Liberare i corpi

A novembre la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi. L’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite ci invita a capovolgere le domande: invece di chiederci se le donne fanno troppi o pochi figli, per cambiare le cose dovremmo concentrarci sullo stato della libertà di scelta

04/05/2023

 

Troppo spesso si parla dell’umanità come di un numero e molti governi tendono ad affrontare problemi economici o ambientali, come il sistema pensionistico o la crisi climatica, con politiche demografiche mirate soprattutto al controllo delle nascite. A novembre scorso la popolazione globale ha superato la soglia degli 8 miliardi. I dati dell’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) sullo stato della popolazione nel mondo ci dicono che i due terzi delle persone sul pianeta vivono in luoghi in cui il tasso di fecondità è sceso al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Questa cifra, spesso propagandata come garanzia di stabilità demografica, è diventata la linea rossa che porta media e governi a usare termini catastrofici come “bomba demografica” – quando viene superata – o “disastro/inverno demografico/crisi delle nascite” – quando non viene raggiunta.

L’analisi del nuovo rapporto Unfpa rivela una crescente ansia difronte alla prospettiva di un aumento esponenziale della popolazione in un mondo di crisi sovrapposte e di popolazioni longeve. I governi sempre più spesso trasmettono l’idea che esista un problema demografico che richiede l’intervento delle autorità pubbliche.

 

Nel rapporto, Unfpa, che svolge anche il ruolo di agenzia per la salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni Unite, dichiara che i corpi delle donne non devono essere tenuti prigionieri delle politiche dei governi o delle “narrazioni allarmistiche” riguardanti la crescita della popolazione, e invece ci ricorda che tutti gli esseri umani hanno il diritto di scegliere quando (o se) avere figli, quanti averne e con chi. Si parla di diritto all’autonomia corporea e significa proprio questo: una scelta libera e informata, non ostacolata da esigenze di vita al servizio di qualsiasi rivendicazione più ampia di tipo demografico, economico, sociale, politico, ambientale o di sicurezza.

Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio che trasforma il corpo delle donne in uno strumento per avere figli, porti spesso alla “manipolazione delle cifre” e a letture errate o distorte che conducono il più delle volte a soluzioni inutili. “Noi guardiamo i numeri, ma la popolazione riguarda le persone e i loro diritti”, riassume Natalia Kanen, direttrice esecutiva del fondo.

Troppo frequentemente si istigano politiche che, invece di promuovere la capacità delle donne di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi, li strumentalizzano e li trasformano in un mezzo per raggiungere un fine. Negli ultimi 20 anni, alcuni paesi hanno lanciato programmi per incoraggiare famiglie più numerose in cambio di incentivi finanziari e premi per le donne e i loro partner; tuttavia, l’indicatore di fecondità non ha poi superato i due figli per donna. D’altra parte, ci sono state gravi violazioni dei diritti umani sotto forma di azioni che cercano di rallentare la crescita della popolazione attraverso sterilizzazioni forzate e contraccezione con mezzi coercitivi. Tra i casi più estremi c’è l’Iran che ha attuato restrizioni sull’aborto e ha vietato al servizio sanitario pubblico di offrire contraccettivi gratuiti per aumentare il tasso di natalità. O alcuni stati dell’India – paese che ha superato la Cina come il più popoloso al mondo – che stanno promuovendo misure per limitare le nascite, come la politica di imporre un massimo di due figli per donna.

Quindi, ci sono poche persone al mondo? O ce ne sono troppe? C’è chi evidenzia l’esistenza di una relazione tra demografia e riscaldamento globale, ma l’Unfpa avverte che spesso questa interpretazione porta a conclusioni perverse: “Il presupposto logico che indica le catastrofi globali come il risultato di troppe persone è che il numero di persone deve essere ridotto, cioè che un numero imprecisato di persone deve sopravvivere e riprodursi, mentre altre non dovrebbero farlo”. Secondo le autrici e gli autori del rapporto, l’argomentazione secondo cui la popolazione mondiale è troppo numerosa per un pianeta con poche risorse limita la responsabilità dei sistemi e delle società nel trovare soluzioni a problemi complessi e mette in secondo piano la necessità di promuovere il consumo e la produzione sostenibili e l’uso di energia verde.

Il problema sono i giovani? Oggi una persona su sei ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni e quasi la metà della popolazione mondiale ha meno di 30 anni. Ma in un mondo limitato dalle risorse, dove la crescita demografica tende a essere vista come un problema e le grandi masse di giovani come il seme di una “bomba demografica”, l’Unfpa invita a considerare l’elevato numero di giovani come un punto di forza.  Secondo l’Onu “i persistenti stereotipi negativi sui giovani li inquadrano come un problema da risolvere” mentre “più che un problema, i giovani sono sempre più parte delle soluzioni”, poiché le loro “azioni creative” sfidano lo status quo.

 

Di fronte a una popolazione mondiale per lo più giovane, paradossalmente, alcuni dei paesi più sviluppati con popolazioni più anziane, optano per politiche di incremento della natalità con il pretesto di poter garantire la sostenibilità dei propri servizi pubblici e sistemi pensionistici. Tuttavia, i nuovi nati non saranno in grado di pagare le pensioni attuali, ma avranno bisogno di istruzione e assistenza sanitaria, sostiene l’Unfpa.

Limitare il tasso di natalità nei paesi con popolazioni molto giovani non rallenterà l’aumento del numero di persone sul pianeta, che si prevede raggiungerà i 10 o addirittura gli 11 miliardi nei prossimi anni. Questa cifra è il risultato di una “certa inerzia”, dovuta alla giovinezza della popolazione attuale, che continuerà a fare figli indipendentemente da un calo del tasso di fecondità, insieme a un’aspettativa di vita più lunga.

Le proiezioni fornite dall’Unfpa indicano che il tasso di crescita della popolazione entro il 2100 sarà negativo in gran parte del mondo – a eccezione di Africa e Oceania – a causa del calo della fecondità e dell’aumento delle migrazioni.

