La lavastoviglie, le musicassette e la Luna.
Era successo tutto un anno prima: l’ultima sorella di mamma che era ancora convenientemente signorina era stata sedotta da un signore più grande di lei e avevano deciso rapidamente di sposarsi. Lo zio lavorava nell’ambito editoriale, e dovettero andare a vivere a Genova.
Nel 1969 era nato un cuginetto, e la famiglia M. si organizzò per andare a conoscerlo, imbarcammo la Fiat 1100 stracarica di bagagli sul traghetto -Canguro Rosso si chiamava se non ricordo male – e andammo a Genova.
Il cuginetto tuttavia era poco più di un neonato, e a noi parve semplicemente inutile; in più Genova è una città con le strade in salita, e il pallone Super Tele numero 5 che gli zii ci avevano fatto trovare scomparve velocemente a velocità supersonica non appena provammo a fare due tiri sul marciapiede.
Papà si adattò rapidamente alla piccola casa della zia, scoprì che la poltrona in cucina, accostata alla lavastoviglie, gli consentiva la solita e irrinunciabile pennica postprandiale, e restò entusiasta del pulsare ritmico e ipnotico che l’elettrodomestico produceva – concilia il sonno – asseriva convintamente.
La zia allattava, la mamma la aiutava, lo zio lavorava, papà andava in giro e noi ci rompevamo terribilmente le scatole, il quartiere non offriva nessuna attrattiva.
Un giorno papà – stremato dalle nostre richieste – ci portò a fare un giro nei quartieri dell’angiporto, ricchi di mercanzie di ogni genere, comprese sigarette di contrabbando e musicassette duplicate illegalmente: io volevo una cassetta di Lucio Battisti, e papà ne contrattò l’acquisto con un falsario napoletano, per la mirabolante cifra di mille lire.
Tornammo a casa ma restai deluso: la musica che si sprigionava dal radioregistratore Philips dello zio non era quella di Battisti, ma di un cantantucolo che bramiva melodie amorose insopportabili: mio padre ridacchiando mi propose di tenerla -tanto l’abbiamo pagata – ma io misi su un muso grigio che lo costrinse a tornare nei carruggi, trovare lo spacciatore di cassette false, costringerlo a provare la nuova cassetta e finalmente tornarcene con quella giusta (acqua azzurra acqua chiara e balla Linda divennero dei tormentoni in quella casa di via Annibale Passaggi).
Assistevamo tutti insieme ai telegiornali – allora sovieticamente a canale unico e in un sobrio bianco e nero – e scoprii che dopo qualche sera la Rai avrebbe trasmesso da Cape Canaveral (o era Cape Kennedy?) la diretta dell’allunaggio degli astronauti della missione Apollo 11. Ero già esperto -tramite la lettura di Topolino – sulle precedenti missioni che avevano portato astronauti in orbita, e non volevo perdermela per niente al mondo. Mi feci promettere da papà – l’allunaggio sarebbe avvenuto di notte per noi italiani – che mi avrebbe svegliato per farmi assistere all’evento davanti al tubo catodico.
Andai a dormire presto, ma mio padre non venne a svegliarmi: invece il baluginino delle immagini sullo schermo e la voce concitata di Tito Stagno e di Ruggero Orlando mi trascinarono magneticamente nell’altra stanza.
Papà e lo zio non dissero una parola, e neanche io, tornai a letto dopo poco con negli occhi quella figurina ballonzolante che muoveva piccoli passi incerti sul satellite: ero sicuro che dopo pochi mesi la Luna sarebbe stata colonizzata, avremmo incontrato lunatici e marziani, e invece no: peggio per loro, non sanno quello che si sono persi qui in Italia.
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Foto copertina: © Antonio Musotto.