“Cubana: un viaggio visivo e senza coordinate ” di Antonio Locicero

Appena arrivato all’Avana, nella prima casa particular dove alloggiavamo, all’interno del quartiere di Avenida Italia, ho pensato: «Minchia, a Palermo siamo!». 

No, non scherzo. Mi sono infatti ritrovato catapultato con l’immaginazione dall’altra parte del mondo, come se avessi tracciato all’istante una linea ideale tra Cuba e la mia Sicilia. Strano? Fino a un certo punto. Davanti ai miei occhi, l’Avana si presentava con la stessa caotica meraviglia di Palermo.

Dal viaggio alla nascita del LIBRO Cubana

Faccio subito una confessione: il viaggio a Cuba non era nato con l’idea di un progetto fotografico. Era semplicemente una vacanza organizzata con i nostri migliori amici, un’occasione per esplorare insieme un luogo sognato da tempo. Ma la mia passione per la fotografia si è fatta sentire fin da subito: giorno dopo giorno, scatto dopo scatto, mi rendevo conto che stavo accumulando immagini e sensazioni che meritavano di essere raccontate. Senza quasi accorgermene, mi sono ritrovato totalmente immerso (è il caso di dirlo, fuor di retorica) tra le strade e gli abitanti di Cuba, con la macchina fotografica sempre in mano. In tutto ciò è stata senz’altro fondamentale la nostra guida cubana, che ci ha fatto guardare l’isola con occhi locali – il che non è sempre facile. Grazie a lei, ora dopo ora, non eravamo più semplici turisti di passaggio; mangiavamo dove mangiavano i cubani, ballavamo dove ballavano loro, entravamo, ben accolti, nelle case delle persone del posto. Insomma, un semplice viaggio è presto diventato qualcosa di molto più profondo.

C’è stato un momento preciso in cui la suggestione si è fatta progetto concreto. Al quinto giorno di viaggio ci trovavamo al Museo Girón, nella provincia di Matanzas. È un piccolo museo dedicato a un episodio storico cruciale: l’invasione della Baia dei Porci del 1961, quando un gruppo di esuli cubani anticastristi tentò (fallendo) di rovesciare il governo rivoluzionario di Fidel Castro. Subito dopo la biglietteria del museo, sulla sinistra, inizia un corridoio espositivo. Ed è lì che ho notato un dettaglio minuscolo ma folgorante: sullo sportello di legno di un contatore elettrico era impresso un pittogramma che fondeva il simbolo dell’alta tensione con quello del pugno chiuso della rivoluzione. Una piccola icona, quasi nascosta, che però racchiudeva un mondo. In quel momento ho percepito con forza lo spirito della Rivoluzione cubana: un evento che ha segnato un “prima” e un “dopo”, l’anno zero in cui, non solo a livello simbolico, tutto finisce e tutto ricomincia. Quella scintilla grafica, metà avvertimento elettrico e metà orgoglio rivoluzionario, mi ha colpito al cuore. È stato lì che ho capito che dovevo attivarmi per raccontare ciò che stavo vivendo e osservando.

Sapevo solo quello che non volevo, all’inizio: non una classica cronaca di viaggio né un album turistico patinato. Niente elogi sperticati, né critiche pretestuose: desideravo uno sguardo lineare ma personale, estetico ma sincero, per delineare un percorso attraverso l’anima quotidiana di Cuba. L’idea, da lì, ha preso forma rapidamente: strutturare il libro seguendo i luoghi visitati durante il viaggio, ma senza indicare i nomi specifici delle località e senza rispettare un ordine cronologico rigido. Sfogliare il libro doveva significare perdersi liberamente nelle immagini, rinunciando alla tentazione di chiedersi “dove” o “quando” e pensando, piuttosto, al “come” e al “perché” alcune scene, osservate per un secondo o per un’ora, a volte possono sprigionare emozioni incontenibili. Ogni foto doveva, dunque, parlare da sola, raccontare una storia o porre una domanda, invitando a riflettere sulla varietà e l’unicità di questa isola enigmatica.

