Augusto De Luca fotografa in Bianco e Nero

Era l’inizio degli anni ’80 e le mie fotografie a colori avevano avuto importanti riconoscimenti anche all’estero. In quegli anni di solito si iniziava a fotografare in bianco e nero per poi successivamente passare al colore; io invece feci il contrario. In quel periodo incontravo spesso alle mostre ed agli eventi di fotografia, Ken Damy, uno dei maggiori promotori, insieme a Lanfranco Colombo, della fotografia italiana nel mondo. Ken che aveva una galleria e un Museo della Fotografia a Brescia, mi propose di esporre nei suoi spazi, però desiderava un mio lavoro totalmente nuovo, anzi completamente diverso da tutto quello che avevo realizzato e si era visto fino ad allora: voleva un lavoro inedito in bianco e nero. Per me era una grande sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Ma poiché io amo le sfide, soprattutto quelle con me stesso, senza esitare accettai. Fino ad allora mi ero confrontato con tagli geometrici e colori saturi che conoscevo bene, come potevo reinventarmi con immagini monocromatiche? Seguendo le orme di alcuni grandi fotografi che amo molto e che per me sono tra i precursori e i pionieri della fotografia di ricerca, come: Bill Brandt o Irving Penn, optai per un bianco e nero più duro e contrastato, con neri profondi, e cieli scuri, che danno vita a composizioni pregne di atmosfere e cariche di mistero. Realizzai così questo lavoro che intitolati ‘Magic Weekend’, che ho esposto appunto per la prima volta a Brescia riscuotendo un notevole consenso. Mi aiutò Maria Grazia, la mia prima moglie, che fece da modella in alcuni scatti. Da quella esperienza iniziò la mia passione per il bianco e nero con il quale tuttora continuo a lavorare. Quindi devo sicuramente ringraziare Ken Damy, perché mi ha spinto e incoraggiato a trovare nuove possibilità espressive che altrimenti, non so se avrei mai cercato e provato”.

il bianco e nero – foto Augusto De Luca_
il bianco e nero foto Augusto De Luca_

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Augusto De Luca fotografa con Polaroid Big Shot

Cercavo da tempo qualche testimonianza di una mia mostra che feci all’inizio degli anni ’80 in una storica galleria napoletana che, in quel periodo, era molto attiva: Ricerca Aperta.
Proprio l’altro giorno, sfogliando un mio libro, ho trovato inaspettatamente, fra le sue pagine, alcune foto di quell’evento, non ricordavo assolutamente la loro esistenza e, sfortunatamente, non ne conosco l’autore.
Sono istantanee un po’ sfocate e piene di grana, che mi hanno fatto rivivere quello straordinario e particolare avvenimento della mia carriera di fotografo.
Lo spazio espositivo, punto di riferimento per la diffusione della cultura fotografica a Napoli, il cui impegno era tutto profuso a diffondere l’idea della fotografia come traccia d’identità, si trovava nella zona di Materdei ed era anche il posto dove i due proprietari e bravissimi fotografi Gianni Rollin, che purtroppo ci ha lasciato diversi anni fa, e la moglie Lucia Patalano, lavoravano, stampavano e accoglievano affettuosamente gli amici che passavano di lì.
Insieme a loro collaboravano anche Rino Vellecco e, come critico, Gabriele Perretta. Erano anche in contatto con la galleria ‘Il Diaframma’ di Milano, il cui Direttore era Lanfranco Colombo, personaggio chiave della fotografia italiana, che, spesso, si poteva incontrare anche nelle stanze della galleria partenopea.
In quello spazio hanno esposto la maggior parte dei fotografi campani e anche io ebbi il piacere di organizzare una mia mostra che però aveva qualcosa di particolare: era un work in progress.
Una mia amica e bravissima artista, Lucia Gangheri, si occupò dell’allestimento di ‘Mostra a Ricerca Aperta’. Usò dei pannelli neri, contornati da sottili cornici gialle che, durante la serata inaugurale, avrei poi riempito poi con i ritratti polaroid manipolati e non, realizzati ai visitatori.
Infatti, fotografavo gli intervenuti all’evento in una stanzetta laterale, adoperando due diverse fotocamere, una Polaroid LAND 1000, con pellicola SX 70 manipolabile, e una rarissima Polaroid BIG SHOT a strappo, una vera icona. Quest’ultima, di colore nero e molto lunga, era uguale a quella che solitamente utilizzava Andy Warhol per realizzare la maggior parte dei suoi ritratti. La Big Shot è stata una delle fotocamere Polaroid più insolite mai introdotte dalla Polaroid. Prodotta dal 1971 al 1973, era progettata solo per l’uso in ritratto e aveva una distanza fissa di solo un metro circa. Poiché la fotocamera era a fuoco fisso, il fotografo doveva muoversi avanti e indietro finché il soggetto non appariva a fuoco. Warhol era particolarmente entusiasta di questa macchina fotografica, che oggi, per la sua eccentricità, è diventata un cult tra le Polaroid. La qualità dei ritratti era sorprendente. Mi aiutavano a reggere alcuni sfondi e anche per altre operazioni, alcuni miei assistenti, tra cui Bruno Cristillo, che, oggi, è un rinomato fotografo casertano.
A fine serata tutti i riquadri dell’allestimento nella galleria che prima erano vuoti, furono pieni di immagini scattate una dopo l’altra e l’esposizione fu completata. Fu una sfida riuscita, il cui ricordo, tuttora, mi dà una grande soddisfazione.
Mi piacerebbe, un giorno, poter ripetere quell’entusiasmante esperimento, anche se, purtroppo, il materiale polaroid di oggi o non esiste più o, se si riesce a trovare, non ha la qualità e le caratteristiche di una volta. Bei tempi!

 

Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca