LAVORARE PER VIVERE, MORIRE PER LAVORARE. STORIE DI CONFINE/WORKING TO LIVE, DYING TO WORK. BORDERLINE STORIES

Gli infortuni sul lavoro sono ormai argomento alla ribalta quotidianamente, oggetto di sdegno e compassione da parte dell’opinione pubblica.

I recenti casi di morte sul lavoro a Brandizzo, Firenze e Suviana, dove l’incendio scoppiato nella centrale idroelettrica è l’ultimo di una serie infinita di incidenti gravi nei luoghi di lavoro. Si può comunemente parlare di cantieri ad alto rischio, sebbene il rischio minimo non sia da considerare un’attenuante che sgrava le coscienze, quindi ci troviamo di fronte a un dilemma che crea smarrimento.

L’incidente si poteva evitare? Quanto pesano fattori quali prevenzione e controlli insufficienti, l’imprudenza degli addetti, la casualità e altre condizioni avverse anche gravi, fra cui l’incuria delle imprese nel garantire la massima sicurezza dei propri dipendenti. A ciò si aggiunge il fenomeno dei subappalti che può creare una catena fatale in fatto di deregulation, unitamente all’impossibilità di risalire ai responsabili di un disastro, se ce ne sono.

I telegiornali nazionali ci presentano di continuo questi scenari di dolore e disperazione che coinvolgono persone, donne e uomini giovani e meno giovani che in un maledetto giorno non faranno ritorno a casa; passatemi la retorica.

Tralascerei le fredde statistiche sulle cause e le responsabilità, tenendo però ben presente come il profitto degli imprenditori sia talvolta una componente essenziale delle morti in fabbrica. Macchinari volutamente privati dei sistemi di protezione come scelta per accelerare la produzione e aumentare il profitto: una condotta irresponsabile.

Con questa premessa si vuole anche sottolineare quanta poca memoria ci rimane di questi fatti esecrabili. Alla fine i morti sono numeri, figure senza corpo e anima, che non hanno singolarmente il potere di cambiare a fondo le cose anche se non deve più succederecome si affrettano a dichiarare i politici.

A questo proposito voglio presentarvi un audiovisivo impressionante per il contenuto: otto casi di incidenti gravi sul lavoro raccontati in prima persona dai protagonisti, compresi quelli che hanno perso la vita.

L’audiovisivo è parte di un progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco, ed è stato presentato alla mostra “La salute non si vende”, interessante rassegna di fotografie che ci ricorda la realtà delle fabbriche negli anni Sessanta e Settanta, da quando si è fatta strada l’idea che i lavoratori meritano una tutela della salute nei luoghi di lavoro. Le fotografie, attualmente esposte alla Cascina Cuccagna di Milano, ripercorrono la storia della maturazione  delle coscienze in fatto di diritti, culminata con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300). Anche grazie al fermento culturale e politico di quel periodo fortemente sindacalizzato, furono inserite nelle piattaforme aziendali richieste provenienti dalla base, concernenti la salute e la sicurezza nelle fabbriche.

“Lavorare per vivere, morire per lavorare” è il titolo di quelle che gli autori definiscono storie di confine, laddove il labile confine tra la vita e la morte è, in questo caso, tristemente aiutato da un destino avverso non sempre riconducibile alla fatalità. La realizzazione dell’audiovisivo è una combinazione di fotografie di sicuro effetto al limite del didascalico, sottolineate da un sound design che esalta la cruda realtà in una narrazione essenziale e carica di rimandi, mentre il racconto dei protagonisti fa rabbrividire per l’atrocità dei fatti.

Le vicende delle vittime del lavoro è bene siano rese note  e ricordate; se possiamo contribuire in tal senso, facciamolo.

Work-related accidents are now in the spotlight every day, eliciting indignation and compassion from the public opinion.

The recent cases of deaths in the workplace in Brandizzo, Florence, and Suviana, where the fire broke out in the hydroelectric plant, are just the latest in an endless series of serious accidents in workplaces. We can commonly speak of high-risk construction sites, although minimal risk is not to be considered a mitigating factor that absolves consciences, thus we face a dilemma that creates confusion.

Could the accident have been avoided? How much do factors such as insufficient prevention and controls, the recklessness of employees, chance, and other severe adverse conditions, including the neglect of companies in ensuring the maximum safety of their employees, weigh? To this is added the phenomenon of subcontracting that can create a fatal chain in terms of deregulation, together with the impossibility of identifying those responsible for a disaster, if any.

National news constantly presents us with these scenarios of pain and despair involving people, both young and old, who on a cursed day will not return home; forgive me for the rhetoric.

I would overlook the cold statistics on causes and responsibilities, but keeping in mind how entrepreneurs’ profits are sometimes an essential component of factory deaths. Machinery deliberately deprived of safety systems as a choice to speed up production and increase profit: an irresponsible conduct.

With this premise, it is also worth highlighting how little memory remains of these execrable facts. In the end, the dead are numbers, figures without body and soul, who individually do not have the power to fundamentally change things even if “it must never happen again,” as politicians rush to declare.

In this regard, I want to present you  an impressive audiovisual content: eight cases of serious workplace accidents told in the first person by the protagonists, including those who lost their lives.

The audiovisual is part of a photographic project by Emilio Senesi and Giovanni Pappadà, edited and sound designed by Lorenzo De Francesco, and was presented at the exhibition “Health is not for sale,” an interesting collection of photographs that reminds us of the reality of factories in the Sixties and Seventies, since the idea emerged that workers deserve health protection in the workplace. The photographs, currently exhibited at Cascina Cuccagna in Milan, trace the history of the maturation of consciences regarding rights, culminating in the approval of the Workers’ Statute (law of 20 May 1970, no. 300). Also thanks to the cultural and political ferment of that strongly unionized period, demands from the grassroots concerning health and safety in factories were included in workers’platform.

“Working to live, dying to work” is the title of what the authors define as border stories, where the fragile boundary between life and death is, in this case, sadly aided by a fate not always attributable to chance. The realization of the audiovisual is a combination of striking photographs bordering on didacticism, underlined by a sound design that enhances the harsh reality in an essential and evocative narration, while the accounts of the protagonists make one shudder at the atrocity of the events.

The stories of workplace victims should be made known and remembered; if we can contribute in this regard, let’s do it.

Progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




LA FOTOGRAFIA DI MARTIN PARR – MARTIN PARR’S PHOTOGRAPHY

Al Mudec di Milano, fino al 30 giugno 2024 un’interessante mostra dedicata alla fotografia di Martin Parr curata dallo stesso autore; duecento scatti suddivisi in nove sezioni. Tra i suoi lavori, alcuni dei quali presenti nell’esposizione, ricordiamo: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, classe 1952, è un fotografo britannico, con tradizionale avvio di carriera a partire dagli studi di fotografia presso il Manchester Polytechnic, cui fa seguito l’attività di fotoreporter per alcune riviste. Nel 1994 entra a far parte dell’agenzia Magnum, nel 2017 riceve una menzione speciale al Sony World Photography Award.

