Pensiero e strada. Genealogia del transfemminismo in tre movimenti

I. Madrid: dalle origini al presente

Madrid ha una geografia politica che si legge percorrendo la città a piedi, dal centro verso sud. Nei pressi di Puerta del Sol, in una traversa discreta a pochi isolati da Plaza Mayor, esiste dal 1978 la Librería Mujeres: una libreria femminista, nata come cooperativa di duecento donne, in un momento in cui riunirsi era ancora un atto che richiedeva coraggio, oggi collocata in Calle del Marqués Viudo de Pontejos con la sua casa editrice Horas y Horas annessa. Proseguendo verso sud lungo Calle del Duque de Alba si incontra Traficantes de Sueños, libreria e casa editrice politica fondata nel 1995 come spazio di incontro dei movimenti sociali. Più a sud ancora, su Calle Embajadores, batte il cuore della Eskalera Karakola. Sono tre nodi di una stessa rete, costruita in decenni diversi, che non ha mai cercato visibilità istituzionale, né ha voluto diventare destinazione turistica, a differenza dell’altra Madrid che i visitatori incontrano normalmente: quella di Chueca, il quartiere arcobaleno a nord della Gran Vía, che la transizione democratica ha trasformato in simbolo della Spagna liberale e il mercato ha poi ridotto a marca, a prodotto, a una certa idea di libertà consumabile.

Il transfemminismo è nato nell’altra Madrid, quella meridionale, da movimenti che del conflitto hanno fatto metodo e della marginalità terreno di pensiero.

Capire come sia potuto accadere richiede di tornare indietro, a prima che il nome esistesse, quando l’idea stava già prendendo forma nei corpi e nelle pratiche di chi la viveva senza ancora saperla nominare.

La Spagna esce dalla dittatura franchista nel 1975 con un’eredità di silenzi e di corpi repressi che i movimenti femministi cominciano immediatamente a nominare e a rivendicare. Le prime Jornadas por la Liberación de la Mujer si tengono a Madrid nei giorni 6, 7 e 8 dicembre di quell’anno, convocate nell’interstizio tra la morte del dittatore e la costruzione ancora incerta della democrazia, in un clima in cui tutto è urgente e tutto è simultaneo: il diritto all’aborto, la legalizzazione dei contraccettivi, il divorzio, la parità giuridica.¹ Il Colectivo Feminista de Madrid nasce nel settembre del 1976 in questo contesto di febbrile urgenza, radicale e di ispirazione marxista, convinto che le donne costituiscano una classe sociale distinta e che la militanza femminista non possa essere diluita nell’appartenenza ai partiti.² Sono posizioni scomode allora come oggi, e proprio per questo resistono.

All’interno di questo femminismo della Transizione si muovono tuttavia corpi che il femminismo stesso stenta a riconoscere. Le lesbiche esistono ai margini del margine: presenti nelle lotte, invisibili nei manifesti.

Nota: Il termine “lesbica” compare in queste pagine nella forma in cui i movimenti lo hanno storicamente usato: non come classificazione imposta dall’esterno, ma come identità assunta deliberatamente. Dalla seconda metà degli anni Settanta il femminismo lesbico spagnolo e italiano ha operato questo rovesciamento, trasformando un termine di stigma in strumento di visibilità politica. L’uso che se ne fa qui rispetta quella scelta, senza ignorare che il dibattito su chi possa usarlo e con quale significato rimane aperto: è precisamente uno dei nodi che i prossimi articoli di questa serie si troveranno ad affrontare.

Nel 1981 nasce il Colectivo de Feministas Lesbianas de Madrid, fondato tra le altre da Empar Pineda, che sceglie la visibilità come strategia politica in un momento in cui mostrarsi è già di per sé un atto sovversivo. Il collettivo porta in televisione facce e nomi, denuncia la misoginia che attraversa anche i movimenti di liberazione omosessuale, rivendica uno spazio autonomo che non sia né quello del femminismo istituzionale né quello del movimento gay maschile. Sono le prime a intuire che le categorie non bastano, che i movimenti si attraversano e si contraddicono, che la liberazione non si declina al singolare.

