FRANCESCA WOODMAN

Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche e significative della fotografia del Novecento, nonostante il suo breve ma promettente percorso creativo e fotografico che lei stessa decide di interrompere prematuramente togliendosi la vita.

Francesca Woodman era solita fotografarsi, quasi in maniera ossessiva e ne spiegava così il motivo a un’amica, con ironia mista a una buona dose di pragmatismo:

È una questione di convenienza: io sono sempre disponibile.

Francesca Woodman (1958-1981) giovane fotografa americana morta suicida a 23 anni, forse a causa di quel mal di vivere che sovente affligge le persone intelligenti e inquiete.

Quando il disagio travolge gli argini, il gesto estremo può erompere tragicamente. Un’artista di talento e grande sensibilità che ha vissuto la fotografia come mezzo espressivo asservito alla sua visione del corpo. Un corpo che l’autrice voleva fondere con l’ambiente circostante per farne parte, o un tentativo di annichilimento della sua identità? Di sicuro una personalità complessa e profonda dal punto di vista creativo.

Figlia di un pittore e di una ceramista, inizia la sua carriera di fotografa a 13 anni (Self portrait at thirteen); tra il 1975 e il 1979 frequenta la Rhode Island School of Design (RISD) dove si appassiona alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Wegee. Si reca anche nel nostro paese per seguire i corsi europei della medesima scuola, a Roma. Qui dimostra interesse per le opere di Max Klinger.

A Roma conosce, fra l’altro, Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e Suzanne Santoro. Frequenta anche l’ambiente artistico della Transavanguardia italiana.

Nel gennaio 1981 pubblica la sua rassegna fotografica dal titolo Some Disordered Interior Geometries e nel corso dello stesso mese si suicida gettandosi da un palazzo di New York.

Francesca Woodman pone un’attenzione maniacale alla costruzione formale delle sue fotografie. La sua opera sembra essere un’equazione da risolvere. Nel libro Some Disordered Interior Geometries compone infatti una serie di fotografie che interpretano i principi di geometria scritti in un vecchio libro della nonna.

These things arrived from my grandmother’s they make me think about where I fit in this odd geometry of time. This mirror is a sort of rectangle although they say mirrors are just water specified.

Un’artista provocatoria e irrituale, sulle cui opere ci si sofferma con quell’interesse curioso volto alla ricerca degli indizi anticipatori del suo tragico gesto.

Nelle sue creazioni osserviamo la rappresentazione di uno schema corporeo sapientemente trasfuso in quelle disordered interior geometries per mezzo di lunghe esposizioni e doppie esposizioni meticolosamente studiate, per rendere quell’effetto di assorbimento nello spazio che lei prediligeva.

Uno spirito tormentato volto all’arte, un’autrice affascinante che ha lasciato il segno. Dei suoi lavori c’è chi ne ha ricavato una lettura femminista. Non concordo con questa tesi perché la sua arte non era formulata sugli aspetti di rivalsa di un corpo negato, questione lungamente indagata all’interno dei gruppi femministi, almeno qui in Italia. Per quanto interessata alle tematiche del secondo sesso (cit.), non sono propensa a generalizzare in chiave femminista tutti i fenomeni che coinvolgono le donne, nè incline all’astrazione semplicistica.

In effetti la Woodman, più che promuovere il corpo femminile come soggetto politico, era  impegnata in una sua personalissima ricerca dell’interiorità racchiusa in un corpo come  estensione del suo ego, in relazione con lo spazio circostante; quindi nessuna dimensione sociopolitica nei suoi lavori. In realtà è il surrealismo ciò che influenza la sua produzione artistica, col quale viene in contatto durante il periodo romano.

Il corpo si protende e si confonde entro scenari disadorni, nitidi ma naturalmente essenziali, dove la figura umana (lei stessa è sovente il soggetto delle sue immagini), non tradisce la staticità tipica della posa, quando non è il mosso l’aspetto prevalente.

 Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Francesca Woodman




ISTANTI DI LUOGHI

Cominciando a capire il mondo attraverso l’immagine,
capivo l’immagine, la sua forza, il suo mistero

Michelangelo Antonioni

Ritrarre stanze e scorci di ambienti rientra nell’ampia casistica della fotografia universale, dai grandi autori ai fotografi amatoriali.

La fotografia d’interni la incontriamo prevalentemente  nelle riviste di arredamento, dove appaiono simmetrie confortanti, composizioni eccellenti che raffigurano equilibri impeccabili che si riscontrano in spazi ben progettati.

Ma qui siamo alla ricerca di una visione più calda degli ambienti, che si contrappone a quella degli spazi ripresi nella loro fredda staticità.