Dopo un iniziale tributo al bianco e nero della street photography, già appannaggio dei grandi autori della fotografia internazionale, Parr sviluppa un suo linguaggio ironico e tagliente, tecnicamente efficace nel rappresentare i soggetti distopici che caratterizzano il corpus delle sue opere.

Parr può non piacere, così lontano dai formalismi della fotografia dai canoni estetici consolidati; basta osservare qualche sua immagine per rendersi conto quanto provocatoria sia la sua visione del quotidiano.

Un quotidiano ordinario e impietoso, che s’impone con prepotenza allo sguardo dell’osservatore avvezzo al politicamente corretto anche in fotografia, dove la consuetudine a mitigare gli aspetti prosaici dell’esistenza porta a minimizzarne i tratti carnali e vistosamente grossolani.

Individui che addentano con voluttà cibi grondanti peccaminosi condimenti grassi, bambini imbrattati da colate di gelato sciolto, immagini di bagnanti stesi al sole ripresi in pose rilassate, resi grotteschi  da un beffardo impiego di appositi obiettivi o focali corte che massimizzano le parti anatomiche a favore di una visione irriverente del loro godimento, sia esso bere una qualsiasi bevanda o leccarsi le dita dopo aver mangiato.

Il colore s’impone come linguaggio per meglio caratterizzare il fenomeno di una società fatta di oggetti e rituali di massa, una mitologia scadente e diffusa nei comportamenti e nell’esercizio del cattivo gusto.

Bersaglio della fotografia di Parr è l’eccentricità dei costumi, che siano i comportamenti e i costosi  prodotti di moda per consumatori abbienti, quei nuovi ricchi che esibiscono la loro opulenza fatta di mediocri status symbol, o l’imitazione di questi modelli da parte di chi appartiene, suo malgrado, al segmento più marginale della società contemporanea e non è in grado di sviluppare in autonomia una serie di riferimenti propri, una personale singolarità culturale.

Premesso che l’arte può intenzionalmente esprimersi nelle forme del kitsch, esiterei a definire kitsch l’opera di Parr, come affermano, invece, alcuni commentatori; intravedo piuttosto una semantica volta alla critica di un potere dispensatore di un falso benessere.

Parr si sofferma con l’obiettivo sulle azioni della vita quotidiana, sottolineandone la trivialità, esaltandone gli aspetti definiti meno nobili, per dare spessore alla comunicazione in modo che risulti evidente il consumo eccessivo, il materialismo, l’ipnosi collettiva.

Qui incontriamo un’estetica del negativo, che agisce su quel vago senso di ribrezzo o di sconcerto che può cogliere l’osservatore davanti alle sue fotografie.

Non mi stupirei che l’effetto che se ne ricava sia una sorta di specularità difficile da ammettere: “ma sono anch’io così ?” Una doverosa riflessione.

Tralasciando il dibattito tra fotografia e realtà, cioè quanto le due si influenzano a vicenda, qui siamo sul versante opposto di quel realismo fotografico scarno ed essenziale che considera  la fotografia  lucida trascrizione di ciò che osserviamo.

Parr ci conduce nel contesto di un barocco la cui pesantezza è essa stessa essenza del fenomeno indagato. 

Parr caricaturale? Forse; graffiante di sicuro, ma senza aggiungere dettagli all’esistente, in una spietata critica dei modelli di consumo della società occidentale.

At the Mudec in Milan, until June 30, 2024, there is an interesting exhibition dedicated to the photography of Martin Parr, curated by the author himself; two hundred shots divided into nine sections. Among his works, some of which are present in the exhibition, we recall: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, born in 1952, is a British photographer, with a traditional career starting from his studies in photography at Manchester Polytechnic, followed by his work as a photojournalist for various magazines. In 1994, he became a member of the Magnum agency, and in 2017, he received a special mention at the Sony World Photography Award.

After an initial tribute to the black and white of street photography, already the domain of great international photographers, Parr developed his own ironic and incisive language, technically effective in representing the dystopian subjects that characterise his body of work.

Parr may not appeal to everyone, being far from the formalisms of photography with established aesthetic canons; just observe some of his images to realize how provocative his vision of the everyday is.

An ordinary and ruthless everyday life, which forcefully imposes itself on the gaze of the observer accustomed to political correctness even in photography, where the habit of mitigating the prosaic aspects of existence leads to minimizing their carnal and conspicuously coarse traits.

Individuals relishing food dripping with sinful fatty condiments, children smeared with dribbles of melted ice cream, images of sunbathers captured in relaxed poses, made grotesque by a mocking use of specific lenses or short focal lengths that maximize anatomical parts in favour of an irreverent view of their enjoyment, be it drinking any beverage or licking their fingers after eating.

Colour imposes itself as a language to better characterise the phenomenon of a society made up of mass objects and rituals, a declining mythology widespread in behaviours and in the exercise of bad taste.

Parr’s photography targets the eccentricities of customs, whether they are the behaviours and expensive fashion products for affluent consumers, those nouveau riches who exhibit their opulence made of mediocre status symbols, or the imitation of these models by those who belong, reluctantly, to the most marginal segment of contemporary society and are unable to develop autonomously a set of their own references, a personal cultural singularity.

Assuming that art can intentionally express itself in the forms of kitsch, I would hesitate to define Parr’s work as kitsch, as some commentators claim; rather, I see a semantics aimed at criticising a power that dispenses false wellbeing.

Parr focuses his lens on the actions of daily life, emphasizing their triviality, exalting the aspects defined as less noble, to give depth to communication in such a way that excessive consumption, materialism, and collective hypnosis become evident.

Here we encounter an aesthetics of the negative, which acts on that vague sense of disgust or bewilderment that can strike the observer in front of his photographs.

I wouldn’t be surprised if the effect derived from it is a sort of difficult-to-admit reflectiveness: “Am I like that too?” A necessary reflection.

Leaving aside the debate between photography and reality, that is, how much the two influence each other, here we are on the opposite side of that bare and essential photographic realism that considers photography as a lucid transcription of what we observe.

Parr leads us into the context of a baroque whose heaviness is itself the essence of the investigated phenomenon.

Is Parr caricatural? Perhaps; biting for sure, but without adding details to the existing, in a ruthless critique of the consumption models of Western society.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




Augusto De Luca fotografa Lia Rumma

Illuminata gallerista internazionale, Lia Rumma, salernitana d’origine ma napoletana nell’anima, è anche un’importante collezionista d’arte, e con il marito Marcello, prematuramente scomparso, è stata una delle protagoniste del mecenatismo culturale, regalando stralci di vita d’artisti.

Negli anni ’80 noi artisti partecipavamo sempre a tutte le inaugurazioni delle mostre ospitate dalle quattro gallerie napoletane di Lucio Amelio, Peppe Morra, Pasquale Trisorio e Lia Rumma, appunto.

