PAOLO PELLEGRIN

(articolo già edito sulla pagina facebook Scriptphotography).

La Storia è un tempo fornito di senso. Se il significato dei giorni è cancellato, avremo un tempo sterilizzato dalle differenze, in cui l’esperienza umana riflette se stessa come davanti a uno specchio vuoto. Ne abbiamo coscienza. Abbiamo imparato ad averne consapevolezza in questi mesi che, nel tentativo di contenere il diffondersi di una pandemia, ci ha visto costretti a una clausura forzata tra le mura di casa, costringendoci, nel bene o nel male, a rimodulare la gestione del tempo, degli interessi, del lavoro e persino degli affetti: un mondo improvvisamente affollato, contrapposto alla desolata solitudine del mondo “là fuori”, si è affacciato suggerendoci una nuova lettura dei rapporti interpersonali.
Una importante fotografa italiana ha affermato che “questo tempo non è fotografabile” in quanto non succederebbe nulla. Con tutto il rispetto che nutro verso la fotografa, il suo parere non mi trova d’accordo. Accetto tuttavia lo stimolo, la provocazione; e un’affermazione che mi costringe a un ragionamento io la saluto come benvenuta. È vero, le città sono state deserte, spogliate forzatamente dai suoi protagonisti, dalle donne e dagli uomini che ogni giorno ne affollano le strade e le piazze e che grazie alla loro presenza le innervano di vita. Dove non ci sono donne e uomini non c’è storia, non ci sono attività, non c’è linfa, non c’è racconto. Ecco la questione, il racconto. Come ha raccontato la fotografia questi giorni “fatti di niente”, scivolati uno dopo l’altro come fumo di fumi?
A differenza di altri fotografi professionisti, che imbastivano la narrazione presentandoci città deserte, scheletriche, evaporate dalla presenza umana – riportando alla mente non già gli effetti del lockdown, quanto i ricordi della solitudine delle grandi città nei Ferragosto del passato – mentre i fotografi amatoriali – per meglio dire i medici e gli infermieri fotoamatori – impegnati nelle prime linee delle unità di terapia intensiva, si ritagliavano il ruolo di testimoniare da dentro gli ospedali gli effetti della tragedia, con immagini che ci sono giunte nel pieno della loro efficacia con buona pace sull’opinione della famosa fotografa.
Paolo Pellegrin dev’essersi chiesto come la fotografia può rifornire di senso un tempo che dal punto di vista fotografico, come si obbietta, ne sarebbe privo e ha puntato l’obiettivo della fotocamera girandolo dalla guerra alla sua famiglia. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi assume il volto dell’opportunità. Ginevra non è lontana, eppure a questo luogo tra le verdissime montagne basta poco per presentarsi come privo d’orizzonte, come se l’inquietudine del momento, i timori potessero trovare risposte nel disorientante silenzio della solitudine. Eppure, anche se si può desumere dalle stesse fotografie, quello di Pellegrin è tutto tranne che un diario della quarantena, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di tornate ad essere proprietario di un tempo sottratto alla famiglia a causa degli impegni. Un tempo ritrovato che trasuda il desiderio di intimità, che ora si offre perché sia gustata in profondità. I ritratti delle figlie, della moglie, così connesse nel luogo prescelto, svelano la vocazione a scovare nelle piccole cose il senso più universale dell’appartenenza, di una “vicinanza” fisica che rende sterile qualunque parola d’amore pronunciata a distanza. Pellegrin qui è nelle vesti di padre. Dismesse quelle del fotoreporter, e deposto l’obiettivo che ha inquadrato innumerevoli rivolte ora assume il respiro di chi ha davanti a sé la più grandiosa delle esperienze: vivere lo stesso tempo della famiglia, sentire quanto più possibile le risa delle sue bambine, ascoltarne il respiro, vederle al gioco e lasciarsi conquistare dall’insaziabile voglia d’essere al centro dei suoi affetti, qui suggellato dal luminoso ritratto della moglie.
Non è raro, ma accade, che per raccontare una storia che raggiunga la sensibilità di molti è necessario narrare le piccole cose, così che nell’accenno della sincerità si trovi un’eco in cui riconoscersi, perché possiamo sentirci parte di un’umanità dai valori condivisi. Con questo lavoro, assai distante da quelli che conosciamo e ammiriamo, abbiamo la sensazione che Pellegrin abbia voluto ribaltare momentaneamente il suo ruolo professionale, una deroga che vede lui offrire la cronaca di se stesso dopo anni in cui ha offerto eventi riguardanti altra gente, altri paesi. Questa, dunque, è la storia di un ritorno; è la storia di un fotografo che ha voluto e saputo fermare il tempo e piegarlo alla sua volontà. Forse, come si è detto, non sarà un vero e proprio diario della quarantena ma è certo che è da lì che nasce, dal desiderio di fornire di senso un tempo che ricorderemo a lungo.


