Augusto De Luca fotografa Pietra Montecorvino

In realtà il vero nome di Pietra Montecorvino è Barbara D’Alessandro e io la conobbi subito dopo il grande successo avuto con il film di Renzo Arbore “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”.
Allora abitava al Vomero Alto, proprio di fronte casa mia.
Appena la incontrai le scattai alcune polaroid che ho cercato, ma purtroppo non ho trovato; successivamente non ci siamo più incrociati, perché sposò Eugenio Bennato e si trasferì.
Solo qualche anno fa decisi di ritrarla e la contattai tramite Facebook. Andai a casa sua, sulla salita adiacente alla chiesa di Santa Maria di Piedigrotta e, quando entrai, mi salutò affettuosamente e ricordammo insieme i vecchi tempi.
Ha un’abitazione molto particolare, calda ed accogliente, piena di oggetti originali, aperta a tutti gli amici che continuamente la vanno a trovare, con un terrazzino che ha una splendida veduta sul Vesuvio, dove spesso prende il sole.
Pietra sprizza napoletanità da ogni poro della pelle; è una donna verace, autentica, simpatica e avvolgente. Non potrebbe che essere nata a Napoli.
Nel frattempo, si era fatta ora di pranzo e mi invitò a mangiare qualcosa insieme. Dopo l’immancabile caffè e una sigaretta, cominciai a fotografarla.
Scattai molte foto, lei sa muoversi e sa recitare molto bene davanti ad un obiettivo. Scelsi questa fotografia, con alle spalle un bellissimo dipinto realizzato dal figlio Fulvio Bennato, artista e musicista poliedrico, perché nell’immagine traspare tutta la sua natura di ‘female rock singer’ dalla voce graffiante, versione partenopea.
Quando terminai le riprese mi chiese di andarla ancora a trovare, cosa che farò appena possibile, e porterò con me la mia inseparabile Leica; infatti, desidero realizzarle ancora tanti scatti.
Mi diverte molto fotografarla perché, di fronte all’obiettivo, è spigliata e, qualche volta, anche sfrontata, come nella vita.
Sicuramente Pietra è proprio un bel personaggio ed anche un’amica.

 

Pietra Montecorvino – foto di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Renato Carosone

Quel giorno avevo un appuntamento con un mito, un’icona della musica italiana.
Le canzoni di Renato Carosone facevano parte della mia storia; avevano accompagnato e rallegrato la mia infanzia, la mia adolescenza, fino a diventare in età adulta indelebili mantra che canticchiavo inconsapevolmente mentre ero indaffarato tra una faccenda e un’altra.
Ricordo che mentre mi recavo a casa sua, a Roma in un quartiere nei pressi di Corso Francia, mi sembrava di andare da un conoscente, da un amico, da un un parente: uno che conoscevo da molto tempo. Con la televisione Carosone era entrato tante di quelle volte in casa mia che ormai mi era familiare. Era una di quelle persone che inevitabilmente avevo imparato ad amare, proprio come il grande Totò.
Mi venne ad aprire e mi fece subito accomodare in un grande salone dove campeggiava un bellissimo pianoforte nero, a coda lunga: una vera meraviglia. Poi per rompere il ghiaccio sorridendo con un’espressione di sfottò mi disse:

“Tu ti chiami Augusto…ma sei romano?”

Ed io risposi stando al suo gioco:

“No maestro, non ho rapporti di parentela con Cesare. Sono napoletano verace”

Allora lui sorridendo mi diede una pacca sulla spalla e citando le
parole di una sua famosissima canzone replicò:

“Sient’ a mme, nun ce sta niente ‘a fa’
Ok, napulitan”

Ci sedemmo, mi offri l’immancabile caffè e cominciò a raccontarmi del suo inizio, degli anni passati a suonare in Africa, delle sue
frequentazioni nella Galleria Umberto I di Napoli, luogo di incontro di tanti artisti. Disse che le cose importanti, quelle che contano,
sono la semplicità e la modestia e che il pubblico si accorge dalla luce degli occhi se un artista é modesto.
Poi si mise al piano e cominciò a suonare. Carosone stava suonando per me. Io avevo tra le mani la fotocamera ma l’abbassai e cominciai ad
ascoltarlo come in trance, mentre lui con un sorriso indelebile stampato sul viso, mi guardava fisso negli occhi.
Dopo qualche brano mi portò in una stanza adiacente piena di quadri.
Erano tutti suoi lavori pittorici: di matrice cubista. Fui molto sorpreso perché non conoscevo questo suo lato creativo e perché non
erano opere dilettantesche ma di una fattura, di una bellezza e raffinatezza rara.
Lui me le mostrò una alla volta, raccontandomi con grande passione ed entusiasmo la loro storia.
Quella mattina avevo vissuto talmente tante emozioni che sinceramente fu una delle poche volte che gli scatti realizzati passarono in
secondo piano.
In macchina mentre tornavo a casa, pensai che era proprio vero:
Carosone aveva una luce negli occhi che esprimeva modestia…era quella la sua grandezza.