Sempre secondo il rapporto, i paesi che intendono aumentare la fecondità e quelli che non attuano alcuna politica di controllo delle nascite hanno indici di sviluppo simili. Tuttavia, questi ultimi “hanno livelli di libertà umana molto più elevati”. 

Il calcolo di 2,1 figli per donna per garantire il ricambio della popolazione si basa su bassi livelli di mortalità infantile e non considera la migrazione, non tiene conto di come l’arrivo degli immigrati di fatto alimenta le popolazioni.

 

I tassi di fecondità, quindi, non sono l’unico meccanismo che influenza le dimensioni della popolazione. In molte parti del mondo, dagli anni ’70, si registrano tassi di fecondità molto bassi, senza un conseguente calo della popolazione totale, perché molti di questi paesi sono tipicamente soggetti a immigrazione di massa. Secondo i demografi delle Nazioni Unite, questa tendenza è destinata a continuare. “Nei prossimi decenni, la migrazione sarà l’unico motore della crescita demografica nei paesi ad alto reddito, poiché il numero di decessi supererà progressivamente il numero di nascite”. Ma anche questo aspetto è spesso visto con preoccupazione, in genere per timori di natura economica e culturale. In tutti i paesi, a eccezione di Giappone e Nigeria, l’opinione più diffusa sull’immigrazione è che i livelli attuali nel proprio paese siano già troppo alti.

La rinascita di una ideologia anti immigrazione, con una forma ultranazionalista e xenofoba sulla popolazione come quella di Georgia Meloni in Italia, dell’estrema destra francese di Marine Le Pen, di Vox in Spagna, di Viktor Orban in Ungheria e di Vladimir Putin in Russia e adesso anche in diversi paesi del nord Europa e in molte nazioni a maggioranza bianca, sembra, più che manifestare un problema demografico, evidenziare un problema ideologico. L’Onu avverte che “Una visione etnonazionalista della demografia spesso nega la facoltà riproduttiva dell’individuo, adottando un’ideologia di genere che subordina i diritti delle donne, in particolare i loro diritti riproduttivi, agli obiettivi di un gruppo etnico o politico”. Secondo le Nazioni Unite, “l’etnonazionalismo può utilizzare una retorica volta a convincere sia le donne che gli uomini ad aumentare la fecondità” e nota un aumento delle politiche volte a rendere più difficile l’accesso ai contraccettivi o a limitare il diritto all’aborto.

Oltre ai punti di vista legati all’etnonazionalismo ci sono, ovviamente, molte norme socioculturali che cercano di subordinare la capacità riproduttiva delle donne e delle ragazze ai desideri di altri. Molte norme sulla disparità di genere, diffuse in tutto il mondo, ritengono che la funzione sociale primaria della donna sia quella di diventare madre e custode, mentre quella dell’uomo sia di diventare il capofamiglia. Questo modello eteronormativo di famiglia nucleare è visto come “tradizionale” e “naturale”, anche se le definizioni e le manifestazioni della famiglia sono variate ampiamente nel tempo e nella geografia. Sia che la disuguaglianza di genere sia perpetuata attraverso gli sforzi etnonazionalisti o attraverso le spinte contro il cambiamento delle norme di genere, le conseguenze per la salute riproduttiva e la fertilità delle donne sono spesso terribili. 

“I corpi delle donne non possono dipendere da obiettivi demografici”, ha affermato la direttrice Unfpa, Kanem. “Se vogliamo costruire società prospere e inclusive, indipendentemente dalle dimensioni della popolazione, abbiamo bisogno di ripensare radicalmente il modo in cui parliamo del e pianifichiamo il cambiamento demografico”. Quindi se c’è una crisi climatica la soluzione non può essere quella di convincere le donne ad avere meno figli, né se le società invecchiano si può convincerle a farne di più.

Insomma “la riproduzione umana non è né il problema, né la soluzione” afferma Kanem. “Quando mettiamo parità di genere e diritti al centro delle nostre politiche demografiche, siamo più forti e più capaci di affrontare le sfide derivanti dal rapido cambiamento delle popolazioni. Inseguire obiettivi di fecondità e cercare di influenzare il processo decisionale riproduttivo delle donne lo farà solo finire in un fallimento”.

“Le persone non sono unità di procreazione destinate a soddisfare un livello ideale di riproduzione o costrette a riprodursi secondo una quota o una formula” continua Kanem. “Le persone – gli esseri umani – possiedono intrinsecamente una serie di diritti, tra cui, molto importante, i diritti sulle scelte riproduttive che fanno. La domanda da porsi non è quanto velocemente le persone si riproducono, ma se tutti gli individui e le coppie sono in grado di esercitare il loro diritto umano di base di scegliere se, e quanti figli vogliono. La risposta a quest’ultima domanda, tragicamente, è no”.

Unfpa propone di cambiare la prospettiva e di capovolgere le domande. Anziché chiedersi se il tasso di fecondità sia troppo alto o basso, è più importante capire se le persone siano in grado di realizzare i propri diritti sessuali e riproduttivi o se hanno accesso completo all’assistenza sanitaria o se è garantito per tutte e tutti lo spazio per poter scegliere, come richiedono gli standard dei diritti umani.

I dati pubblicati nel rapporto dimostrano chiaramente la mancanza di libero arbitrio sperimentata da milioni di donne in tutto il mondo. Secondo il rapporto, circa il 24% di donne e ragazze non ha il diritto di prendere decisioni informate sul proprio corpo in relazione ai rapporti sessuali (il numero cresce a 44% in un gruppo di 68 paesi), mentre l’11% non è in grado di prendere decisioni sull’uso di contraccettivi o di cercare assistenza sanitaria, una proporzione davvero schiacciante. A livello globale, si stima che 257 milioni di donne abbiano un bisogno insoddisfatto di contraccezione sicura e affidabile.

