Una finestra sul mondo: la vita degli altri
Finalmente piove! Oggi 14 aprile la tanto attesa pioggia è arrivata.
Niente donne di Botero sulla spiaggia di Copacabana, incontri di kick-boxing, irriducibili runner che corrono come leoni in gabbia, patiti dello sport che non possono fare a meno di giocare a pallone, proprio così, e saltare la corda sulla mia testa! Manipoli di fumatori che all’improvviso si materializzano all’imbrunire, anziani che arrancano guardinghi insidiati da ragazzini in bici.
Oggi che il sole non c’è tutti a casa a lamentarsi sull’impossibilità di fare e di muoversi, solo qualche sporadica bandiera al vento.
Il virus ha fatto scoprire i terrazzi.
Luoghi abbandonati e semisconosciuti ai più sono stati improvvisamente rivalutati come spazi furtivi di socializzazione.
Dal mio settimo piano “fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare”, avrebbe detto Guccini ne Il vecchio e il bambino, non ce n’è uno che non sia occupato da una qualche attività, eccetto quella di stendere i panni che, essendo tutti in casa e non avendo balconi abbastanza grandi, sarebbe l’unica che avrebbe diritto di essere praticata lassù.
Nelle case di una volta gli stenditoi e i lavatoi erano “spazi pertinenziali” obbligatori in ogni nuova costruzione, poi, nel tempo, alcuni di questi, con nuove normative ad hoc, sono stati trasformati in piccole abitazioni, altri sono rimasti ai condomìni per uso comune.
Ma quando mai sono stati così affollati come in questo momento!
Sempre deserti eccetto in estate quando sporadicamente il sabato qualche grigliata aggregava sempre lo stesso piccolo gruppetto di persone o per un uso modesto di spiaggia per poveri.
Ben nascosti ai controlli, il giorno di Pasqua pullulavano di vita con scambi di battute dai terrazzi confinanti “guarda che chiamo le guardie” e giù risate.
Ma che c… avete da ridere non lo so!
Quando si è in gabbia la trasgressione per un momento di libertà diventa vitale e forse è il momento più atteso della giornata, il momento clou. Andare a fare la spesa, portare a spasso il cane, tutte attività che normalmente erano noiose e schivate, se non schifate, da tutti i componenti della famiglia specialmente i giovani. Adesso invece valgono oro.
Se per caso, in tempi ante corona virus, provavi a chiedere ad un figlio di portare fuori il cane la risposta puntuale sarebbe stata: “a ma’ ma adesso non posso c’ho da fa’, vacce te” oppure “ce vado dopo, ma che c’hai fretta”, io no ma il cane sì. A Roma così avrebbero risposto. Adesso invece, come dicono alcuni comici, questi cani sono stressati dall’uscire in continuazione, essendo l’unica scusa plausibile. “Il telegrafo del crepuscolo” di Peggy e Pongo nella Carica di 101 ormai è a tutte le ore considerando la quantità di cani di tutte le taglie e razze che girano. Incredibile quante ce ne sono!
Solo la Protezione Civile opera senza fermarsi nel cortile in basso, loro sono autorizzati…anche a distanze più ravvicinate rispetto a quelle degli altri, senza molto rispetto delle norme salvo quando si riuniscono sparpagliandosi in circolo e noi, guardoni, alle finestre ad osservare i loro movimenti che scandiscono le ore della giornata. Il rumore delle serrande alzate al mattino, l’arrivo dei mezzi, le loro voci, le serrande che si riabbassano e quando tutto diventa silenzio sai che è pomeriggio inoltrato. Un’oretta e un’altra serranda si alza, la pizzeria che consegna a domicilio apre e nuovi suoni si aggiungono.
Non avrei mai pensato di vivere anche la vita di emeriti sconosciuti e di osservarla con una certa curiosità e nell’alzare lo sguardo notare di essere in buona compagnia.
Minuscoli balconcini, meno di 1,5 mq, sono strapopolati.