 

 
Renato Carosono – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Armando De Stefano

Il 16 marzo 2021 ci ha lasciati il Maestro Armando De Stefano, classe 1926. Di lui mi rimane un bellissimo ricordo.
Da ragazzino, ogni volta che andavo a trovare mio zio Peppino, restavo incantato dalla bellezza realistica di un grande quadro tondo appeso dietro la scrivania del suo studio. L’opera ritraeva un personaggio dallo sguardo severo, con un mantello rosso scuro e in testa una feluca con una coccarda.
Non sapevo chi fosse l’autore, né cosa rappresentasse, ma la sua bellezza classica, ipnotica, rimandava sicuramente a capolavori antichi di altra epoca. Con il tempo scoprii che era un lavoro sulla Rivoluzione partenopea del 1799 di Armando De Stefano.
Questo straordinario artista napoletano ha realizzato dipinti su grandi temi, dall’Inquisizione a Masaniello. Allievo del grande Emilio Notte, ha insegnato per quarant’anni all’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Artista figurativo, ha creato nel 1947, con altri colleghi il Gruppo Sud, poi ha fatto parte del movimento realista italiano con Guttuso, Zigaina, Vespignani, Francese, Attardi.
Qualche anno fa, ricordando quella tela che avevo sempre amato, che per me aveva un valore affettivo, decisi di fotografare colui che, a tutti gli effetti, era l’icona vivente della pittura napoletana.
Lo contattai ed andai a casa sua, in un antico palazzo vicino al Museo Archeologico Nazionale. Già dall’ingresso mi accorsi dell’incanto dell’abitazione: i soffitti erano altissimi, le stanze enormi e pieni di arredi e opere preziose. La casa perfetta per un’amante dell’Arte.
De Stefano mi condusse in fondo, nell’ultima camera, che era piena dei suoi capolavori. Erano talmente tanti da ostruire il passaggio.
Per me che dovevo fotografarlo, tutto quel materiale rappresentava uno straordinario set, uno sfondo surreale per il suo ritratto.
Mi guardai intorno, presi il calco in gesso di una testa e lo misi in primo piano, poi feci lo feci accomodare di profilo, utilizzando, come sfondo, uno dei sui splendidi dipinti e scattai.
Tre soggetti si univano e si intrecciavano in un’unica foto, sottolineando ed evidenziando, con grande intensità, i loro contorni ed i loro profili unici.

 

Armando De Stefano – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Angela Luce