Ambiente e abitanti: un equilibrio indissolubile

Durante il viaggio ho visto tanti luoghi e incrociato moltissime persone. Mi sono presto reso conto che a Cuba ambiente e abitanti sono due facce della stessa medaglia, entità indivisibili che si definiscono a vicenda. Non è possibile capire davvero l’uno senza l’altra. Per questo motivo il libro è strutturato in quattro capitoli alternati, che scandiscono due grandi temi:

·           Capitolo 1: Ambiente

·           Capitolo 2: Abitanti 

·           Capitolo 3: Ambiente 

·           Capitolo 4: Abitanti

Ho scelto di alternare ambiente e persone per sottolineare proprio questo equilibrio: l’una non può esistere senza l’altro. I luoghi di Cuba hanno un’energia particolare, ma è la gente che li abita a dare loro vita, colore e voce. E anche viceversa. Il carattere collettivo dei cubani – la loro quotidiana creatività, l’allegria che resiste alle difficoltà, il coraggio di rivendicare un’identità alternativa  – è profondamente plasmato dall’ambiente in cui vivono; almeno agli occhi di un viaggiatore che ha l’attenzione di osservare senza giudicare. Pensate alla musica e alla danza: a Cuba non sono solo intrattenimento, ma un vero collante sociale, il ritmo stesso dello scorrere dei giorni; anche quando i giorni portano il peso della sofferenza. È questa fusione totale tra luoghi e persone che rende l’isola così unica ai miei occhi, ed è ciò che ho cercato di restituire nel libro. Cuba, la Isla Grande, nella sua dimensione reale e quotidiana, dove non esiste un “dove” senza un “chi”.

Incontri e legami lungo la VIA

Un aspetto che mi sta molto a cuore – e che spero traspaia dalle fotografie – sono gli incontri umani che hanno costellato questo viaggio. Grazie al nostro girovagare, abbiamo creato legami autentici un po’ ovunque. Ricordo con affetto le lunghe chiacchierate dopo cena con i proprietari delle case particular che ci hanno ospitato, persone gentilissime, fiere della propria casa e felici di raccontarci spaccati di vita cubana; in quei momenti a tavola ci sentivamo di far parte della famiglia.

Altre connessioni sono nate quasi per caso. A Remedios, ex cittadina coloniale nel cuore di Villa Clara, abbiamo avuto la fortuna di conoscere due persone speciali: Erick González Bello e Juan Carlos Hernández Rodríguez. Sono rispettivamente il direttore e il vicedirettore del Museo de las Parrandas di Remedios, e con loro è nata un’amicizia spontanea. Ci hanno aperto le porte del museo e del loro mondo, raccontandoci con passione la storia secolare delle Parrandas de Remedios, una straordinaria festa tradizionale nata nel 1820. Pensate che questa festa popolare – una sorta di competizione artistica tra quartieri con carri allegorici, fuochi d’artificio, musica e costumi – è così peculiare e sentita da essere diventata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, riconosciuto dall’UNESCO nel 2018. Erick parla un ottimo italiano, lo ha imparato guardando e riguardando i film di Sophia Loren! Mi ha fatto promettere che sarei tornato a Remedios in dicembre, perché è solo durante le Parrandas – che si tengono ogni anno dal 16 al 24 dicembre, con apice la notte della Vigilia – che si può cogliere l’essenza più viva e colorata della loro comunità. Purtroppo il nostro viaggio era ad agosto, quindi non abbiamo assistito di persona a quella celebrazione, ma l’entusiasmo e l’orgoglio con cui ce l’hanno descritta ci hanno fatto sentire la forza di una tradizione che non scompare. Che resiste.

Ci sono poi incontri fugaci che durano attimi (eppure ti segnano). Uno sguardo incrociato con una bambina affacciata al balcone di una casa tutta scrostata, un sorriso timido ricambiato da una coppia di anziani su una panchina di un parco, una stretta di mano con un musicista. Di molti di loro non conosco neanche il nome, tuttavia, attraverso l’obiettivo, con loro ho sentito una connessione, come se per un istante, per quanto minuscolo, le nostre vite si fossero toccate. Ho imparato che in fotografia a volte non servono parole: basta la sincerità di un momento condiviso. Questi incontri e legami, profondi o brevi che siano stati, hanno dato densità al mio viaggio e al libro Cubana. Senza di essi, sarebbero rimaste solo belle cartoline; con loro, ogni immagine è diventata una piccola storia di umanità condivisa.

Fotografie su carta materica: calore e autenticità

Dal punto di vista estetico e tecnico, Cubana riflette la mia scelta di cercare la verità dell’istante più che la perfezione formale. Ho scattato le fotografie inseguendo sensazioni, storie e incontri, senza preoccuparmi ossessivamente di avere la luce perfetta o la composizione impeccabile; privilegiando l’autenticità di ciò che avevo davanti. Volevo un’isola reale, palpabile e tangibile, non una Cuba da depliant turistico. Non una Cuba vista con gli occhi (a volte miopi) del superficiale turismo occidentale. Niente colori ipersaturi o ritocchi esagerati, la Cubana che emerge dalle mie foto è calda, umida e meravigliosamente imperfetta, proprio come l’ho vissuta.

Questa filosofia si riflette anche nella scelta dei materiali per la pubblicazione. Per stampare il libro ho optato per una carta usomano opaca e materica da 120 g/m². È una carta naturale, dalla grammatura consistente e dal tatto ruvido. Il risultato è che le fotografie appaiono morbide e avvolgenti sulla pagina, quasi vellutate. L’inchiostro non resta in superficie in modo freddo e brillante, ma si dilata tra i pori della carta, donando alle immagini un leggero effetto diffusivo. Questa piccola morbidezza dei bordi e dei colori restituisce calore, autenticità e intensità ad ogni scatto, come se le foto respirassero sulla carta. Sfogliando Cubana, non c’è quindi da aspettarsi lucide pagine patinate: troverete invece una texture piacevole al tatto e allo sguardo, che spero vi faccia sentire ancora di più dentro ogni scena. È un libro da toccare oltre che da guardare, perché anche il supporto fisico fa parte dell’esperienza. Del resto Cuba, per me, è stata questo: una realtà da vivere con tutti i sensi.

Le altre voci di Cubana

Pur essendo Cubana un progetto molto personale, ho voluto che dentro il libro ci fossero altre voci oltre alla mia, per arricchire l’esperienza del lettore e offrire punti di vista diversi. In particolare, ci sono due contributi speciali inseriti tra le pagine fotografiche, ed entrambi a loro modo raccontano Cuba da prospettive uniche.

Il primo contributo è la prefazione del libro, affidata a Danilo Venturi. Danilo è una figura di spicco nel campo del design e della moda – attuale direttore dello IED (Istituto Europeo di Design) di Milano – nonché autore del libro Brand Persona. Ci conosciamo da tempo e gli ho chiesto di scrivere la prefazione dopo aver visto in anteprima le mie foto. La particolarità è che Danilo non è mai stato a Cuba. La sua prefazione nasce quindi da un viaggio immaginario: lui ha “visitato” l’isola attraverso le mie immagini, lasciando che evocassero pensieri e suggestioni. Trovo affascinante questo esercizio di immaginazione, perché dimostra il potere della fotografia di trasportare chi guarda in un luogo in cui non è mai stato. Nelle parole di Danilo c’è stupore, c’è curiosità, c’è quella specie di ammirazione sognante di chi prova a immaginare Cuba senza avere ricordi diretti, ma solo le mie immagini come guida. La prefazione, insomma, offre al lettore un modo alternativo di entrare nel libro: attraverso gli occhi di qualcuno che scopre Cuba per la prima volta da lontano, ma con grande empatia.

L’altro contributo, invece, proviene dal cuore stesso di Cuba. Si tratta di un testo scritto a quattro mani da Erick González Bello e Juan Carlos Hernández Rodríguez, gli amici di Remedios di cui parlavo prima, direttore e vice-direttore del Museo de las Parrandas. Il loro intervento si intitola “Las Parrandas de Remedios: da espressione della comunità locale a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità” e racconta proprio la storia e il significato profondo di questa tradizione. Erick e Juan Carlos spiegano come la festa delle Parrandas sia nata dal popolo, da un piccolo paese come Remedios, e si sia evoluta in due secoli fino a diventare un simbolo identitario riconosciuto a livello internazionale. L’aspetto più sorprendente, scrivono, è come questa tradizione abbia saputo difendere la propria unicità all’interno della cultura cubana. Leggendo il loro contributo si percepisce tutto l’amore che i cubani nutrono per le proprie radici: l’essenza dell’identità di un popolo plasmata dalla comprensione del passato e dalla condivisione festosa nel presente. Per me era importante includere questa testimonianza, per aggiungere un tassello che le fotografie da sole non possono dare. Attraverso le parole di Erick e Juan Carlos il lettore può scoprire anche una Cuba in festa (quella di dicembre durante le Parrandas, ad esempio) che non ho documentato con la macchina fotografica. 

Un ponte visivo tra chi osserva e chi vive

Mi piace pensare che Cubana sia più di un libro fotografico. È un ponte sottile ma resistente, teso tra chi osserva e chi è osservato, tra chi scatta e chi è ritratto. Da un lato ci siamo noi, l’autore e i lettori, con la nostra voglia di saperne di più, di capire, di andare oltre le descrizioni preconfezionate; e sì, emozionarci. Dall’altro lato ci sono loro, i volti e i luoghi di Cuba, con le loro storie, la loro dignità, la loro vibrante intensità. In mezzo, a unire questi due mondi, ci sono le immagini, istanti che diventano narrazione.

Vi invito quindi a lasciarvi trasportare da questo flusso di fotografie ed emozioni, senza preconcetti e senza cercare per forza un filo logico prestabilito. Proprio come viaggiare a Cuba; bisogna abbandonarsi alla bellezza spontanea. Non importa il “dove”, conta il “come” ci si sente davanti a ogni scena, conta il “perché” quella particolare immagine ci colpisce. Cubana è un atto d’amore che, per quanto possibile, ho voluto fissare sulla carta per poterlo poi condividere. Spero che, leggendolo e guardandone le fotografie, possiate anche voi sorprendervi e interrogarvi, così come è successo a me. In fondo, l’esperienza continua ogni volta che un nuovo sguardo si posa su queste pagine. 

E dunque, buon viaggio.

 


Sinossi

Cubana è un viaggio visivo ed emozionale attraverso un parte della Grande Isola de Cuba, un racconto fatto di immagini che catturano e esplorano i contrasti vibranti dell’isola: la brillante eterogeneità delle città e dei paesi, i colori intensi e i toni decadenti, le voci e i suoni che animano le strade. Attraverso la lente dell’autore, emergono l’anima dei luoghi e l’intensità delle persone che li abitano, raccontando un equilibrio indissolubile tra Ambiente e Abitanti.

Organizzato in quattro capitoli alternati – due dedicati all’Ambiente e due agli Abitanti – il libro evita una narrazione lineare per immergere il lettore in una visione d’insieme. Ogni scatto è un invito a perdersi nella danza della luce, nei dettagli delle architetture, nei gesti e negli sguardi delle persone incontrate lungo il cammino. È un viaggio senza coordinate precise, dove non importa il “dove” ma il “come” e il “perché” delle emozioni che ogni immagine suscita.

Ogni immagine è un frammento di vita che racconta storie di quotidianità, portando il lettore a riflettere sul valore della diversità e sull’unicità di questa isola enigmatica.

Le fotografie non cercano la perfezione tecnica: sono istantanee di sensazioni, storie e incontri. Stampate su carta usomano da 120 g/m², opaca e materica, appaiono morbide e avvolgenti, con l’inchiostro che si dilata tra i pori della carta restituendo calore, autenticità e intensità.