Le prove raccolte in questo rapporto possono essere riassunte in grandi linee come segue: le politiche che limitano i diritti riproduttivi non funzionano e danneggiano le società nel loro complesso; le politiche che sostengono i diritti riproduttivi, invece, liberano il potenziale di tutte le persone per prosperare e adattarsi alle mutevoli realtà del nostro mondo. In effetti, i diritti sono solo teorici se non ci sono politiche forti a sostenerli.

 

La disuguaglianza di genere, le disuguaglianze razziali, le ingiustizie di classe e altre ingiustizie sistemiche minano la realizzazione del benessere sessuale e riproduttivo, ma non sono sufficientemente affrontate dai sistemi legali o sanitari. Le organizzazioni della società civile, le organizzazioni di base, le organizzazioni femminili e altri forum che valorizzano i punti di vista e le esperienze dei più emarginati sono leader e partner essenziali per far progredire la giustizia riproduttiva e assicurare la responsabilità dei sistemi legali e sanitari che possono altrimenti perpetuare intenzionalmente o meno i danni. 

La parola popolazione viene anche usata in modo intercambiabile per descrivere gruppi locali o nazionali, etnici o religiosi, regionali o globali. La popolazione di un paese comprende anche i migranti irregolari e i rifugiati? Se no, queste persone hanno i meccanismi necessari per garantire i loro diritti? Quando i politici parlano in generale di popolazioni che crescono troppo velocemente o troppo lentamente, si riferiscono implicitamente ad alcune persone o ad alcuni gruppi minoritari e non ad altri?

Quando i commentatori si torcono la mano per l’imminente “collasso demografico”, stanno dicendo che le donne stanno fallendo nel loro ruolo di macchine riproduttive, o stanno dicendo che le condizioni sociali e legali non permettono alle donne e alle coppie di realizzare i loro obiettivi riproduttivi?

Quando i leader chiedono di aumentare l’uso dei contraccettivi per ridurre i tassi di fecondità nelle comunità più svantaggiate, stanno dicendo che quelle comunità dovrebbero avere meno figli o che questi individui non sono sufficientemente in grado di esercitare l’agenzia riproduttiva alle loro condizioni?

Per parlare in modo più significativo di popolazione, dobbiamo usare un linguaggio e una specificità che affermino i diritti. Alla fine, l’ansia da popolazione è un modo semplice per evitare la complessità delle sfide che dobbiamo affrontare.

Immagini tratte dal rapporto State of World Population 2023 – 8 Billion Lives, Infinite Possibilities

 

Questo articolo è stato già pubblicato su inGenere.it

 





Una risaia lontana dai mercati dell’arte

Documenta è il museo dei cento giorni, la rassegna d’arte contemporanea che ogni cinque anni, dalla città di Kassel nella Germania centro-occidentale, promuove movimenti artistici all’avanguardia. Arrivata quest’anno alla sua quindicesima edizione, dà letteralmente uno scossone all’idea di arte e di diffusione dell’arte, per diventare una mostra che vuole sovvertire le regole dell’arte e quelle della società. Si inizia con “un approccio curatoriale che mira a un diverso tipo di modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità – dal punto di vista economico, ma anche in termini di idee, conoscenze, programmi e innovazioni”. Il cambio è dato dalla nomina alla direzione artistica non a una sola persona, quasi sempre europea, ma ai nove membri di Ruangrupa, un collettivo indonesiano di artisti, architetti, ingegneri, sociologi, designer, musicisti e scrittori. “Cerchiamo di produrre una nuova estetica, un paradigma etico in cui lo spettatore è obsoleto”, afferma il gruppo nel manuale della mostra. “Il nostro lavoro non dovrebbe essere giudicato da un estraneo, ma in termini di benefici che porta alla comunità che lo crea”. Sovvertire le regole del circuito “altamente competitive, espansive a livello globale, avide e capitaliste” e fare di tutto per capovolgere l’istituzione di Documenta.

I Ruangrupa parlano di creazione attuale come di un ecosistema popolato da collettivi e professionisti non convenzionalmente associati all’arte contemporanea, ma piuttosto a “un’arte a misura d’uomo che opera nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e nelle università, con un ibrido di prassi e forme”. Hanno scelto di organizzare la mostra secondo i principi del lumbung, termine indonesiano per indicare un granaio di riso dove la comunità del villaggio immagazzina il raccolto e lo gestisce collettivamente. Lumbung diventa il modello artistico ed economico interdisciplinare che risponde ai principi di collettività e equa condivisione delle risorse. La modalità con cui definire e organizzare la rassegna è l’altra piccola rivoluzione. Il risultato è un’opera corale firmata da 15 collettivi e 54 artisti per un totale di 1.500 creatori, la maggior parte proveniente dall’emisfero meridionale, praticamente sconosciuti o i cui nomi scompaiono sotto la sigla di un collettivo, divisi tra i cosiddetti membri lumbung e artisti lumbung, in riferimento al metodo di raccolta e gestione del riso. Chi visita Documenta 15 entra in una manifestazione “practice-based”, si trova in una mostra che è un racconto di pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche che appartengono al sud globale del mondo. Una rassegna che si dipana per 32 sedi, distribuita lungo quattro distretti, ciascuno contrassegnato da un colore e da un concetto: il giallo, al centro, corrisponde al cuore della città con i luoghi tradizionali di Documenta; il rosso a nord, nella zona universitaria, dedicato alle questioni sociali; a est, il circuito viola, nell’area di Bettenhausen, nei colossali spazi industriali della società Hübner, il riferimento è all’industria e alla produzione; e il percorso verde legato all’ecologia sulle rive del fiume Fulda. Per tutta l’esposizione l’idea dei Ruangrupa: “Dalla letteratura, alla sociologia, all’economia, alla musica elettronica o all’architettura, creiamo ambienti in cui le persone si relazionano o semplicemente si siedono per parlare di storia dimenticata, nuovi colonialismi e narrazioni migratorie. Non ci sarà molto lavoro, ma ci saranno molti processi”. Uno striscione di protesta è ben visibile sulla facciata Fridericianum: STOP THE KILLINGS. È realizzato dall’artista attivista Kiri Dalena, è un messaggio di RESBAK (Respond and Break the Silence Against the Killings) un collettivo di artisti fondato per organizzare la guerra alla droga nelle Filippine. All’interno dell’austero edificio neo-classico lo spazio espositivo è diventato Fridskul, una scuola utilizzata da artisti e collettivi per discutere e praticare diversi modelli di educazione orizzontale. È proprio questo il lumbung, luogo domestico e spazio sociale dove tutti possono riunirsi, trasformando il freddo spazio museale del Fridericianum in un luogo caldo e dinamico.

Il Wajukuu Art Project, un gruppo basato nello slum di Nairobi, ha realizzato un tunnel che conduce all’interno della Documenta Halle immergendo chi gira per la mostra nell’atmosfera Mukuru con metalli, giochi di luci e suoni che ricordano quelli della città d’origine. In Kenya il gruppo organizza corsi d’arte per i bambini abituati a lavorare nelle discariche. Il Baan Norg Collaborative Arts and Culture, viene dalla Thailandia e gestisce un progetto diviso in tre parti: una rampa per skateboard nella Halle, un teatro di ombre tipico tailandese, il Nang Yai, e un programma per aiutare lo scambio di latte e formaggio tra le fattorie di Nongpho e quelle di Kassel.

Britto Arts Trust è un collettivo del Bangladesh e si concentra sulle politiche nutrizionali e sulle comunità che subiscono gli effetti dell’industrializzazione. C’è anche chi lavora sul riconoscimento della diversità neurologica con artisti e creatori con complesse esigenze di supporto e chi ha organizzato una passeggiata nel parco lungo il fiume tra installazioni fatte da spazzatura per attirare l’attenzione sul trasporto di rifiuti elettronici e tessili verso i paesi del sud del mondo. Il collettivo The Black Archives con il proprio archivio storico composto da documenti e libri di scrittori e scienziati di origine surinamese o africana mostrano cosa possono diventare le pratiche archivistiche quando sono legate alle proteste di una comunità. Così come Les Archives des luttes des femmes en Algérie con più di 60 cartelloni di film, manifesti politici e fotografie relativi ai collettivi di femministe algerine dal 1962, anno di indipendenza del Paese, fino alle rivolte popolari del 2019. Sono esposte le opere di Ceija Stojka, artista rom, che ha raccontato l’olocausto del popolo gitano insieme a quelle di János Balázs, il primo artista rom-ungherese ad affermarsi come tale. Nell’Hallenbad Ost, la piscina costruita nel 1929 in stile Bauhaus , il collettivo indonesiano Taring Padi, che considera compiti primari l’organizzazione, l’educazione e il conflitto, presenta tutto il suo archivio su 600 metri quadri di esposizione. Striscioni di grande formato, poster xilografici e wayang kardus, le marionette di cartone a grandezza naturale, sono le opere d’arte che testimoniano le lotte operaie, contadine e sociali degli ultimi 22 anni. La chiesa di St. Kunigundis è stata trasformata da Atis Rezistans, collettivo di sculture haitiane, in un santuario voudou, pieno di assemblaggi di teschi e ossa umane, reperti di discarica e vecchie parti di automobili. Nella rotonda dell’Hessisches Landesmuseum vengono consegnati ai visitatori tablet e cuffie per attivare una scultura, che rende visibile con la realtà aumentata il sistema di credenze cosmologiche pan-pacifiche che ha ispirato i segni sulla facciata dell’opera d’arte. È uno dei tre contributi artistici di FAFSWAG, un collettivo di artisti lgbtq indigeni della Nuova Zelanda che protestano contro la “cancellazione delle persone e delle identità diverse di genere nelle culture del Pacifico”.

Nel grande piazzale della stazione ferroviaria, per terra, si trovano i disegni di Dan Perjovschi, è il suo Horizontal Newspaper su cui lavora in Romania dal 2010, i temi trattati sono appartenenza, comunità e futuro. Ovunque disseminate nei tanti luoghi di questa edizione di Documenta sono visibili le

insegne del pollo fritto Halal Fried Chicken di Hamja Ahsan, sono lì per mappare gli aspetti della storia islamica, fra sottoculture di fastfood urbane diasporiche e passato coloniale.

La città di Kassel fu il centro cruciale nella politica del Terzo Reich, snodo ferroviario e sede delle principali industrie di armamenti. Venne rasa al suolo dai bombardieri britannici nel 1943 e ricostruita in cemento armato compresso solo negli anni ’50. Per la poca distanza dal confine con la Deutsche Demokratische Republik divenne la “periferia del mondo libero”. Oggi questa risaia comune di arte fatta di archivi e pratiche dialogiche ed esperenziali più che visuali, racconta temi legati ai cambiamenti climatici, alle lotte contro le censure e le oppressioni politiche, contro le speculazioni che distruggono le economie locali, parla di antirazzismo e decolonizzazione, di riconoscimento di soggettività diverse, sposta lo sguardo occidentale verso la collettività nel suo significato più ampio. Con una guerra a un migliaio di chilometri di distanza a est non è solo un esercizio di stile.





Città femministe

Articolo già pubblicato su Left

A chi appartiene lo spazio urbano? Le città che abitiamo sono a misura di uomo o di donna? O, per dirla meglio, le città rispondono ai bisogni di tutte le persone che le compongono? La pianificazione urbana certo non è mai stata neutra. Quando 30 anni fa nelle grandi città spagnole sono state fissate le linee guida per la mobilità si è pensato di più a soddisfare un cittadino standard che era maschio, bianco e di classe media. Così le strade e lo spazio pubblico sono state associate alle attività produttive, un tempo svolte soprattutto dagli uomini, e alle automobili che venivano usate per spostarsi verso i luoghi di lavoro. In questo modo si è avviata una narrazione urbana declinata al maschile che ha portato a un disegno delle città dove le donne venivano pensate nelle case, dedite solo alla vita familiare.