Era la fine degli anni ’80 quando andai a casa di Angela Luce, in una splendida abitazione superpanoramica nei pressi di via Orazio a Napoli.
L’avevo sempre stimata, come donna, per la sua bellezza, e come attrice e cantante, per la sua bravura. Carismatica e sensuale tanto da aver posato come modella per due opere del pittore Aligi Sassu, una delle quali intitolata proprio ‘Angela’.
L’avevo ammirata nei film con Eduardo, Mastroianni, Gassman, De Sica, Tognazzi, Sordi, Totò e tanti altri Mostri della settima Arte, mentre alternava, in modo sublime, recitazione al canto.
Amavo la sua femminilità e il suo carattere forte che veniva fuori quando era in scena. Insomma, ero particolarmente emozionato all’idea di incontrare un’artista unica, la cui carriera, seppur costellata di tappe di straordinario prestigio, viene troppo spesso dimenticata.
Bussai alla sua porta e mi venne ad aprire con un sincero e luminoso sorriso sul viso. Nonostante non fosse più una ragazzina, quei suoi grandi occhi neri emanavano una luce che catturava come una calamita; aveva una grazia e un fascino irresistibile.
Mi presentai con un mazzo di rose rosse e lei immediatamente corse dentro, prese un vaso e, con delicatezza, come se accarezzasse ogni bocciolo, ve lo adagiò.
Nel salone c’era un pianoforte a mezza coda su cui poggiavano decine di targhe e premi che erano anche disseminati in tutta la stanza, tanto da coprire addirittura una parte del pavimento.
Ci accomodammo sul divano e facemmo quattro chiacchiere, sorseggiando dell’ottimo caffè che ebbe lei stessa la premura di prepararmi.
Si aprì molto con me, cosa che apprezzai particolarmente, raccontandomi anche alcuni dettagli della sua vita privata; uno, in particolare, mi colpì moltissimo:
Come donna ho perso, come artista ho vinto.
Angela non si è mai sposata e non ha avuto figli. Affermò che la solitudine era la sua compagna quotidiana, ma che se si è in pace con sé stessi si sta bene anche da soli.
Allora la presi per mano e, per fotografarla, la portai vicino ai fiori che le avevo donato. Le chiesi anche di prendere un ventaglio e scattai, facendo in modo che il suo viso fosse proprio incorniciato dalle rose e dal quell’intramontabile oggetto di seduzione femminile.
Vicino alla porta d’ingresso, prima di andarmene, Angela mi regalò alcuni suoi dischi autografati e mi ringraziò di averle dedicato il mio tempo.
Mentre tornavo in auto a casa, pensai di aver conosciuto senza dubbio una gran donna, vera e coraggiosa. Verace eppure delicatissima. Straordinaria!

 

 





Augusto De Luca fotografa Giuseppe Patroni Griffi

Andai in tarda mattinata a casa di Giuseppe Patroni Griffi che non era solito alzarsi prima delle undici. Abitava in un antico palazzo di via Margutta, accanto a piazza di Spagna a Roma.
Mentre salivo le scale, sapevo che avrei avuto di fronte un monumento nazionale. Scrittore, commediografo, regista teatrale e cinematografico era sicuramente un uomo poliedrico e geniale.

Mi venne ad aprire una signora, la sorella Wanda, che abitava proprio nell’appartamento accanto, che mi disse che il fratello sarebbe arrivato di lì a qualche minuto e, nel frattempo, mi portò un caffè e qualche biscottino.

Dopo un quarto d’ora abbondante entrò Patroni Griffi.

Era molto elegante e aveva un ottimo profumo che si diffuse in tutto il salone. Immediatamente si rivolse a me in modo confidenziale e, nonostante vivesse a Roma ormai da molti anni, il suo accento era assolutamente napoletano.

Mi chiese subito se volessi del cioccolato. Mi spiegò che era la sua droga e ne aveva di tutti i tipi.

Poi ci sedemmo e mi raccontò di quando da ragazzo frequentava il Liceo Umberto a Napoli insieme ai suoi amici cari come Antonio Girelli, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano ed altri. Amici che, nel tempo, erano stati il suo investimento.

Credeva che fosse un sentimento forte come l’amore e che quest’ultimo, comunque, potesse trasformarsi in amicizia. Mi disse anche che aveva amici con cui si incontrava tutte le sere.

Tra un discorso e un altro mi richiese se volessi del cioccolato e, alla mia risposta negativa, si alzò e andò ugualmente a prenderne per sé.

Finalmente mi misi al lavoro e feci molti scatti in cui era sempre presente una sigaretta, quasi fosse un prolungamento della sua mano. Appena ne finiva una, immediatamente ne accendeva un’altra.

Per fortuna io sono un fumatore e l’odore di fumo che si mescolava al suo profumo invadendo la stanza non mi dava alcun fastidio; in verità ne approfittai fumando anch’io.

Realizzai una prima foto in polaroid manipolata che poi pubblicai nel mio libro ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, edito da Electa Napoli nel 1995, sfruttando proprio questa sua ulteriore esperienza sensoriale dopo il cioccolato. Misi infatti in relazione la sua sigaretta con quella che aveva in mano la signora del manifesto anni ’30 alle sue spalle.

Poi feci alcuni ritratti in bianco e nero, concentrandomi maggiormente sul suo viso e sulla sua espressione.

Dopo un’oretta, accompagnandomi alla porta, mi domandò:

“Ma sei sicuro che non ti vuoi portare un po’ di cioccolato?”

Io gli risposi:

“Giuseppe, la prossima volta ti porto io da Napoli un magnifico pezzo di cioccolato foresta della Gay-Odin”.

