PAOLO PELLEGRIN

(articolo già edito sulla pagina facebook Scriptphotography).

La Storia è un tempo fornito di senso. Se il significato dei giorni è cancellato, avremo un tempo sterilizzato dalle differenze, in cui l’esperienza umana riflette se stessa come davanti a uno specchio vuoto. Ne abbiamo coscienza. Abbiamo imparato ad averne consapevolezza in questi mesi che, nel tentativo di contenere il diffondersi di una pandemia, ci ha visto costretti a una clausura forzata tra le mura di casa, costringendoci, nel bene o nel male, a rimodulare la gestione del tempo, degli interessi, del lavoro e persino degli affetti: un mondo improvvisamente affollato, contrapposto alla desolata solitudine del mondo “là fuori”, si è affacciato suggerendoci una nuova lettura dei rapporti interpersonali.
Una importante fotografa italiana ha affermato che “questo tempo non è fotografabile” in quanto non succederebbe nulla. Con tutto il rispetto che nutro verso la fotografa, il suo parere non mi trova d’accordo. Accetto tuttavia lo stimolo, la provocazione; e un’affermazione che mi costringe a un ragionamento io la saluto come benvenuta. È vero, le città sono state deserte, spogliate forzatamente dai suoi protagonisti, dalle donne e dagli uomini che ogni giorno ne affollano le strade e le piazze e che grazie alla loro presenza le innervano di vita. Dove non ci sono donne e uomini non c’è storia, non ci sono attività, non c’è linfa, non c’è racconto. Ecco la questione, il racconto. Come ha raccontato la fotografia questi giorni “fatti di niente”, scivolati uno dopo l’altro come fumo di fumi?
A differenza di altri fotografi professionisti, che imbastivano la narrazione presentandoci città deserte, scheletriche, evaporate dalla presenza umana – riportando alla mente non già gli effetti del lockdown, quanto i ricordi della solitudine delle grandi città nei Ferragosto del passato – mentre i fotografi amatoriali – per meglio dire i medici e gli infermieri fotoamatori – impegnati nelle prime linee delle unità di terapia intensiva, si ritagliavano il ruolo di testimoniare da dentro gli ospedali gli effetti della tragedia, con immagini che ci sono giunte nel pieno della loro efficacia con buona pace sull’opinione della famosa fotografa.
Paolo Pellegrin dev’essersi chiesto come la fotografia può rifornire di senso un tempo che dal punto di vista fotografico, come si obbietta, ne sarebbe privo e ha puntato l’obiettivo della fotocamera girandolo dalla guerra alla sua famiglia. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi assume il volto dell’opportunità. Ginevra non è lontana, eppure a questo luogo tra le verdissime montagne basta poco per presentarsi come privo d’orizzonte, come se l’inquietudine del momento, i timori potessero trovare risposte nel disorientante silenzio della solitudine. Eppure, anche se si può desumere dalle stesse fotografie, quello di Pellegrin è tutto tranne che un diario della quarantena, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di tornate ad essere proprietario di un tempo sottratto alla famiglia a causa degli impegni. Un tempo ritrovato che trasuda il desiderio di intimità, che ora si offre perché sia gustata in profondità. I ritratti delle figlie, della moglie, così connesse nel luogo prescelto, svelano la vocazione a scovare nelle piccole cose il senso più universale dell’appartenenza, di una “vicinanza” fisica che rende sterile qualunque parola d’amore pronunciata a distanza. Pellegrin qui è nelle vesti di padre. Dismesse quelle del fotoreporter, e deposto l’obiettivo che ha inquadrato innumerevoli rivolte ora assume il respiro di chi ha davanti a sé la più grandiosa delle esperienze: vivere lo stesso tempo della famiglia, sentire quanto più possibile le risa delle sue bambine, ascoltarne il respiro, vederle al gioco e lasciarsi conquistare dall’insaziabile voglia d’essere al centro dei suoi affetti, qui suggellato dal luminoso ritratto della moglie.
Non è raro, ma accade, che per raccontare una storia che raggiunga la sensibilità di molti è necessario narrare le piccole cose, così che nell’accenno della sincerità si trovi un’eco in cui riconoscersi, perché possiamo sentirci parte di un’umanità dai valori condivisi. Con questo lavoro, assai distante da quelli che conosciamo e ammiriamo, abbiamo la sensazione che Pellegrin abbia voluto ribaltare momentaneamente il suo ruolo professionale, una deroga che vede lui offrire la cronaca di se stesso dopo anni in cui ha offerto eventi riguardanti altra gente, altri paesi. Questa, dunque, è la storia di un ritorno; è la storia di un fotografo che ha voluto e saputo fermare il tempo e piegarlo alla sua volontà. Forse, come si è detto, non sarà un vero e proprio diario della quarantena ma è certo che è da lì che nasce, dal desiderio di fornire di senso un tempo che ricorderemo a lungo.