Ancora oggi nonostante la massiccia incorporazione delle donne nel mondo del  lavoro, l’area urbanistica delle principali città spagnole stenta a proporre una soluzione alle difficoltà delle donne nel combinare la loro vita professionale e familiare, quel ruolo di caregiving che spesso sono costrette a svolgere e che non prevede solo una mobilità lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma molti di più. Sono soprattutto le donne che nel tragitto da casa al luogo di lavoro devono accompagnare figli e figlie a scuola, poi quando escono dal lavoro devono ricordarsi di andare al panificio o dal fruttivendolo per comprare quello che trasformeranno in pranzo o cena, devono ripassare dalla scuola per riprendere figli e figlie, devono trovare anche il modo e il tempo di andare dal medico per accompagnare un genitore anziano o un parente non autosufficiente. Poi, quando possono, raggiungono anche il parco o il giardino più vicino per portare a spasso il cane.

A Madrid come a Barcellona, a Valencia o Siviglia, la forma urbanistica è spesso il risultato e la prova dello stretto legame tra patriarcato e capitale. Nei diversi spazi che abitiamo – le case, le strade o le piazze – il modello urbano risponde principalmente alle esperienze e ai bisogni di un soggetto maschile considerato più redditizio e a un modello economico basato sullo sfruttamento. Così poco alla volta, seguendo questa logica, l’urbanistica e l’architettura hanno favorito l’esclusione dallo spazio urbano delle donne e di altre soggettività non egemoniche, come le persone razzializzate, gli anziani, i bambini o le persone con diversità funzionale.

Di fronte a questa concezione della città, che costringe le persone che la abitano ad affrontare grandi spostamenti quotidiani, privilegiando l’uso di veicoli privati, e concepisce le strade come luogo di transito e non di incontro, è emersa l’idea dell’urbanistica femminista e dell’urbanistica inclusiva, che racchiude i contributi di vari campi dell’urbanistica e dell’architettura sulla proiezione di città sostenibili, adatte alla vita quotidiana e centrate sui bisogni delle persone. Negli ultimi tempi è aumentata la richiesta di progetti che rivendicano la necessità di pianificare le città dando priorità alla mobilità necessaria alla cura, principalmente responsabilità delle donne e proprio per questo spesso invisibile, in opposizione alla supremazia della mobilità lineare, cioè quella da casa al lavoro, che mette al centro gli aspetti produttivi e remunerativi, tradizionalmente legati agli uomini.

Ce lo chiede l’Europa quando parla di transizione ecologica e sostenibilità? Città come Vienna o Parigi sono andate oltre la progettazione e hanno già realizzato zone urbane “ dei 15 minuti” basate sul concetto di prossimità, dove il lavoro, i negozi, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il benessere, la cultura, lo shopping e il divertimento possono essere tutti raggiungibili entro quindici minuti da casa propria, a piedi o in bicicletta. La pandemia, il cambiamento climatico e molte altre sfide dimostrano che il mondo ha bisogno di solidarietà, azione collettiva e capacità di lavoro interdisciplinare. La crisi del covid-19 ha esacerbato le disuguaglianze nei confronti delle persone vulnerabili, comprese le donne e le ragazze, ma ha esaltato il loro ruolo predominante nella risposta alla pandemia. Le ha rese consapevoli del divario tra la città costruita e la città che la vita quotidiana richiede per svolgere tutti i suoi compiti. In contrasto con quanto realizzato finora mettere la cura e la socializzazione al centro della progettazione incoraggerebbe tutti, forse anche gli uomini, a partecipare a questi compiti.

In Spagna collettivi di urbaniste femministe come Dunak Taldea nel nord del paese o il Col·lectiuPunt 6, formato da architette e sociologhe riunite in una cooperativa con sede a Barcellona, o UrbanIn+, per l’urbanismo inclusivo, da anni reclamano il recupero dello spazio pubblico,  per garantire il diritto alla città e per costruire città inclusive e socialmente emancipate che incorporino le esperienze e i bisogni del luogo e delle persone che usano e vivono nei loro spazi. Nella pianificazione urbana, la visione femminista delle città spagnole si sta facendo strada nelle istituzioni dopo oltre vent’anni di lotta in ambito accademico e professionale. L’analisi parte dalla consapevolezza che la pianificazione urbana non è neutrale rispetto al genere e che è arrivato il momento di ribaltare le principali linee guida di pianificazione urbana che hanno dato priorità alle esigenze del genere maschile. Si tratta di mettere la vita delle persone al centro delle decisioni urbane. Urbanistica di genere o femminista? Si parla di urbanistica femminista e non solo di urbanistica con una prospettiva di genere perché sebbene il genere sia uno strumento analitico che permette di rendere visibili le differenze negli usi degli spazi dovute al fatto di essere donne e uomini, e i compiti, gli stereotipi e i ruoli attribuiti a ciascuno, si vuole fare un passo in più e si vuole analizzare come questi ruoli di genere influenzano e hanno implicazioni dirette nelle decisioni urbane.

L’impegno è quello di trasformare la società ripensando gli spazi, perché anche gli spazi contribuiscono a plasmare le realtà. Le città progettate dall’urbanistica femminista non pensano solo alle donne, non c’è un disegno che si riduce alle “cose che riguardano le donne”, ma cerca di incorporare una visione intersezionale che parla di problemi universali. La sfida è tener conto della diversità di genere incrociata con altre variabili identitarie, come l’età, l’origine, l’identità sessuale, il tipo di unità di convivenza in cui si vive, la classe sociale, la diversità funzionale, e così via. E come queste variabili si intersecano e si materializzano sotto forma di privilegi e oppressioni nella città e negli spazi che vengono utilizzati. Non c’è altra scelta che reinventare le città e introdurre la diversità delle esperienze e delle necessità in qualsiasi  progetto di pianificazione urbana, perché non è la stessa cosa vivere e sperimentare la città per un giovane adolescente omosessuale di origine straniera, come per una donna anziana, quasi ottantenne, che vive da sola e deve muoversi con un girello negli spazi pubblici o ha bisogno di una panchina dove sedersi ogni 200 metri.