La relazione fra gli oggetti è l’elemento chiave di questo genere di fotografia, che ci porta  nel mondo interiore dell’autore dello scatto, colui che vede e porta a galla, con un colpo d’occhio, ciò che affonda nella sua immaginazione, riscontrabile negli oggetti di uso quotidiano.

Sia detto per inciso, mi spingo a volte in vertiginose correlazioni tra cinema e fotografia: Michelangelo Antonioni nei suoi film indugiava nel riprendere gli oggetti di un interno, invitando lo spettatore a godere di una semiosi del tutto intenzionale.

Patrizia Minelli è una buona interprete di questi istanti di luoghi, e ci trasporta nel suo  mondo di piccole cose, nel suo sogno. Gli oggetti si riscattano dalla passività che viene loro abitualmente assegnata e diventano protagonisti di una storia da ricostruire partendo dai frammenti di un ambiente.

Per ricordare un nome altisonante, Diane Arbus, celebre fotografa del Novecento, nota prevalentemente per i suoi freak, eseguiva anche foto di  interni, espressione di quell’enigmaticità che le era propria, interprete della fotografia senza data scadenza.

Nella società della fotografia di massa privilegio queste esperienze più singolari, che si differenziano dall’opacità di visione derivante da un uso inconsapevole del mezzo fotografico.

Detto e ridetto da tutta la letteratura critica sulla fotografia, la scelta di un soggetto ha un’intenzionalità che oscilla tra il vissuto dell’autore e la cultura di appartenenza, le esperienze di vita, la concezione estetica.

Vi lascio ora alle fotografie di Patrizia, con l’invito a soffermarvi sulla  sua narrazione: cercate le risonanze se ve ne sono per voi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Patrizia Minelli

 

 




PAOLO PELLEGRIN

(articolo già edito sulla pagina facebook Scriptphotography).

La Storia è un tempo fornito di senso. Se il significato dei giorni è cancellato, avremo un tempo sterilizzato dalle differenze, in cui l’esperienza umana riflette se stessa come davanti a uno specchio vuoto. Ne abbiamo coscienza. Abbiamo imparato ad averne consapevolezza in questi mesi che, nel tentativo di contenere il diffondersi di una pandemia, ci ha visto costretti a una clausura forzata tra le mura di casa, costringendoci, nel bene o nel male, a rimodulare la gestione del tempo, degli interessi, del lavoro e persino degli affetti: un mondo improvvisamente affollato, contrapposto alla desolata solitudine del mondo “là fuori”, si è affacciato suggerendoci una nuova lettura dei rapporti interpersonali.
Una importante fotografa italiana ha affermato che “questo tempo non è fotografabile” in quanto non succederebbe nulla. Con tutto il rispetto che nutro verso la fotografa, il suo parere non mi trova d’accordo. Accetto tuttavia lo stimolo, la provocazione; e un’affermazione che mi costringe a un ragionamento io la saluto come benvenuta. È vero, le città sono state deserte, spogliate forzatamente dai suoi protagonisti, dalle donne e dagli uomini che ogni giorno ne affollano le strade e le piazze e che grazie alla loro presenza le innervano di vita. Dove non ci sono donne e uomini non c’è storia, non ci sono attività, non c’è linfa, non c’è racconto. Ecco la questione, il racconto. Come ha raccontato la fotografia questi giorni “fatti di niente”, scivolati uno dopo l’altro come fumo di fumi?
A differenza di altri fotografi professionisti, che imbastivano la narrazione presentandoci città deserte, scheletriche, evaporate dalla presenza umana – riportando alla mente non già gli effetti del lockdown, quanto i ricordi della solitudine delle grandi città nei Ferragosto del passato – mentre i fotografi amatoriali – per meglio dire i medici e gli infermieri fotoamatori – impegnati nelle prime linee delle unità di terapia intensiva, si ritagliavano il ruolo di testimoniare da dentro gli ospedali gli effetti della tragedia, con immagini che ci sono giunte nel pieno della loro efficacia con buona pace sull’opinione della famosa fotografa.
Paolo Pellegrin dev’essersi chiesto come la fotografia può rifornire di senso un tempo che dal punto di vista fotografico, come si obbietta, ne sarebbe privo e ha puntato l’obiettivo della fotocamera girandolo dalla guerra alla sua famiglia. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi assume il volto dell’opportunità. Ginevra non è lontana, eppure a questo luogo tra le verdissime montagne basta poco per presentarsi come privo d’orizzonte, come se l’inquietudine del momento, i timori potessero trovare risposte nel disorientante silenzio della solitudine. Eppure, anche se si può desumere dalle stesse fotografie, quello di Pellegrin è tutto tranne che un diario della quarantena, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di tornate ad essere proprietario di un tempo sottratto alla famiglia a causa degli impegni. Un tempo ritrovato che trasuda il desiderio di intimità, che ora si offre perché sia gustata in profondità. I ritratti delle figlie, della moglie, così connesse nel luogo prescelto, svelano la vocazione a scovare nelle piccole cose il senso più universale dell’appartenenza, di una “vicinanza” fisica che rende sterile qualunque parola d’amore pronunciata a distanza. Pellegrin qui è nelle vesti di padre. Dismesse quelle del fotoreporter, e deposto l’obiettivo che ha inquadrato innumerevoli rivolte ora assume il respiro di chi ha davanti a sé la più grandiosa delle esperienze: vivere lo stesso tempo della famiglia, sentire quanto più possibile le risa delle sue bambine, ascoltarne il respiro, vederle al gioco e lasciarsi conquistare dall’insaziabile voglia d’essere al centro dei suoi affetti, qui suggellato dal luminoso ritratto della moglie.
Non è raro, ma accade, che per raccontare una storia che raggiunga la sensibilità di molti è necessario narrare le piccole cose, così che nell’accenno della sincerità si trovi un’eco in cui riconoscersi, perché possiamo sentirci parte di un’umanità dai valori condivisi. Con questo lavoro, assai distante da quelli che conosciamo e ammiriamo, abbiamo la sensazione che Pellegrin abbia voluto ribaltare momentaneamente il suo ruolo professionale, una deroga che vede lui offrire la cronaca di se stesso dopo anni in cui ha offerto eventi riguardanti altra gente, altri paesi. Questa, dunque, è la storia di un ritorno; è la storia di un fotografo che ha voluto e saputo fermare il tempo e piegarlo alla sua volontà. Forse, come si è detto, non sarà un vero e proprio diario della quarantena ma è certo che è da lì che nasce, dal desiderio di fornire di senso un tempo che ricorderemo a lungo.


History is a time filled with meaning. If the meaning of the days is canceled, we will have a time sterilized by differences, in which human experience reflects itself as if in front of an empty mirror. We are aware of this. We’ve learned to be aware of these in recent months that, in an attempt to contain the spread of a pandemic, has seen us forced to a forced enclosure our own houses, forcing us, for better or for worse, to remodel the management of time, interests, work and even affections: a world that is suddenly crowded, opposed to the desolate solitude of the world “out there”, has approached us by suggesting a new reading of interpersonal relationships.
An important Italian photographer said that “this time it ain’t photographable” as nothing would happen. With all the respect I have for the photographer, her opinion does not agree. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. Where there are no women and men there is no history, there are no activities, there is no lymph, there is no story. Here’s the question, the story. How did photography say “days made of nothing”, slipped one after the other like smoke?
Unlike other professional photographers, who based the narrative by presenting us deserted, skeletal cities, evaporated by the human presence – bringing to mind not the effects of the lockdown, but the memories of the solitude of the big cities in some past August Bank Holyday – while the amateur photographers – to better say the doctors and photo amateurs nurses – engaged in the front lines of the intensive care units, carved out the role of witnessing the effects of the tragedy from within the hospitals, with images that reached us in full effect with all due respect on the famous photographer.
Paolo Pellegrin must have wondered how photography can make sense of a time that from a photographic point of view, as it is objected, would lack it and aimed the camera lens by shooting it from war to his family. Isolation, the inability to move takes on the face of opportunity. Geneva is not far away, yet in this place among the green mountains, it takes little to present itself as lacking in the horizon, as if the restlessness of the moment, fears could find answers in the disorienting silence of solitude. Yet, even if it can be deduced from the same photographs, Pellegrin’s is anything but a quarantine diary, but rather the successful attempt to return to being the owner of a time stolen from the family because of the commitments. A rediscovered time that exudes the desire for intimacy, which is now offered to be enjoyed in depth. The portraits of the daughters, of the wife, so connected in the chosen place, reveal the vocation to find the most universal sense of belonging in small things, of a physical “closeness” that renders any word of love pronounced remotely sterile. Pellegrin is here as a father. Decommissioned those of the photojournalist, and set the goal that has framed countless riots now takes the breath of those who have the greatest experience in front of them: live the same time as the family, hear the laughter of his girls as much as possible, listen to the breath, see them at play and let themselves be conquered by the insatiable desire to be at the center of his affections, here sealed by the bright portrait of his wife. It ain’t uncommon, but it happens, that to tell a story that reaches the sensitivity of many it is necessary to narrate the little things, so that in the hint of sincerity there is an echo in which to recognize ourselves, because we can feel part of a humanity from shared values. With this work, very distant from those we know and admire, we have the feeling that Pellegrin wanted to temporarily overturn his professional role, a derogation that sees him offering the chronicle of himself after years in which he has offered events concerning other people, others countries. So, this is the story of a return; it’s the story of a photographer who wanted and knew how to stop time and bend it to his will. Perhaps, as has been said, it will not be a real quarantine diary but it is certain that it is from there that it arises, from the desire to fill with sense a time that we will remember for a long time.