Il decennio successivo radicalizza ulteriormente questo pensiero attraverso due collettivi che emergono a Lavapiés nel solco dell’okupa, dell’antimilitarismo e della critica queer che giunge tradotta dall’anglosassone: La Radical Gai, nata nel 1991 come scissione di COGAM, e LSD, fondata nel 1993 come collettivo di persone lesbiche con un acronimo deliberatamente polisemico.³ ? Entrambi pubblicano fanzine, Non Grata le prime, De un Plumazo i secondi, come forma di pensiero che non aspetta le case editrici, non chiede permesso, si riproduce per fotocopiatura e circola di mano in mano. In quegli anni la teoria precede la pratica, o forse le cammina affiancata: i testi di Judith Butler vengono letti e discussi negli stessi spazi in cui si dibatte di AIDS, di sgomberi, di violenza poliziesca. Il pensiero queer non è ancora accademico; è uno strumento per comprendere perché i corpi che non corrispondono ad alcuna norma continuino a essere esposti alla violenza.

È in questo contesto che nel novembre del 1996 un gruppo di femministe e persone lesbiche occupa una vecchia panetteria del XVII secolo abbandonata al civico 40 di Calle de Embajadores, nel cuore di Lavapiés.? La chiamano Eskalera Karakola: la scala a chiocciola che divide i piani dell’edificio diventa il nome di uno spazio senza precedenti nel paese, il primo centro sociale occupato in Spagna gestito esclusivamente da donne. Non è soltanto un luogo fisico, benché lo sia in modo molto concreto, con le travi ammalorate, il laboratorio del pane ancora visibile sotto gli strati di vita accumulata, il soppalco buio raggiungibile solo per quella scala stretta. È una forma di pensiero resa mattoni, una risposta alla constatazione che perfino negli spazi sedicenti liberati la violenza di genere e l’omofobia trovano ospitalità. Sgomberata nel 2005 e demolita nel 2010, l’Eskalera Karakola combatte per anni il reinsediamento fino a ottenere due piccoli locali al piano terra del civico 52 della stessa calle: uno spazio più ridotto, frutto di una lunga trattativa politica con il comune, ma fedele agli assi fondativi originari.?

Negli anni successivi alla prima occupazione quello spazio diventa un nodo di produzione intellettuale e politica che si irradia ben oltre Lavapiés. È da lì che molte delle partecipanti giungono alle Jornadas Feministas di Córdoba nel dicembre del 2000, dove per la prima volta il termine transfemminismo viene pronunciato pubblicamente: lo fa Kim Pérez nella relazione ¿Mujer o trans?, quasi un’interrogazione aperta più che una proposta compiuta.? Cosa accade quando i movimenti femministi e i movimenti trans smettono di guardarsi con diffidenza e cominciano a pensare insieme? Cosa rimane del soggetto politico femminista se lo si apre, se ci si rifiuta di definirlo per esclusione? Le risposte non arrivano immediatamente, ma la domanda è posta, e non è più possibile smettere di udirla.

Nel dicembre del 2009, a Granada, le Jornadas Feministas statali intitolate Granada, treinta años después: aquí y ahora diventano il momento in cui quella domanda riceve forma programmatica. Nello stesso mese la Red PutaBolloNegraTransFeminista pubblica il Manifiesto para la Insurrección Transfeminista: un testo che rifiuta esplicitamente la dimensione accademica e quella istituzionale, dichiarando guerra simbolica a tutti i sistemi che producono corpi normali e corpi scartati.? Il nome stesso del collettivo è già un programma: il rifiuto di qualsiasi gerarchia tra le oppressioni, la scelta dell’alleanza più ampia e più scomoda possibile.

Tutto questo avviene a Lavapiés e nel suo intorno, e non vi è in ciò nulla di casuale. Il quartiere è in quegli anni uno degli spazi più densamente intersezionali di Madrid: migranti, precari, artisti e attivisti condividono gli stessi edifici che la speculazione immobiliare ha ancora risparmiato, gli stessi mercati, le stesse scale. La rete di spazi politici costruita in questo triangolo meridionale della città, dalla Librería Mujeres vicino a Sol all’Eskalera Karakola su Embajadores, passando per Traficantes de Sueños su Duque de Alba e per le librerie e i collettivi che continuano a popolare Ercilla e Arganzuela, fino ai centri sociali di Carabanchel, non è una scelta estetica: è il precipitato geografico di un pensiero che nasce dall’incrocio concreto di oppressioni vissute in quei corpi, in quei barrios, in quelle strade. È la risposta silenziosa a un’altra Madrid, quella di Chueca a nord della Gran Vía, dove il capitalismo arcobaleno ha trasformato l’identità in merce, escludendo tutto ciò che non sia bianco, cisgender, dotato di reddito sufficiente a consumarsi.

Nel 2010 il movimento assume una forma pubblica e festiva: l’assemblea Orgullo Crítico, che aveva già operato come blocco critico all’interno del Pride commerciale dal 2008, convoca per la prima volta una manifestazione autonoma a Vallecas, quartiere operaio con forte  presenza  migrante,  deliberatamente  lontano  da  Chueca.? Lo  slogan  è Trans-Migrantes-Precarias: por una lucha transfronteriza. L’anno seguente il 15M invade le piazze spagnole, portando alle manifestazioni dell’Orgullo Crítico una massa che non aveva ancora incontrato il vocabolario transfemminista, ma che lo riconosce immediatamente come proprio. Transmaribolleras en lucha diventa uno degli slogan che circolano in quel frangente, e la sua sostanziale intraducibilità è parte integrante del suo senso: è una lingua comprensibile solo a chi la abita dall’interno.

Oggi l’Eskalera Karakola esiste ancora ai civici 52A e 52B di Calle Embajadores, trasformata da spazio occupato in associazione pubblica, ma fedele ai suoi assi fondativi: autonomia, femminismo, autogestione. I collettivi che compongono il movimento transfemminista madrileño si sono moltiplicati e differenziati, attraversati dalle medesime tensioni che percorrono il femminismo europeo e internazionale: il dibattito sul soggetto politico, sull’inclusione delle donne trans, sul rapporto tra identità e struttura. Nessuna di queste tensioni è risolvibile in modo indolore, e il transfemminismo madrileño non ha mai preteso di sanarle; ha scelto invece di tenerle aperte, di farne il luogo del pensiero piuttosto che il problema da eliminare.

Vi è qualcosa in questa scelta che appartiene profondamente alla città in cui è nata, ai suoi quartieri-laboratorio, alla sua storia di corpi che si sono rifiutati di scomparire. Madrid non è la capitale ovvia del femminismo europeo: non ha la visibilità di Parigi né la tradizione teorica di Berlino. Possiede qualcosa di più difficile da nominare; una pratica del conflitto che non si è mai lasciata addomesticare, una capacità di tenere insieme il pensiero e la strada, la teoria e il corpo che la abita. La storia, però, non si chiude con le sue radici.

Nei prossimi articoli tornerò a Madrid per osservare il movimento nel suo stato attuale, nei collettivi che operano oggi, nelle tensioni che attraversano il presente; poi mi sposterò oltre i

Pirenei, per cercare dove e come questo linguaggio sia stato raccolto, tradotto e reinterpretato in altri luoghi d’Europa, e cosa sia andato perduto nella traduzione.

 

Itinerario: i luoghi del transfemminismo a Madrid

Un percorso documentale tra gli spazi attivi citati nell’articolo, dal centro verso sud:

  1. Librería Mujeres — C. del Marqués Viudo de Pontejos, 4 (fondata 1978, la prima libreria femminista di Spagna)
  2. Area di Calle San Cristóbal, 9 (zona della sede storica originale della Librería Mujeres)
  3. Traficantes de Sueños — C. del Duque de Alba, 13 (libreria e casa editrice dei movimenti sociali, 1995)
  4. Eskalera Karakola — C. de Embajadores, 52 A e B (sede attuale; occupazione originale al civico 40, 1996)
  5. Mujeres & Compañía — C. de Ercilla, 32 (libreria femminista, Arganzuela)
  6. Centro sociale transfemminista — C. de Anada, 15, Carabanchel

? Mappa interattiva del percorso

Note

¹ Le I Jornadas por la Liberación de la Mujer si tennero a Madrid il 6, 7 e 8 dicembre 1975, in occasione dell’Anno Internazionale della Donna proclamato dall’ONU. Cfr. Carmen Domingo, intervento commemorativo, Instituto Cervantes, 2025.

² Soraya Gahete Muñoz, Por un feminismo radical y marxista. El Colectivo Feminista de Madrid en el contexto de la Transición española (1976-1980), tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2017.

³ La Radical Gai nasce nel 1991 come scissione di COGAM (Colectivo de Lesbianas, Gays, Transexuales y Bisexuales de Madrid). LSD viene fondato nel 1993 come collettivo di lesbiche. Cfr. El Salto, “El arte que rompió el silencio sobre el sida”, 12 agosto 2024.

? L’acronimo LSD era deliberatamente polisemico: Lesbianas Sin Duda, Lesbianas Sangran Diluidamente, Lesbianas Sentenciando el Dominio, tra le versioni circolate. Cfr. Archivo Queer, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid.

? L’occupazione della panetteria seicentesca al civico 40 di Calle Embajadores avvenne nel novembre 1996. Cfr. Eskalera Karakola, “Nuestra historia”, eskalerakarakola.org.

? Lo sgombero avvenne il 10 maggio 2005 ad opera della Policía Nacional; l’edificio fu demolito nel 2010. I locali attuali al civico 52 furono ottenuti in affitto simbolico dalla Empresa Municipal de la Vivienda de Madrid dopo una lunga negoziazione politica.

? Kim Pérez, ¿Mujer o trans?, relazione alle Jornadas Feministas Estatales “Feminismo es… y será”, Córdoba, 6-9 dicembre 2000. Citata in: Coordinadora Feminista, “Movimientos feministas y trans* en la encrucijada”, feministas.org.

? Red PutaBolloNegraTransFeminista, Manifiesto para la Insurrección Transfeminista, dicembre 2009. Testo integrale disponibile su: ideadestroyingmuros.blogspot.com.

? Il nome “Orgullo Crítico” viene adottato formalmente nel 2010 per la prima manifestazione autonoma a Vallecas, con lo slogan Trans-Migrantes-Precarias. Precursori come blocco critico interno al Pride commerciale esistevano dal 2008. Cfr. Orgullo Crítico Madrid, “Historia”, orgullocritico.wordpress.com.

 

Riferimenti bibliografici

Coordinadora Feminista del Estado Español, Jornadas Feministas Estatales. Granada, treinta años después: aquí y ahora, Madrid, Traficantes de Sueños, 2010.

Eskalera Karakola, Nuestra historia, eskalerakarakola.org (consultato maggio 2026).

Gahete Muñoz, Soraya, Por un feminismo radical y marxista. El Colectivo Feminista de Madrid en el contexto de la Transición española (1976-1980), tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2017.

Llamas, Ricardo, Teoría torcida. Prejuicios y discursos en torno a «la homosexualidad», Madrid, Siglo XXI, 1998.

Orgullo Crítico Madrid, Historia, orgullocritico.wordpress.com (consultato maggio 2026).

Pérez, Kim, ¿Mujer o trans?, relazione alle Jornadas Feministas Estatales, Córdoba, dicembre 2000. Citata in: Coordinadora Feminista, “Movimientos feministas y trans* en la encrucijada”, feministas.org.

Preciado, Paul B., Manifesto controsessuale, Milano, il Saggiatore, 2019 [ed. orig.:

Manifiesto contrasexual, Madrid, Opera Prima, 2002].

Red PutaBolloNegraTransFeminista, Manifiesto para la Insurrección Transfeminista, dicembre 2009. Disponibile su: ideadestroyingmuros.blogspot.com.

Torres, Diana J., Pornoterrorismo, Tafalla, Txalaparta, 2011.

Trujillo, Gracia, Deseo y resistencia. Treinta años de movilización lesbiana en el Estado español (1977-2007), Madrid, Egales, 2008.

