LAVORARE PER VIVERE, MORIRE PER LAVORARE. STORIE DI CONFINE/WORKING TO LIVE, DYING TO WORK. BORDERLINE STORIES
Gli infortuni sul lavoro sono ormai argomento alla ribalta quotidianamente, oggetto di sdegno e compassione da parte dell’opinione pubblica.
I recenti casi di morte sul lavoro a Brandizzo, Firenze e Suviana, dove l’incendio scoppiato nella centrale idroelettrica è l’ultimo di una serie infinita di incidenti gravi nei luoghi di lavoro. Si può comunemente parlare di cantieri ad alto rischio, sebbene il rischio minimo non sia da considerare un’attenuante che sgrava le coscienze, quindi ci troviamo di fronte a un dilemma che crea smarrimento.
L’incidente si poteva evitare? Quanto pesano fattori quali prevenzione e controlli insufficienti, l’imprudenza degli addetti, la casualità e altre condizioni avverse anche gravi, fra cui l’incuria delle imprese nel garantire la massima sicurezza dei propri dipendenti. A ciò si aggiunge il fenomeno dei subappalti che può creare una catena fatale in fatto di deregulation, unitamente all’impossibilità di risalire ai responsabili di un disastro, se ce ne sono.
I telegiornali nazionali ci presentano di continuo questi scenari di dolore e disperazione che coinvolgono persone, donne e uomini giovani e meno giovani che in un maledetto giorno non faranno ritorno a casa; passatemi la retorica.
Tralascerei le fredde statistiche sulle cause e le responsabilità, tenendo però ben presente come il profitto degli imprenditori sia talvolta una componente essenziale delle morti in fabbrica. Macchinari volutamente privati dei sistemi di protezione come scelta per accelerare la produzione e aumentare il profitto: una condotta irresponsabile.
Con questa premessa si vuole anche sottolineare quanta poca memoria ci rimane di questi fatti esecrabili. Alla fine i morti sono numeri, figure senza corpo e anima, che non hanno singolarmente il potere di cambiare a fondo le cose anche se “non deve più succedere” come si affrettano a dichiarare i politici.
A questo proposito voglio presentarvi un audiovisivo impressionante per il contenuto: otto casi di incidenti gravi sul lavoro raccontati in prima persona dai protagonisti, compresi quelli che hanno perso la vita.
L’audiovisivo è parte di un progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco, ed è stato presentato alla mostra “La salute non si vende”, interessante rassegna di fotografie che ci ricorda la realtà delle fabbriche negli anni Sessanta e Settanta, da quando si è fatta strada l’idea che i lavoratori meritano una tutela della salute nei luoghi di lavoro. Le fotografie, attualmente esposte alla Cascina Cuccagna di Milano, ripercorrono la storia della maturazione delle coscienze in fatto di diritti, culminata con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300). Anche grazie al fermento culturale e politico di quel periodo fortemente sindacalizzato, furono inserite nelle piattaforme aziendali richieste provenienti dalla base, concernenti la salute e la sicurezza nelle fabbriche.
“Lavorare per vivere, morire per lavorare” è il titolo di quelle che gli autori definiscono storie di confine, laddove il labile confine tra la vita e la morte è, in questo caso, tristemente aiutato da un destino avverso non sempre riconducibile alla fatalità. La realizzazione dell’audiovisivo è una combinazione di fotografie di sicuro effetto al limite del didascalico, sottolineate da un sound design che esalta la cruda realtà in una narrazione essenziale e carica di rimandi, mentre il racconto dei protagonisti fa rabbrividire per l’atrocità dei fatti.
Le vicende delle vittime del lavoro è bene siano rese note e ricordate; se possiamo contribuire in tal senso, facciamolo.
Work-related accidents are now in the spotlight every day, eliciting indignation and compassion from the public opinion.
The recent cases of deaths in the workplace in Brandizzo, Florence, and Suviana, where the fire broke out in the hydroelectric plant, are just the latest in an endless series of serious accidents in workplaces. We can commonly speak of high-risk construction sites, although minimal risk is not to be considered a mitigating factor that absolves consciences, thus we face a dilemma that creates confusion.
Could the accident have been avoided? How much do factors such as insufficient prevention and controls, the recklessness of employees, chance, and other severe adverse conditions, including the neglect of companies in ensuring the maximum safety of their employees, weigh? To this is added the phenomenon of subcontracting that can create a fatal chain in terms of deregulation, together with the impossibility of identifying those responsible for a disaster, if any.
National news constantly presents us with these scenarios of pain and despair involving people, both young and old, who on a cursed day will not return home; forgive me for the rhetoric.
I would overlook the cold statistics on causes and responsibilities, but keeping in mind how entrepreneurs’ profits are sometimes an essential component of factory deaths. Machinery deliberately deprived of safety systems as a choice to speed up production and increase profit: an irresponsible conduct.
With this premise, it is also worth highlighting how little memory remains of these execrable facts. In the end, the dead are numbers, figures without body and soul, who individually do not have the power to fundamentally change things even if “it must never happen again,” as politicians rush to declare.
In this regard, I want to present you an impressive audiovisual content: eight cases of serious workplace accidents told in the first person by the protagonists, including those who lost their lives.
The audiovisual is part of a photographic project by Emilio Senesi and Giovanni Pappadà, edited and sound designed by Lorenzo De Francesco, and was presented at the exhibition “Health is not for sale,” an interesting collection of photographs that reminds us of the reality of factories in the Sixties and Seventies, since the idea emerged that workers deserve health protection in the workplace. The photographs, currently exhibited at Cascina Cuccagna in Milan, trace the history of the maturation of consciences regarding rights, culminating in the approval of the Workers’ Statute (law of 20 May 1970, no. 300). Also thanks to the cultural and political ferment of that strongly unionized period, demands from the grassroots concerning health and safety in factories were included in workers’platform.
“Working to live, dying to work” is the title of what the authors define as border stories, where the fragile boundary between life and death is, in this case, sadly aided by a fate not always attributable to chance. The realization of the audiovisual is a combination of striking photographs bordering on didacticism, underlined by a sound design that enhances the harsh reality in an essential and evocative narration, while the accounts of the protagonists make one shudder at the atrocity of the events.
The stories of workplace victims should be made known and remembered; if we can contribute in this regard, let’s do it.
Progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco
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