Più che un libro, Cubana è un ponte tra chi osserva e chi vive, tra chi scatta e chi è ritratto. Un’opera che celebra la musica, la danza e  la cultura cubana, che pervade ogni aspetto della vita quotidiana. È un’ode a Cuba e alla sua gente, una testimonianza visiva che sa emozionare e sorprendere, restituendo la vibrante intensità di un eterno presente.

Cubana

Contributi

All’interno del libro, oltre alle fotografie, saranno presenti due contributi molto diversi tra loro. Da un lato, Danilo Venturi, attuale direttore dello IED di Milano, condivide le sue impressioni e sensazioni dopo aver osservato le immagini, pur non essendo mai stato a Cuba.

È con un misto di ammirazione e immaginazione che mi accingo a tracciare le parole introduttive per questo affascinante libro fotografico su Cuba. Non avendo mai calpestato il suolo cubano, il mio approccio a queste immagini è un viaggio immaginario, un percorso visivo che si dipana attraverso il filtro del mio sguardo e quello dell’autore…

Prefazione

Danilo Venturi, direttore  IED Milano e autore di Brand Persona

Dall’altro, troveremo il racconto della tradizione de Las Parrandas de Remedios, oggi patrimonio immateriale dell’UNESCO, narrato da Erick González Bello, direttore del Museo de las Parrandas, e Juan Carlos Hernández Rodríguez, vice direttore dello stesso museo.

L’aspetto più sorprendente della storia di San Juan de los Remedios è la sua tradizione e il suo radicamento nella piccola Patria, contrassegnata da una difesa dell’unicità all’interno della cultura cubana, che raggiunge una inaspettata coloritura identitaria.

L’essenza della nostra identità è plasmata dalla comprensione del passato…

Las Parrandas de Remedios. Da espressione della comunità locale a Patrimonio Culturale Immateriale  dell’Umanità

Erick González Bello e Juan Carlos Hernández Rodríguez direttore  e vice direttore Museo de las Parrandas

 


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Coppia in un interno

Piano attico di un edificio in una via centrale. Dal terrazzo si può, sorvolando serbatoi d’acqua ed antenne paraboliche, vedere il mare.

Entriamo da una finestra, con lo zoom della telecamera che trapassa i vetri della porta-finestra, e ci introduce in questo interno di un appartamento borghese.

La stanza è elegantemente arredata; tutto è molto sobrio, funzionale.

I quadri alle pareti hanno la propria illuminazione dedicata, alcuni sono olii, altri multipli d’autore, e sono perfettamente accoppiati a cornici di valore.

Su di un divano una coppia.

Una piccola foresta di kentie rende piacevole questa porzione di camera.

Lei legge un libro, ha gli occhiali da presbite leggermente scivolati sul naso, e con la mano libera si attorciglia i capelli.

Le gambe sono raccolte sotto al bacino, alcuni cuscini la sostengono nella comoda posa che si è scelta per andare avanti nella lettura del romanzo, il titolo non lo distinguiamo, ma sicuramente sarà un autore sudamericano. Forse la Allende.

Nella libreria a giorno molti titoli di Isabel Allende.

Lui guarda la televisione, il telecomando appoggiato sulle ginocchia.

Qualche anno fa avrebbe fumato la sua pipa preferita, ma il medico gli ha consigliato di smettere.

E lui ha smesso. Anche con i cocktail Martini, che gli tenevano compagnia davanti alla tivvù.

Ha un quotidiano ripiegato vicino alle gambe, lo ha aperto per controllare il titolo del programma che stanno trasmettendo.

Camera indietro, lentamente l’operatore riporta la scena all’esterno del palazzo, il sole è tramontato, il mare è colore dell’oro fuso, il traffico è impazzito, come sempre.

Lei alza un attimo gli occhi dal libro in cui era precipitata, e chiede “cosa stavi guardando?”

“coppia in un interno” risponde lui.

“ah, e di che parlava?” continua lei con una inflessione della voce che non tradisce nessuna particolare emozione.

