All that jazz

Oggi è lunedì, e per me è giorno di riposo, dunque mi concedo le classiche abluzioni mattutine come fosse domenica, poi mi vado a comprare uno sgombro, se ne trovo uno che non ha ancora fatto il compleanno. Avete notato quale compostezza ha lo sgombro, che eleganza affilata, quale perturbante signorilità, pure al cospetto di certi pesci più blasonati che arrossiscono o imbruniscono, all’uopo? Ma non è di questo che intendo parlarvi, magari ci torno un’altra volta. La prendo larga, che il dono della sintesi non l’ho mai avuto. Insomma, ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione, dove rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, e lasciando di stucco ognuno dei presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, mentre, intento a svolgere il suo cruciverba, dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi e, per lo stupore della sorella e della cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. E se l’avessero curato con la musica? Mah, chissà, che a me tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. E però che la musica sia curativa, lenitiva, oltre che semplicemente piacevole, non è che sia una novità. Io non ne faccio a meno, anche se ai valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, preferisco il jazz. Ed anzi, ve lo voglio raccontare il jazz, così, come mi viene, in sei passaggi.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se vi va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

 

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”. Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché

“nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

 

Quinto step

Il padre di Wynton diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

 


Articolo già pubblicato su Chiedo ai sassi che nome vogliono




“Lee-sten!” Un ricordo di Lee Konitz

Lee Konitz.

L’ho visto suonare, e suonava sempre. Cioè, voglio dire, suonava anche mentre non suonava: durante gli assoli degli altri si sedeva, magari sul bordo del piccolo palco quasi a contatto con noi del pubblico, con il suo sax contralto appeso al collo e lo sguardo nel vuoto, ma continuava a essere totalmente immerso nella musica. Ho provato a parlargli – inopinatamente – durante uno di questi momenti, ma fu come risvegliarlo da uno stato di trance. Fece un salto, mi pentii, ma imparai cosa vuol dire veramente ASCOLTARE. Un ascolto attivo, partecipe, totale come quello di un maestro Zen.

Oppure poteva notare di non essere a sua volta abbastanza ascoltato mentre suonava, magari da parte di un batterista bravo ma non abbastanza attento, e allora poteva smettere di suonare. Poteva mettersi a fischiettare, magari. E poi mettersi a ridere. Poteva fare qualsiasi cosa pur di essere ASCOLTATO. Pur di creare una vera e autentica connessione fra i musicisti sul palco. Pur di essere tutti svegli, e mai addormentati nei clichés e nelle note di maniera.

Così era Lee Konitz, classe 1927, morto il 15 aprile scorso di coronavirus a New York. Uno dei tanti, troppi musicisti di jazz uccisi in poco tempo dal nuovo, pesante male: Wallace Roney, Ellis Marsalis, Bucky Pizzarelli, Eddy Davis, di tutti Konitz è il più importante. Attivo fin dalla metà degli anni quaranta, fu in quel periodo l’unica vera alternativa al genio del sassofono contralto, Charlie Parker. All’espressionismo e alla veemenza “bluesy” di Parker, Konitz opponeva uno stile rilassatissimo ancorché efficace, dal suono timbrato e composto, quasi da musica classica: come a rimarcare – ancor più di quanto faceva Parker – l’importanza assoluta dello stile di Lester Young. Del resto, nel programma di studi del suo mentore e maestro, il formidabile pianista – originario di Aversa – Lennie Tristano, c’era la memorizzazione profonda e introiettata degli assoli dei grandi della tradizione jazzistica: fra i quali Louis Armstrong certamente, ma anche gli introversi Bix Beiderbecke e Lester Young.

Talmente originale era lo stile di Konitz che Miles Davis lo volle al suo fianco nel 1949 per il suo primo progetto da leader, le storiche registrazioni successivamente riunite sotto il titolo “Birth Of The Cool”. E durante tutti gli anni cinquanta consolidò la propria arte dell’improvvisazione “pura” assieme all’amico e anima gemella musicale Warne Marsh, anche lui proveniente dalla scuola di Tristano.

Successivamente la popolarità di Konitz crebbe enormemente, nel momento in cui decise di agire da solo: armato solo di un sassofono e di una valigetta, cominciò a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, suonando con i (migliori) musicisti che incontrava in loco, spesso decidendo il repertorio direttamente a cena, poco prima del concerto. Tanto, per lui, non c’era bisogno di prove: bastava ascoltarsi.

Amava suonare le canzoni americane, i cosiddetti “standards”: secondo lui erano patrimonio comune per tutti i jazzisti del mondo, e tanto ci credeva che cominciava a suonare i brani senza nemmeno dire il titolo, lasciando spesso di stucco i suoi accompagnatori. Un’altra sua convinzione – e lo dimostrava sera dopo sera – era che non c’era troppo bisogno di scrivere pezzi nuovi, perché un vero improvvisatore poteva suonare lo stesso brano migliaia di volte, e ogni volta in un modo completamente diverso.

Lee Konitz ha lasciato una mole di registrazioni impressionante, ha tenuto concerti di altissimo livello fino alla fine della vita, e ha lasciato un segno profondissimo e una impressione indelebile in chiunque abbia avuto modo di incontrarlo, di suonarci insieme o di ascoltarlo. La sua eredità musicale è viva: il suo stile unico ha influenzato legioni di musicisti in tutto il mondo; in Italia si possono citare almeno lo “storico” Cesare Marchini di Genova e il giovane Gabriele Colarossi di Roma come attenti seguaci del suo stile sassofonistico.