Spazi che accoglievano il meglio dell’arte e dei grandi di tutto il mondo, punti d’incontro assolutamente imprescindibili per chi amava la creatività e dove sapiente sperimentazione, unita a geniali intuizioni, permetteva di scrivere pagine nuove della storia dell’arte.

Un’occasione unica, insomma, per vedere da vicino i loro lavori e conoscerli di persona e, perché no, provare anche a farsi notare.

Nel 1999 poi Lia ha inaugurato nel quartiere Brera a Milano una nuova sede espositiva attorno alla quale gravitano prestigiosi progetti internazionali.

Quel giorno andai da lei con la mia fotocamera Hasselblad, medio formato, in via Vannella Gaetani a Napoli, dove aveva ad un piano la galleria e ad un altro l’abitazione, che comunque sembrava un museo, perché piena di opere straordinarie di importanti maestri, meravigliosamente disposte in modo armonico.

Il suo colore preferito è il nero, infatti non ricordo di averla mai vista indossare abiti di una tinta diversa. Affascinante e fine in ogni posa, da ammirare così come si fa con le sue pregevoli esposizioni.

Cominciai a guardarmi intorno in quella suggestiva casa, dove tutto trasudava di Bellezza, e mi colpirono particolarmente due sculture: la Venere di Michelangelo Pistoletto e un profilo in legno, che Mario Ceroli le aveva dedicato, e che la ritraeva diciottenne.

Immediatamente decisi di fotografarla proprio con questi capolavori; posizionai le luci e scattai. Il suo sguardo, fiero e sicuro, era sempre talmente magnetico e penetrante che non ci fu bisogno di ripetere i click.

Gli originali di queste due foto sono a colori, ma spesso preferisco proporli in bianco e nero, perché credo che ciò ne aumenti l’intensità e metta maggiormente in evidenza la struttura delle forme nell’immagine.

 

Lia Rumma – foto di Augusto De Luca
Lia Rumma – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Carla Fracci

Sono passati diversi anni, ma il ricordo di quell’incontro, la memoria di quel momento magico resterà per sempre. Erano i primi anni novanta, per essere precisi il 1991 e da poco era uscito in tutte le librerie il libro “Napoli Donna”, con i miei ritratti di trentasette importanti donne napoletane, accompagnati dalle interviste della giornalista Giuliana Gargiulo. Avendo avuto un notevole successo, io e Giuliana decidemmo di realizzare un altro libro, stavolta sulle donne di Milano, libro che però per vari motivi non fu mai pubblicato. Preparammo allora una scaletta di nomi illustri e la prima della lista fu Carla Fracci. Il caso volle che dopo neanche un mese la straordinaria ballerina insieme al marito Beppe Menegatti venissero a Napoli proprio a casa di Giuliana che li ospitò. Ricordo bene infatti che la conobbi ad una cena in casa sua. Le proposi di partecipare al progetto e lei ne fu subito entusiasta. Era andato tutto bene… però la Fracci sarebbe rimasta a Napoli pochi giorni, io dovevo subito trovare una location e soprattutto decidere come fotografarla. Cominciai allora a documentarmi e a cercare…. leggendo la sua biografia capii dalla data di nascita che il suo segno zodiacale era il leone, un segno che le calza a pennello; infatti io l’avevo sempre considerata una donna molto forte, una vera guerriera, caratterialmente e professionalmente. Mi ricordai allora che a casa della mia amica Valeria Carità, in un antico palazzo a Monte di Dio, avevo visto un grande leone di pietra. Immediatamente organizzai tutto e il giorno dopo io e Carla Fracci ci recammo in quella lussuosa casa. Lei era bellissima, delicata ed eterea come una porcellana cinese e indossò lo stupendo vestito merlettato che si vede nella foto. Dopo qualche prova e pochi scatti capii che avevo la foto giusta. Finalmente potevo rilassarmi. Passammo un po’ di tempo a chiacchierare e poi la riaccompagnai. La rividi a Milano perché venne ad una mia mostra fotografica alla galleria “Diaframma” in via Brera. Le diedi il suo ritratto e lei subito mi disse: ” Bella…..e poi il leone è il mio segno zodiacale”! Capii di aver fatto centro.

 

 

Carla Fracci – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca e Carla Fracci
Carla Fracci – Augusto De Luca




Uliano Lucas fotoreporter

Recentemente il canale Rai 5 della nostra televisione ha dedicato un documentario al fotografo Uliano Lucas; perciò ho pensato di raccontare ai lettori di Diatomea quello che so di questo autore.

Fotoreporter di lungo corso, Uliano Lucas, nasce a Milano nel 1942. Il padre operaio alla Breda di Sesto San Giovanni, comunista, antifascista e partigiano, è avviato al confino a Ponza, dapprima, poi a Pisticci.

In questo humus familiare e sociale si forma il giovane Lucas, maturando il suo interesse per la fotografia di reportage.

Durante i tanto celebrati anni Sessanta nella Milano del Bar Jamaica si rinforzerà la sua vocazione per la professione di fotoreporter, attento ai cambiamenti e fremiti di una società postbellica, ad alta fermentazione culturale. Pittori, scrittori, musicisti dell’epoca i suoi modelli di riferimento: Enrico Castellani e Arturo Vermi, Piero Manzoni e Nanda Vigo, e la musica dei gruppi rock, gli Stormy Six e i Ribelli. Nel corso della sua carriera, Lucas ha incontrato e fotografato i più bei nomi della cultura italiana, fra scrittori, pittori, musicisti, personaggi che hanno fatto la storia del Paese.

Un’attenzione particolare ai passaggi epocali della società: l’immigrazione dal Sud al Nord, l’industrializzazione del Paese, il ’68. E l’industrializzazione è la matrice della nascita della fotografia. Lo è, verosimilmente, a causa di una accresciuta capacità di progettare e costruire macchine, fra cui le macchine fotografiche, secondo la visione del nostro autore.

Il sociale è la vocazione forte, il filo rosso che lega tutta la sua produzione fotografica.

Sua è la famosa foto dell’immigrato meridionale ritratto all’uscita della Stazione Centrale di Milano con la valigia di cartone legata con lo spago, ripreso davanti al grattacielo Pirelli, simbolo svettante della razza padrona per la quale si troverà a lavorare; la terra cessa di essere fonte primaria di sussistenza.

Non solo l’Italia e i suoi momenti di transizione, il fotogiornalismo non conosce confini; Lucas documenta anche le cronache della Rivoluzione dei garofani in Portogallo e le guerre di liberazione in Angola, Eritrea, Giordania, ai tempi di Settembre Nero, al seguito dei giornalisti Bruno Crimi ed Edgardo Pellegrini per il Tempo, Vie NuoveJeune Afrique e Koncret.

La passione per il fotogiornalismo è inestinguibile e il nostro realizza servizi anche per altre importanti testate, fra cui il Mondo, l’Espresso, l‘Europeo, la Stampa, il Manifesto, il Giorno, Rinascita. I temi caldi non mancano tra gli anni Sessanta e Settanta; Lucas sente la necessità di farlo presente alla società, portando all’attenzione dei lettori storie ed eventi imperniati sull’attualità politica e sociale.