History is a time filled with meaning. If the meaning of the days is canceled, we will have a time sterilized by differences, in which human experience reflects itself as if in front of an empty mirror. We are aware of this. We’ve learned to be aware of these in recent months that, in an attempt to contain the spread of a pandemic, has seen us forced to a forced enclosure our own houses, forcing us, for better or for worse, to remodel the management of time, interests, work and even affections: a world that is suddenly crowded, opposed to the desolate solitude of the world “out there”, has approached us by suggesting a new reading of interpersonal relationships.
An important Italian photographer said that “this time it ain’t photographable” as nothing would happen. With all the respect I have for the photographer, her opinion does not agree. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. Where there are no women and men there is no history, there are no activities, there is no lymph, there is no story. Here’s the question, the story. How did photography say “days made of nothing”, slipped one after the other like smoke?
Unlike other professional photographers, who based the narrative by presenting us deserted, skeletal cities, evaporated by the human presence – bringing to mind not the effects of the lockdown, but the memories of the solitude of the big cities in some past August Bank Holyday – while the amateur photographers – to better say the doctors and photo amateurs nurses – engaged in the front lines of the intensive care units, carved out the role of witnessing the effects of the tragedy from within the hospitals, with images that reached us in full effect with all due respect on the famous photographer.
Paolo Pellegrin must have wondered how photography can make sense of a time that from a photographic point of view, as it is objected, would lack it and aimed the camera lens by shooting it from war to his family. Isolation, the inability to move takes on the face of opportunity. Geneva is not far away, yet in this place among the green mountains, it takes little to present itself as lacking in the horizon, as if the restlessness of the moment, fears could find answers in the disorienting silence of solitude. Yet, even if it can be deduced from the same photographs, Pellegrin’s is anything but a quarantine diary, but rather the successful attempt to return to being the owner of a time stolen from the family because of the commitments. A rediscovered time that exudes the desire for intimacy, which is now offered to be enjoyed in depth. The portraits of the daughters, of the wife, so connected in the chosen place, reveal the vocation to find the most universal sense of belonging in small things, of a physical “closeness” that renders any word of love pronounced remotely sterile. Pellegrin is here as a father. Decommissioned those of the photojournalist, and set the goal that has framed countless riots now takes the breath of those who have the greatest experience in front of them: live the same time as the family, hear the laughter of his girls as much as possible, listen to the breath, see them at play and let themselves be conquered by the insatiable desire to be at the center of his affections, here sealed by the bright portrait of his wife. It ain’t uncommon, but it happens, that to tell a story that reaches the sensitivity of many it is necessary to narrate the little things, so that in the hint of sincerity there is an echo in which to recognize ourselves, because we can feel part of a humanity from shared values. With this work, very distant from those we know and admire, we have the feeling that Pellegrin wanted to temporarily overturn his professional role, a derogation that sees him offering the chronicle of himself after years in which he has offered events concerning other people, others countries. So, this is the story of a return; it’s the story of a photographer who wanted and knew how to stop time and bend it to his will. Perhaps, as has been said, it will not be a real quarantine diary but it is certain that it is from there that it arises, from the desire to fill with sense a time that we will remember for a long time.


Ph. Paolo Pellegrin https://www.magnumphotos.com/


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OMAGGIO A ROBERT CAPA

Oggi ricorre il sessantaseiesimo anniversario della morte di Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernö Friedman (Budapest 1913 – TháiBinh, Vietnam 1954).

La storia della fotografia lo ha venerato, e con ragione, per
l’originalità del segno che ha caratterizzato la sua vasta e straordinaria
produzione; da alcuni commentatori considerata un vero e proprio lascito per la
generazione di reporter venuti dopo di lui e dediti al fotogiornalismo che ha
caratterizzato la cultura fotografica di buona parte del Novecento, un secolo
ricco di figure carismatiche in molti ambiti.

Conosciuto come uno dei maggiori esponenti del fotogiornalismo, è sua
la famosa affermazione: “if your pictures aren’t good enough, you
aren’t close enough
”. Una convinzione che gli costò la vita in
Indocina, colpito dall’esplosione di una mina. Una perdita grave negli ambienti della
fotografia internazionale. Una sorte simile subì la compagna Gerda Taro,
fotografa, che morì travolta da un carro armato durante guerra civile spagnola.

Capa fu co-fondatore della Magnum Photos Inc., assieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert.

Fu anche reporter per la rivista Life, che pubblicò i suoi reportage sulla presenza delle truppe anglo-americane nel nostro Paese.

Uomo apolide e giramondo, ebbe una vita personale intensa e
appassionata. Seguendolo su e giù per gli scenari di guerra è possibile
cogliere l’essenza  di un fotografo
audace, che non esita a mettersi in gioco con l’azzardo di un vincente per
rendere al mondo testimonianze di grande spessore fotografico, fino al fatale
momento in cui esplose la mina; una fine beffardamente coerente per un uomo che
scelse di vivere fino in fondo, con grande integrità, il mestiere di
corrispondente di guerra.

Capa asseconda il cambio di passo nella fotografia di guerra, di cui
diventa riferimento emblematico, facendosi partecipe di un nuovo modo di
vedere, deideologizzato, degli atti bellici. E ciò avviene fra la Guerra civile
spagnola e la Seconda guerra mondiale.

Infatti la tradizione di epoca precedente, fino alla Prima guerra
mondiale, imponeva un linguaggio fotografico vincolato a un monopolio formale.

Nel 2015 visitai a Milano una mostra dedicata all’autore in occasione del centenario della sua nascita, ed è proprio di questa esposizione che vorrei parlare per ricordarlo.

Una mostra incentrata sul periodo italiano. Gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale: una raccolta di scatti datati 1943-44.

Una rassegna di 78 immagini che trattano dello sbarco degli alleati in
Italia: Monreale, Anzio, Cassino, Palermo, Agrigento, alcuni dei luoghi toccati
dall’evento.

Un bianco e nero di qualità indiscutibile al servizio di un realismo
limpido nelle scene ritratte, dove la guerra si mescola alla vita quotidiana
della gente, della povera gente che accoglie i soldati americani con grandi
sorrisi di sollievo e sorpresa; alcuni tendono le mani verso di loro, con la
massima apertura tipica della gente del nostro meridione, gente che non aveva
più nulla da perdere.

Foto di un’epoca nella quale la fatica di vivere era dominante, lo spaccato di un’Italia misera, nella quale la ricchezza era poter esibire un paio di pani, tenuti in mano quasi come un trofeo, passeggiando in piazza Luigi Pirandello ad Agrigento con indosso l’abito buono.

Uno sguardo concentrato sulle milizie alleate; giovani ritratti nei
loro bei volti ben nutriti della ormai vittoriosa America, i portatori di aiuti
insperati, protagonisti dell’attrazione verso lo straniero venuto a liberare
una terra lacera e affamata.

Suggestive, data l’insolita collocazione e i chiaroscuri sapientemente
distribuiti, le immagini dell’unità chirurgica allestita dagli alleati
all’interno di una chiesa.

Nel nostro mondo moderno, ve l’immaginate un’equipe chirurgica che
opera nella sagrestia o di fronte all’altare di una chiesa sconquassata dalla
guerra?

Forse oggi sì, ce lo immaginiamo data la grave emergenza sanitaria che
stiamo vivendo a causa della pandemia. Estreme misure per far fronte a estreme
necessità.

Il dolore, la distruzione e la morte sono il nucleo tematico di questa
raccolta, eppure nelle foto di Capa ho intravisto un profondo senso della vita;
una grande forza compositiva anima le persone e i luoghi con l’ausilio di
un’enfasi storicizzante ma nessuna retorica.

Ancora un cenno sulla dimensione culturale della fotografia di guerra di Capa: come rappresentare la violenza e la morte “in diretta”. L’autore lo fece con il “Miliziano“, e fu il primo a mostrare la morte in battaglia dandone la visione più cruda.

Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography

Dalle parole di  Luigi Tomassini:

La fotografia del miliziano, ma anche e forse
ancor più le fotografie dello sbarco in Normandia o della campagna d’Italia,
introducono l’aspetto relativo all’annullamento della distanza fra evento e sua
rappresentazione Quando J?nger affermava che l’azione del soldato e quella del
fotografo  erano assimilabili, ma
“chi spara non può fotografare”, intendeva dire che la distanza fra
la vera esperienza di guerra e la sua rappresentazione appariva ai suoi tempi
incolmabile
[…] i fotografi come Robert Capa, che cercavano per primi di
fotografare da dentro l’esperienza di guerra, aprono la strada a un processo
nuovo, in cui anche quel confine appare valicabile, determinando quindi l’avvio
di una ridefinizione dei rapporti fra reale, virtuale, immaginario, con
conseguenze che ad oggi, forse, non siamo ancora pienamente in grado di
valutare.

Ancora, lo scrittore americano John Steinbeck:

Capa sapeva cercare, e poi sapeva usare ciò che
trovava. Sapeva, ad esempio, che la guerra, fatta in così larga misura di
emozione, non si può fotografare; ma egli spostò l’angolo, e la fotografò. Su
un volto di bambino sapeva rivelare l’orrore di tutto un popolo. Il suo
apparecchio coglieva le emozioni, e le conservava. L’opera di Capa è da sola,
tutta insieme, l’immagine di un grande cuore e di una irresistibile pietà.
…Capa era in grado di fotografare il moto, la gaiezza, la desolazione, Era in
grado di fotografare i pensieri. Ha creato un mondo, che è il mondo di Capa.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography