefinizione dei rapporti fra reale, virtuale, immaginario, con
conseguenze che ad oggi, forse, non siamo ancora pienamente in grado di
valutare.

Ancora, lo scrittore americano John Steinbeck:

Capa sapeva cercare, e poi sapeva usare ciò che
trovava. Sapeva, ad esempio, che la guerra, fatta in così larga misura di
emozione, non si può fotografare; ma egli spostò l’angolo, e la fotografò. Su
un volto di bambino sapeva rivelare l’orrore di tutto un popolo. Il suo
apparecchio coglieva le emozioni, e le conservava. L’opera di Capa è da sola,
tutta insieme, l’immagine di un grande cuore e di una irresistibile pietà.
…Capa era in grado di fotografare il moto, la gaiezza, la desolazione, Era in
grado di fotografare i pensieri. Ha creato un mondo, che è il mondo di Capa.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography




REPORTAGE DALL’INDIA. La fotografia di Luciana Milani

“L’India ha molte magie, una di queste è il rispetto che questo popolo meraviglioso ha per le persone anziane”.

Ma non solo anziane, come vedremo.

Così commenta Luciana Milani presentando i ritratti eseguiti durante un recente viaggio in India.

Ritratti di un’umanità così distante dal cliché della posa plastica tutta estetica e niente cuore.

Un’umanità bellissima tra volti maschili scavati, rugosi e provati da una vita difficile e donne avvolte in modesti sari, gli appartenenti a una società un tempo gerarchizzata in caste, abolite da decenni ma ancora capaci di favorire divisioni fra la popolazione. 

Il contrasto è offerto dalla freschezza dei bambini che si affacciano all’obiettivo di Luciana con tutta la loro tenera vitalità espressa dagli occhi scuri e profondi e un abbozzo di sguardo civettuolo.  Per loro è un gioco, la fotografia, un modo per dire mi voglio bene, vi voglio bene.

Luciana Milani fotografa umanista e autrice di due racconti pubblicati su Diatomea.net: Scoop e Piladina, la sofferenza l’ha incontrata molte volte, lavorando come psichiatra in strutture dedicate, a contatto con la malattia mentale, quella che divora l’anima e destituisce l’individuo di tutta la sua dignità di essere umano meritevole di accoglienza e accettazione sociale. Un universo di abbandono.

Qui si recupera, in queste immagini dove la sensibilità della fotografa agisce in luogo di una post-produzione non necessaria e futile nelle mani di chi non sa cogliere il necessario di una fotografia.

Luciana ci racconta frammenti dell’India delle donne e degli uomini, allo scopo di farci assaporare quella magia che l’ha contagiata e che ci restituisce nella sua opera nuda e veritiera.


Luciana Milani è nata Massa Carrara il 29 maggio del 1951 da una famiglia modesta ma curiosa e aperta alle prospettive e alle novità che facevano capolino tra le macerie del recente conflitto mondiale. Dopo gli studi classici e una soddisfacente attività agonistica – mens sana in corpore sano – si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa. Luciana è approdata alla Psichiatria dopo varie esperienze in Dermatologia, medicina Interna, Pediatria e Radiologia. Specializzata in Neuropsichiatria Infantile ha lavorato in Psichiatria fino alla pensione toccando varie realtà, dal Reparto, al Territorio passando per la riabilitazione e la psicoterapia. Non ha mai avviato pratica privata  perché ha sempre preferito privilegiare il tempo libero al denaro. Amante del teatro ha fatto parte di una compagnia diretta da Emiliano Iovine col quale ha poi contribuito a formare un laboratorio teatrale con i pazienti della psichiatria di Massa, che sta sortendo ottimi risultati. Molti gli interessi e poche le passioni: la fotografia e i viaggi sono al primo posto, seguiti dal piacere di leggere e scrivere. Alle soglie dei 70 anni dichiara di essere una donna felice.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright ©Luciana Milani




Les Americains, omaggio a Robert Frank.

Peter Gill della galleria Pace-McGill di Manhattan ha confermato la notizia che il leggendario Robert Frank, punto di riferimento imprescindibile per chi si avvicini alla fotografia di reportage, ci ha lasciati all’età di 94 anni a Inverness, in Nova Scotia.

Svizzero di nascita, dopo un’intensa attività come fotografo di moda, si concentra come fotogiornalista freelance in un’intensa attività di viaggi fra Perù e Bolivia, Francia, Spagna, Italia.

Nel 1955 è il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York, che gli consente di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli, su una vecchia Ford.

Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi di cui alla fine ne ricaverà ottantatré fotografie.