Nel 2018 incontrai Uliano Lucas al Circolo Fotografico Milanese che gli dedicò una serata, invitandolo a raccontare la sua esperienza.

Una serata di intenso ascolto al Circolo, sala affollata e Gianni Berengo Gardin in prima fila a seguire il racconto del collega.

Lucas puntualizzò con grande chiarezza il suo profilo di fotografo ‘anarchico’, il più possibile  sganciato dai vincoli delle strategie editoriali e del mercato, raccontandosi senza apparire autoreferenziale, con la volontà di inquadrare il suo lavoro nel contesto storico e sociale del Novecento.

Gli anni preziosi della formazione sono stati quelli di Brera e del Jamaica e la progressiva maturazione come fotografo di quella cronaca vera, che mostra il mondo il più possibile per quello che è, affrancandosi dalle ideologie e dalle mode del giornalismo dei tempi – si pensi ai rotocalchi di quel periodo, in Italia, che mostravano, a suo dire, un paese inventato – testate giornalistiche conservatrici, un’ Italia provinciale che si interessava alle vicende delle attrici e degli appartenenti alle monarchie europee. Uliano Lucas predilige un’editoria di cultura, tutt’altra cosa. Il settimanale Il Mondo gli dava questa garanzia.

Un aspetto importante è emerso dalla chiacchierata al Milanese: Il fotogiornalismo e comunque qualsiasi foto di documento, deve scavare direttamente dentro al fenomeno, indagare sulle ragioni, le cause e gli effetti, non limitarsi allo scatto fine a se stesso che nulla spiega. La fotografia di reportage ha una sua precisa funzione: deve parlare.

Una presenza storica nella fotografia italiana, quella di Uliano Lucas, che rimarrà come testimonianza per le giovani generazioni.




GENTE CHE LEGGE

Gente che Legge è il titolo di una mostra fotografica organizzata da Paolo Benini, fotografo, nel 2015, presso la Biblioteca C.E. Gadda di Melegnano e a Milano, presso la libreria universitaria Franco Angeli Bookshop. Trovo ancora interessante e attuale il portfolio fotografico collettivo che ne è derivato e lo propongo ai lettori di Diatomea e chiunque sia interessato a una riflessione sulle nostre abitudini correnti.

Il tema della lettura inquadrato con l’obiettivo della fotocamera.

L’idea è scattata nella mente dell’ideatore, Paolo Benini, per via dell’overdose di persone che vediamo quotidianamente sui mezzi di trasporto e non solo, letteralmente ipnotizzate dallo schermo del loro smartphone.

Evidentemente un’importante trasformazione è avvenuta da quando sul tram si sfogliava un quotidiano, o si leggeva un libro nelle lunghe percorrenze.

Gente che Legge è una bella rassegna fotografica alla quale hanno partecipato vari autori.

Una raccolta di immagini di gusto classico che illustra il nostro rapporto con la lettura, spaziando nei vari ambiti nei quali si può svolgere questa attività, e che ritrae un universo di individui colti in uno dei momenti fra i più personali, se vi facciamo caso, nell’ambito delle abitudini comuni. Sfogliare un libro, leggere un romanzo, un messaggio al cellulare o una e-mail; un immergersi in un mondo interiore abitato fondamentalmente da due soggetti: noi e il testo davanti ai nostri occhi.

Scattare queste foto ha significato cogliere quel preciso momento di intima comunicazione fra il lettore e il libro o dispositivo mobile fra le sue mani.

Infatti qui assistiamo a un cambiamento epocale: dal cartaceo all’elettronico, dal libro, rivista, o giornale quotidiano che ancora sopravvivono presso gli audaci sostenitori della tradizione, a qualcosa di nuovo offerto dall’evoluzione tecnologica: Pc, tablet, telefono mobile.

Una corposa presenza di e-books, testi e messaggi in formato digitale, ormai molto diffusi nella nostra realtà.

C’è forse differenza di fruizione fra il mezzo di comunicazione tradizionale e lo smartphone  che teniamo comodamente in tasca e compulsiamo avidamente durante i nostri viaggi sui mezzi di trasporto, quasi fosse così necessario da non poterne fare a meno ?

Qualche anno fa qualcuno organizzò un divertente guerrilla reading a bordo di un tram milanese: alcuni volontari all’improvviso e in sequenza hanno letto brani di libri, ad alta voce, per scuotere i presenti catturati dal loro cellulare.

Che ci si trovi in autobus o comodamente seduti sul sofà nella sala d’aspetto del nostro medico, come ingannare il tempo dell’attesa? Un quotidiano, un libro un messaggio di WhatsApp, ci intrattengono regalandoci un po’ di distensione, un momento di transizione tra un’attività e l’altra, quale che sia l’esperienza che ci attende, il semplice recarci in un luogo o sederci sulla poltrona del dentista.

Le foto presenti in questa raccolta sono una valida rappresentazione di questi siparietti di lettura a carattere multimediale e non, un buon esempio di fotografia d’attualità che compone un indovinato affresco del tema in oggetto.

Gli autori delle immagini hanno saputo cogliere qualche interessante momento topico tale da formare immagini dotate di contenuto espressivo, un giusto mix di stati di grazia dei lettori ignari protagonisti, una carrellata dinamica, piacevole.

Un modo simpatico per pilotarci nel presente tecnologico che coinvolge anche l’esperienza della lettura, senza annientare la tradizione che resta viva in noi.

Gli autori delle foto in mostra:

ANDREA ABBIATI

LUIGI ALLONI

ALESSANDRA ANTONINI

PAOLO BENINI

LOREDANA BONDIOLI

MAURO CORTESE

ROBERTO CREMASCO

FRANCO GALLIENI

ANTONIO GIANNOTTA

MARCO LAMBERTO

MAURO LAZZARI

CLAUDIO MANENTI

RITA MANGANELLO

GIUSEPPE MORELLO

ANTONIO NAPOLI

CARLO ORIANI

ANGELO PERACCHI

MARCO VICARDI

LEONARDA VIRETTI




S1:E6 “Il Bicighellone nel laboratorio dei veleni”

Pedalando lungo le sponde del Naviglio Grande, intersecando le vie traverse che lo costeggiano, il Bicighellone percorre il filo dei ricordi che forma una consistente matassa. Una matassa che si dipana nella mente trasformandosi in una traccia indelebile. Un altro racconto ellittico di Lorenzo De Francesco, alias il Bicighellone.

La tappa della memoria che costituisce il nucleo di questo racconto è il luogo di lavoro dei genitori di Lorenzo, l’officina di cui era titolare il padre, teatro di un’attività artigiana di indubbio fascino per un bambino che vi trascorreva i pomeriggi dopo la scuola.

Un racconto che richiama la temperie del boom economico italiano, sostenuto dalla miriade di piccole imprese che sono state l’ossatura industriale del nostro Paese, non meno importanti delle grandi industrie del Nord. Una piccola storia nella grande storia, l’icona di una morale del lavoro e della produttività, dell’importanza che ha avuto l’economia reale, l’unica considerata possibile, nelle convinzioni di chi ci ha preceduto.