History is a time filled with meaning. If the meaning of the days is canceled, we will have a time sterilized by differences, in which human experience reflects itself as if in front of an empty mirror. We are aware of this. We’ve learned to be aware of these in recent months that, in an attempt to contain the spread of a pandemic, has seen us forced to a forced enclosure our own houses, forcing us, for better or for worse, to remodel the management of time, interests, work and even affections: a world that is suddenly crowded, opposed to the desolate solitude of the world “out there”, has approached us by suggesting a new reading of interpersonal relationships.
An important Italian photographer said that “this time it ain’t photographable” as nothing would happen. With all the respect I have for the photographer, her opinion does not agree. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. Where there are no women and men there is no history, there are no activities, there is no lymph, there is no story. Here’s the question, the story. How did photography say “days made of nothing”, slipped one after the other like smoke?
Unlike other professional photographers, who based the narrative by presenting us deserted, skeletal cities, evaporated by the human presence – bringing to mind not the effects of the lockdown, but the memories of the solitude of the big cities in some past August Bank Holyday – while the amateur photographers – to better say the doctors and photo amateurs nurses – engaged in the front lines of the intensive care units, carved out the role of witnessing the effects of the tragedy from within the hospitals, with images that reached us in full effect with all due respect on the famous photographer.
Paolo Pellegrin must have wondered how photography can make sense of a time that from a photographic point of view, as it is objected, would lack it and aimed the camera lens by shooting it from war to his family. Isolation, the inability to move takes on the face of opportunity. Geneva is not far away, yet in this place among the green mountains, it takes little to present itself as lacking in the horizon, as if the restlessness of the moment, fears could find answers in the disorienting silence of solitude. Yet, even if it can be deduced from the same photographs, Pellegrin’s is anything but a quarantine diary, but rather the successful attempt to return to being the owner of a time stolen from the family because of the commitments. A rediscovered time that exudes the desire for intimacy, which is now offered to be enjoyed in depth. The portraits of the daughters, of the wife, so connected in the chosen place, reveal the vocation to find the most universal sense of belonging in small things, of a physical “closeness” that renders any word of love pronounced remotely sterile. Pellegrin is here as a father. Decommissioned those of the photojournalist, and set the goal that has framed countless riots now takes the breath of those who have the greatest experience in front of them: live the same time as the family, hear the laughter of his girls as much as possible, listen to the breath, see them at play and let themselves be conquered by the insatiable desire to be at the center of his affections, here sealed by the bright portrait of his wife. It ain’t uncommon, but it happens, that to tell a story that reaches the sensitivity of many it is necessary to narrate the little things, so that in the hint of sincerity there is an echo in which to recognize ourselves, because we can feel part of a humanity from shared values. With this work, very distant from those we know and admire, we have the feeling that Pellegrin wanted to temporarily overturn his professional role, a derogation that sees him offering the chronicle of himself after years in which he has offered events concerning other people, others countries. So, this is the story of a return; it’s the story of a photographer who wanted and knew how to stop time and bend it to his will. Perhaps, as has been said, it will not be a real quarantine diary but it is certain that it is from there that it arises, from the desire to fill with sense a time that we will remember for a long time.