 

 

 





Laura Conti: ma chi ha detto che non c’è?

Ha passato la notte a scrivere Laura Conti. Ha quasi 100 anni e dunque è comprensibile che «tutte le 206 ossa in corpo e le relative 68 articolazioni» le facciano male. «Un’affascinante signora dai capelli bianchi, piena di acciacchi ma sempre una bastian contraria: divisa, nei confronti della cultura ambientalista di questi ultimi anni, fra la collera e la stupefazione».

Siamo all’inizio di «Laura non c’è» ovvero «dialoghi possibili con Laura Conti» inventati con maestria da Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi. Non c’è più Laura Conti perché è morta il 25 maggio 1993 ma «non c’è» anche perché di lei quasi nulla si parla. Possibile? Purtroppo sì. Il suo pensiero e l’agire politico, i tanti libri sono quasi assenti «nei grandi discorsi ambientalisti ed ecologisti della sinistra italiana negli ultimi 30 anni». Se si fosse chiamata Giorgio «sarebbero tutti a onorarla». È tornata invisibile, «una condizione tipica per molte donne».

Eppure… ma chi ha detto che non c’è? «Laura è qui, a disposizione di chi avesse voglia di conoscerla attraverso i suoi tanti testi» scrivono le autrici. E c’è ancora Laura, grazie agli incontri immaginari con donne e ragazze di oggi in questo libro vivace, persino divertente in qualche passaggio. Costruire una storia del genere era difficile, al confine fra presunzione e incomprensibilità: non bastava avere tutte le citazioni giuste sottomano, occorreva ricostruire una credibile Laura centenaria in un verosimile contesto. Lode alle due autrici ché ci sono riuscite, inventando 7 donne e gatta di contorno. Luba è quasi una comprimaria: un’insolita badante che dalla biblioteca di Leopoli finisce nel “manicomio” di Laura passando per umiliazioni e disavventure. Invece Enza lavora in ospedale e pur essendo un’amica di vecchia data per Laura ancora si scandalizza per le sue “irriverenze”. Poi ci sono le giovani donne e una ragazzina che dialogano con quella “vecchia e strana signora”: la ricercatrice Emma, Rita (contadina alternativa), la diciassettenne Anna che vuole salvare il mondo al più presto e la giornalista Ilaria.

All’interno delle micro-storie incontreremo Seveso e l’aborto, Rachel Carson, la biologia e l’ambientalismo scientifico, i libri di Laura Conti (soprattutto «Questo pianeta» e «Una lepre con la faccia da bambina»), la Resistenza e il Pci, la scuola e la fabbrica, i danni sconosciuti dell’agricoltura, «il senso del futuro», le tre leggi dell’ecologia (più una: in natura «non si distribuiscono pasti gratuiti»)…

Nell’ultimo capitolo si esce dalla fiction – pur così realistica – e le due autrici ricordano «come le donne sono capaci di spiegare il mondo, soprattutto quando non è loro richiesto…». E ci gettano nell’oggi dove «un virus ha sfruttato l’organizzazione sociale, economica e politica del capitalismo per sconvolgere il pianeta» rendendo «ancora più evidente che siamo in bilico fra una catastrofe ecologica o l’inizio di un mondo diverso». Poi le utilissime note, condite con un bel pizzico di ironia.

Citazione finale per un documento che Laura Conti scrisse (con altre/i) poco prima di morire: «Abbiamo avuto una pratica politica che non ha saputo o spesso non ha voluto aggredire i meccanismi forti del modello dio sviluppo capitalistico che sono alla base del degrado ambientale». Il risultato è sotto gli occhi.

Barbara Bonomi Romagnoli, Marina Turi.

«Laura non c’è – Dialoghi possibili con Laura Conti»

Fandango Libri

128 pagine, 12 euri

 





S1: E1 “Rozeta”

