Augusto De Luca fotografa con Polaroid Manipolate

Dall’inizio degli anni ’80, per diversi anni ogni prima settimana di luglio andavo ad Arles in Francia ai Rencontres Internationales de la Photographie. E’ li che conobbi Barbara Hitchcock direttrice degli affari culturali per la Polaroid Corporation a Waltham, Massachusetts che si occupava dell’acquisizione di fotografie artistiche per la Polaroid Collection. Barbara dopo aver visto un mio lavoro su materiale Instant Kodak, mi chiese di realizzare delle immagini su polaroid SX-70 per la loro collezione e mi inviò molti pacchi di materiale in omaggio. Mi é sempre piaciuta la sfida e il mettermi alla prova, infatti ho affermato più volte:
“Ho sempre avuto dentro di me il germe dell’uomo madre, la creatività mi ha sempre accompagnato. Ho cercato di esprimermi con uno stile ben preciso ma attraverso tutti i materiali e i formati. Desidero scoprire come la mia creatività si manifesta nelle diverse circostanze”.
Realizzai allora per loro una ricerca sulle ombre che piacque molto e fu acquisita nella raccolta. Poiché mi rimase tantissimo materiale polaroid, cominciai ad utilizzarlo sfruttando la possibilità di manipolare le foto. Le polaroid infatti, nell’interno avevano una sostanza pastoso che sviluppava l’immagine che poi appariva sulla parte anteriore, quella lucida della piccola fotografia quadrata. Questa pasta si induriva completamente solo dopo alcune ore. quindi utilizzando uno stecchino di legno e spingendo sulla fotografia si ottenevano dei segni simili a pennellate. La polaroid quindi appariva come una via di mezzo tra una fotografia e una pittura. Io con tutto quel materiale rimasto, ad ogni evento e in ogni occasione, realizzavo dei piccoli ritratti ad artisti, addetti ai lavori, ecc. che firmavo e regalavo. In giro ce ne sono tantissimi e spesso qualcuno mi invia un file con la riproduzione della sua polaroid che io quasi sempre neanche ricordo di aver fatto. Comunque per me ogni volta é una bellissima scoperta; come quando trovi inaspettatamente in un tuo vecchio pantalone un po di euro.

Augusto De Luca 1985 intervento a RAI 3
polaroid manipolate – di Augusto De Luca
Antonella Boralevi – polaroid Augusto De Luca
Gianni Cerami – polaroid Augusto De Luca
Irio De Paulo – polaroid di Augusto De Luca
Mario Fasciano – polaroid di Augusto De Luca

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




Augusto De Luca fotografa Roberto De Simone

Quella mattina avevo un appuntamento con Roberto De Simone, grandissimo regista teatrale, compositore e musicologo partenopeo, studioso dell’espressività popolare di Napoli e della Campania, attento al recupero e alla riproposta del patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare regionale orale e scritta, che indagava sul “campo”, ma anche particolarmente dedito all’approfondimento di quella colta.
Mente brillante, talento acclarato ovunque nel mondo, capacità immensa.
Ha insegnato Storia del teatro all’Accademia di Belle Arti di Napoli ed è stato direttore artistico del Teatro San Carlo e direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli.
Nel 1998 è nominato Accademico di Santa Cecilia e successivamente insignito del Cavalierato delle Arti dal Presidente della Repubblica francese e del premio Roberto I Sanseverino, organizzato dal comune di Mercato San Severino (SA) e dall’associazione La Magnifica Gente d’o Sud.
Quando arrivai nel foyer del Teatro San Carlo lui era già lì e mi accolse con un grande sorriso luminoso, anche se, solitamente, è un uomo molto riservato e schivo, che secondo me, dietro un aspetto molto serio e composto, nasconde anche un po’ di timidezza.
Il Maestro mi chiese di seguirlo ed io, con la mia borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche, gli andai dietro. Insieme ci incamminammo tra gli infiniti corridoi e cunicoli del teatro, salendo e scendendo strette scalette disseminate un po’ dovunque; mi sembrava di essere in un labirinto senza fine.
Dopo poco, in un corridoio più appartato, lontano dalla grande sala del palcoscenico, De Simone aprì una porticina ed entrammo in una stanzetta laterale.
Notai subito un pianoforte e dei manichini con due meravigliosi abiti di scena. Nella stanza c’era anche l’autrice di questi straordinari manufatti, la famosa costumista Odette Nicoletti, che io conoscevo e che avevo già fotografato per il libro ‘Napoli Donna’ e per la rivista CasAmica.
Una persona molto solare e affettuosa, che mi salutò abbracciandomi, manifestando la sua contentezza per avermi nuovamente incontrato.
Dopo qualche chiacchiera amichevole fra noi, in cui De Simone, con grande umiltà, raccontò anche che la sua famiglia molto povera era sopravvissuta alla guerra grazie alla madre che vendeva il sapone che faceva in casa, mi misi al lavoro.
Feci qualche scatto ad entrambi insieme e poi mi concentrai sul Maestro. Decisi di fotografarlo al pianoforte con al lato uno degli abiti che aveva dipinto sul davanti un enorme angelo color argento. La pellicola della macchina fotografica era in questo caso bianco-nera e lo sfondo della ripresa scuro, per evidenziare meglio i soggetti.
Poi, per realizzare anche un ritratto in polaroid, quindi a colori, pubblicato nel libro ’31 napoletani di fine secolo’, chiesi al Maestro di togliere il giaccone, in modo da poter sfruttare il giallo del suo pullover.
Inquadrai in primo piano uno spartito musicale con De Simone dietro, in piedi, leggermente di lato, e scattai, manipolando subito dopo la superficie dell’immagine polaroid.
Mentre con la prima, per vedere il risultato aspettai lo sviluppo del negativo, con la polaroid, il risultato soddisfece immediatamente le mie aspettative.
Quel piccolo ritratto piacque molto ed io, compiaciuto, dopo aver riposto nella borsa le fotocamere, andai via contento del risultato ottenuto ed anche soddisfatto per aver accontentato uno straordinario autore della tradizione napoletana.
 