Ph. Paolo Pellegrin https://www.magnumphotos.com/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Paolo Pellegrin




L’OSPEDALE DI BEELITZ-HEILSTÄTTEN TRA FOTOGRAFIA, MEMORIA E ATTUALITÀ

Nella
nuova normalità generata dall’evento pandemia, si riscopre in una forma nuova e
inattesa ciò che si è per molto tempo considerato immutabile.

Una
mia banalissima visita al laboratorio di analisi per degli esami di routine ha
mostrato qualcosa di inedito legato alla nuova condizione: dalla misurazione
della temperatura con termoscanner svoltasi all’ingresso, da parte di una
persona addetta all’accoglienza dei clienti, all’igienizzazione delle mani
guantate, alla diversa disposizione delle sedie in sala d’attesa e altri segni
denotativi del cambiamento imposto dalla pandemia ai nostri comportamenti.

Chi
mi legge si deve abituare alle incursioni delle mie catene associative nel reale,
che anche in questo caso non sono mancate; in questo strano periodo di
adattamento a una vita ancor più protetta e controllata, in una transizione che
il cervello deve elaborare, i ricordi scoppiettano nella mia mente come
popcorn.

Mi sono proiettata nelle immagini di un portfolio realizzato da Stefano Barattini, relativo a una struttura abbandonata, situata a circa 70 km a sud-ovest di Berlino, cioè il complesso ospedaliero di Beelitz-Heilstätten. Di Barattini voglio qui ricordare anche gli ottimi lavori sul Bauhaus e il Brutalismo architettonico.

Una breve scheda sull’edificio oggetto di questo portfolio, dalle
parole del suo autore:

Nel 1898 circa sorse a circa 70 km a sud-ovest di
Berlino un imponente complesso sanatoriale, Beelitz-Heilstätten, distribuito su una superficie totale di circa 200 ettari. Più architetti presero parte al
progetto, tra il 1898 e il 1930
.

Si tratta di una città ospedale per la cura della tubercolosi, composta da una sessantina di edifici, completamente autosufficiente. Il complesso comprendeva, oltre agli spaziosi padiglioni per la degenza e le terapie del caso, anche una propria centrale elettrica, la stazione ferroviaria, campi coltivati e allevamenti.

Durante la Grande Guerra, Beelitz venne
utilizzato come ospedale militare ed è qui che, verso la fine del 1916, fu
ricoverato anche il diciassettenne Adolf Hitler ferito nella battaglia della
Somme.

Caduto il Terzo Reich, il complesso venne
inglobato nei territori della DDR diventando il principale ospedale militare
sovietico,  fino alla caduta del muro di
Berlino e la riunificazione delle due Germanie. L’esercito sovietico lasciò
definitivamente Beelitz nel 1995.

Oggi questo comprensorio versa quasi totalmente
in stato di abbandono, solo un paio di padiglioni sono ancora in attività
mentre altri sono stati nel tempo oggetto di vandalismi e oggi sono vuoti e
pericolanti. Però la sua storia e la particolare architettura richiama ogni
anno decine di fotografi che lo esplorano alla ricerca delle emozioni di un
passato memorabile.

Oggi più che mai, in tempo di pandemia e di necessità di reperimento
di infrastrutture indispensabili, viene spontanea una riflessione sul tema del
riuso di spazi anche vetusti, e non solo per la loro bellezza intaccata dalla
mancanza di manutenzione, ma ancora visibile.

Non si può ignorare che la giustificazione sovente addotta al recupero
di vecchi spazi abbandonati è l’elevato costo degli interventi di
ristrutturazione; senza entrare nel merito delle questioni tecniche implicate
da tale operazione, perché non è mia competenza, piacerebbe a molti di noi
osservare maggiore entusiasmo, da parte degli investitori, dei destinatari,
degli amministratori e dei soggetti politici, nell’intendere il  riuso come opportunità non velleitaria.
Naturalmente il ragionamento che qui abbozzo e che meriterebbe una trattazione
più approfondita, che vada oltre la semplice visionarietà, deve anche tenere
conto degli aspetti legati alla sostenibilità e tutela dell’ambiente, ormai non
più trascurabili. Il tutto inquadrato in una indispensabile prospettiva che non
sia limitarsi a soluzioni più o meno improvvisate dettate dall’emergenza.
Impariamo a guardare oltre.

Sappiamo che a Milano, per la cifra tutt’altro che modica di più o
meno venti milioni di euro, i padiglioni della ex Fiera sono stati convertiti
in un ospedale destinato ai malati di Covid-19, 
struttura che ha ospitato in tutto una ventina di pazienti e poi chiusa.

Privati o pubblici che siano, sono molti soldi che si sarebbero potuti
spendere in maniera più efficace.

Non potendo fare altro, per il momento, torno a sognare la vita e
l’animazione dei luoghi in fotografia, immaginandone le vicende umane e
l’impronta lasciata all’umanità erede di quella storia.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.





CINQUANTA SFUMATURE DI QUARANTENA

Distopia in atto. La farmacia ha esaurito le mascherine. Rimedio con un travestimento stile L’ Uomo invisibile di H. G. Wells: sciarpa che copre naso e bocca, occhiali da sole, guanti; manca il cappello. In tasca l’autocertificazione con le seguenti motivazioni: passeggiata cane, rifornire il frigo. Al rientro lavo le mani come per entrare il sala operatoria. Andrà tutto bene.
Fine della trasmissione del 12 marzo 2020.

Stato di emergenza, quarantena, misure restrittive, isolamento, terapia intensiva, dispositivi di protezione, pandemia; segue un repertorio terminologico che non riporto per intero. Queste sono alcune delle voci del lessico della paura che ci accompagna nei giorni del corona virus.

Un vocabolario consultato senza risparmio, una fruizione immersiva alla quale non ci si può sottrarre, data l’eccezionalità dell’avvenimento: la pandemia.
La nostra conoscenza del mondo si era fermata alle epidemie geograficamente circoscritte,  ma la pandemia no, non ci eravamo ancora arrivati al giorno d’oggi e ci ha colti di sorpresa, attoniti, disturbati da un evento planetario che ha stravolto la nostra esistenza fatta di interconnessione ossessiva, accelerazione del tempo voluta dalla  consumazione rapida, frequente e incontrastata di ogni possibile godimento.
Tutto e subito, senza pause tra un’attività e la formulazione di un desiderio cui deve far seguito un febbrile appagamento.

Covid-19, bastardo micorganismo che ha infettato  l’organismo di migliaia di persone  e influenzato  la vita delle popolazioni, il tempo che gli serviva per evolversi nel passaggio dall’animale all’uomo, se lo è preso tutto.
Quanto tempo avrà impiegato per attuare il salto di specie? Di sicuro molto più di quello che impieghiamo noi per decidere se acquistare un oggetto online, guardare una serie TV in streaming, incontrare gli amici della movida serale o troncare una relazione via Whatsapp.
Tutto facile, tutto a portata di mano, in una proliferazione maniacale di atti ripetuti, là dove anche l’amore acerbo si piega alla ricerca di qualcuno alla stregua di qualcosa che annulli il tempo di una riflessione, l’accettazione dell’alterità, la mancata corrispondenza di un ideale impossibile; nessuna  pausa tra un innamoramento e l’altro, nessun tempo che dilati l’attesa di un prossimo incontro.