Lui annuì, facendomi un grande sorriso, mentre gli occhi gli brillarono…

 

Giuseppe Patroni Griffi – foto di Augusto De Luca
Giuseppe Patroni Griffi – polaroid Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Tony Cercola

Se c’è un elemento che accomuna tutti i napoletani ed è contenuto nel loro DNA è la musica; in Tony Cercola, nome d’arte di Antonio Esposito scelto in omaggio alla cittadina alle falde del Vesuvio in cui ha vissuto da bambino e da cui ha assorbito vibrazioni, fermenti popolari ed energia vulcanica, questa caratteristica si manifesta all’ennesima potenza.
Ha l’innata capacità di far diventare strumento ritmico ogni oggetto; infatti, spesso, nei suoi dischi utilizza delle semplici “buatte” di diverse grandezze, tamburi artigianali “poveri” a percussione, ideati anche da lui stesso con scatole di vario genere, riuscendo a produrre con esse dei suoni straordinari.

È un ottimo compositore e un geniale percussionista, o meglio, un “percussautore”, come ama definirsi, termine coniato con l’amico Sandro Petrone, che sugella la sua originalità musicale, frutto di un’incessante ricerca e concentrato di ardore e curiosità e che rende riconoscibile ovunque il suo “lumumbese”, il linguaggio nuovo che è stato in grado di creare.
Nato artisticamente negli anni Settanta nell’ambito del celebre Neapolitan Power, caratterizzata dal sapiente equilibrio di tradizione e innovazione musicale, splendida celebrazione di un miscuglio di elementi musicali solo all’apparenza inconciliabili, spazia dalla cultura etnico-mediterraneo a quella di altri continenti, influenzato dalle sonorità balcaniche, cubane, africane e argentine.
Di certo il suo intenso legame con la cantante argentina Rosarillo, sua compagna nella vita, con cui si esibisce con una certa frequenza anche all’estero, gli permette di inebriarsi di influssi esotici che, inevitabilmente, riflette nelle sue composizioni.

Nel corso della sua prolifica carriera ha lavorato con artisti importanti come Pino Daniele, Edoardo Bennato, Tullio De Piscopo, Don Cherry, Brian Ferry, Roberto Murolo, Mia Martini, Eduardo De Crescenzo, Enzo Gragnaniello, con cui è intervenuto in fortunati programmi televisivi come ‘L’altra domenica’ di Renzo Arbore, o contattato da altri grandi nomi per partecipare a Jam Session o supportare nei dischi e CD le loro basi ritmiche, riempiendo palasport e stadi. Insomma, il suo è un vero carisma riconosciuto da tutti.
Tra l’altro è una persona estremamente cordiale e simpatica, conversatore brillante che regala aneddoti simpaticissimi.
Quella mattina ci incontrammo al Vomero e mi portò a casa di un suo allievo per farsi ritrarre da me. Mi raccontò tanti aneddoti e i nuovi progetti che da lì a breve avrebbe realizzato.
Quando Tony inizia a parlare è irrefrenabile, è un fiume in piena e racconta con una passione e con un entusiasmo non comuni: fui io ad interromperlo, seppur a malincuore, anche se lo avrei ascoltato per ore, ma il tempo passava e ancora non avevo neanche trovato il mio punto di ripresa.
In quella casa di Napoli, a via Kerbaker, c’erano molti strumenti a percussione e, dopo averne individuato uno con due tamburi, pensai di fotografarlo in un cantuccio di una stanza, in modo che le ombre delle sue braccia proiettassero sui muri di quell’angolo due tracce, formando due ali che mi ricordavano la velocità e il movimento delle sue mani che, ritmicamente, percuotevano lo strumento. Quando suona, Tony vola sulle sue percussioni. Da vedere oltre che da ascoltare!
Scattai e subito capii che avevo il ritratto giusto: quella composizione mi soddisfaceva e rispecchiava le mie aspettative. Eppure, realizzai ancora molte altre foto con sfondi e strumenti diversi che forse un giorno pubblicherò.
A Tony questo scatto è piaciuto talmente che lo utilizza in diverse occasioni, lo ha addirittura pubblicato come copertina di un suo CD e di un suo libro, ‘Per chi suona la buatta – Storia di un percussautore’, scritto insieme ad Antonio G. D’Errico, e questo non può che riempirmi di gioia e soddisfazione.
Non c’è cosa più bella e gratificante di constatare che un tuo lavoro viene apprezzato e valorizzato.

 

Tony Cercola – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo




Augusto De Luca fotografa Concetta Barra

Artista per caso, grande attrice e cantante, interprete straordinaria della cultura napoletana, fu Roberto De Simone, che lavorava con il figlio Peppe Barra, a chiedere a Concetta Barra di intraprendere la carriera teatrale.?Viveva con il figlio all’ultimo piano di un palazzo antico in una stradina prima del Museo Archeologico Nazionale.
Io e il mio assistente andammo a prenderla con l’auto; volevo fotografarla in esterno, con qualche scorcio della città. Era troppo partenopea per immaginarla con uno sfondo diverso.
Appena salì a bordo cominciarono le sue straordinarie battute in napoletano. Eravamo in preda ad una continua crisi di riso. Non riuscivo più a guidare.
Ogni parola, ogni argomento provocava in Concetta un’immediata reazione verbale, una pronta ed intelligente freddura che, accompagnata alla sua mimica facciale, diventava irresistibile. Sembrava quasi che avesse dentro di sé un copione naturale da cui attingeva inesauribili gag argute e spiritose. Un vulcano in eruzione, un’esplosione di allegria compiaciuta.
Si divertiva molto a divertire e noi eravamo felici di assistere, anzi, di essere coprotagonisti in quello spettacolo di varietà del tutto improvvisato.
Ad un tratto ci disse:
“Sono napoletana e sarei stata napoletana anche se fossi nata a Milano… sono sicura che in quel caso avrei inventato ‘o panettone ca’ pummarola ‘ncoppa”.
Girammo ancora un po’ e arrivati a Mergellina cominciammo a passeggiare sul lungomare. Era una stupenda giornata di sole e io, guardandomi attorno, decisi di fotografarla insieme al Vesuvio che, appena accennato, doveva fare capolino in fondo all’immagine, per sottolineare che Concetta era Napoli e che Napoli era Concetta.
Come nella scenografia di un teatro vuoto, di un palcoscenico, di una quinta teatrale dove il protagonista è il suo viso incorniciato da un meraviglioso scialle arabeggiante e il Vesuvio il suo unico partner con cui duettare… insomma, l’apologia, l’esaltazione della napoletanità nella sua essenza più vera.

 

Concetta Barra – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa il Colore

Questa serie fotografica che io chiamo ‘Colore’ è stata realizzata dalla metà degli anni ’70 agli ’80.
In quel periodo a Napoli si faceva prevalentemente fotografia di reportage in bianco e nero, quindi il mio colore spiazzava, incuriosiva e sovvertiva il normale utilizzo del mezzo fotografico.

Di esso fu molto colpito Giuseppe Alario, direttore della Kodak per il centro-sud, che, facendomi letteralmente bruciare le tappe, mi catapultò nell’ambiente della fotografia italiana.

Era un periodo di pura ricerca. L’ambiente culturale napoletano e italiano erano straordinariamente vivaci. Chiaramente queste immagini a colori sono state realizzate con macchine fotografiche analogiche; all’epoca scattavo con una Contax 35mm.
Negli anni 80 c’erano le pellicole ed io utilizzavo diapositive Kodak Ektachrome 64 ASA che i laboratori sviluppavano in un’ora. L’uso di obiettivi Carl Zeiss poi favoriva sicuramente la saturazione, la forza e la qualità dei colori.
Per ottenere queste immagini adoperavo due tecniche: la doppia esposizione sullo stesso fotogramma ed il sandwich.

Con la doppia esposizione, prima riprendevo soli al tramonto e lune con filtri rossi, sottoesponendo lo scatto in modo da avere la restante parte della pellicola ancora vergine e, successivamente, con un secondo scatto, sulla parte vergine dello stesso fotogramma, inserivo una struttura ed elementi architettonici che non solo facessero da sfondo, ma anche da contrappunto a quelle forme rotonde, soli e lune.
Il risultato finale era un’immagine sicuramente veritiera, che però generava uno spaesamento grazie alla sua atmosfera metafisica.