Bimbi che saltano, panni, cani, gente che prende il sole, telefona, legge, fuma e scruta come il capitano Achab l’orizzonte, non il mare infinito, ma i palazzi di fronte. Inimmaginabile che un posto così piccolo potesse servire, oltre che ad ospitare piante, a così tante attività.
I primi giorni alle 18,00 i concerti erano momenti densi di pathos, ho visto alle finestre e nei balconi molte persone, il quartiere echeggiava di suoni, ogni gruppo di palazzi si era organizzato con i suoi piccoli concerti, addirittura c’era un Dj che a richiesta eseguiva canzoni, chitarre, sassofoni, di tutto. Ma, almeno dalle mie parti, è durata poco, non più di 2/3 giorni, eccetto il Dj che è resistito qualche giorno di più.
Per fortuna? Non lo so ma non mi è mancato quel “rumore di socialità” mi ricordava il film Quinto potere nel quale a comando la gente rispondeva alle sollecitazioni del presentatore: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”.
Oggi alle 18,00 concerto, domani alle 12,00 l’inno d’Italia e poi l’applauso ai medici e a chi si prodigava con il proprio lavoro per il nostro benessere…purché rimanessimo a casa.
A raga’ diamogli un taglio a tutto sto’ bordello e poi le canzoni che fate mi annoiano e tutti i giorni con la stessa sequenza, Azzurro, Nel blu dipinto di blu, Rino Gaetano…, uffa, belle ma basta.
Però lasciando vagare lo sguardo sui palazzi ad osservare bene non sapevo che ci fossero così tanti giovani.
Abituata ad uscire e rientrare secondo gli orari di lavoro, non mi ero accorta che, nel tempo, la composizione degli abitanti era cambiata, ma la scelta delle canzoni era comunque datata, come se i vecchi motivi fossero un trait d’union transgenerazionale.
Poi il silenzio, per fortuna, è ritornato ad incombere sulle nostre vite, lasciando spazio ad altri suoni forse poco cittadini.
È scemato il verso dei gabbiani e delle cornacchie, strano a dirsi ma questi volatili ormai appartengono alla vita di molte città, sarà perché c’è meno spazzatura in giro? Mi sono domandata chissà dove la portano adesso mentre prima pareva non ci fosse soluzione al problema, lo scopriremo sicuramente quando ritorneremo alla normalità.
Sono diventati prevalenti, con l’arrivo della primavera, il garrito delle rondini ed il fischio dei merli, quest’ultimo devo dire, musicalmente molto variegato.
La Natura, nonostante tutto, ha le sue regole inderogabili e va avanti lo stesso a dispetto di tutto. Le piante fioriscono, prima i fiori e poi le foglie o viceversa? Dipende, secondo il proprio ciclo vitale.
Ma, con l’avvicinarsi della sera, il silenzio diventa innaturale, tombale, abituati come siamo al rumore continuo di sottofondo, resta solo il fracasso o il suono dei nostri pensieri. Pensieri che si perdono o si fissano in un tempo sospeso, illimitato.
Tempo perduto, tempo bene impiegato, tempo ben organizzato, chi ha tempo non aspetti tempo, tempo che passa, tempo infinito…una condizione insolita, che ci obbliga a fare i conti con una nuova consapevolezza del tempo e dello spazio.
Spazi talvolta piccoli o anche no, ma come umani non più abituati a convivenze forzate tutto sembra rimpicciolito, anche i nostri pensieri rischiano di ridursi alla routine quotidiana, in un’affannosa ricerca di “cose da fare” che scandiscano la nostra giornata in cerca di occasioni da sfruttare per dare un senso a questo nuovo status di reclusi in cui la nostra generazione, vissuta in un nirvana di eterna giovinezza, si è trovata catapultata improvvisamente senza rendersene conto ed è costretta a confrontarsi con il nemico invisibile…e con se stessa.
Foto copertina © Lucilla Brignola