La relazione nel setting terapeutico: collusione e consapevolezza del terapeuta

In psicoterapia un aspetto che viene quasi completamente ignorato dal pensiero comune riguarda l’esistenza di un “doppio livello” di comunicazione e, di conseguenza, l’esigenza di portare avanti il lavoro su due fronti da parte del terapeuta.

L’aspetto più conosciuto, quanto meno da alcuni, riguarda il lavoro teorico. Intervenire sulle problematiche psicologiche richiede una conoscenza teorica e metodologica, una cornice di riferimento (nel mio caso l’Analisi Transazionale) attraverso la quale leggere e filtrare la sintomatologia presentata dal paziente e favorire quindi tecniche di intervento. Questa cornice la si ottiene ovviamente attraverso la formazione offerta dalle scuole di psicoterapia, scuole quadriennali in cui si impara ad essere terapeuti.

L’altro livello, nascosto e a mio avviso molto più importante del primo, riguarda l’esistenza di quello che Freud nella sua Psicoanalisi aveva definito Transfert (con il relativo Controtransfert). Questi concetti sono strettamente legati a quello di collusione in terapia e al suo opposto, la consapevolezza di sé da parte del terapeuta.

Per Transfert, in maniera molto sintetica e schematica, si intende la proiezione da parte del paziente sul terapeuta delle proprie aspettative nei confronti di una figura parentale: in pratica egli ricerca nel terapeuta ciò che si aspetta di ricevere dal genitore che ha determinato il suo modello di attaccamento. Frasi del tipo: “Non pensare male di me per quello che ti sto dicendo” o “Dottoré oggi la vedo pensierosa, posso aiutarla in qualcosa?” possono dare al terapeuta indizi molto importanti su copione di vita e modelli genitoriali della persona che ha davanti.

Riuscire a cogliere questi indizi è possibile solamente mantenendosi il più neutrale possibile, lasciando che la persona ci interpreti e ci immagini secondo la sua esperienza di vita. Il problema è che spesso restare lucidi davanti ad esternazioni che solo in apparenza sono rivolte a noi è faticoso (quando si è consapevoli) se non addirittura impossibile in caso di non consapevolezza. Questo perché i copioni di vita non esistono solo per i pazienti ma anche per i terapeuti, rientrando ahimè anch’essi nella categoria degli esseri umani!

Un terapeuta con un copione da “Salvatore” potrebbe ad esempio colludere con un paziente dal copione di “Vittima” rendendo impossibile la terapia (copioni di vita e giochi psicologici verranno analizzati in un articolo a parte). Un paziente quindi desideroso di aiuto che invade il tempo e lo spazio del terapeuta attraverso continue telefonate e messaggi può essere difficile da contenere per un terapeuta desideroso di aiutare incondizionatamente, a maggior ragione se non si rende conto dei propri punti deboli. Questi “errori” da parte del terapeuta e l’insieme delle reazioni emotive di questo nei confronti del paziente vengono definite “Controtransfert”. Attraverso queste reazioni emotive il terapeuta si “aggancia” al paziente creando insieme giochi psicologici: situazioni chiaramente dannose in terapia.

Tornando all’esempio di sopra un terapeuta nella posizione di “Salvatore” entrerà nel gioco proposto dal paziente cercando di risolvere o una sua necessità di salvataggio o farsi perdonare colpe arcaiche o ricevere un riconoscimento a lungo sognato. Non è possibile lasciare che ciò accada: è necessario ripulire l’esperienza del paziente fornendo una nuova alternativa che generi un finale più funzionale rispetto a quelli messi in atto finora, e motivo per cui egli giunge da noi.

Evitare la collusione con il paziente è possibile grazie alla consapevolezza di sé. Il percorso formativo di un terapeuta pretende (a seconda della scuola) il sottoporsi ad un percorso di psicoterapia obbligatoria avente lo scopo di individuare e lavorare sui propri “anelli deboli” per permetterci poi, come professionisti, di individuarli e riconoscerli (quindi intervenire adeguatamente) durante il nostro lavoro come terapeuti; è chiaro inoltre che il vantaggio di una terapia personale come essere umano (indipendentemente quindi dall’essere terapeuti) non ha bisogno di essere evidenziato.

Il doppio lavoro di cui parlavo all’inizio si traduce quindi nella creazione di una cornice teorica delle problematiche del paziente da una parte, e del continuo monitoraggio di sé e delle proprie reazioni emotive a quello che costui ci dice dall’altra parte, sia per massimizzare la possibilità di cogliere indizi sulla persona sia per preservare quest’ultima dall’essere il nostro “vomitatoio” temporaneo di un qualcosa che riguarda la nostra vita e la nostra persona.

Vien da sé che maturare esperienza come terapeuti, fare una terapia personale e stare continuamente sotto supervisione tra colleghi rende più semplice questo compito che, specialmente agli inizi della propria carriera, non è semplice per niente.

Ho sempre pensato al mio lavoro come una condizione della mia esistenza, non come un’attività che svolgo. Io Sono una psicoterapeuta, non Faccio la psicoterapeuta. Perché questo lavoro non richiede solo una formazione, un modellamento dei propri schemi mentali, ma anche un cambiamento nella propria essenza, necessario per porsi nella maniera più neutra ed efficace possibile davanti alla molteplicità della natura umana che ogni giorno siamo chiamati a conoscere.