Lorenzo De Francesco ci restituisce la sua testimonianza, con l’affetto di chi è cresciuto e si è formato in quel tempo fatto di semplici e solide certezze.

Rita Manganello


Tra gli  album illustrati che coloravo da bambino, ce n’era  uno raffigurante i mesi dell’anno, con le classiche   illustrazioni dedicate a ogni stagione.

Ricordo marzo: completavo il disegno con il cielo blu intenso, grasse nuvole bianche, lenzuola stese al vento, rondini  nel cielo, la chiesetta gialla e rossa con campanile d’ordinanza, prato verdissimo con margherite sproporzionate.

È rimasta un’icona che  ritrovo oggi, inforcata la bici per un tuffo nel sole e nell’aria ancora fredda ma che vuole essere attraversata, sulla solita strada su per il Naviglio Grande, il campanile di San Cristoforo stagliato nel blu con i suoi mattoni scuri.

Passando per via Pestalozzi, compare sempre un gancio del tempo che, come l’iceberg del Titanic, si introduce nella mia testa di striscio ed ecco fiotti di ricordi che entrano tumultuosi e inarrestabili tra le paratie della mente. Era una strada di piccoli negozi e officine e così la ricordo, anche se oggi completamente cambiata. All’inizio della via “El Balzarot”, un omone sempre in tuta bisunta che riparava biciclette nel suo antro buio, burbero e scontroso, ove entravo titubante per far riparare le mie gomme bucate. O “i tri baséi”[1], l’osteria-caffè il cui odore di vinaccio sottovento anticipava l’alito e le urla degli ubriachi stanziali, propagandosi fino alla bottega dell’idraulico Brambilla, sempre grasso e sudato nella sua tutona blu con le bretelle. Poi quel che resta della vetrina del laboratorio-officina di  mio padre, che fu il luogo per anni deputato a ospitare i miei pomeriggi, nelle calure estive e nelle gelide nebbie invernali. Non i giochi con i coetanei, quelli erano concessi un’ora prima di cena, quando tornavo con mia madre a casa in via Biella.

Il pomeriggio, dalle 14 alle 18 lo passavo lì, dagli anni delle elementari fino alle medie, e ci lavoravo quasi a tempo pieno nei mesi estivi, fino alla maturità. Oggi a distanza di anni realizzo quale luogo di pericolo e tecnologia frequentavo allora senza le norme sulla sicurezza che sarebbero intervenute in seguito. L’importanza del contesto per giudicare i fatti.

Il laboratorio

Il laboratorio era stato avviato dal nonno paterno prima della guerra e sviluppato a fatica da mia nonna e mio padre dopo la morte precoce del nonno stroncato da un infarto a cinquant’anni, a seguito di una disavventura economica e poi dall’alcool. Come conseguenza mio padre dovette abbandonare gli studi in fretta trovarsi un lavoro di giorno e di sera per aiutare la famiglia.

Ripensando oggi a quel luogo, che riempiva monotono i miei giorni, comprendo quale tesoro di conoscenze e stimoli conteneva, che senza dubbio hanno in parte colmato la mancanza di giochi con i coetanei.

Lì si producevano, artigianalmente, apparecchi scientifici in vetro soffiato e insegne luminose al neon. Gli apparecchi scientifici tutti [2], e in particolare i sofisticati giunti a tenuta e  i rubinetti in vetro smerigliato, erano  la specialità della nonna, donna minuta ma dotata di piglio, energia e forza di volontà impressionanti. Una maestra instancabile nell’arte del vetro soffiato.

Babbo al vuoto insegne

Restavo incantato a vederla, più precisa di un tornio, ritmare regolarmente la rotazione della canna di vetro o pyrex[3] che veniva riscaldato al calor rosso sulla fiamma di gas/aria/ossigeno  e  allo stesso tempo soffiare dentro il tubo per evitare che si afflosciasse in modo irreparabile: operazione difficilissima a farsi senza una particolare manualità e sensibilità. Successivamente il vetro  incandescente veniva plasmato nella forma desiderata insufflandolo e modellandolo con pinze e spatole di ferro, ricoperte di amianto. Ancora oggi ho la sensazione del calore che irradiava il vetro e del dolore quando inavvertitamente si toccava una parte ancora rovente: subito si  bagnava con l’acqua fredda  la pelle  scottata.

Il vetro  veniva lasciato raffreddare naturalmente sui supporti  di amianto che ricoprivano  i banconi, perché altrimenti avrebbe incendiato qualsiasi altro supporto su cui lo appoggiavi. Quindi vivevamo a contatto tutti i giorni con l’amianto, che ricopriva i banchi di lavoro.

La parte tecnologicamente più affascinante, ripensandoci, era la costruzione delle insegne luminose al neon: all’inizio  non c’erano ancora le lampade fluorescenti industriali  impropriamente chiamate “neon”. In realtà il gas neon veniva usato solo per le insegne rosse, in tubo di vetro trasparente; gli altri colori erano realizzati introducendo il gas argon in canne di vetro apparentemente bianche, ma che una volta accese assumevano il colore della polvere interna, naturalmente tossica.

Ero incredulo nel notare che il tubo bianco, una volta percorso dalla corrente, assumeva colori diversi; lo stupore era veder comparire il rosso neon nel tubo trasparente.

Il processo di realizzazione delle insegne era complesso e affascinante: come per gli apparecchi scientifici, il vetro in canna veniva riscaldato e sagomato sul disegno da realizzare: alle estremità venivano saldati gli elettrodi, cilindri di vetro con all’interno un cilindro di metallo e connessione elettrica che serviva per trasmettere l’alta tensione al gas che, così ionizzato, si illuminava. Si predisponeva un beccuccio con ampolla, sempre in vetro, dove si depositava una goccia di mercurio prima di procedere con il vuoto pneumatico. Eh sì: affinché il gas si accenda, ionizzandosi con l’alta tensione, occorre che nel tubo non sia presente la benché minima particella d’aria  e si usa  il  mercurio come catalizzatore; quindi l’insegna viene fisicamente saldata alla pompa: si crea dapprima un vuoto iniziale con una pompa meccanica a pistone, indi il vuoto viene “spinto” con una pompa di Sprengel[4].. Durante il processo, l’insegna viene riscaldata applicando una tensione di parecchie migliaia di Volt agli elettrodi  facendoli diventare incandescenti; alla fine alla stessa viene immessa una quantità precisa di gas (argon o neon) e quindi staccata dalla pompa.

Ezio sagoma il vetro delle insegne

Al termine del procedimento descritto, si lavava il tubo di vetro con una soluzione estremamente tossica di acido fluoridrico, per rimuovere gli annerimenti dovuti al piombo. Ne ricordo ancora l’odore acre e fortissimo e le mille raccomandazioni dei genitori perché  mi tenessi alla larga.