“mah, niente di interessante, c’era una coppia in un appartamento borghese, sembrava quasi Palermo; lui guardava la televisione, lei leggeva un libro. Non si sono detti niente tutto il tempo”.

Lui spegne la televisione, lei riprende nella lettura, cambiando posizione alle gambe: un bottone del cuscino che ha sotto smaglia il collant, ma lei non ci fa caso, prima di andare a letto lo butterà nella spazzatura, ne prenderà uno nuovo dalla confezione patinata per l’indomani.

Scorrono i titoli di coda, lui riguarda sul giornale il titolo del film che stava distrattamente osservando.

Spegne la televisione e ricomincia a sfogliare il giornale.

Anch’io spengo la televisione, guardo lei che continua a leggere, non abbiamo nulla da dirci, è normale.

Vorrei dirle hai il collant sfilato, lei forse vorrebbe dirmi quando vai a letto metti il giornale nel sacchetto della carta da riciclare, ma non è il caso di turbare il perfetto equilibrio di questa sala da pranzo.

“quelli in tv sembravamo noi” dico piano.

Lei mi guarda per un istante poi riabbassa gli occhi sulle pagine del volume.

Macchina indietro, il piano di ripresa diventa panoramico, ora sorvolando le antenne paraboliche ed i serbatoi d’acqua si allarga fino a comprendere il mare, nel quale si specchia la luna, gialla da aura di scirocco, il traffico è scarso, anche stanotte nulla di nuovo sotto la luce del satellite.

Palermo, 15 dicembre 2002.

Questo racconto è tratto dal libro di Antonio Musotto intitolato Todo Mundo II, Storie umane e non, Qanat Edizioni, 2018


Immagine di copertina © Antonio Musotto




Gli stati della fotografia: solido, liquido, gassoso.

Ho un punto di vista chimico-fisico sulla fotografia, sarà colpa del mio essere farmacista?

La fotografia nasce solida: solida come le lastre di vetro e le grandi macchine che servivano a scattare fotografie nelle quali la luce e il lampo del magnesio fermavano gruppi familiari riuniti intorno al padre e alla madre, soldatini in atteggiamento marziale, uomini e donne spaesati nel momento di fare i documenti per emigrare. E queste fotografie si stampavano, adoperando supporti e prodotti che hanno consentito alla maggior parte di quelle stampe di resistere al tempo e alla vita dei protagonisti ritratti, arrivando ai nostri giorni e ai nostri muri. Le foto del nonno morto un secolo fa, in quella posa così gentile passeranno, quando io non ci sarò più, sulle pareti di altre case: speriamo non sia un rigattiere a ricollocarle.

La fotografia è stata solida come
le reflex degli anni Sessanta, di vero e pesante metallo che hanno documentato
le rivoluzioni e molte guerre, solida come le certezze dei rivoluzionari
immortalati dai reporter, solida come le reflex giapponesi che hanno resistito
ai miei maltrattamenti di rustico ventenne.

E da queste macchine, alimentate da rullini che concedevano la moderata creatività di 36 pose al massimo, sono usciti negativi solidi, stampati su carte fotografiche belle ma poco resistenti, paradossalmente, alla luce.

“La  fotografia solida ritrae il nonno diciassettenne alle armi, nel 1919. Nonostante siano passati cento anni, ancora si conserva“.
Antonio Musotto

Poi, appaiono le prime macchine digitali e la fotografia diventa liquida: liquida, come la possibilità di scambiare velocemente i file di pochi megabyte e trasportarli su pendrive o dischetti, diventa liquida perché è spesso lasciata ad invecchiare sugli hard disk e riscoperta dopo anni con quel sapore di vino vecchio, non sempre buono, diventa liquida perché spesso, come quando si tira involontariamente il tappo della vasca, i file contenuti nelle schede di memoria vengono cancellati senza lasciare traccia, per essere rimpiazzati da altri file. Ricordo quando acquistai la mia prima fotocamera digitale, poco più di un giocattolo, con un piccolo sensore di soli 3 megabyte: mio figlio la maneggiò per qualche istante poi mi chiese “papà, dove si mette il rullino?”, e, quando risposi che non serviva il rullino,  sentenziò “allora non serve a niente, è finta!” Non era troppo lontano dalla realtà.

