Documenta è il museo dei cento giorni, la rassegna d’arte contemporanea che ogni cinque anni, dalla città di Kassel nella Germania centro-occidentale, promuove movimenti artistici all’avanguardia. Arrivata quest’anno alla sua quindicesima edizione, dà letteralmente uno scossone all’idea di arte e di diffusione dell’arte, per diventare una mostra che vuole sovvertire le regole dell’arte e quelle della società. Si inizia con “un approccio curatoriale che mira a un diverso tipo di modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità – dal punto di vista economico, ma anche in termini di idee, conoscenze, programmi e innovazioni”. Il cambio è dato dalla nomina alla direzione artistica non a una sola persona, quasi sempre europea, ma ai nove membri di Ruangrupa, un collettivo indonesiano di artisti, architetti, ingegneri, sociologi, designer, musicisti e scrittori. “Cerchiamo di produrre una nuova estetica, un paradigma etico in cui lo spettatore è obsoleto”, afferma il gruppo nel manuale della mostra. “Il nostro lavoro non dovrebbe essere giudicato da un estraneo, ma in termini di benefici che porta alla comunità che lo crea”. Sovvertire le regole del circuito “altamente competitive, espansive a livello globale, avide e capitaliste” e fare di tutto per capovolgere l’istituzione di Documenta.
I Ruangrupa parlano di creazione attuale come di un ecosistema popolato da collettivi e professionisti non convenzionalmente associati all’arte contemporanea, ma piuttosto a “un’arte a misura d’uomo che opera nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e nelle università, con un ibrido di prassi e forme”. Hanno scelto di organizzare la mostra secondo i principi del lumbung, termine indonesiano per indicare un granaio di riso dove la comunità del villaggio immagazzina il raccolto e lo gestisce collettivamente. Lumbung diventa il modello artistico ed economico interdisciplinare che risponde ai principi di collettività e equa condivisione delle risorse. La modalità con cui definire e organizzare la rassegna è l’altra piccola rivoluzione. Il risultato è un’opera corale firmata da 15 collettivi e 54 artisti per un totale di 1.500 creatori, la maggior parte proveniente dall’emisfero meridionale, praticamente sconosciuti o i cui nomi scompaiono sotto la sigla di un collettivo, divisi tra i cosiddetti membri lumbung e artisti lumbung, in riferimento al metodo di raccolta e gestione del riso. Chi visita Documenta 15 entra in una manifestazione “practice-based”, si trova in una mostra che è un racconto di pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche che appartengono al sud globale del mondo. Una rassegna che si dipana per 32 sedi, distribuita lungo quattro distretti, ciascuno contrassegnato da un colore e da un concetto: il giallo, al centro, corrisponde al cuore della città con i luoghi tradizionali di Documenta; il rosso a nord, nella zona universitaria, dedicato alle questioni sociali; a est, il circuito viola, nell’area di Bettenhausen, nei colossali spazi industriali della società Hübner, il riferimento è all’industria e alla produzione; e il percorso verde legato all’ecologia sulle rive del fiume Fulda. Per tutta l’esposizione l’idea dei Ruangrupa: “Dalla letteratura, alla sociologia, all’economia, alla musica elettronica o all’architettura, creiamo ambienti in cui le persone si relazionano o semplicemente si siedono per parlare di storia dimenticata, nuovi colonialismi e narrazioni migratorie. Non ci sarà molto lavoro, ma ci saranno molti processi”. Uno striscione di protesta è ben visibile sulla facciata Fridericianum: STOP THE KILLINGS. È realizzato dall’artista attivista Kiri Dalena, è un messaggio di RESBAK (Respond and Break the Silence Against the Killings) un collettivo di artisti fondato per organizzare la guerra alla droga nelle Filippine. All’interno dell’austero edificio neo-classico lo spazio espositivo è diventato Fridskul, una scuola utilizzata da artisti e collettivi per discutere e praticare diversi modelli di educazione orizzontale. È proprio questo il lumbung, luogo domestico e spazio sociale dove tutti possono riunirsi, trasformando il freddo spazio museale del Fridericianum in un luogo caldo e dinamico.
Il Wajukuu Art Project, un gruppo basato nello slum di Nairobi, ha realizzato un tunnel che conduce all’interno della Documenta Halle immergendo chi gira per la mostra nell’atmosfera Mukuru con metalli, giochi di luci e suoni che ricordano quelli della città d’origine. In Kenya il gruppo organizza corsi d’arte per i bambini abituati a lavorare nelle discariche. Il Baan Norg Collaborative Arts and Culture, viene dalla Thailandia e gestisce un progetto diviso in tre parti: una rampa per skateboard nella Halle, un teatro di ombre tipico tailandese, il Nang Yai, e un programma per aiutare lo scambio di latte e formaggio tra le fattorie di Nongpho e quelle di Kassel.
Britto Arts Trust è un collettivo del Bangladesh e si concentra sulle politiche nutrizionali e sulle comunità che subiscono gli effetti dell’industrializzazione. C’è anche chi lavora sul riconoscimento della diversità neurologica con artisti e creatori con complesse esigenze di supporto e chi ha organizzato una passeggiata nel parco lungo il fiume tra installazioni fatte da spazzatura per attirare l’attenzione sul trasporto di rifiuti elettronici e tessili verso i paesi del sud del mondo. Il collettivo The Black Archives con il proprio archivio storico composto da documenti e libri di scrittori e scienziati di origine surinamese o africana mostrano cosa possono diventare le pratiche archivistiche quando sono legate alle proteste di una comunità. Così come Les Archives des luttes des femmes en Algérie con più di 60 cartelloni di film, manifesti politici e fotografie relativi ai collettivi di femministe algerine dal 1962, anno di indipendenza del Paese, fino alle rivolte popolari del 2019. Sono esposte le opere di Ceija Stojka, artista rom, che ha raccontato l’olocausto del popolo gitano insieme a quelle di János Balázs, il primo artista rom-ungherese ad affermarsi come tale. Nell’Hallenbad Ost, la piscina costruita nel 1929 in stile Bauhaus , il collettivo indonesiano Taring Padi, che considera compiti primari l’organizzazione, l’educazione e il conflitto, presenta tutto il suo archivio su 600 metri quadri di esposizione. Striscioni di grande formato, poster xilografici e wayang kardus, le marionette di cartone a grandezza naturale, sono le opere d’arte che testimoniano le lotte operaie, contadine e sociali degli ultimi 22 anni. La chiesa di St. Kunigundis è stata trasformata da Atis Rezistans, collettivo di sculture haitiane, in un santuario voudou, pieno di assemblaggi di teschi e ossa umane, reperti di discarica e vecchie parti di automobili. Nella rotonda dell’Hessisches Landesmuseum vengono consegnati ai visitatori tablet e cuffie per attivare una scultura, che rende visibile con la realtà aumentata il sistema di credenze cosmologiche pan-pacifiche che ha ispirato i segni sulla facciata dell’opera d’arte. È uno dei tre contributi artistici di FAFSWAG, un collettivo di artisti lgbtq indigeni della Nuova Zelanda che protestano contro la “cancellazione delle persone e delle identità diverse di genere nelle culture del Pacifico”.