Vila, Fefa, LSD: entrevista, video, regia di Marcelo Expósito, 2004. Disponibile su: marceloexposito.net.

 


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El Greco e il gioco delle sparizioni

15 giugno 1971

Il modello della Madonna Assunta di El Greco, del 1607 scomparso durante la Guerra civile spagnola riappare a New York nel 1971, intercettato dall’FBI nell’appartamento di un gioielliere. Un lungo giro di appropriazioni, sparizioni, furti, ricettazioni, fughe, accaparramenti.

Everett Fahy, già allora, nel 1971 poco più che trentenne, era uno dei massimi esperti dell’Arte Rinascimentale, dell’arte italiana ed europea del XVI secolo, e da un anno aveva iniziato a lavorare per il Met, il Metropolitan Museum of Art come curatore responsabile del dipartimento dei dipinti europei. Preparatissimo storico dell’arte e innamorato del suo lavoro che lo avrebbe spesso portato ad attriti con il nuovo direttore del Met, collezionista di libri e di dipinti, disegni e oggetti del Quattrocento e Cinquecento, rimase senza fiato quando fu chiamato ad esaminare un quadro ritrovato nell’abitazione di un gioielliere newyorchese. “Sono stato chiamato da un agente che mi ha detto, abbiamo qualcosa da farle vedere, un El Greco.”
 
 
 

Convocato negli uffici dell’FBI ha gli occhi che gli luccicano e il cuore che batte forte davanti al dipinto. “Sono stato qui circa 15 volte in passato per altri lavori, e per lo più si trattava di falsi allarmi”, ha detto, “Non mi aspettavo che ce l’avessero davvero. Ma l’ho esaminato. È qualcosa come avvertire un battito cardiaco, come per una diagnosi di un dottore, capìì subito di cosa si trattava: un bellissimo dipinto autentico del maestro”. Non ci sono dubbi, sul retro della tela è visibile la firma dell’artista, Domenico Theotocopuli, scritto in greco, il nome del pittore cretese conosciuto come El Greco.

Si tratta del modello su tela che era servito per il lavoro destinato a finire sull’altare maggiore della cappella di Oballe, San Vincente, a Toledo. Una delle sue realizzazioni sullo stesso soggetto e uno dei suoi ultimi lavori, iniziato nel 1607 e terminato con la collaborazione del figlio e della bottega nel 1613, un anno prima di morire.
 
 
 

Il modello, interamente dipinto da El Greco probabilmente nel 1607 ha un valore economico stratosferico, probabilmente un milione di dollari, una valutazione che si dimezzava se collocata al mercato nero, la cui circolazione sarebbe stata affidata alle mani del gioielliere di Manhattan. Le condizione della tela sono ottime, straordinarie per le vicissitudini che ha attraversato. “Puoi vedere la pennellata del maestro e le sue impronte digitali, dove lo ha imbrattato per dargli la qualità che gli impressionisti avranno negli anni successivi”, ha detto il dott. Everett Fahy, “si possono vedere tutti gli smalti e gli ultimi strati di pittura che l’artista ha applicato”.

 
 
 

La tela era stata inserita sin dal 1966 nella lista dei “grandi ricercati” dell’Interpol su richiesta del governo spagnolo, allora ancora retto dal dittatore Francisco Franco. Si sospettava che dalla Spagna avesse varcato l’Atlantico e fosse negli Stati Uniti, ma non erano molte e tutt’altro che certe le tracce che aveva lasciato dei suoi passaggi.

Nel momento in cui L’Fbi si era messo alla sua ricerca nel 1968 il quadro era sparito da Madrid già da trenta anni e forse più.

Sul quadro, sull’originale che attualmente si trova al museo di Toledo, abbiamo una collezione di notizie incerte, mancanti. Con tutta probabilità il dipinto era stato commissionato da una qualche famiglia nobile, ma non si sa niente a riguardo, né quale fosse la remunerazione per il lavoro o i tempi di consegna. Sappiamo che il modello,quello ritrovato a New York nel 1971, come in ogni contratto d’epoca, doveva essere dettagliato all’estremo, come il dipinto più grande, per ottenere l’approvazione del committente che per l’occasione con tutta probabilità aveva richiesto che il modello fosse realmente eseguito dal maestro e non da un suo allievo.

