Il “Loach touch” torna a colpire: “Sorry we’ve missed you”
Articolo già edito su www.chiaragp.com
Il “Loach touch” era il titolo della mia tesi di laurea, discussa nel lontanissimo 29 maggio 2003, quando ancora i film si guardavano su VHS e a furia di mandare avanti e indietro si consumava il nastro. La mia tesi verteva su una riflessione sociale e problemi di stile riferiti ad alcuni film di Loach, da sempre catalogati dalla critica come focalizzati sul tema del lavoro. Nei miei studi e nel mio scritto invece l’asse si spostava sul tema della famiglia come trampolino di lancio per l’individuo o prima gabbia sociale.
La mia tesi è stata approvata da Loach stesso durante i nostri incontri a Locarno (nel 2003, in occasione del suo Pardo d’onore) e al Festival di Porretta Terme a lui dedicato (nel 2004).
Uscita dal cinema dopo aver visto “Sorry we’ve missed you” il primo pensiero è stato che, dopo tutti questi anni, la mia tesi non poteva essere più attuale e confermata.

Il film, presentato in concorso alla 72esima edizione del Festival di Cannes e acclamatissimo dalla critica, racconta la storia di Ricky (interpretato da Kris Hitchen) e della sua famiglia vittima di debiti e del crack finanziario del 2008. Ricky per offrire ai suoi cari qualcosa “di meglio” (una casa, un futuro) compra un furgone e intraprende, sotto l’illusione dell’autonomia lavorativa, il lavoro di corriere per una ditta in franchise, guidando per 14 ore al giorno per consegnare pacchi ordinati su internet, controllato da un telecomando che traccia i suoi spostamenti e le consegne. L’illusione di “essere capi di se stessi” (“non lavori per noi, lavori con noi”) crolla ai primi problemi: una mancata giornata lavorativa anche per motivi seri si traduce in una penale da versare e così via. Il vero paradosso 2020: il lavoratore “autonomo” altri non è che allo stesso tempo un lavoratore “precario”, senza tutela per problemi personali, malattia, ferie.

Anche la moglie, Abby, vive una condizione precaria devastante in quanto lavora come badante a domicilio, ma pagata ad appuntamento. La famiglia (composta da un ragazzo adolescente, una bambina undicenne e i due genitori) non può reggere all’impatto con questi stili di vita improponibili e crolla miseramente, nonostante gli intenti.

“Sorry we missed you” (titolo che richiama sia il foglietto che Ricky lascia ad una mancata consegna, sia – a mio parere con un gioco di parole – il mancato incontro della società con un senso di umanità) è un nuovo film che sì parla di lavoro e di precariato, ma soprattutto parla delle sue ricadute psicologiche sulla famiglia e lo fa attraverso un’attenta ricerca svolta sul campo da Loach e da Paul Laverty (storico sceneggiatore dei film di Loach) attraverso molti incontri con veri corrieri (ringraziati così nei titoli di coda: “A tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro, ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero”).

Loach e Laverty riescono a realizzare un fotografia tremenda, viscerale e autentica del contemporaneo senza perdere una delicata umanità nel tracciare i personaggi restituendo tutta la dignità e le motivazioni ad una working class totalmente depredata dal capitalismo vigente.

Ancora una volta la pellicola in mano a Loach diventa strumento di analisi sociale e politica e di diffusione e denuncia. Lo stile asciutto, la scelta di attori non professionisti, e l’occhio attento dietro alla macchina da presa permettono di trasportare lo spettatore emotivamente all’interno del film anche spostando la sua attenzione, con maestria, dagli unici beni veramente a rischio (l’umanità, la qualità della vita del lavoratore, dell’uomo, della donna, dell’adolescente, del bambino) ai beni materiali (il furgone) e su questo non posso dirvi di più per non spoilerare.
Non perdetevi questo film e cercate di vederlo in lingua originale, certo ne uscirete devastati, vi sentirete complici del sistema ma sicuramente avrete molti spunti di riflessione da riportare a casa.