Nel grande piazzale della stazione ferroviaria, per terra, si trovano i disegni di Dan Perjovschi, è il suo Horizontal Newspaper su cui lavora in Romania dal 2010, i temi trattati sono appartenenza, comunità e futuro. Ovunque disseminate nei tanti luoghi di questa edizione di Documenta sono visibili le
insegne del pollo fritto Halal Fried Chicken di Hamja Ahsan, sono lì per mappare gli aspetti della storia islamica, fra sottoculture di fastfood urbane diasporiche e passato coloniale.
La città di Kassel fu il centro cruciale nella politica del Terzo Reich, snodo ferroviario e sede delle principali industrie di armamenti. Venne rasa al suolo dai bombardieri britannici nel 1943 e ricostruita in cemento armato compresso solo negli anni ’50. Per la poca distanza dal confine con la Deutsche Demokratische Republik divenne la “periferia del mondo libero”. Oggi questa risaia comune di arte fatta di archivi e pratiche dialogiche ed esperenziali più che visuali, racconta temi legati ai cambiamenti climatici, alle lotte contro le censure e le oppressioni politiche, contro le speculazioni che distruggono le economie locali, parla di antirazzismo e decolonizzazione, di riconoscimento di soggettività diverse, sposta lo sguardo occidentale verso la collettività nel suo significato più ampio. Con una guerra a un migliaio di chilometri di distanza a est non è solo un esercizio di stile.
Foto copertina : Taring Padi, Bara Solidaritas: Sekarang Mereka, Besok Kita / The Flame of Solidarity: First they came for them, then they came for us. Hallenbad Ost, Kassel, 14 giugno 2022. Foto di Frank Sperling.
articolo pubblicato il 9 settembre 2022 su CRS Centro per la Riforma dello Stato
L’OSPEDALE DI BEELITZ-HEILSTÄTTEN TRA FOTOGRAFIA, MEMORIA E ATTUALITÀ
Nella
nuova normalità generata dall’evento pandemia, si riscopre in una forma nuova e
inattesa ciò che si è per molto tempo considerato immutabile.
Una
mia banalissima visita al laboratorio di analisi per degli esami di routine ha
mostrato qualcosa di inedito legato alla nuova condizione: dalla misurazione
della temperatura con termoscanner svoltasi all’ingresso, da parte di una
persona addetta all’accoglienza dei clienti, all’igienizzazione delle mani
guantate, alla diversa disposizione delle sedie in sala d’attesa e altri segni
denotativi del cambiamento imposto dalla pandemia ai nostri comportamenti.
Chi
mi legge si deve abituare alle incursioni delle mie catene associative nel reale,
che anche in questo caso non sono mancate; in questo strano periodo di
adattamento a una vita ancor più protetta e controllata, in una transizione che
il cervello deve elaborare, i ricordi scoppiettano nella mia mente come
popcorn.
Mi sono proiettata nelle immagini di un portfolio realizzato da Stefano Barattini, relativo a una struttura abbandonata, situata a circa 70 km a sud-ovest di Berlino, cioè il complesso ospedaliero di Beelitz-Heilstätten. Di Barattini voglio qui ricordare anche gli ottimi lavori sul Bauhaus e il Brutalismo architettonico.
Una breve scheda sull’edificio oggetto di questo portfolio, dalle
parole del suo autore:
Nel 1898 circa sorse a circa 70 km a sud-ovest di
Berlino un imponente complesso sanatoriale, Beelitz-Heilstätten, distribuito su una superficie totale di circa 200 ettari. Più architetti presero parte al
progetto, tra il 1898 e il 1930.
Si tratta di una città ospedale per la cura della tubercolosi, composta da una sessantina di edifici, completamente autosufficiente. Il complesso comprendeva, oltre agli spaziosi padiglioni per la degenza e le terapie del caso, anche una propria centrale elettrica, la stazione ferroviaria, campi coltivati e allevamenti.
Durante la Grande Guerra, Beelitz venne
utilizzato come ospedale militare ed è qui che, verso la fine del 1916, fu
ricoverato anche il diciassettenne Adolf Hitler ferito nella battaglia della
Somme.
Caduto il Terzo Reich, il complesso venne
inglobato nei territori della DDR diventando il principale ospedale militare
sovietico, fino alla caduta del muro di
Berlino e la riunificazione delle due Germanie. L’esercito sovietico lasciò
definitivamente Beelitz nel 1995.
Oggi questo comprensorio versa quasi totalmente
in stato di abbandono, solo un paio di padiglioni sono ancora in attività
mentre altri sono stati nel tempo oggetto di vandalismi e oggi sono vuoti e
pericolanti. Però la sua storia e la particolare architettura richiama ogni
anno decine di fotografi che lo esplorano alla ricerca delle emozioni di un
passato memorabile.
Oggi più che mai, in tempo di pandemia e di necessità di reperimento
di infrastrutture indispensabili, viene spontanea una riflessione sul tema del
riuso di spazi anche vetusti, e non solo per la loro bellezza intaccata dalla
mancanza di manutenzione, ma ancora visibile.