L’Assunzione e l’Immacolata Concezione erano tra i soggetti ricorrenti della pittura della Controriforma e lo stesso pittore cretese ci si era dedicato più volte, anche in questo caso replicando i simboli ricorrenti che avevano caratterizzato i dipinti precedenti.

Sappiamo anche che El Greco proprio negli anni in cui accettò di lavorare a questa nuova Vergine Assunta, era dentro un contenzioso piuttosto aspro con precedenti committenti per questioni di promesse di pagamento solo parzialmente onorate, che mettevano in difficoltà il suo tenore di vita, abbastanza dispendioso.

El Greco era arrivato in Spagna dopo il soggiorno italiano, dove alla scuola di Venezia, aveva risentito dell’influenza di maestri come Tintoretto, rielaborando i concetti dell’arte rinascimentale, aumentando i volumi e la rappresentazione dei soggetti in forme sinuose e allungate, in contrasto con l’estetica aristotelica. L’uso del colore aveva alle spalle l’influenza di Tiziano, e il suo manierismo risentiva soprattutto di un alto dosaggio di ambizione e di fiuto che l’avevano portato a criticare Michelangelo e la cappella Sistina proponendo al Papa Pio Vi di affrescarla seguendo con più rigore i dettami della dottrina cattolica e dell’arte come arma della Controriforma.
 

Stabilitosi a Toledo contava di poter arrivare in breve tempo alla corte del re Filippo II e stabilirsi a Madrid, ma i primi due lavori per il sovrano l’Allegoria della Lega Santa e il Martirio di San Maurizio non incontrarono la sua piena approvazione. Svanita la speranza del salto economico, sociale ed artistico, sfruttò al massimo le sue altissime capacità artistiche e quelle dei collaboratori, facendo diventare il suo laboratorio richiestissimo da ecclesiastici e nobili sia per opere di pittura che di scultura.

 

La Madonna che si prepara a dipingere nel 1607 è un riassunto visivo dei suoi decenni di studio e lavoro: la figura di Maria, allungata per dare l’idea di uno sguardo dal basso che ne sottolinea l’elevazione verso il cielo, annunciata dal frusciante drappeggio delle vesti dentro uno scenario cupo, fermo, zeppo di simboli mariani, mentre un San Giovanni pare presentarla al mondo con la supervisione della colomba divina.

Ora il 15 giugno del 1971 il modello è nelle mani del dott. Everett Fahy che studia le pieghe della tela che era stata recentemente attaccata a un’altra tela e poi montata con chiodini da tappezziere su un pezzo di compensato, senza recare danni rilevanti all’opera che L’FBI in quel momento decide di chiudere nel proprio caveau al 201 East 69th Street, in attesa di capire chi ne sia legittimamente proprietario.

Molti dei passaggi di proprietà legittimi, legittimati da conquista, o illegittimi sono infatti in parte solo ipotizzabili. Sia durante gli anni seguiti alla sollevazione militare contro la legittima Repubblica nel 1936, sia prima e soprattutto dopo il 1939 con la vittoria dei fascisti di Francisco Franco appoggiato dai bombardieri di Hitler e Mussolini.

 
La tela probabilmente era appartenuta fin dagli ultimi decenni dell’Ottocento alla famiglia di Albuerne Fortunato Selgas, ricchi proprietari terrieri e amanti dell’arte, il cui successo economico era cresciuto enormemente grazie agli investimenti immobiliari nella nascente zona residenziale di Salamanca a Madrid e poi nelle tenute di Cudillero, nelle Asturias e a Jutiva. Proprietà così grandi che comprendevano la caserma della Guardia Civil, Chiese, parchi, giardini, vari immobili, tra cui un ristorante, un albergo, un distributore di benzina.
 
 
 

In quegli stessi anni l’intera famiglia, sette fratelli, inizia a ricercare e collezionare opere di periodi e scuole diverse, italiane, fiamminghe, francesi, spagnole, tra cui Goya, El Greco, Luca Giordano , Vicente Carducho e Corrado Giaquinto. Centinaia di opere di inestimabile valore che vengono custodite nelle diverse tenute e palazzi di loro proprietà.

Il 18 luglio del 1936 quando il Tercio, il famigerato battaglione proveniente dal Marocco si ribella alla Repubblica dando vita alla sollevazione militare appoggiata dai falangisti e dai proprietari terrieri, la Resistenza si attrezza nelle città e nelle campagne per una risposta armata. A Madrid, come in altre città, vengono confiscate proprietà dei fascisti e di quanti appoggiano il generalissimo Franco.

Nel quartiere Salamanca il palazzo della famiglia di Don Juan de Selgas y Marin, in Calle de Jorge Juan 7 viene sequestrato per diventare l’avamposto di una formazione di ispirazione socialista. Nel palazzo c’è il quadro di El Greco, il modello dell’Immacolata concezione. Erano state proprio le formazioni dei sindacalisti socialisti dell’UGT e gli anarchici della CNT a opporsi in diecimila, sin dal primo momento e a sconfiggere l’ammutinamento delle guarnigioni asserragliate nella caserma Montana e a tenere il controllo della città per tre anni, sino al marzo del 1939, con la caduta e la sconfitta repubblicana.

Data che coincide con la sparizione del quadro, già messo al sicuro durante i mesi dei bombardamenti e dell’assedio fascista, prima che il distretto di Salamanca rientrasse tra i primi occupati dai golpisti. Con qualche probabilità qualcuno della formazione sindacale socialista in fuga verso l’esilio l’aveva con sé in viaggio verso il confine francese e poi in Messico e da qui negli Stati Uniti.

Una copia del dipinto riappare nel 1953, ma si pensa sia un falso ben fatto o almeno per tale passa quando viene venduto a un ricco affarista che lo porta nella sua proprietà a Los Angeles. E’ un uomo dalle mille risorse, che sconfinano nell’illegalità, quando assume dei ladri per svaligiare la propria casa per truffare l’assicurazione. In quel momento l’autentico El Greco, ritenuto falso, diventa autentico nella descrizione dei beni sottratti dai ladri. Il quadro è comunque al sicuro da un vicino, in una villa di un complice anche lui disonesto il tanto che basta per tradire l’amico, o secondo un’altra ottica, timoroso di essere scoperto con un quadro ritenuto falso ma dichiarato vero, dichiarato rubato ma solo custodito. Comunque sia il quadro passa di mano di nuovo, svalutandosi sempre più. L’ha comprato una donna francese che lo porta con sé a New York. Quanto tempo esattamente ci metta per ricomparire sul mercato clandestino non è dato sapere.
 
 
 

Chi ha fatto la soffiata che ha incastrato infine il gioielliere prima che terminasse una nuova illecita transazione? Era ancora ritenuto un falso di ottima qualità? Il quadro rivendicato dal governo spagnolo come parte del patrimonio nazionale deve finire in un museo o essere ridato alla famiglia Selgas, proprietaria a Madrid? In certi momenti le memorie si risvegliano, però non sino al punto di ricostruire il percorso fatto dall’opera di El Greco da Toledo nel 1607 alla casa di Madrid di Don Juan de Selgas.

Ma la cronaca frizzante del fatto sul New York Times riporta la notizia, probabilmente confidenziale di un poliziotto dell’FBI, di stanza in Germania subito dopo la fine della guerra nel 1945 che ricorda con nitidezza un ordine che i comandi avevano dato e che un’unità dell’esercito aveva detto di essere alla ricerca di “il de Selgas scomparso”, come veniva comunemente chiamato allora.

C’era il sospetto che il quadro di El Greco potesse far parte del bottino di guerra con cui il generalissimo Franco aveva pagato uno degli alleati, il compulsivo trafugatore di opere d’arte Adolf Hitler?