Il tempo sincopato che siamo abituati a vivere è sostituito dal tempo rallentato della vita in un interno, casa nostra se siamo fortunati, l’ospedale se disgraziatamente abbiamo bisogno di cure.

Nella città in pausa dove tutti respiriamo la stessa aria, abbiamo ri-scoperto la vita meditativa del ritiro obbligato, confortata da quello che siamo capaci di fare una volta sottratti alle tentazioni che si trovano all’esterno, dedicandoci a letture, bricolage, cucito, maglia e uncinetto, pulizie straordinarie della casa, riordino degli archivi, cura delle piante, film in TV, esperimenti culinari mai tentati prima. Ci siamo adattati alla situazione riscoprendo il gusto del fare domestico, per alleggerire il peso di una situazione anomala che avremmo preferito vedere in un B movie piuttosto che nella realtà. Il privato è politico si diceva un tempo; in questo frangente è divenuto centrale nel tenere insieme una società compromessa da un elemento erroneamente considerato alieno, di fatto fortemente destabilizzante.

Da buoni improvvisatori e capaci di ammirevole dedizione nell’emergenza, con patriottico richiamo ci siamo organizzati una vita nelle retrovie dello schieramento umano, molto più esposto, dei medici e del personale ospedaliero incaricati di affrontare un patogeno sconosciuto con gli strumenti della scienza, con risorse alterne secondo la regione di appartenenza e tanta abnegazione.

Noi dal balcone di casa abbiamo applaudito il loro sforzo tenace, inviato messaggi di incoraggiamento e ammirazione, fatto del nostro meglio per contribuire ad arginare il contagio restando a casa.

Nel quartiere milanese di Nolo, Federica P. ha cucito mascherine di ottima fattura per chi non le ha trovate in farmacia. Anche un piccolo gesto si è rivelato una risorsa preziosa. Un gesto  riconducibile al concetto di  mateship, sentirsi parte di un vissuto comune.

Alcuni hanno beneficiato del lavoro agile, ma non tutti hanno avuto la stessa possibilità non potendo interrompere la catena produttiva dei servizi essenziali; abbiamo seguito con apprensione la loro esposizione al rischio.

Uno scenario inesplorato quello della vita al tempo del corona virus; molti si sono domandati: “e dopo ?” Cambierà qualcosa nei nostri comportamenti? Vorranno i governi rendersi finalmente conto che sfidare la natura porta guai e che la stessa non si piega alla nostra volontà di umanità incosciente e capricciosa? Non vorrei eccedere nell’elencare altre angosciose domande.
Leggo in un documento dal titolo “Nessuno resti indietro, redatto da un gruppo di consulenti manageriali:

…Si tratterebbe di promuovere da parte del Governo un progetto/campagna per sensibilizzare e condividere la necessità/opportunità di un cambio di paradigma nei comportamenti individuali e collettivi promuovendo un salto culturale che porti a comportamenti attenti al bene comune anziché a “essere furbi”.

Forse abbiamo avuto l’occasione di capire chi siamo o chi vogliamo diventare, in un futuro post-pandemico di maggiore consapevolezza e rimozione della visione alterata di un mondo fatto di confini considerati stabili, ora  divenuti immateriali, e penso alla vanità del tutto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Chiara Beretta




2020 – APPUNTI SULLA PANDEMIA

Quanto segue è una raccolta di pensieri girovaghi, tra ricordi, immagini mentali e attività di un presente dominato da un evento che permea la nostra esistenza spezzando quel flusso di abitudini e comportamenti consolidati, prima della pandemia. Una trascrizione automatica di emozioni, domande, constatazioni che si sono affacciate alla mente  incaricata di elaborare l’accaduto.
Penso che più o meno ognuno di noi abbia rilevato un tracciato simile e involontario nella propria testa; qui vi presento il mio.

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Appelli alla popolazione, stili di vita in un interno borghese.
Ventilazione polmonare, voglia di un cappuccino da consumare alla pasticceria del quartiere. Cineteca online: restate a casa, sono le regole. Soufflé al formaggio, pietanza fallita già ai tempi della prima repubblica. Lavoro agile e rapide corsette dietro l’angolo di casa. L’isolamento degli abitanti di Vo’. Tampone nasale e faringeo. Polverosi album di foto di famiglia. Mascherine esaurite; animazione sospesa. Think global, act local. Pandemia, pandemia, pandemia.

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Sui balconi svetta il tricolore. Due supermercati hanno esaurito le scorte di alcol: puntuale disinfezione in luogo di una corretta igiene mentale. Messa in piega fai-da-te modello Covid-19 incornicia il viso acqua e sapone. Parrucchieri e barbieri hanno deposto le forbici. Aperitivo allo specchio, mise en abyme. Memorie di un viaggio in Bretagna confortati dal bozzolo familiare. Secondo principio della termodinamica: indietro non si torna.
Energia e informazione. Un pensiero transemisferico agli amici lontani.
A pranzo pasta ceci e broccoli con una spolverata di peperoncino.

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Nella mia vita fino a un mese fa, ogni mattina al risveglio la domanda era: – cosa si fa oggi ? Con ciò intendendo attività fuori casa: incombenze varie, scambi coi familiari, cinema, teatri, mostre d’arte, etc. Ora il dinamismo extradomestico è sostituito da: – cosa cucino oggi ? Segue attenta esplorazione del frigo puntando sulla combinazione degli alimenti a disposizione, un’attività che mette in moto la creatività, la golosità e una vaga attenzione alle tabelle dietetiche. Oggi seppioline in umido con piselli.

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La mia buona salute è la tua buona salute, vogliamo capirlo ? Pensiero circolare.

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Zigzagando per il quartiere. Nelle uscite forzate con Dharma quando incontro persone che marciano nella mia direzione cambio traiettoria, in un percorso ubriaco fatto di passaggi da marciapede a marciapiede. Siamo un’umanità reietta.

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Ieri – sabato – mi telefona  un tizio lavoratore appartenente a una rete di servizi al consumatore e mi informa che, a seguito di un mio presunto interesse verso le offerte di luce e gas, voleva sapere se ero intenzionata a sottoscrivere un dato pacchetto vantaggiosissimo. A seguito del mio palese disinteresse verso la sua conveniente offerta, esclama deluso: – ecco signora, lasciamo stare il mondo così com’è! Qualcosa di biblico nel sottotesto.
Al che mi scappa una battuta corrosiva sul mondo così com’è, data la ben nota situazione dei giorni nostri.
Chiudo la telefonata e scatta un monologo interiore sul mondo così com’è.

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Biohazard, stampe floreali adornano i boudoir, autobus vuoti, Milano non si ferma. Interruzione della normalità. Pasqua al mare coi bambini.
Uso fallace del linguaggio, sciatteria lessicale. Trekking per i sentieri del parco Adamello Brenta.
Fare di necessità virtù. La pandemia non è uno shock asimmetrico. Mateship per tutti spiegata ai bambini.

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Decostruire per ricostruire.

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Gli sguardi dall’India di Luciana M. Paesaggi vicini e lontani. Le piazze gremite del fermento politico sono sostituite dal distanziamento sociale: elogio dell’impermanenza. Mi giunge il cicalino dei messaggi Whatsapp dei vicini. Algoritmi della psicostoria.
Vivere e abitare Feng Shui. Dharma in un percorso radiale di modesta estensione; torneremo a giocare al parco. Non siamo bloccati a casa, siamo sicuri a casa.
Nascondere la torta di mele e darsi al fitness casalingo. Sembriamo quadri di Edward Hopper ritratti in spazi prospettici a beneficio di immaginari osservatori.

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Quando tutto finirà, noi come saremo?

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Rita Manganello