Non si può ignorare che la giustificazione sovente addotta al recupero
di vecchi spazi abbandonati è l’elevato costo degli interventi di
ristrutturazione; senza entrare nel merito delle questioni tecniche implicate
da tale operazione, perché non è mia competenza, piacerebbe a molti di noi
osservare maggiore entusiasmo, da parte degli investitori, dei destinatari,
degli amministratori e dei soggetti politici, nell’intendere il riuso come opportunità non velleitaria.
Naturalmente il ragionamento che qui abbozzo e che meriterebbe una trattazione
più approfondita, che vada oltre la semplice visionarietà, deve anche tenere
conto degli aspetti legati alla sostenibilità e tutela dell’ambiente, ormai non
più trascurabili. Il tutto inquadrato in una indispensabile prospettiva che non
sia limitarsi a soluzioni più o meno improvvisate dettate dall’emergenza.
Impariamo a guardare oltre.
Sappiamo che a Milano, per la cifra tutt’altro che modica di più o
meno venti milioni di euro, i padiglioni della ex Fiera sono stati convertiti
in un ospedale destinato ai malati di Covid-19,
struttura che ha ospitato in tutto una ventina di pazienti e poi chiusa.
Privati o pubblici che siano, sono molti soldi che si sarebbero potuti
spendere in maniera più efficace.
Non potendo fare altro, per il momento, torno a sognare la vita e
l’animazione dei luoghi in fotografia, immaginandone le vicende umane e
l’impronta lasciata all’umanità erede di quella storia.
Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire, una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.
Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera
Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.
Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.
E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.
A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832); a destra: Il colera a Parigi (litografia, 1832)
Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.
L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.
I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».
L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)
«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.
Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836
Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».
Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».
Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».
Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».
Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».
I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».
Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.
Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».
Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)
Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.
Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia
Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.
La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.
Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)
Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».
«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more».
L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.
La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.
Giovedì sera sono andata a vedere con Giulio un film strepitoso: “Jojo Rabbit” (qui il trailer), regia di Taika Waititi.
La trama di questa pellicola, in bilico tra la commedia e il dramma, può essere riassunta così: Jojo Betzler (interpretato magistralmente da Roman Griffin Davis) fa parte della gioventù hitleriana ed è un fervente fan di Hitler (interpretato dallo stesso Taika Waititi) tanto che lo immagina come figura presente nella sua vita di tutti i giorni. Il padre del bambino non c’è (è al fronte?) e lui vive con la mamma (un’intensissima e – diciamolo – bellissima Scarlett Johansson).
Il bimbo viene soprannominato “Rabbit” (coniglio) perché durante un addestramento al campo dei giovani nazisti, gestito dal capitano Klenzendorf (interpretato da Sam Rockwell), si rifiuta di uccidere un coniglio. È un emarginato. Ha solo due amici: Yorki e l’immaginario Adolf. Jojo odia gli ebrei fino a quando scopre che la mamma ne nasconde una (una ragazza) in soffitta. Da qui sarà costretto a fronteggiare i suoi credo, i suoi dogmi e dovrà aprire gli occhi sulla terribile realtà.
Waititi ha tratto parte del suo film dal libro “Come semi d’autunno” (“Caging Skies” di Christine Leunens del 2004) che raccontava l’incontro tra un ragazzino delle gioventù hitleriana con una ragazza ebrea nascosta dalla madre in soffitta. Tutta la parte della figura dell’Hitler immaginario è invece opera del regista.
Il film, vi dicevo, è strepitoso: ironico, commovente, irriverente. Ho riso, ho pianto, mi sono immedesimata, mi sono infuriata.
Waititi è riuscito con grazia e maestria a tracciare sentimenti contrastanti, portando all’esaltazione il “si fa quel che si può”, smascherando dogmi e protocolli (la scena in cui la Gestapo va a casa di Jojo e i funzionari iniziano a salutarsi dicendosi a vicenda “Heil Hitler” per un numero esagerato di volte è esilarante). Ma il film è anche una descrizione del difficile passaggio tra infanzia e adolescenza, una descrizione del labile confine tra orrore e normalità, della ricerca di bellezza e libertà tra costrizione e macerie, della scoperta dei legami al di là di stereotipi e ruoli.
Un capolavoro dissacrante, ironico e mai di cattivo gusto che riporta sul grande schermo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
La colonna sonora è fantastica (tra gli altri contiene i Beatles con “Komm, gib mir deine Hand” – versione tedesca incisa nel 1964 di “I want to hold your hand” – che fa da intro al film, e poi David Bowie con “Helden” – versione tedesca di Heroes).
Il film, che ha aperto il 37esimo Torino Film Festival, ora corre per ben 6 Oscar: miglior film, migliore attrice non protagonista, migliore sceneggiatura non originale, migliori costumi, migliore scenografia, miglior montaggio.
Da vedere assolutamente!
LE PREMESSE DEL STAATLICHES BAUHAUS
Nel corso dell’anno che celebra la nascita di una delle scuole delle Arti più famose al mondo, cominciamo questo viaggio esplorativo iniziando a capire quale siano state le motivazioni che hanno portato alla fondazione del Staatliches Bauhaus, da quali basi Walter Gropius, chiamato ufficialmente nell’aprile del 1919 a dirigere l’Istituto, abbia costruito la propria filosofia di scuola e quali siano state le componenti politiche di quegli anni, sviluppatesi in Germania e che hanno avuto un ruolo fondamentale sull’apertura della scuola.
Gli antecedenti del Bauhaus vanno fatti risalire al secolo
XIX, a quando la prima potenza
industriale europea era l’Inghilterra
e a quando il paese, favorendo un processo di razionalizzazione e di riduzione
dei prezzi delle merci, dà avvio ad un rapido processo di industrializzazione
con, a volte, conseguenze negative sulla qualità e sul livello di produzione.
Come accade sempre quando un processo così fondamentale si
avvia, l’Inghilterra diventa luogo di un lungo dibattito caratterizzato da
differenti teorie ed opposte visioni sul concetto di progettazione e di
produzione delle merci.
Siamo circa nel 1850, e da una parte echeggiano le teorie di John Ruskin, letterato e critico d’arte, che propone di favorire il miglioramento del processo di industrializzazione in atto attraverso delle nuove riforme sociali e la rinuncia a qualsiasi forma di meccanicizzazione. Ruskin, ispirato dalle teorie di Augustus Pugin, si ispira a sua volta ai modelli di lavoro medioevali ritenendoli modelli esemplari per le riforme della società contemporanea e, nel 1851, in The Stone of Venice, promuove il Gothic Revival, come summa degli studi condotti sull’architettura e la scultura e su quanta connessione vi sia tra l’opera d’arte e lo stato della società.
Dall’altra parte, contemporaneamente, in Inghilterra si attuano delle riforme nelle Accademie e nei Centri di Formazione Professionale, dove l’interesse economico della produzione delle merci diventa assolutamente vincolante ai fini dell’Arte Applicata, anche lì dove si stimola e si invita ad interagire nella progettazione anziché limitarsi alla fedele riproduzione del pezzo.
Quello che accomuna le differenti posizioni è, comunque,
l’esigenza di introdurre delle riforme sociali all’interno degli Istituti delle
Arti Applicate, siano esse orientate alla razionalizzazione della produzione o
all’interazione nella progettazione escludendo qualsiasi forma di
meccanicizzazione, ed in questo senso, il più importante allievo del
riformatore sociale John Ruskin, è Willam
Morris, anch’egli poeta, artista ed agitatore
sociale inglese. La sua spinta verso l’odio contro la civiltà moderna ed il
rapido processo di industrializzazione, che conduce, per lui, inesorabilmente
allo scadimento del gusto, lo porta a ritenere che “qualsiasi oggetto vada
reinventato” e fonda, nel 1861, la fabbrica Morris, Marshall, Faulkner and Co,
che progetta e realizza oggetti decorativi per la casa: carta da parati,
tessuti, mobili e vetrate. Così come il suo maestro, cerca di estendere l’arte
medioevale, ed in particolare il gotico, come spirito alla base delle arti,
della morale e delle dottrine sociali e queste stesse idee diventano
fondamentali per la nascita del movimento delle Arts and Crafts, sviluppatosi in quegli anni ma il cui nome è
coniato, però, solo nel 1887.
Le teorie di Morris, assolutamente traducibile in un vero e proprio movimento morrisiano, divengono uno stile: l’Arts and Crafts Stil i cui principi sono l’esaltazione della tradizione artigianale medioevale, la creazione di forme semplici ed il tendere a stili romantici e a decorazioni popolari.
Immagini tratte dal web, La Red House di Upton, nel Kent, che Morris commissionò all’amico e architetto Philip Webb nel 1859 e che egli stesso curò nei particolari e nella decorazione
William Morris riesce a realizzare e a mettere in pratica
un’utopia sociale e la prima esposizione della Artsand
Crafts Exhibition Society avviene nel 1888, ma ben presto si rende
conto del poco successo che gli oggetti che produce hanno sulle masse, a causa
dei costi molto alti che mantengono un carattere elitario della produzione e ne
impediscono l’integrazione con la realtà del mondo industriale.
Nonostante ciò, a lui si devono, senza dubbio, i successivi movimenti di rinnovamento dell’architettura e delle arti applicate e la formazione e la diffusione dell’ Art Nouveau, il movimento che rappresenta il punto più acuto della tendenza fitomorfica del modernismo europeo e che vedremo, poi, verrà superata, a favore dell’utilizzo di linee più strutturali, proprio in Germania con la fondazione dell’associazione Deutscher Werkbund(“Lega tedesca artigiani”) fondata nei primi anni del ‘900, ed in cui Walter Gropius entrerà a far parte nel 1912.
Contemporaneamente allo svilupparsi delle teorie di John
Ruskin e William Morris, nascono delle nuove Fondazioni che hanno l’ambizione
di essere delle comunità di lavoro e
delle comunità di vita. A partire da questi anni, l’esigenza comune diventa
quella di creare una cultura del popolo
e per il popolo ed attraverso i Movimenti di rinnovamento culturale, la
Riforma politica scolastica e la creazione di nuovi Centri di Formazione
professionale con laboratori annessi, dal 1870 in poi, l’Inghilterra cerca di esportare il modello delle riforme inglesi nel
resto dell’Europa.
Questo clima rappresenta il primo antecedente dello Staatliches Bauhaus.
Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 l’Europa è un ambiente molto fervido per la produzione del nuovo e per la diffusione di nuove idee, molto più dell’America, seppur legata alla matrice europea e che influenzerà, a sua volta, dal primo decennio del secolo XX, soprattutto in ambito architettonico. Si dettano in questi anni le premesse di quello che sarà il movimento più complesso ed articolato dei tempi, il Movimento Moderno, e si può parlare senza dubbio di Protorazionalismo, cioè il Razionalismo di preavanguardia, come di un fenomeno europeo, le cui componenti sociali, tecniche, costruttive, storiche, ideologiche e stilistiche, nate a cavallo dei due secoli, si svilupperanno in maniera ed in tempi differenti in base alle diverse aree europee. Nel Protorazionalismo tutte queste componenti si intrecciano e si stratificano trovando la loro espressione nel razionalismo sociale e critico di William Morris, Henry van de Velde e Karl Marx, nel razionalismo storicistico dell’Art Nouveau, nel razionalismo utopistico e societario alla formulazione della disciplina urbanistica di Robert Owen, Charles Fourier, Jean Baptiste Godin e Ebenezer Howard, o, anche, nel razionalismo tecnico-costruttivo di Charles Robert Ashbee, per il quale “la civiltà moderna poggia sulla macchina, e non è possibile incoraggiare validamente l’insegnamento artistico senza conoscere questa verità”. È proprio Ashbee che invita Frank Lloyd Wright in Inghilterra nel 1908, ma è solo nel 1909 che viene in Europa, a Berlino, per preparare la famosa mostra della raccolta dei suoi disegni, che viene pubblicata, poi, nel 1911, dall’editore tedesco Ernst Wasmuth Verlag.
Il libro Ausgeführte
Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright è stata una delle
pubblicazioni sull’architettura più influenti del XX secolo e la
conoscenza delle sue opere si trasformerà in diretta influenza su molti dei
maestri europei, tra cui, Mies van der Rohe e lo stesso Gropius.
Il motivo per il quale Frank Lloyd Wright sceglie di andare a Berlino piuttosto che in
Inghilterra è che, già dal 1890 in poi, lo scettro del paese più
industrializzato d’Europa passa alla Germania dove, in un clima già fortemente nazionalista,
lo scopo principale è quello di dare vita ad un proprio linguaggio stilistico.
Così, mentre l’Arts and Crafts
rifiuta la produzione meccanica in favore dell’unicità del pezzo prodotto
artigianalmente e mantiene l’impronta ottocentesca, Bruno Paul, a
Berlino, progetta delle vere e proprie unità standard di mobili.
L’ondata riformista
di fine ed inizio secolo vede i maggiori stati europei al centro dei dibattiti mondiali: l’Art Nouveau in Francia, lo Jugendstil in Germania, Il Modern style in Gran Bretagna, l’Arte Jóven o Modernismo
in Spagna, il Sezessionstil in
Austria, lo Style Sapin in Svizzera
ed infine lo Stile Liberty in Italia.
Nonostante le prime avanguardie anteguerra non siano state mai soffocate
in tutta l’Europa, è in Germania che avviene davvero la svolta che detterà i
principi base sui quali si rifaranno tutti i movimenti del primodopoguerra.
Centrate sulla teoria del Sachlichkeit, alla cui base troviamo concetti legati all’oggettività, alla razionalità ed alla praticità, le opere Protorazionaliste sorgono nei paesi di lingua tedesca ed i lavoro di Wagner, Hoffmann e Van de Velde, mostrano una scarna nudità che rompe con il linguaggio dell’Art Noveau. Il periodo dal 1905 fino alla Prima Guerra Mondiale segna l’ulteriore antecedente del Staatliches Bauhaus e precisamente nel 1907, quando si fonda il Deutscher Werkbund (DWB), un’associazione tedesca fondata a Monaco di Baviera nel 1907 che diviene l’istituzione culturale prebellica più prestigiosa in Europa.
Nella prima
assemblea che si tiene al DWB, il discorso chiave è pronunciato da Friz
Schumacher, professore di architettura alla Technische Hochschule di Dresda, seguace delle idee politiche di
Friedrich Naumann: riformare le arti applicate tedesche attraverso un
autentico riavvicinamento tra artisti e produttori sottolineando come il
progresso dell’industrializzazione e della meccanizzazione fosse irreversibile
e come il Werkbund dovesse cercare in ogni modo di respingere l’eccessivo
materialismo e razionalismo che ne erano le conseguenze, senza tuttavia
rinunciare ai benefici positivi della modernità.
L’ architetto tedesco Hermann Muthesius, il politico tedesco Friedrich Naumann e l’architetto, pittore e arredatore belga Henry van de Velde, possono senz’altro essere considerati i fondatori del Deutscher Werkbund e, seppure la loro provenienza appartenesse ad ambienti molto diversi fra loro, concordano tutti e tre sugli obiettivi che doveva raggiungere l’associazione tanto che, tra il 1908 ed il 1914, i princìpi del DWB si trasformano in un vero e proprio “programma di azione”.
Il Werkbund sviluppa un’organizzazione su scala nazionale ed esercita un’enorme influenza sui modelli di gusto e di design. Nel 1914organizza una grande esposizione, la quale, da giugno sino allo scoppio della guerra, in agosto, trasforma la città di Colonia in un centro propulsore per visitatori tedeschi e stranieri, desiderosi di osservare i prodotti migliori dell’artigianato e dell’industria della Germania.
Manifesto disegnato da Peter Behrens in occasione dell’esposizione del 1914
Sono circa cento i Padiglioni espositivi, progettati tutti dagli appartenenti al DWB, ma emergono non poche divergenze sia di temperamento sia di cultura. Soprattutto tra conservatori e innovatori che, dando voce alle proprie idee, realizzano i padiglioni con una quasi caotica diversità di stili.
Il Glaspavillon (Padiglione di vetro) di Bruno Taut, 1914 – edificio in cemento che si articola con una pianta circolare assializzata da una scalinata e da una rete di vetrate a forma romboidale di diversi colori.Teatro del Werkbund (Henry van de Velde) – Edificio di importanza classica se lo si vede sotto il profilo dell’impatto visivo ma ascrivibile, per alcuni elementi, all’Art Nouveau: utilizzo di una linea quasi continua, esclusione dell’angolo retto in favore di un angolo stondato, rinuncia della geometria cartesiana, i volumi si sviluppano in maniera piramidale accordandosi perfettamente con il paesaggio circostante. Fabbrica Modello (Walter Gropius e Adolf Meyer) – edificio convenzionale risolto con la divisione delle diverse funzioni, la parte amministrativa e quella produttiva. La classicità della simmetria del fronte, delle colonnine e di un basamento si contrappone all’utilizzo barocco della tripartizione dell’avancorpo e della presenza dei differenti volumi sviluppati come bracci. Soluzione dualistica mai accettata da Behrens.Festhalle (Peter Behrens) – chiaro impianto classico con una simmetria, scansioni delle finestrature e volumetria tipica del neoclassico.
È chiaro che dibattito sulla collaborazione tra arte ed industria è molto fervido ed attivo e che crea una vera e propria frattura ideologica sempre più evidente proprio in questi anni e proprio tra gli stessi fondatori del Werkbund.
Da una parte Hermann Muthesius esortava i progettisti tedeschi a concentrarsi sullo sviluppo di forme standard e di forme tipizzate, in cui Typisierung è il termine che più indica il concetto di produzione di grandi quantità di un numero limitato di forme tipizzate, scelta adatta non solo ad una esportazione su grande scala ma anche affine alle esigenze dell’industria. Dall’altra, un gruppo di artisti rappresentati da Henry van de Velde, tra cui anche l’architetto Bruno Taut, si pongono in assoluta contrarietà nei confronti di ogni tentativo di limitare la libertà dell’artista e rifiutano l’obiettivo stesso dell’unità stilistica e e nel Kunstwollenesprimono la volontà della forma come espressione individuale.
Esemplifico con un piccolo schema in modo che le differenze ideologiche del DWB siano più chiare a tutti.
CORRENTE ARTISTICA
Henry van de Velde – È un progettista totale e, da erede dell’Art Nouveau belga di Victor Horta, conserva la linea continua che non abbandona nella progettazione architettonica, nella mobilia e negli utensìli, dando luogo, così, ad uno dei riferimenti più importanti del movimento di avanguardia dell’Espressionismo. Le sue radici culturali ed il modo di fare design affondano nel movimento morrisiano delle Arts and Crafts.
CORRENTE INDUSTRIALE
Monumentale – Peter Behrens – L’industria assume una visione quasi templare e mira alla sua esaltazione economica, politica e sociale attraverso la partecipazione emotiva non solo del progettista ma anche della popolazione e dei cittadini. L’edificio diventa retorico, uno strumento di affermazione culturale, monumentale, quasi un tempio dell’industria che ha in sé un’aura sacrale.
Razionale – Walter Gropius e Adolf Meyer – Nella corrente industriale razionale l’architettura non richiama ad una partecipazione emotiva da parte di chi la guarda perché si ritiene che il mondo industriale è il mondo della fredda razionalità e non dell’esaltazione: un corpo perfetto con forme asciutte che prende forma da un pragmatico utilizzo dei materiali. Il grande merito di Gropius è quello di ribaltare il concetto di fabbrica: è la funzione che fa la forma e non il contrario, concetto che sarà l’essenza del nascente Movimento Moderno e del Bauhaus.
Fabbrica Fagus – Alfed an der Leine – 1911
È in questo clima che trova la sua più grande aspirazione l’allora ventottenne giovane artista Walter Gropius, entrato a far parte del DWB nel 1912 e che, in questa querelle si schiera dalla parte dei più anziani individualisti dello Jugendstil – Henry van de Velde, l’architetto tedesco Agust Endell e lo scultore svizzero Hermann Obrist – e dei quali Muthesius deplorava le eccentricità ed aveva ormai da tempo condannato i metodi e lo stile.
Per capire quanto
Gropius fosse integrato in questo
ambito, basti pensare che già nel 1915, per scongiurarne la chiusura, chiede di
essere nominato direttore della Scuola di Artigianato Artistico che
Henry van de Velde ha fondato e diretto a Weimar, ma che, ancor prima della guerra,
è costretto a lasciare per problemi di xenofobia. La Scuola di Artigianato
Artistico viene comunque chiusa ma a Weimar c’è una seconda scuola,
l’Accademia delle Belle Arti il cui direttore Franz Mackensen, volendo
aggiungere una sezione di architettura, pensa di affidarne la direzione a
Gropius. Rifacendosi in tutto e per tutto alle idee proposte dall’associazione
tedesca Walter Gropius, presenta delle proposte alle scuole basate sulla
stretta collaborazione tra la parte commerciale e tecnica a quella artistica, e rifacendosi
all’ideale delle corporazioni edili medievali, propone un lavoro “in sintonia
di spirito” e con una grande “unità di intenti”.
Le esigenze della guerra hanno, però, dei princìpi che vanno al di là delle querelles e delle propensioni artistiche, tanto che è inevitabile l’ascesa della tendenza alla standardizzazione e alla produzione meccanica per far fronte alle condizioni economiche di disagio che si creano in questo periodo storico e in tutti quelli in cui la sopravvivenza diventa il fine ultimo. Nel 1917 si crea una commissione per la definizione degli standard produttivi, il Normenausschuss der deutschen Industrie, di ispirazione americana, con il quale il DWB, rappresentato da Multhesius e Peter Behrens, collabora in modo importante. Introdotta in Germania fra i provvedimenti dell’ economia bellica, dopo il 1918 la nuova normativa divenne parte integrante della prassi architettonica e della produzione industriale.
Ma Gropius non si arrende e nel 1919 trova l’appoggio dall’autorità competente ed il governo provvisorio dell’allora Stato libero del Granducato Sassonia-Weimar e, alla fine di marzo, accoglie la sua richiesta di dirigere entrambi gli Istituti, l’Accademia delle Belle Arti (Hochschule für bildende Kunst) e la Scuola di Artigianato Artistico (Kunstgewerbeschule) che è stata chiusa, riuniti sotto la denominazione di Staatliches Bauhaus in Weimar, ed i cui due nomi originali appaiono inizialmente nel sottotitolo: Vereinigte ehemalige großherzogliche Hochschule für bildende Kunst und ehemalige großherzogliche Kunstgewerbeschule.
Il 12 aprile 1919 Gropius viene ufficialmente chiamato a dirigere l’Istituto e viene così fondata la più moderna scuola di Arte dell’epoca: il Bauhaus di Weimar, il Bauhaus espressionista.
ADIDAS VS PUMA
La nostra storia inizia il 04/07/2006 a Dortmund, dove va in scena la semifinale del mondiale di calcio tra i padroni di casa della Germania e L’Italia. Al 119esimo minuto, Grosso, imbeccato da Pirlo, mette a segno il vantaggio; la Germania si getta all’attacco e un contropiede lanciato da Cannavaro porta la palla a Gilardino che vede arrivare alle sue spalle Alex Del Piero che, con un destro a giro, mette la palla sotto il sette e, così, si vola a Berlino.
Sugli spalti cade il gelo: la Germania è ammutolita. Siete sicuri? Beh, non proprio tutta, anzi, cinque giorni dopo, quando da buon “Re francese” Zidane perderà la testa colpendo Materazzi, lasciando la sua nazionale in dieci a guardare esultare la nostra Italia dopo i calci di rigore, in una piccola cittadina della Baviera, per la precisione in una parte di questa cittadina, la birra scorrerà a fiumi mentre dalla parte opposta saranno le lacrime a bagnare i volti dei cittadini.
Per capire come un solo tedesco possa aver esultato al gol di Del Piero bisogna fare qualche “passo” all’indietro e, ovviamente, di corsa! Herzogenaurach. Finita la Grande Guerra, i bambini tornano a correre e a giocare. Due fratelli in particolare sembrano cimentarsi in ogni disciplina: sono Adolf e Rudolf Dassler, figli di un calzolaio. I due sono sempre in competizione e sembra che il più piccolo, soprannominato Adi , non perda occasione per umiliare il fratello maggiore Rudi. La passione per lo sport si unisce al lavoro del padre e così, nella lavanderia della mamma, il piccolo Adi comincia a creare calzature sportive. Il primo lavoro importante, non a caso, arriva con la commissione della squadra di calcio della cittadina.
Le qualità artigiane del piccolo Adi lo portano ad aprire una piccola attività nel 1924 ed il fratello maggiore Rudi decide di sfruttare le sue doti da “seduttore” per far conoscere le scarpe del fratellino ed aumentare il mercato. La Gebrüder Dassler Schuhfabrik, ovvero la fabbrica di scarpe dei Dassler, sembra non conoscere la crisi post bellica e soprattutto quella portata dal crollo della borsa americana nel ‘29. I due sembrano andare molto d’accordo e la divisione dei compiti va a meraviglia. Nel 1933 la salita al potere di Hitler e l’importanza data allo sport come veicolo per affermare il nazional socialismo non lasciano indifferenti il fiuto per gli affari dei fratelli Dassler, che non appena vedono comparire le croci uncinate in città, decidono immediatamente, nel maggio del ‘33, di aderire al partito.
Qualche anno dopo rimpiangeranno di averlo fatto ma, al momento, lo sviluppo dello sport fa decollare gli affari. I fratelli, ormai sulla cresta dell’onda, mettono su famiglia e decidono di abitare tutti insieme nella splendida villa di fronte alla fabbrica. Sotto uno stesso tetto, però, i diversi caratteri delle mogli iniziano a minare i rapporti dei fratelli: sarà soprattutto Kathe, la moglie di Adi a non volere un ruolo marginale. Ma nel 1936, le Olimpiadi di Berlino e le opportunità che ne derivano lasciano in secondo piano le acredini familiari. I migliori atleti del mondo sono in arrivo e, soprattutto, è in arrivo la stella americana Jessy Owens. Goebbels, con la promessa di investire in America, anche se riesce a non far partecipare alcuni atleti di religione ebraica, nulla può sugli atleti di colore. Adi, deciso ad ogni costo di trovare il primo testimonial per l’azienda, sembra riuscito ad infiltrarsi nel villaggio olimpico, e, dopo aver mostrato le sue calzature alla stella “nera”, gli prende il calco e realizza un modello su misura con delle innovative punte sulla parte anteriore delle calzature. Il resto è Storia. Jessy stravince ed impressiona il mondo, e mentre il più noto Adolf si mangia le mani, in quella piccola cittadina, come sarà nel 2006, un meno noto Adolf se la ride alla grande, perché più grande pubblicità non può ottenere: le foto di Owens fanno il giro del mondo, così come le calzature Dassler. Il giro degli affari si moltiplica ma il risvolto della medaglia è in arrivo, il nazional socialismo porta l’Europa verso la catastrofe della Seconda Guerra mondiale ed altro tipo di calzature dovranno indossare i fratelli Dassler. Entrambi vengono richiamati alle armi,ma dopo nemmeno un anno ad Adolf viene concesso, in quanto artigiano, di poter tornare a dirigere la fabbrica per assicurare la continuità della fornitura, prima di stivali e poi di bazooka a buon mercato.
Rudolf invece sembra sia entrato a far parte della Gestapo, anche se successivamente rinnegherà tutto, e viene continuamente impiegato in missioni. Quando gli alleati bombardano Herzogenaurach Rudolf è lontano, mentre la sua famiglia si ritrova nel bunker insieme a quella di Adi. Il conflitto tra le due mogli sembra essere arrivato ad un punto di non ritorno, ed una frase di Adi: “sono tornati i porci”, chiaramente riferita ai piloti alleati, viene intesa come riferita alla famiglia di Rudolf; è questo il pretesto per la famiglia di Adi di tirar fuori tutto il rancore verso Rudolf e il suo essere despota negli affari dell’azienda, mentre la moglie di Rudolf si convince che suo cognato voglia togliere i diritti dell’azienda a suo marito. La fine della guerra accende ancora di più il conflitto tra le famiglie: entrambi i fratelli vengono interrogati dalla polizia americana e, mentre ad Adi viene permesso di tornare alla fabbrica in virtù di aver fornito le sue calzature agli atleti americani nelle Olimpiadi del ‘36, Rudolf viene mandato in un campo di prigionia a causa delle sue ammissioni, poi ritrattate, di aver fatto parte della Gestapo. Ma Rudolf inizia a maturare un sospetto, che sia stato proprio il fratello ad averlo denunciato o molto più plausibilmente sua cognata, che reputa una vera e propria manipolatrice, ciò al fine di prendere le redini dell’azienda, che è tornata ai massimi livelli da quando gli Americani hanno chiesto ad Adi forniture di scarpe da baseball, da football e da basket per esportarle negli Stati Uniti; questi sport, arrivati alla conoscenza europea grazie ai soldati americani, lanciano la marca Dassler all’avanguardia.
Rudolf viene liberato dopo circa un anno, la villa di famiglia è requisita dai soldati americani e la famiglia va a vivere nella torre della fabbrica. In un contesto così ristretto la resa dei conti è vicina. Adi, nella sorpresa generale viene interrogato di nuovo, palesemente tirato in ballo da accuse del fratello usate per essere liberato a sua volta; gli americani, stanchi della faccenda, decidono per l’archiviazione del caso, ma Rudolf e Adi ormai sono acerrimi nemici. Rudolf così decide di convocare tutti i dipendenti, di dire loro che l’azienda si sarebbe divisa, e che a loro toccava scegliere con chi stare. L’intera cittadina sembra chiamata ad una scelta, il gossip impazza fino ad affermare che tra i motivi del litigio dei fratelli ci sia una storia segreta tra Rudolf e Kathe e che addirittura il figlio di Adi sia in realtà del fratello. Sembra assurdo, ma in questi frangenti la fama di donnaiolo di Rudi prevale sulla realtà.