Nessun editore americano dimostra grande interesse per questo lavoro e, così, decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee porterà infine alla pubblicazione oltreoceano.

Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958:

Quella folle sensazione di America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l’agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo Frank sarà riconosciuto come un grande della fotografia…”

L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro che verrà poi considerato come lo strumento più adeguato ad esprimere le potenzialità espressive ed estetiche di un’opera di fotografia.

Lontano tanto dal documentarismo sociale quanto dal sentimentalismo che dominava certa fotografia dell’epoca, Frank infrange stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere, che esibisce modelli culturali e ricchezza apparentemente irresistibili. Il mondo di Frank, uscito dal conflitto con grandi speranze,  è il mondo sprofondato nella guerra fredda, maccartismo, razzismo e caccia alle streghe.

Lì dove Klein critica la società dei consumi con intransigenza ed aggressività visiva, Frank la raffigura sofferente, meditata e misurata fotograficamente. Per questa ragione forse è entrata maggiormente nel cuore degli americani.

A chi criticava le sue inquadrature sbilenche, sfocate, dal tono confuso, Frank rispondeva con fotografie non risolte tecnicamente ed esteticamente incompiute, per favorire un flusso di immagini che restituissero un unicum narrativo oltre che la sua inquietudine esistenziale, scaturita anche dalle evidenti contraddizioni della società americana.

 Scrive Jack Kerouak:

Che poesia è questa? Che poesia potrà scrivere un giorno su questo libro di immagini un giovane scrittore nuovo, sballato, chino sulla pagina alla luce della candela per cogliere ogni grigio, misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo rosa dell’umanità? Se è il latte di umana tenerezza, come lo intendeva Shakespeare, non fa differenza quando guardi queste immagini. Meglio che a teatro”.

 





Il ruolo sociale della fotografia.

Ho conosciuto Michele tantissimi anni fa, forse una decina. All’epoca collaborava con la nostra associazione in veste di grafico e curatore della comunicazione di un nostro progetto “Tre piani di diritti”, una campagna di comunicazione e raccolta fondi per cercare di raccogliere oltre 100.000 euro e costruire una scuola, un centro professionale, uno sportello antiviolenza e un ambulatorio a Pikine, alla periferia di Dakar. Era una follia. Oggi la palazzina di tre piani è in piedi. E attiva.

Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive

Michele è più piccolo di me di dieci anni, ma riconobbi in lui subito alcune passioni in comune, in primis quelle del viaggio, poi della fotografia, anche se io la amo e la seguo come spettatrice. Secondo la legge dei sei gradi di separazione, anni dopo ci siamo rincontrati, grazie a un volontario di Diritti al cuore, anche lui amante della fotografia e fotografo per diletto. Ho ritrovato un giovane fotografo professionista con tanti premi ed esposizioni alle spalle. Ha messo di nuovo le sue competenze a nostra disposizione, organizzando un corso di fotografia sociale presso la nostra sede di Via Borromeo. Un successo, oltre 20 iscritti, una bellissima esperienza a cui ho avuto anche io l’onore e la fortuna di partecipare come allieva. E quest’anno è appena partita la seconda edizione presso la nostra sede di Via dei Latini a San Lorenzo (c’è stata la prima lezione il 31 gennaio, siete ancora in tempo a iscrivervi, scrivete a info@dirittialcuore.it), un modo bello per finanziare i nostri progetti, grazie a Michele che ha deciso di devolvere all’associazione Diritti al cuore la metà della quota di iscrizione, già accessibile a tutti.  Ho voluto intervistarlo per presentarlo a chi ancora non ha avuto la fortuna di conoscerlo, perché in un momento storico in cui sembra che gli esseri umani siano sempre più incattiviti, disumani, soli, disincantati, apatici, persone impegnate come Michele che con passione raccontano storie di una umanità sconvolgente e che usano la fotografia anche per mettere in moto azioni di cambiamento, sono una boccata di ossigeno.

Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive

Raccontaci chi sei e come è nata la
tua passione per la fotografia.

Mi chiamo Michele Cirillo e sono un fotografo di reportage. Tutto è nato più o meno 15 anni fa con una Pentax a pellicola ed è proseguita con la passione per i viaggi per la scoperta di nuovi orizzonti.

Hai fatto molti reportage in zone rischiose. Quale ti ha cambiato di più? E dei reportages di viaggio?

Ho svolto alcuni progetti in zone a rischio, mi interesso di storie che sono il prodotto di quel conflitto o di quella minoranza e credo che questa possa essere la strada più vicina all’idea di racconto che voglio. L’esperienza in Ucraina è stata sicuramente una delle più toccanti. Mentre i reportages di viaggio sono stati tutti stupendi, tutti… solo un mese in Messico è valso una vita.

Troviamo i tuoi scatti in riviste come Internazionale e Left, hai vinto alcuni premi e fatto delle mostre. Il premio o la mostra che ti ha reso più orgoglioso del tuo lavoro?

Sicuramente quando ho esposto “The kurdish bride” all’Hermitage a San Pietroburgo, ricordo che con la collega Emanuela Laurenti vincemmo anche il primo premio nei progetti fotografici. È stato stupendo.

Quale è la foto che ritieni migliore o a cui sei più legato? Perché? In che contesto è stata scattata?

Ci sono diverse immagini a cui sono molto legato… ma non sono le “migliori” che ho fatto. Servono di più a me, come documentazione e ricordo.

Hai allestito, documentato e inaugurato il Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo a Lampedusa, in memoria dei tanti esseri umani che hanno perso la vita nel provare ad attraversare il Mare nostrum: come sei arrivato li, cosa hai fatto e come continua il progetto.

La mia collaborazione con il Comitato 3 ottobre è iniziata il 3 ottobre 2017 quando mi hanno voluto come fotografo per documentare il ricordo della strage del 2013, da allora come posso cerco di dare una mano e sostenere questo progetto di Tareke Brhane, il presidente dell’associazione. Non finirò mai di ringraziare il Comitato per l’incredibile esperienza che ho vissuto a Lampedusa, l’anno scorso ho partecipato all’allestimento del Museo della fiducia e del dialogo e durante l’anno in corso ci saranno ancora novità…

E noi di Diritti al cuore non
finiremo mai di ringraziarti che ci hai presentato a Tareke e abbiamo potuto
partecipare alla Giornata della memoria… A proposito di impegno nel sociale, il
tuo quando è iniziato?

Non so se chiamarlo esattamente impegno nel sociale, credo però sia profondamente giusto raccontare e far scoprire delle storie che possono avere dei valori universali, come l’accoglienza, il dialogo, la sofferenza e la speranza. Credo di averla pensata sempre così.

Il significato sociale della
fotografia?

Debray diceva che l’immagine non è innocente, e con l’enorme flusso di immagini che produciamo ogni giorno credo sia essenziale pensare di produrre qualcosa che sia rilevante. La fotografia ha avuto da sempre un ruolo sociale con la sua capacità di trasportare emozioni e ricordi, ma anche attimi che ora vivono per sempre. In mezzo a tutto questo credo sia importante trovare nuove strade per non perdersi in un’estetica che va sempre di più uniformandosi.

Oggi siamo bombardati dalle immagini, eppure ci sono delle foto che hanno scosso nel profondo le coscienze come quella del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum. Pensi che ci stiamo assuefacendo al dolore e alle disgrazie oppure come dici tu alcune foto devono essere scattate e mostrate per risvegliare da questo torpore?

Credo che sia il momento giusto per distaccarsi con forza da un’estetica del dolore che ha uniformato il racconto fotografico negli ultimi anni; esistono nuove strade, nuovi linguaggi. E non bisognerebbe dimenticarsi mai che ogni fotografo è un autore, con un proprio stile e delle caratteristiche proprie.

Parlaci del tuo ruolo di insegnante e dei corsi che stai tenendo ora.

Mi piace molto confrontarmi con le classi, i loro sguardi di fronte ad alcune immagini di grandi autori mi fanno capire la potenza di questo strumento. Ora è partito il corso di fotografia sociale a San Lorenzo, nella sede dell’associazione Diritti al cuore e poi i tanti corsi che offriamo con la scuola di fotografia Bianco – Laboratorio permanente d’immagine al Pigneto.

Prossimi progetti?

C’è un bel progetto sulle donne Rom in arrivo.

Bene, lo aspettiamo con trepidazione.
Grazie Michele.


Bio del fotografo: 
Classe 1988, Michele Cirillo è un fotoreporter indipendente e docente di fotografia di Roma. Negli ultimi 6 anni suo interesse per il racconto fotografico si è focalizzato sui temi dei diritti umani, dell’identità e dei cambiamenti geopolitici degli ultimi anni prediligendo i soggetti che vivono in zone di conflitto e che fanno parte di minoranze etniche o culturali. Ha viaggiato in paesi come Messico, Tanzania, Kurdistan, Libano, Bosnia, Ucraina e Palestina, è stato fotografo per diversi progetti europei, ha lavorato per Croce Rossa Italiana, Comitato 3 Ottobre e collabora con diverse redazioni italiane e internazionali.
Il suo sito: http://www.michelecirillo.com


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore © Michele Cirillo