Poteva accadere che il vetro si rompesse durante il lavaggio, allora i canti si trasformavano brutalmente in bestemmie; provavo inquietudine nel vedere gli operai così alterati, ma si riprendeva presto la routine lavorativa.

L’ambiente era di una rumorosità pazzesca, diverse fiamme accese sibilanti con gas e ossigeno, il compressore per l’aria, la taglierina del vetro, la pompa meccanica e noi che cantavamo e fischiavamo.

Tale era il rumore che Il telefono dell’officina non si sentiva, occorreva un lampeggiante ausiliario.

Ripenso oggi alla percentuale di componenti inquinanti  presenti nell’aria, specialmente  in inverno quando il freddo ci costringeva a rimanere rigorosamente sigillati: polvere di vetro, amianto, polveri dei tubi, gas, piombo, mercurio, ozono e diverse bombole di ossigeno alte un paio di metri, come bombe minacciose pronte a esplodere.

Oggi, ad ogni passaggio davanti al laboratorio, ora banale atelier di tatuaggi, ripenso a quell’universo straordinario che rivivrei volentieri e che allora era faticosa normalità per i miei genitori che lì hanno consumato tutta la loro vita.

Passo oltre, corro lungo l’alzaia. I ricordi fuoriescono come scia dalla mente con l’odore della süccia[5] nel naso, misto di muschio, acqua stagnante e alghe in putrefazione. Con l’occhio sbircio il cumulo  di rifiuti e rottami abbandonati che emergono surreali dal fondale;  qualche pesce isolato si dibatte senza speranza.

La süccia

L’acqua come la vita, quando sparisce lascia sul fondo relitti un po’ romantici e un po’ squallidi, comunque tutti vissuti. Schegge di luce saltellano tra le pozze; corro verso un sole che scappa.


[1] Tre gradini

[2] Pipette, distillatori, serpentine, palloni di Kjeldahl, matracci, burette,provette

[3] Pyrex© (marchio registrato PYREX) è un marchio introdotto dalla Corning Incorporated nel 1915 per una linea di vetro borosilicato usato per vetreria da laboratorio e oggetti per cucina” rispetto al vetro normale ha caratteristiche di maggior resistenza, minore fragilità e dilatazione termica, resistenza alla fiamma. La sua lavorazione richiede più alte temperature, raggiunte iniettando ossigeno insieme al gas.

[4] Pompa a vapori di mercurio, cioè  un distillatore ove il mercurio che precipitando estrae anche la più piccola particella d’aria dal tubo.

[5] “Asciutta” Il periodo in cui i Navigli restano asciutti per circa un mese, a marzo e a settembre.




S1:E5 “Il Bicighellone nel paese delle zie”

Il Bicighellone ormai familiare ai lettori di Diatomea, ci porta in questa sua avventura della memoria a pedalare con l’immaginazione nel paese delle zie, che fu per lui, da bambino, un’esperienza rituale appartenente alla sfera materna, tanto diversa dal suo vissuto nella casa patriarcale.

Un affetto per i luoghi come estensione del calore domestico percepito da bambino, a casa delle zie.

Lorenzo De Francesco tratteggia con sensibilità quel mondo non più rurale nei comportamenti e nell’ambiente, ma ancora sul crinale, e che cede gradualmente il testimone alle lusinghe della modernità. Una modernità di fatto mimetica, brutta copia dell’originale cittadino più evoluto e tipizzato.

L’autore sottolinea con precisione i segni della mutazione, trasferendo a noi lettori le sue percezioni e osservazioni velate di rimpianto, un rimpianto che deve lasciare il posto all’adattamento ineluttabile al nuovo mondo globalizzato e disidentificato.

Rita Manganello


Una giornata di febbraio fredda ma non tanto da impedirmi di inforcare la bici per smaltire un po’ di quotidianità e ritornare padrone di un pezzo di passato.

Una strada percorsa con i genitori migliaia di volte in auto, fino alla noia, oggi la ripercorro: un ghiribizzo da Bicighellone che coltivavo da tempo. Pedalare è come pompare ricordi dal pozzo della mente, che diventano linfa per il presente.

La mamma era di Rho, classe 1927, terza di quattro fratelli; raccontavano che sarebbero stati sette senza l’intervento della mortalità infantile.

Infanzia subito segnata dalla morte precoce del padre; la madre costretta a lavorare duramente alla Citterio a insaccare salumi tra pentoloni fumanti, i figli lasciati tutto il giorno nella casa di ringhiera: era una tribù quel caseggiato, che si prendeva più o meno cura di loro, una scuola di vita. Grande affiatamento e complicità coi fratelli compagni di tante avventure e ristrettezze.

Licenza elementare poi subito al lavoro, a Milano in una fabbrica. Lì a vent’anni conobbe mio padre; lui la sposò e lei dovette iniziare la sua vita in un altro mondo: lui figlio unico conviveva con la madre vedova estremamente possessiva. Un mondo difficile. Unica concessione alla routine familiare era, la domenica, fare visita alle sorelle e al fratello.

Evadere e respirare l’aria della corte, della ringhiera, ripercorrere i tempi e aggiornarsi sulle vicende di amici e conoscenti. Io partecipavo obbediente a queste visite  rituali durate per anni, fino all’adolescenza. In realtà qualche volta la mamma riusciva anche durante la settimana a prendere il bus (autolinee Stie – Milano-Legnano) per raggiungere le sorelle e mi portava con sé: ho ancora ben presente il sentore della pelle bisunta dei sedili, delle cromature e  il rumore del diesel puzzolente.

Le due sorelle erano proprietarie di una drogheria in pieno centro a Rho; il fratello, grande e grosso, faceva il prestinaio, poi magazziniere all’Alfa di Arese. Oggi capisco il perché di quelle fughe di mia madre dalla suocera padrona. Osservando l’amore fraterno tra di loro, capivo il mio abisso di solitudine come figlio unico.

Oggi ripercorro la strada che porta a Rho da casa mia, come allora: niente tangenziale, voglio ritrovare le stesse sensazioni.

Sensazione di libertà e dominio del tempo, pedalo lungo la circonvallazione delle filovie 90/91, una delle linee simbolo di Milano. Al centro della strada scorreva l’Olona, ora coperto: ho ancora nel naso l’olezzo che proveniva dal fiume che, nato puro sotto il Sacro Monte di Varese, raccoglieva in quegli anni ogni genere di inquinanti, fino a gettarsi sfiancato  sotto gli scarichi della zona della raffineria Condor diventata Shell, poi Eni, attualmente trasformata in complesso fieristico e alberghiero. L’Olona arrivava a Milano già morto, lasciava scorrere il suo cadavere dall’odore acre che ti prendeva la gola e seccava le labbra, difficile da dimenticare. Le acque di un colore inguardabile, spesso spumeggianti di chimica assortita.

Di questi tempi il percorso è più sicuro, la filovia, una volta incubo del ciclista – quando accostava in fermata, non si curava molto di chi c’era tra sé e il marciapiede –   è  ora ingabbiata nella corsia preferenziale.