 
Roberto De Simone – foto Augusto De Luca
Roberto De Simone polaroid – foto Augusto De Luca



Augusto De Luca fotografa con Polaroid Big Shot

Cercavo da tempo qualche testimonianza di una mia mostra che feci all’inizio degli anni ’80 in una storica galleria napoletana che, in quel periodo, era molto attiva: Ricerca Aperta.
Proprio l’altro giorno, sfogliando un mio libro, ho trovato inaspettatamente, fra le sue pagine, alcune foto di quell’evento, non ricordavo assolutamente la loro esistenza e, sfortunatamente, non ne conosco l’autore.
Sono istantanee un po’ sfocate e piene di grana, che mi hanno fatto rivivere quello straordinario e particolare avvenimento della mia carriera di fotografo.
Lo spazio espositivo, punto di riferimento per la diffusione della cultura fotografica a Napoli, il cui impegno era tutto profuso a diffondere l’idea della fotografia come traccia d’identità, si trovava nella zona di Materdei ed era anche il posto dove i due proprietari e bravissimi fotografi Gianni Rollin, che purtroppo ci ha lasciato diversi anni fa, e la moglie Lucia Patalano, lavoravano, stampavano e accoglievano affettuosamente gli amici che passavano di lì.
Insieme a loro collaboravano anche Rino Vellecco e, come critico, Gabriele Perretta. Erano anche in contatto con la galleria ‘Il Diaframma’ di Milano, il cui Direttore era Lanfranco Colombo, personaggio chiave della fotografia italiana, che, spesso, si poteva incontrare anche nelle stanze della galleria partenopea.
In quello spazio hanno esposto la maggior parte dei fotografi campani e anche io ebbi il piacere di organizzare una mia mostra che però aveva qualcosa di particolare: era un work in progress.
Una mia amica e bravissima artista, Lucia Gangheri, si occupò dell’allestimento di ‘Mostra a Ricerca Aperta’. Usò dei pannelli neri, contornati da sottili cornici gialle che, durante la serata inaugurale, avrei poi riempito poi con i ritratti polaroid manipolati e non, realizzati ai visitatori.
Infatti, fotografavo gli intervenuti all’evento in una stanzetta laterale, adoperando due diverse fotocamere, una Polaroid LAND 1000, con pellicola SX 70 manipolabile, e una rarissima Polaroid BIG SHOT a strappo, una vera icona. Quest’ultima, di colore nero e molto lunga, era uguale a quella che solitamente utilizzava Andy Warhol per realizzare la maggior parte dei suoi ritratti. La Big Shot è stata una delle fotocamere Polaroid più insolite mai introdotte dalla Polaroid. Prodotta dal 1971 al 1973, era progettata solo per l’uso in ritratto e aveva una distanza fissa di solo un metro circa. Poiché la fotocamera era a fuoco fisso, il fotografo doveva muoversi avanti e indietro finché il soggetto non appariva a fuoco. Warhol era particolarmente entusiasta di questa macchina fotografica, che oggi, per la sua eccentricità, è diventata un cult tra le Polaroid. La qualità dei ritratti era sorprendente. Mi aiutavano a reggere alcuni sfondi e anche per altre operazioni, alcuni miei assistenti, tra cui Bruno Cristillo, che, oggi, è un rinomato fotografo casertano.
A fine serata tutti i riquadri dell’allestimento nella galleria che prima erano vuoti, furono pieni di immagini scattate una dopo l’altra e l’esposizione fu completata. Fu una sfida riuscita, il cui ricordo, tuttora, mi dà una grande soddisfazione.
Mi piacerebbe, un giorno, poter ripetere quell’entusiasmante esperimento, anche se, purtroppo, il materiale polaroid di oggi o non esiste più o, se si riesce a trovare, non ha la qualità e le caratteristiche di una volta. Bei tempi!