Un vento impetuoso ispirato da El Greco travolge tutto e tutti intorno alla figura della Madonna, spazzando le torbide nebbie. Vorticosi abiti drappeggiati sottolineano la presenza di angeli e gigli. E per ora ci basta.


RIPRESO da www.bizarrecagliari.com ovvero «Storie della Beat Generation, della Controcultura e altro»: da gennaio racconta OGNI GIORNO vicende, persone, movimenti che il pensiero cloroformizzato e sua cugina pigrizia preferiscono cancellare. 




The World March Fest.

Dieci anni fa individui e associazioni di tutto il mondo avevano un sogno, organizzare la prima Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza. E ci riuscirono. A quella Marcia, in 93 giorni, parteciparono migliaia di persone; la stessa attraversò circa 100 paesi dei 5 continenti, in ognuno dei quali si svolsero vari eventi istituzionali e artistici. Io ebbi la fortuna di far parte del Comitato organizzatore, e, oltre alle iniziative di Roma, partecipai all’ultimo tratto della marcia, quello che attraversò il Perù, il Cile e l’Argentina. Al solo ricordo mi si ricolma il cuore di gioia. Moltitudini colorate di diverse nazioni erano unite solo da due parole: Pace e nonviolenza.

Dopo dieci anni un gruppo di persone di allora ha deciso di organizzare la Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la nonviolenza. E partirà il 2 ottobre 2019 da Madrid. Ancora oggi stanno aderendo e si stanno sommando centinaia di associazioni. Nelle scuole di tutto il mondo, in occasione della Marcia, saranno realizzati simboli della pace umani; in ogni città che ha aderito si apriranno tavoli di discussione e si cercherà di portare nell’agenda informativa tematiche quali la difesa dell’ambiente, il tema del disarmo, la lotta alle diseguaglianze sociali e alla discriminazione di genere.

Perché organizziamo una seconda marcia?  Perché vogliamo denunciare la pericolosa situazione mondiale caratterizzata da sempre più conflitti; perché vogliamo continuare a creare coscienza poiché solo attraverso la pace e la nonviolenza sarà possibile costruire un mondo migliore; perché vogliamo rendere visibili le differenti e varie azioni positive che persone, insiemi, popoli portano avanti tutti i giorni. Perché vogliamo dare voce alle nuove generazioni che che vogliono dar risalto alla cultura della nonviolenza.

Quando? La seconda marcia comincerà a Madrid il 2 Ottobre 2019, giornata internazionale della nonviolenza. Percorrerà l’Africa, l’America, l’Oceania, L’Asia, L’Europa per tornare a Madrid l’8 Marzo, giornata internazionale della donna. La marcia arriverà in Italia a febbraio, per concludersi di nuovo a Madrid a marzo 2020. 

Festa di inizio: a Roma, il 2 ottobre 2019 dalle 17, in occasione della partenza  della marcia da Madrid, sarà organizzato un evento a San Lorenzo, a piazzale del Verano, presso lo spazio Habicura. Il titolo dell’evento sarà World March Fest – The beginning, Parole, suoni e immagini per la Nonviolenza.

Oltre al collegamento in diretta con Madrid, si terranno tavoli di discussione su sostenibilità ambientale, diseguaglianze sociali, disarmo e cultura della nonviolenza. Durante l’evento si terranno mostre fotografiche e di sculture, concerti, stand delle associazioni che hanno aderito la marcia.

Programma della serata

17-19h tavoli di discussione:
17-19h giochi con bimbi di Maga Nanà
19.00h Presentazione della Marcia
19.30-20.15h Proiezione documentario “L’inizio della fine delle armi nucleari”
20.30 – 21.15h Storytelling e visita guidata al Parco della Nonviolenza a cura di Accentrica
21.30 – 23.30h Esibizione gruppi musicali:
The Fireflies
Samba Precario
23.30 – chiusura con DJ set

Durante tutto l’evento:
Esposizione delle sculture di Bruno Melappioni
Esposizione fotografica Humanity First di Serena Arena

Inoltre: durante la serata saranno presenti gli stand delle diverse realtà aderenti alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.  

 

 Sito della marcia https://it.theworldmarch.org/it/