“La fotografia liquida è quella scattata a Cefalù per caso, con una rudimentale Panasonic Fz27 da appena 6 megapixel” © Antonio Musotto

Infine la fotografia diventa gassosa perché il supporto che la trasporta, lo smartphone o il social, sono effimeri e precari, e basta che il supporto si guasti o venga smarrito per fare evaporare i byte, e farli perdere per sempre: come quando Ulisse (fu lui?) aprì gli otri di Eolo e i venti si dispersero. La fotografia gassosa è come il profumo, anche il più intenso dopo un po’ perde il senso, e si dimentica. Ha un pregio, quello di costringere all’oblio digitale milioni di scatti insulsi, di foto di brutte feste, brutte cene, insulsi incontri. La fotografia gassosa costringe a complicate operazioni per essere trasportata da un telefono all’altro e spesso, al momento di avviare il nuovo smartphone così lucido e levigato, si decide che quelle immagini avevano senso solo nel momento in cui si possedeva il device con il quale furono scattate, e allora si eliminano, per sempre.

La fotografia gassosa porta con sé la perniciosa e contagiosa patologia del selfie: il selfista cronico è un essere senza identità, che affida al selfie quotidiano la certificazione del suo essere in vita, e la affida ai social affinché altri sappiano che lui – anche se non ha alcun valore – esiste. Forse, altrimenti è come un gas, inodore, incolore e insapore che si dissolve nell’istante stesso in cui viene realizzato.

” La fotografia gassosa è un selfie con Tommi, che se non avessi attivato il salvataggio delle foto dal telefono sul cloud sarebbe andata perduta alla sostituzione del melafonino che la scattò due anni fa ”
© Antonio Musotto

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright, le altre sono coperte dal diritto d’autore © Antonio Musotto




L’INVASIONE DI PRAGA di JOSEF KOUDELKA apre a PALERMO.

Koudelka’s “Invasion 68 Prague” Opens in Palermo, così titola Magnum Photos!

Centro Internazionale di Fotografia di Letizia Battaglia ©MjZ

La mostra, inaugurata il 27/10/2018, sarà visibile fino al 31/01/2019 al Centro Internazionale di Fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia, presso il Padiglione 18 dei Cantieri Culturali della Zisa.

Noi di Diatomea non potevamo perdere questo evento, che fa parte del circuito “Palermo Capitale italiana della Cultura”, l’abbiamo goduto nel silenzio di un’assolata giornata feriale di novembre, con la sorpresa di incontrare proprio lei, Letizia Battaglia, che, molto gentilmente, ci ha anche concesso in esclusiva un piccolo “cameo” che siamo ben felici di condividere con voi!

Come spiega molto bene Irena Šorfova, in un pannello all’ingresso della impressionante mostra in esposizione, il giorno prima dell’invasione degli eserciti del patto di Varsavia in Cecoslovacchia, nell’agosto del 1968, il fotografo trentenne Josef Koudelka (oggi ottantenne), arrivò a Praga direttamente dalla Romania, dove, su invito dell’agenzia Magnum, stava documentando la vita degli zingari, tema sul quale lavorava intensamente già da qualche anno, dopo aver abbandonato la carriera di ingegnere aeronautico.

Racconta Koudelka: «Il telefono squilla alle quattro del mattino; rispondo; un’amica grida: “Sono arrivati i russi”. Penso ad uno scherzo e abbasso. Suona una seconda volta, non ci credo e riattacco di nuovo. Alla terza telefonata la voce urla: “Apri la finestra e ascolta”. Mi alzo, metto la testa fuori per due minuti e sento il rumore degli aerei militari. Capisco che sta succedendo qualcosa. Mi vesto in fretta, prendo la macchina fotografica e tutte le pellicole che mi sono rimaste, ero tornato il giorno prima dalla Romania dov’ero stato a fotografare gli zingari. Scendo in strada, comincia appena ad albeggiare, istintivamente mi dirigo verso la sede della radio, a meno di un quarto d’ora da casa. I russi erano andati alla radio anche nel 1945. Ma allora erano venuti per liberarci».

Nonostante non si fosse mai occupato di reportage, le sue immagini, scattate durante quei sette giorni drammatici di agosto, fanno parte oggi dei classici della fotografia di reportage del dopoguerra.

Grazie ad Anna Fárová, storica della fotografia, ed Eugen Ostroff, curatore del Smithsonian Institute, si riuscirono a far entrare negli Stati Uniti una selezione di queste fotografie. Ostroff mostrò gli scatti ad Elliott Erwitt, fotografo e allora presidente dell’agenzia Magnum Photos. Il reportage di Koudelka fu poi pubblicato dall’agenzia Magnum nel primo anniversario dell’invasione, su molte riviste internazionali, senza che fosse riportato il nome del fotografo. Nello sforzo di proteggere Koudelka e la sua famiglia, queste fotografie furono attribuite dall’agenzia a un “fotografo sconosciuto”. Nello stesso anno Koudelka ricevette un premio, quello dell’Overseas Press Club, che conferì al “fotografo ceco anonimo” la medaglia d’oro “Robert Capa”. Temendo che la paternità delle fotografie potesse essere scoperta facilmente dalla polizia cecoslovacca, Koudelka non tornò più a casa dal suo viaggio in Europa occidentale.

Nel 1984 tenne la sua prima grande mostra alla Hayward Gallery di Londra. In quel periodo, dopo la morte del padre, non sussistendo più alcun rischio per la sua famiglia, Koudelka, per la prima volta, ammise pubblicamente la paternità di queste foto, che furono esposte a Londra, nella Hayward Gallery e pubblicate successivamente anche dal Centre National de la Photographie di Parigi.

Solo nel 1990 queste foto furono pubblicate per la prima vola in Cecoslovacchia, dopo 22 anni, nel supplemento della rivista Respect.

L’invasione dell’agosto 1968 è stata documentata da molti fotografi cechi e stranieri. A nessuno di loro è riuscito però di catturare gli avvenimenti con tale intensità e completezza. In tutti i luoghi in cui qualcosa avvenne, Koudelka c’era.  Ceco di origine, francese naturalizzato, in una frase che forse riassume il senso di tutta la sua produzione fotografica, afferma che “Pour essere photographe, il faut être nomade” (“per essere fotografo, bisogna essere nomade”).  Koudelka abita il momento dello scatto, lo arreda dei sentimenti dei personaggi che inquadra, costruisce geografie emotive attraverso specifiche gerarchie compositive, le inquadrature diventano affreschi del tempo e dello spazio che vive, sia che descrivano i carri armati nelle strade, sia che riprendano la rabbia di tanti che cercano di fermare la violenza anche solo con il proprio corpo, il pianto o la disperazione.

Le sue immagini in bianco e nero, i cui soggetti sono spesso sfumati, travolti dagli eventi che li circondano, sono immagini che lasciano intuire la lucidità emotiva ma anche la grande umanità di Koudelka. Così racconta: “Mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese, il mio problema”.

Con gli occhi di chi era già esule nella propria patria Koudelka ha scritto una delle pagine più emozionanti della storia della fotografia. Ma questa condizione, per molti schiacciante e alienante, gli ha permesso di essere il fotografo meraviglioso che è, perché come lui stesso afferma, “l’esilio ti fa due regali: il primo è che ti costringe a costruirti una nuova vita e ti dà la possibilità di farlo in un ambiente nuovo dove nessuno ti conosce e ha pregiudizi su di te; il secondo è che, quando torni a vedere il tuo Paese, lo fai con occhi diversi. Nel 1991 a Praga è stato formidabile: ogni mattina mi svegliavo prestissimo e cominciavo a camminare per guardare più cose possibili. Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco».


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