 

Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Salvatore Accardo

Quella mattina andai al Teatro San Carlo di Napoli dove avevo un appuntamento con Salvatore Accardo.
Entrai e un signore garbato si offrì di accompagnarmi dal Maestro. Attraversammo stanze, corridoi e cunicoli piccoli e grandi. Sembrava di essere in un labirinto senza fine.
Dopo vari saliscendi, arrivammo in un ambiente stretto e lungo e cominciai a sentire, in lontananza, una stupenda melodia, era il meraviglioso suono di un violino; subito capii di essere vicino alla meta.
Entrai in una stanza laterale dove vidi Accardo che, nello scorgermi, smise di suonare e mi salutò agitando l’archetto con la mano destra.
Dopo i soliti convenevoli cominciammo a parlare di musica.
Cosa poteva chiedergli immediatamente, un amante come me di antiquariato e di oggetti d’arte in generale?
“Maestro, ma è vero che lei possiede due autentici violini Stradivari?”
Lui, senza parlare, mi fece cenno di seguirlo mentre si dirigeva verso alcune custodie che erano su di una panca in fondo alla stanza.
Delicatamente, come se stesse scoperchiando uno scrigno prezioso, ne aprì una: dentro c’era uno splendido violino. Avrei voluto accostarmi, ma lui, con gentilezza, mi fece capire che non dovevo toccarlo.
Rimasi estasiato da quella visione, dalle calde venature di quel legno lavorato trecento anni fa da Antonio Stradivari. Non avevo mai visto così da vicino uno strumento che è sicuramente un’icona per tutti ed ero affascinato, quasi ipnotizzato da quell’opera d’arte.
Il Maestro mi confessò che per lui il violino era come il prolungamento del suo corpo, cosa che mi colpì molto, perché anche io ho sempre affermato lo stesso della mia fotocamera.
Dopo tutte queste emozioni ci mettemmo al lavoro.

Scattai molto e poi scelsi una polaroid manipolata, che avrei pubblicato nel mio libro “Trentuno napoletani di fine secolo”, per Electa Napoli, 1995, e un’altra in bianco e nero più tradizionale, in cui mi piacevano i suoi occhi socchiusi e il volto assorto e concentrato, come immerso in una sorta d’ispirazione.
Quella era stata proprio una mattinata da ricordare e raccontare.

 

Salvatore Accardo – foto Augusto De Luca
Salvatore Accardo – polaroid di Augusto De Luca

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright.




Augusto De Luca fotografa Lucio Amelio

Dalla metà degli anni ’70 all’inizio degli ’90, essere presenti agli eventi della galleria di Lucio Amelio in piazza dei Martiri a Napoli, era quasi un dovere, un obbligo per gli artisti che desideravano “esserci”, quelli cioè che volevano partecipare alla vita culturale partenopea.

La sua galleria era un luogo magico, piena di stimoli, posto unico nel suo genere.

Lucio portò a Napoli artisti internazionali le cui opere avevamo prima ammirato solo su giornali e riviste. Se ci si recava nelle sue due sale, facilmente si potevano incontrare personaggi come Warhol, Beuys, Mapplethorpe, Rauschenberg e tanti altri.

Lucio, però, si occupò e preoccupò anche degli artisti napoletani.

Io presi parte, infatti, a due eventi organizzati da lui: la ‘Rassegna della Nuova Creatività nel Mezzogiorno’ e al Goethe Institut ‘L’occhio Meccanico’. Ero all’inizio della mia carriera artistica e ricordo, in particolare, che, partecipando al primo degli eventi, chiaramente da principiante inesperto, allestii personalmente la mia mostra di fotografie.

Sicuramente il montaggio dei miei lavori sui muri non era perfetto e quando Lucio, che aveva un carattere molto forte ed era un perfezionista, entrò per controllare tutto l’allestimento, mi disse:

“Augusto… ma sono fotografie o caciocavalli?”

Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e rimise ad uno ad uno i chiodi e i quadri alle pareti.

Era così, molto diretto, forse duro qualche volta ma molto generoso.

Questa foto che pubblico è una polaroid SX-70 che ho manipolato dopo lo scatto.

Alle sue spalle c’è un opera di Keith Haring, artista famoso per i suoi caratteristici segni e che Lucio amava molto. Sull’abito poi, muovendo la pasta di sviluppo della pellicola con uno stecchino di legno, ho inserito anche io alcuni dei miei segni in modo da sottolineare e mettere in risalto nell’immagine quella che era la caratteristica dello street artist.

(Questo é un mio video del 1985 in cui mostro il procedimento…)

Lucio Amelio – polaroid manipolata di Augusto De Luca