Pedalo fino a viale Monte Ceneri e lì imbocco via Gallarate, costeggiando la serie di sfavillanti concessionari d’auto, il cui accattivante richiamo è subito spento dalla severa e triste geometria del Cimitero di Musocco, immutata da allora, con quella serie di finestrelle rettangolari a mo’ di prigione che già ti tolgono il fiato, memento mori visivo e spaziale che incombe su questa fetta di città: tappa delle visite domenicali istituite per salutare i  defunti parenti milanesi.

Pedalo lungo una viabilità  francesizzata: molte rotonde, corsie separate: in passato c’era un’unica carreggiata con una corsia per senso di marcia per cui se ti beccavi il camion  lo dovevi seguire fino a Rho. Si esce da Milano e si arriva a Pero, paese spesso citato dai genitori perché era il loro luogo di ritrovo da fidanzati, a metà strada.

Attraverso il centro di questa frazione periferica della grande Milano e percorro la strada che costeggiava, un tempo, la maleodorante raffineria, ora paesaggio anonimo piantumato di fresco.

Da piccolo ero affascinato dai giganteschi serbatoi, e dal flusso delle autobotti a rimorchio con il marchio della conchiglia; quindi passavo sopra al terribile odore che emanava la zona, fissavo a lungo le torri sbuffanti di esalazioni.  la fiamma della torcia¹ e i suoi bagliori lividi di giorno, sinistri la sera.

Passata la raffineria, dopo un rettilineo entro in Rho, sotto il ponte della ferrovia. al quartiere Pasqué giro a sinistra in via Matteotti, dove abitavano le zie.

Attacco la bici a un palo. Mi guardo intorno stranito, turista del tempo.

Tutto più moderno, pulito, globalizzato, asettico. La drogheria sostituita da un anonimo caffè come tanti: cerco un appiglio. Scarsissime tracce del passato, quasi nulla.

Giungevo qui, da piccolo, calzando i mocassini in vernice, tipico accessorio dell’abbigliamento domenicale, duri e scomodi da indossare: se poi  volevo tirare due calci al pallone nel cortile con la pavimentazione di ciottoli, era un disastro.

Le case di ieri: molte rase al suolo, altre imbellettate di colori e stucchi improbabili come vecchie signore che lottano disperate contro il tempo, altre dignitose nel loro degrado. A volte tra il nuovo qualche scorcio ti fa intuire qualcosa, come quando sul viso invecchiato di una persona riappare un sorriso che evoca la bellezza passata. La tristezza mi assale: mi mancano gli odori di allora, le voci di un dialetto diverso dal milanese, più sguaiato, meno riservato, a volte gridato. Il fumo denso dei bar, gli aliti alcolici, gli occhi venati di sangue e i nasi rubizzi, le urla sulle carte giocate.

Oggi una prigione al contrario: in tutti i portoni grate di ferro e citofoni impediscono l’accesso, una volta lasciato libero. Si poteva entrare in qualsiasi cortile, correre e giocare. C’era la grande leva del pozzo a mano, che faticavo ad azionare, poi improvvisamente l’acqua sgorgava dal becco d’ottone consunto nel lavabo di pietra grezza. Quella leva presente nella foto d’epoca che ritrae insieme i miei genitori fidanzati.

C’era la nebbia che nascondeva  la casa in fondo al cortile.

Mi manca l’odore della drogheria delle zie dove passavo ore dietro al bancone a giocare con mia cugina, fingendo di servire una clientela invisibile ma esigente, tra i  grandi scaffali in legno che contenevano le merci sfuse: caffè, zucchero, farina, blocchi di cioccolato e vasi di marmellata. Le grandi uova di Pasqua luccicanti e le vetrine scintillanti di Natale: erano gli anni del boom, l’entusiasmo trainante del consumismo attecchiva facilmente.

Il cortile dove correvo per giocare un po’ anche al freddo; dentro le zie fumavano e io non respiravo.

Fuori sulla strada i giovani con le moto smarmittate e le auto rombanti celebravano la domenica del  paese, chiassosi, un po’ alticci, fieri dei motori lumando le ragazze con le prime minigonne ², altri  orecchiavano i risultati delle partite appiccicati alle radioline gracchianti, tutto il calcio minuto per minuto.

Le corti di oggi disinfettate, asettiche, innaturali, silenzi che urlano il vuoto.

Riaffiora nella memoria la semplicità povera di un tempo dove dominavano gli odori e non provavi schifo a rimettere in bocca il pezzo di pane caduto a terra, pulito sommariamente, piuttosto che buttarlo.  Quando bevevo a piene mani sporche dalla fontana del pozzo, sudato e affannato dopo le corse: un’acqua buonissima.

Gli zii per uno strano scherzo del destino (ma il destino ha il senso dell’umorismo?), la morte se li è presi in ordine inverso di come li aveva partoriti la vita: dal più giovane alla più anziana.

Rivedo tutta la storia come la sequenza delle tessere di un domino e lo sguardo si ferma all’ultima, quella dove nessuno si può più attaccare.

Riprendo la bici, sono già scese le ombre della sera, freddo fuori e freddo dentro: ripercorro la strada verso la grande Milano, quella stessa che mamma fece un giorno, forse col magone, lasciando il suo mondo paese.


 ¹ La torcia, indicata anche come fiaccola, è un sistema di combustione ad alta quota di gas indesiderati utilizzato negli impianti industriali quali raffinerie di petrolio, impianti chimici o petrolchimici.

² il riferimento al cliché “donne e motori”  è palese, leit motiv dell’epoca.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E4 “Il Bicighellone ai Giardini Pubblici”

Infaticabile Bicighellone pedala con rinnovato vigore percorrendo le tappe di un itinerario segreto che solo lui conosce.

Guidato dalla memoria e dalle percezioni sottili generate dal mormorio dell’anima, Lorenzo si muove agilmente tra gli elementi dell’ambiente che la vista individua e riconosce, restituendo a noi l’immagine speculare delle sue proiezioni interiori.

Frammenti di esperienze passate, umori del momento, la curiosità di ritrovare, nei dettagli del paesaggio, parti di sé che partecipano a una presa di coscienza nota solo a lui.

Le fotografie in bianco e nero esaltano l’interiorità senza cedere al dogma dell’astrazione – lo dico in senso buono – che è una delle caratteristiche principali della fotografia priva di colore.

Un’indagine retrospettiva che spazia dai ricordi d’infanzia al presente, in un’evoluzione costante che è tipica delle persone riflessive.

Penso che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé in queste immagini e nella storia dell’autore che aspira a inserirsi nell’ immaginario collettivo di cui tutti facciamo parte.

Rita Manganello


Cosa spinge il Bicighellone a inforcare la bici e avventurarsi senza meta nell’imbolsita domenica invernale milanese, in questi inverni non più inverni, ove nebbia e neve sono eccezione e non regola?

Dove istintivamente si aggira il bicighellone milanese? Dove appare, in questi mesi che verranno ricordati dai sopravissuti come quelli della pandemia, delle mascherine, della pioggia dei decreti matrioska ?

La molla che proietta il bicighellone fuori dal suo habitat è composita: un’inaspettata unghia di sole, una delusione, un’idea da rincorrere, un’illusione di libertà, una discussione, un pasto troppo ricco che ha reso le arterie cerebrali foderate di colesterolo da smaltire.

Dopo aver girovagato tra Naviglio Grande e bastioni deserti, mi dirigo con una pedalata gagliarda lungo la cerchia dei navigli, zona  popolata da sparuti accompagnatori di cani e invadenti cantieri della linea metropolitana 4 – ernie che strozzano la strada – e imbocco corso Venezia con la sua ambiziosa prospettiva.

Come un magnete gravitazionale, al quale nemmeno le astronavi più potenti riescono a sottrarsi e ne sono inesorabilmente attratte, penetro in quei Giardini pubblici milanesi discutibilmente intitolati a un controverso personaggio non milanese.

Li ci sono tre pilastri – milestone per gli snob – della memoria, personale e collettiva dei molti che hanno pascolato come un placido gregge  in questi luoghi, le domeniche della loro infanzia,   vestendo i panni della festa e accompagnati da uno o più genitori analogamente lindi e ben vestiti  e dotati di videocamera: miniature e modelli ben appaiati nella somiglianza.

Quando con la bici passo accanto a questi luoghi, nella mente si accende in automatico  lo schermo della memoria che mi fa entrare nel  flusso del tempo.

Lo zoo, meraviglia dell’incosciente e pura infanzia, orrore dell’adolescenza e oblio dell’oggi: gabbie vuote ove le fiere hanno lasciato il posto ai nostri desideri irrealizzati. Il brivido di paura quando la proboscide bavosa dell’elefante risucchiava le noccioline dalla manina; l’olezzo del pesce che restava sulla mano dopo averlo gettato alle golose foche, l’odore acre degli escrementi animali che attecchiva nelle narici a lungo permanendovi. Oggi prendiamo coscienza che gli ingabbiati siamo noi: consumismo e globalizzazione ci gettano le noccioline che aspiriamo bavosi.

Il museo di storia naturale, col suo enorme triceratopo che stupisce sempre per le sue dimensioni e la teoria di animali imbalsamati che resistono a ogni tentativo di rinnovamento espositivo, improbabili testimoni del mondo, ma tracce dell’incapacità a diventare un museo moderno. L’ho visitato da bambino, ci ho portato i figli e ora i nipoti e quei vitrei occhi sempre gli stessi, immutate sentinelle del tempo. Come uno strano rito iniziatico l’obbligato percorso tra quelle vetrine.

La nostalgia che aleggia nei luoghi è squarciata, come le nebbie marine dal sole, dalla sagoma tonda del Civico Planetario, stargate mio e penso di molti. Una costruzione discreta, quasi mostrasse ritrosia a farsi vedere di fianco al pomposo ottocentesco neogotico museo di storia naturale. Lì ho scoperto l’universo. Il padre lungimirante mi ci accompagnava regolarmente e io, inizialmente inquieto nell’osservare il mostruoso insetto ergersi al centro della sala, con le divertenti sedie girevoli, restavo senza respiro quando al calare delle luci l’immensa grandezza dell’universo era a portata di mano.

Gl occhi si perdevano e le orecchie assorbivano le appassionate lezioni degli astrofili, che iniettavano la voglia di scoprire. Da quello spazio-tempo fantastico nel quale ci si richiudeva per un’ora in un magico cinema cosmico, si usciva ricaricati, rigenerati, con una scala dimensionale impressa nell’occhio che ci dava la misura delle nostre cure rispetto all’universo. Da lì, il passo a comprarsi un telescopio e trascorrere intere notti al freddo a perdersi nelle stelle e nei pianeti, è stato breve.

Oltrepasso questi fari che irradiano onde di memoria, e mentalmente rinvigorito dal formarsi di nuove sinapsi, attraverso il giardino e raccolgo pensieri ed emozioni, evocate da oggetti insignificanti: si tratta di rifiuti che invece parlano, ancora vivi. Un fazzoletto sulla panchina, forse ancora umido di lacrime o di Covid; uno scontrino accartocciato a terra, gesto di un incivile o memoria di un evento, un riflesso in una pozzanghera destinato presto a sparire sotto le mie ruote, che in un attimo mi dice del mio rispecchiarmi nella dicotomia tra reale e immaginario, dove siamo, dove vorremmo essere, alberi vivi o rinsecchiti, dove non saremo mai se non nel desiderio o in una a lungo sognata sua materializzazione. Come il vasto riflesso del museo nella grande pozzanghera con la sua frontiera fangosa tra reale e immaginario.

Quei binari messi lì per il gioco dei bambini e che ci dicono di un percorso apparentemente spensierato tra il verde, percorso che è invece obbligato, dove l’inizio coincide con la fine simulando l’eterno ritorno. Quelle panchine, inalterate sotto ogni clima, più impregnate dei confessionali di storie, di incontri felici o di tristi addii, di ricordi, come nei film che definiremmo prevedibili, se non continuassero inspiegabilmente ad essere proiettati e partecipati. Mamme con i bimbi in carrozzina, signore con un libro, umarel con la Gazzetta dello sport arrotalata nella tasca del cappotto, donne sole con un cane, grappoli di ragazzi abbarbicati agli smartphone da cui attendono messaggi di salvezza o di perdizione, gruppi di fotoamatori con corredi da safari fotografico per immortalare dei piccioni. Alberi che mi dicono della loro storia, angoli di verde-illusione-di bosco in cui appartarsi, in realtà dei traforati violati dagli sguardi dei passanti. Alberi da abbracciare per captare l’energia verde di cui la città ha sete. Un fantastico affresco, sempre diverso e sempre uguale.

Immagini come quelle belle enciclopedie di una volta, acquistate a fascicoli, rilegate con cura, esposte con orgoglio nel salotto buono e ora cimeli ingombranti sparsi tra solai, cantine, seconde case, box: tanto amate e ora tradite con un annuncio di vendita a poco prezzo su Ebay.

Immagini che fanno sbocciare improvvisi i ricordi, come la pioggia sul  deserto di Atacama, tappeti  ancora vivi, colorati, odoranti, conservati nei vasi di vetro della drogheria della memoria, che ho accumulato nel tempo e che mi piace riaprire per riannusare, fin quando avrò le chiavi e saprò leggere le etichette.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E3 “Il Bicighellone. Frontiere urbane”

Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti.
L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza,  le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi.
In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile.
Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?

Rita Manganello


Lascio l’auto-utero, ovattata navicella  che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio,  inseguendo affannosamente il business.

Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.

Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.

Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali  che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.

Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.

La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.

Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.

Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.

Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.

Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.

Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.

Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.

Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.

I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce  dalla fantasia del passante.

A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.

Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.

Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi  in passaggi tra due mondi incompatibili.

Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.

Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.

Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.

In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.

Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi,  se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.

Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse  istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.

Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.

Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.

Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.

Esito “profetico” per un Bicighellone ?


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