Con il sandwich, invece, la scelta creativa era successiva allo scatto. Infatti, prendevo due diapositive già sviluppate e sovrapponevo le immagini scegliendo l’accoppiamento che più mi soddisfaceva, poi rifotografavo il tutto e ottenevo, così, una sola immagine, che era il risultato di due sovrapposte.
Due tecniche “preistoriche” se rapportate all’attuale Photoshop, ma ancora oggi di grande impatto visivo.
Nelle mie immagini la poetica deve essere imbrigliata dalla geometria.?La grammatica dà senso all’immagine e la rende fruibile e leggibile. Senza metrica non c’è né forma né poesia. Senza pentagramma non si può scrivere la partitura.
L’input emotivo nasce dallo scontro tra materia viva e morta: il sole e la luna si contrappongono alle linee rette e dure dei muri. La sinuosità si scontra con lo schematico angolo retto: è questo il punto focale di tali immagini, che traggono la loro forza evocativa proprio dallo scontro tra realtà antitetiche e dal contrasto materico e cromatico.
Però, con il passare degli anni e con il passaggio dal colore al bianco e nero, forse sono diventato un purista della fotografia, che, con un solo scatto, esaurisce pienamente ed interamente il processo creativo.

 
 
 
 
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Fabio Donato

Quando ho iniziato a cimentarmi con la fotografia, Fabio Donato era già uno dei fotografi più noti di Napoli, capace di intuire, con estrema lungimiranza, quei cambiamenti in ambito artistico e teatrale che si sarebbero puntualmente verificati e che, dagli anni Sessanta, hanno modificato l’angolo di osservazione di chiunque si accosti alla Bellezza con sacro rispetto e venerazione.
Lo incontravo a tutte le mostre e in ogni evento culturale, era sempre presente e attivo, documentando la storia culturale della nostra città. Aveva una folta chioma alla Jimi Hendrix e sempre al collo la sua fedele macchina fotografica.
Fabio è un fotografo poliedrico, perché il suo lavoro spazia dal reportage al ritratto e alla ricerca concettuale; sicuramente è tra quelli che hanno influenzato maggiormente le nuove generazioni di fotografi partenopei. Riservato e riflessivo è molto misurato e un uomo di poche parole.
La sua maestria a penetrare il pensiero altrui, le intenzioni stesse dei protagonisti dei suoi scatti, il tentativo di trasformare i linguaggi e, con essi, mostrare la complessità del sociale, presuppone una naturale propensione all’interpretazione dei pezzi di realtà sui quali decide di soffermarsi che rende poi, in modo sublime, tramite la sua coinvolgente abilità nella comunicazione visiva, che diviene, appunto, racconto.
Ricordo che anni fa mentre sfogliavo una rivista, rimasi colpito da un ritratto di Eduardo De Filippo che aveva uno sfondo nero ed era seduto di profilo appoggiando il suo mento sulle mani sovrapposte sorrette da un bastone; era straordinario e pensai che fosse la più bella immagine del grande Artista che avessi mai visto, che, ovviamente, era stata realizzata proprio da Fabio.
Un giorno lo incontrai e, dopo aver elogiato quello splendido capolavoro, si offrì di regalarmi quella foto; ancora non sono andato da lui a prenderla, ma di certo non me ne dimenticherò e gli telefonerò presto.
Quando gli dissi che mi sarebbe piaciuto fotografarlo, Fabio ne fu entusiasta e prendemmo subito un appuntamento all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove lui insegna fotografia ormai da diversi anni.
Quel giorno andai un po’ prima all’incontro e girai in lungo e largo tutto l’edificio, cercando un’inquadratura o qualche scorcio che suscitasse particolarmente il mio interesse per lo sfondo del ritratto che avrei dovuto fare.
Proprio nel chiostro, da una porticina laterale aperta, notai, all’interno, una grande quantità di statue in gesso di varia grandezza; il mio interesse fu subito catturato e, all’istante, capii che avevo trovato l’ambientazione adatta.
Dopo poco incontrai Fabio e lo portai in quella stanza, facemmo qualche prova di inquadratura e, alla fine, scelsi una grande testa bianca; posizionai anche una luce riflessa su di un pannello, per avere una luce più diffusa, perché l’ambiente era buio. Furono diversi gli scatti, tutti buoni e soddisfacenti.
Sia il posto che il personaggio erano molto interessanti, per cui risultò facile per me lavorare in tale situazione.
Quando tornai a casa, infatti, controllando al computer i file, ero indeciso su quale immagine scegliere anche se poi optai per quella che mi aveva colpito per prima.
Devo ammettere che, solitamente, è sempre il primo scatto quello che poi risulta essere il più efficace e, anche in quell’occasione, fu confermata questa vecchia consuetudine.

Fabio Donato – foto di Augusto De Luca