Rozeta, anzi la dottoressa Rozeta, oggi vive ad Asti e quando indossa il suo camice bianco e si cinge il collo con lo stetoscopio, come fosse una collana preziosa, sorride felice. Visita i suoi pazienti nell’ambulatorio, dipinto di bianco e verde acqua, in corso Casale, perché finalmente è anche lei una medica di famiglia. Proprio come quando a 24 anni, appena laureata, lavorava come medica di base per quattro diversi paesini intorno a Shkoder, nel nord dell’Albania ai confini con il Montenegro, in un piccolo centro sanitario con solo sei posti letto riservati ai casi più urgenti. È proprio qui che si è specializzata in microbiologia, lei che fin da piccola si divertiva a guardare una goccia di saliva o l’ala di un insetto con il microscopio giocattolo, regalo di compleanno. Rozeta la medica che poi ha sposato Leonard il bravo violoncellista biondo e ha iniziato, come tante, come tutte, a dividersi tra il lavoro fuori di casa con i pazienti e quello in casa, con lui spesso in giro a fare concerti e lei a badare ai due bambini, a crescerli. Niente che la turbasse e le facesse pensare di mollare tutto per andare via. Poi, correva l’anno 1997, è iniziato il “periodo dell’anarchia albanese”, come scrive anche Wikipedia. Una vera guerra civile, con le persone armate per le strade, la crisi economica che aveva portato il paese alla rovina e spinto tanti albanesi, disperati e terrorizzati, a scappare. Anche per Rozeta e Leonard, e il violoncello e i figli, l’idea è stata quella di andare via, appena possibile, abbandonare tutto per raggiungere quella parte della famiglia che da dieci anni viveva ad Asti e ricominciare. Ovviamente saper suonare uno strumento è qualcosa di riconosciuto, e apprezzato, in tutto il mondo, anche in Italia, e iniziare a dare lezioni di musica o suonare per la banda cittadina per Leonard non è difficile, la musica è una lingua universale, anche quando l’italiano è stentato. Rozeta già sa che una laurea in medicina presa in un altro paese, anche se europeo, in Italia non ha alcun valore legale. Per ottenere il permesso di soggiorno si fa prima se si inizia a fare la sarta o la badante in una residenza per anziani, anzichè  aspettare  tempi e peripezie burocratiche per il riconoscimento del titolo di studio. Senza scoraggiarsi, cercando di cavarsela, studiando una nuova lingua, provando a capire e ad abituarsi a un modo di vivere diverso, sfidando la diffidenza degli sguardi e i pregiudizi. Solo quattro anni per avere una risposta dal ministero della salute: “per quanto riguarda la domanda della sig.ra Rozeta …, di nazionalità albanese, in possesso di Laurea in Medicina e Chirurgia, la Commissione Didattica, esaminata la documentazione allegata, invita la Facoltà ad ammettere la richiedente, senza obbligo di frequenza, direttamente al VI Anno del Corso di Laurea Specialistica a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia, con obbligo di sostenere i seguenti esami di profitto: Emergenze Medico-Chirurgiche, Clinica Medica, Clinica Chirurgica, Pediatria Generale e Specialistica, Ginecologia e Ostetricia, Medicina Legale, Sanità Pubblica e Medicina del Lavoro.”.  Ovviamente la facoltà è quella  dell’università Sapienza di Roma, facilmente raggiungibile da Asti, capoluogo della provincia omonima, in Piemonte. Rozeta studia, ci mette due anni, spostamenti compresi, a superare brillantemente gli esami richiesti e poi, quando la legge lo ha permesso, si è iscritta al corso triennale per diventare una medica di famiglia e oggi è la prima, e per ora unica, straniera medica di famiglia in Italia.

Secondo i dati dell’Associazione Medici Stranieri in Italia, a fine 2019, in Italia ci sono 80mila professionisti della sanità di origine straniera, di cui 19mila medici: il 65% non ha la cittadinanza italiana, o è in attesa di riconoscimento titoli conseguiti all’estero, e per questo l’85% lavora nel privato non potendo accedere ai concorsi pubblici.





Ellas conducen

 

Un adagio che si sente ripetere spesso ancora oggi è “donna al volante, pericolo costante”, poi c’è chi preferisce la versione “pericolo ambulante”, comunque lì a sottolineare quanto le donne alla guida mettano a rischio l’incolumità planetaria, non per negligenza, proprio perché sono donne e guidare, si sa,  è da sempre cosa da uomini.  Per non parlare dei parcheggi:  “una donna in auto non vuole i sensori di parcheggio, perché si regola con il rumore del muro”. Tanti gli stereotipi sulla donna maldestra o imbranata quando guida, anche se ormai soppiantati dalle statistiche sulle strade di mezzo pianeta.

Tutto il mondo è paese e anche in Spagna esiste un modo di dire sessista per deridere le donne al volante: “Mujer tenía que ser”, per rafforzare l’idea che le donne valgono meno. Uno dei tanti detti machisti che andrebbe cancellato dal vocabolario. Per cercare di renderlo almeno meno popolare all’inizio del mese  luglio dell’anno 2019, ventunesimo secolo,  è stata lanciata la campagna #EllasConducen (loro guidano) focalizzata nel superare questo stereotipo di genere e finalizzata a dare autonomia a donne a rischio di esclusione sociale, perché anche avere una patente di guida è una forma di autonomia, di indipendenza. L’iniziativa è stata pensata e avviata  dalla motorizzazione, d’accordo con la ONG Ayuda en Acción,  associazione di cooperazione internazionale, e con Midas-Spagna, catena internazionale specializzata nella manutenzione dei veicoli.  Ambasciatrice della campagna #EllasConducen è la pilota Ana Carrasco, 22 anni, vincitrice del campionato mondiale di motociclismo con la sua Kawasaki Ninja 300.  Se l’obiettivo è rompere gli stereotipi di genere che accompagnano ancora le donne quando guidano è intanto cosa buona e giusta evidenziare quello che le statistiche rilevano.

Le donne corrono meno rischi al volante e sono più rispettose delle regole del traffico, il che significa che hanno meno incidenti e meno gravi. In Spagna ci sono 26,6 milioni di patenti automobilistiche: 15,4 milioni sono titolari maschi e 11,2 milioni sono intestate a femmine. Il divario esiste, ma sembra diminuire. La differenza si estende a sfavore dei maschi se parliamo di automobilisti alla guida deceduti: dei 1.170 deceduti nel 2017, solo il 10,8% erano donne. Questa differenza è spiegata da diversi fattori. Secondo il rapporto dell’Istituto di tossicologia e scienze forensi,  tra i deceduti che sono risultati positivi per alcol, droghe o psicofarmaci, ci sono undici maschi per ogni conducente femmina. Gli studi e i dati confermano che le donne sono più rispettose delle regole di circolazione, ma nonostante tutto, senza alcuna base scientifica come supporto, persiste lo stereotipo sul fatto di essere goffe, impacciate e dannose al volante. Ecco perché, attraverso l’hashtag #EllasConducen, si vuole provare a ribaltare l’ordine di idee, a infrangere il mito sulla guida femminile. La campagna ha anche un importante risvolto solidale. È stato deciso di sostenere il progetto, sviluppato da Ayuda en Acción, che promuove l’occupabilità, l’integrazione e l’empowerment di donne senza risorse. Sarà fatto finanziando le spese da sostenere per ottenere la patente di guida per le partecipanti al programma Women in Action, che ne hanno bisogno per viaggiare, per motivi familiari e lavorativi. Non è una sciocchezza. La patente non è solo un pezzo di carta plastificato. È uno strumento di lavoro, è autonomia e libertà. Per non dipendere da nessuno o non dover chiedere favori. In diverse occasioni c’è chi si vede costretta a rifiutare un lavoro proprio perché senza la patente di guida.

Questo aspetto sociale ha indubbiamente contribuito all’iniziativa e l’ha fatta diventare virale, ottenendo il supporto di comunità molto diverse tra loro, dai tifosi del calcio, agli appassionati di cinema, fantascienza o videogiochi, da personaggi della televisione, da insegnanti e da modelle di professione.

Quindi tutte al volante, perché vedendo le donne che fanno ciò che vogliono fare, altre donne sapranno che possono farlo.

 


Foto copertina tratta da: https://www.cinematographe.it




App per femmine.

Donne dinamiche e super tecnologiche: ecco le migliori app dell’anno per le donne. Le app che ogni donna dovrebbe avere sul proprio smartphone. Le migliori app che ogni donna dovrebbe scaricare. App per donne: come lo smartphone può semplificarti la vita. Le 5 migliori app pensate per le donne. Le 7 app più utili che ogni donna dovrebbe avere.  Questi sono solo alcuni dei titoli che si incontrano on line e che ricordano che esistono applicazioni scaricabili sui telefonini di nuova generazione, dedicate espressamente al genere femminile, il genere portatore del cromosoma X.

Se poi si va a curiosare si scopre che sono applicazioni che “alleggeriscono la borsa e facilitano la vita quotidiana” e che “una volta provate non ne potremo (noi donne!) più fare a meno”. A questo punto è d’obbligo scendere nel dettaglio anche perché, tanto per galleggiare tra gli stereotipi sessisti, la curiosità è femmina. Per controllare di essere sempre in ordine c’è l’applicazione che trasforma lo smartphone in un vero e proprio specchietto da borsa. Pratico e a prova di rottura per scongiurare i 7 anni di sfortuna, indispensabile per aggiustare la ciocca ribelle di capelli che ti ostacola e ti fa apparire disordinata proprio mentre fai la spesa al supermercato. Volendo ti puoi scattare anche un selfie con il cespo d’insalata o con il prestante addetto al banco dei surgelati. A questo proposito con l’applicazione giusta non corri più il rischio di dimenticare la lista della spesa sul frigorifero, puoi memorizzare tutto in una lista digitale che ti seguirà ovunque chiedendoti “hai comprato i ravanelli?”, “ti sei ricordata dei sacchetti della spazzatura?”. Leggendo ancora si scopre che nella Silicon Valley, non scevra da accuse di sessismo, c’è comunque un team di donne che pensa app esclusivamente per altre donne. Deve essere una sorta di inquietante sorellanza digitale.

C’è quella in cui è possibile inserire età e dati personali riguardanti il tipo di pelle che hai, per ricevere info e consigli sui prodotti da usare o da evitare, qualora ti fossi persa una pubblicità o ti fossi distratta. Ma c’è di più, c’è una app discreta e dal funzionamento facile e intuitivo –  si sa donne e motori (o tecnologie) gioie e dolori – che permette di localizzare centri estetici a pochi passi dalla propria geo localizzazione. La guerra al disordine, alla trascuratezza, al pelo superfluo è ufficialmente dichiarata e si deve vincere. Poi c’è un’app che unisce 350 esercizi cardio e di resistenza studiati proprio per modellare il corpo femminile, tonificare, snellire, per ottenere solo le curve giuste al posto giusto, sennò che donna sei? A chi piacerai? Piacere a se stesse non è considerata opzione valida, né sufficiente.

C’è anche la vocina che ti ricorda di farli quegli esercizi, pigra! E sei hai un momento di sconforto tra una applicazione che ti  ricorda che devi idratarti e un’altra che ti comunica quante calorie hai già assunto e in quante poche ore danneggerai il tuo peso forma, ecco che ti supporta una app per aumentare la fiducia in te stessa, che ti fa fare un respiro profondo e riequilibra i livelli di stress presenti nella tua mente. E poi, tra tutte, le app che monitorano il ciclo mestruale, per non sbagliare mai il giorno. Si può sapere con esattezza quando iniziano le prossime mestruazioni, quali sono i giorni più fertili o se usi la pillola anticoncezionale ti ricorda di prenderla ogni 24 ore.

Tenere sotto controllo il peso, l’umore, la fertilità, l’appetito, la digestione, la contabilità domestica, il trucco. Tenere sotto controllo sembra essere quello che accomuna tutte queste applicazioni che, tra buone intenzioni e cattivi stereotipi, dovrebbero chissà perché e come facilitare la vita delle femmine.

Deve aver pensato proprio a questo  il governo dell’Arabia Saudita quando ha realizzato e diffuso sulle piattaforme Apple e Google, che si sono prestate con buona pace del liberalismo nell’era digitale, l’app Absher. 

Si scarica gratis e, con la scusa di semplificare la burocrazia, permette con un click l’accesso ai servizi forniti dal governo arabo, consente il rinnovo delle licenze, la presentazione di domande per un lavoro pubblico e persino la segnalazione di reati alle autorità o la registrazione ufficiale di nuove nascite.

Sembrerebbe tutto normale, se non per una delle sue sezioni tutta incentrata sul controllo delle donne che dipendono dagli utenti della app, a cui l’applicazione si riferisce definendole proprio come “dipendenti”.

Così gli uomini sauditi che usano l’applicazione possono revocare i permessi di viaggio, stilare una lista dei luoghi dove le donne a loro affidate (mogli, figlie, sorelle …) possono o  non possono andare, sottoponendole alla totale perdita di autonomia e privacy, sconfinando in uno strumento di controllo opprimente e maniacale. Ma questa è una app per maschi.


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