La forza lavoro si divide come facilmente pensabile per le loro competenze e quindi gli artigiani con Adi e gli addetti alle vendite con Rudolf. A soli 500 metri di distanza, tra il 1948 e il 1949, Adolf detto ADI DASler fonda l’ADIDAS, mentre RUdolf DAssler la RUDA, poi ribattezzata PUMA. Anche la città viene risucchiata in questa guerra, così difficilmente si vede un lavoratore dell’Adidas seduto ad un pub a parlare con un lavoratore della Puma. A breve però la battaglia si allarga fino a decretare che se un ragazzo avesse avuto un familiare in una delle due aziende non avrebbe potuto praticare uno sport con una società che vestiva il marchio rivale. Il primo grande scontro arriva con i mondiali del ‘54 vinti dalla Germania di Joseph “Sepp” Herberger, il quale, dopo aver ritenuto troppo basso il compenso offerto dalla Puma di Rudi, trova un accordo con l’ADIDAS di Adi, portandolo addirittura in panchina con sé. Da quel giorno l’ADIDAS diviene un marchio internazionale e contribuisce non poco alla vittoria della nazionale, visto che tutti i giocatori tedeschi dicono che grazie all’invenzione dei tacchetti rimovibili sono riusciti a giocare meglio degli altri. Per la Puma è un vero colpo, altro che festa mondiale. Rudolf va su tutte le furie anche perché rivendica il fatto che l’Hannover due anni prima ha vinto il campionato tedesco indossando scarpini PUMA con tacchetti rimovibili. Con molta probabilità nessuno dei due marchi li inventa ma da lì in poi inizia una vera e propria guerra di spionaggio ma, soprattutto, di caccia a nuovi testimonial tra le stelle dello sport. Tuttavia in breve tempo i due fratelli si rendono conto che la loro guerra non fa che alzare le pretese degli sportivi; così, in maniera molto pacata iniziano a dividersi con un tacito accordo i club e gli atleti onde evitare una guerra al rialzo, fino ad arrivare ad un segreto accordo di non belligeranza sulla più grande stella del calcio, “il Patto Pelè”: nessuna delle due aziende avrebbe cercato in nessun modo di contattarlo. Ma il patto tra “buoni fratelli” non fa proprio al caso loro, così Rudolf, nel 1970, spedisce il figlio in Messico per contattare più calciatori possibili, tutti tranne la Perla Nera. Ma la tentazione è troppo forte, così Armin viene mandato con 100.000 dollari in Brasile alla fine del mondiale. La vicenda infiamma ancora di più i rapporti tra le due aziende e per questo motivo anche i cugini, un tempo compagni di gioco, si affrontano in malo modo. Nel frattempo terminato ogni accordo, è di nuovo la nazionale di calcio a riaccendere i veleni. Adi si è assicurato lo sponsor tecnico della Nazionale ma molti calciatori nel campionato calzano Puma. Quando i calciatori comprendono il giro di soldi, minacciano di non giocare il mondiale senza avere una percentuale e, dopo una notte di trattative, ottengono il giusto compenso. Se vi state chiedendo: chi fu a pagare? La risposta ovviamente è ADIDAS, che, da qui in poi, continuerà a rappresentare la nazionale tedesca fino ai giorni di oggi. Nuovo titolo mondiale è ancora una volta, non tutti i tedeschi gioiscono. Nell’autunno del ‘74 Rudolf si ammala e sul punto di morte esprime la volontà di rivedere il fratello per un’ultima conciliazione. Malgrado anche l’intercessione di un prete, Adi sceglierà di non rivedere il fratello e nemmeno il giorno del funerale, dove presenziò tutta la cittadina, fu visto da alcuno. Dopo quattro anni, nel 1978, muore anche Adolf che tuttavia viene seppellito nel lato opposto dello stesso cimitero cittadino. Le due aziende vengono seguite per alcuni anni dalle rispettive famiglie e soprattutto dai figli Horst e Armin, ma nulla cambia, anzi, continua lo spionaggio e la guerra senza pudore. Entrambi i marchi rischiano il fallimento quando trasferiscono “la guerra” dal campo di calcio a quello da tennis; la Puma ingaggia Becker, l’ADIDAS la Graf. Una tregua arriva con l’acquisto di Lothar Matthäus del Bayer Monaco. La squadra veste Adidas, il calciatore Puma, oltre ad essere figlio di un custode dell’azienda di Rudolf. Per la prima volta viene concesso ad un calciatore di indossare calzature Puma pur giocando con un completo Adidas, ed è addirittura garantito che se il padre di Lothar fosse stato licenziato dalla Puma, sarebbe stato assunto dall’Adidas.
Nel
frattempo la guerra dei marchi sportivi si è decisamente globalizzata e le loro
produzioni sono decisamente uscite dalla cittadina di Herzogenaurach, anche
perché, nel frattempo, una ditta di vendita di scarpe Tiger giapponesi
dell’allora Onizuka, oggi Asics, chiamata Blue Ribbon Sport, si è messa in
proprio, e, nel 1971, ha cambiato il suo
nome in Nike, diventando, grazie alla sponsorizzazione di Micheal Jordan negli anni
‘80, e con il modello Nike Air Jordan, l’avversario numero uno da battere.
Ma tornando all’inizio del racconto, a quel luglio 2006 , ben 82 anni dopo la prima azienda Dassler, i fratelli, nati per far correre coi piedi per terra, se ne saranno stati lì, coi piedi tra due nuvole sicuramente distanti tra loro, a dominare il cielo su Berlino, e, per nostra fortuna, Rudolf ha avuto la sua rivincita.
Dal fuoco della guerra, alla terra dei campi da gioco, all’aria del cielo sopra Berlino, se qualcuno pensa che manchi un elemento, sappia che nel 1973 il figlio di Adi, Horst Dassler ha fondato l’Arena, leader mondiale nel mondo del nuoto.