Ph. Paolo Pellegrin https://www.magnumphotos.com/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Paolo Pellegrin




L’OSPEDALE DI BEELITZ-HEILSTÄTTEN TRA FOTOGRAFIA, MEMORIA E ATTUALITÀ

Nella
nuova normalità generata dall’evento pandemia, si riscopre in una forma nuova e
inattesa ciò che si è per molto tempo considerato immutabile.

Una
mia banalissima visita al laboratorio di analisi per degli esami di routine ha
mostrato qualcosa di inedito legato alla nuova condizione: dalla misurazione
della temperatura con termoscanner svoltasi all’ingresso, da parte di una
persona addetta all’accoglienza dei clienti, all’igienizzazione delle mani
guantate, alla diversa disposizione delle sedie in sala d’attesa e altri segni
denotativi del cambiamento imposto dalla pandemia ai nostri comportamenti.

Chi
mi legge si deve abituare alle incursioni delle mie catene associative nel reale,
che anche in questo caso non sono mancate; in questo strano periodo di
adattamento a una vita ancor più protetta e controllata, in una transizione che
il cervello deve elaborare, i ricordi scoppiettano nella mia mente come
popcorn.

Mi sono proiettata nelle immagini di un portfolio realizzato da Stefano Barattini, relativo a una struttura abbandonata, situata a circa 70 km a sud-ovest di Berlino, cioè il complesso ospedaliero di Beelitz-Heilstätten. Di Barattini voglio qui ricordare anche gli ottimi lavori sul Bauhaus e il Brutalismo architettonico.

Una breve scheda sull’edificio oggetto di questo portfolio, dalle
parole del suo autore:

Nel 1898 circa sorse a circa 70 km a sud-ovest di
Berlino un imponente complesso sanatoriale, Beelitz-Heilstätten, distribuito su una superficie totale di circa 200 ettari. Più architetti presero parte al
progetto, tra il 1898 e il 1930
.

Si tratta di una città ospedale per la cura della tubercolosi, composta da una sessantina di edifici, completamente autosufficiente. Il complesso comprendeva, oltre agli spaziosi padiglioni per la degenza e le terapie del caso, anche una propria centrale elettrica, la stazione ferroviaria, campi coltivati e allevamenti.

Durante la Grande Guerra, Beelitz venne
utilizzato come ospedale militare ed è qui che, verso la fine del 1916, fu
ricoverato anche il diciassettenne Adolf Hitler ferito nella battaglia della
Somme.

Caduto il Terzo Reich, il complesso venne
inglobato nei territori della DDR diventando il principale ospedale militare
sovietico,  fino alla caduta del muro di
Berlino e la riunificazione delle due Germanie. L’esercito sovietico lasciò
definitivamente Beelitz nel 1995.

Oggi questo comprensorio versa quasi totalmente
in stato di abbandono, solo un paio di padiglioni sono ancora in attività
mentre altri sono stati nel tempo oggetto di vandalismi e oggi sono vuoti e
pericolanti. Però la sua storia e la particolare architettura richiama ogni
anno decine di fotografi che lo esplorano alla ricerca delle emozioni di un
passato memorabile.

Oggi più che mai, in tempo di pandemia e di necessità di reperimento
di infrastrutture indispensabili, viene spontanea una riflessione sul tema del
riuso di spazi anche vetusti, e non solo per la loro bellezza intaccata dalla
mancanza di manutenzione, ma ancora visibile.

Non si può ignorare che la giustificazione sovente addotta al recupero
di vecchi spazi abbandonati è l’elevato costo degli interventi di
ristrutturazione; senza entrare nel merito delle questioni tecniche implicate
da tale operazione, perché non è mia competenza, piacerebbe a molti di noi
osservare maggiore entusiasmo, da parte degli investitori, dei destinatari,
degli amministratori e dei soggetti politici, nell’intendere il  riuso come opportunità non velleitaria.
Naturalmente il ragionamento che qui abbozzo e che meriterebbe una trattazione
più approfondita, che vada oltre la semplice visionarietà, deve anche tenere
conto degli aspetti legati alla sostenibilità e tutela dell’ambiente, ormai non
più trascurabili. Il tutto inquadrato in una indispensabile prospettiva che non
sia limitarsi a soluzioni più o meno improvvisate dettate dall’emergenza.
Impariamo a guardare oltre.

Sappiamo che a Milano, per la cifra tutt’altro che modica di più o
meno venti milioni di euro, i padiglioni della ex Fiera sono stati convertiti
in un ospedale destinato ai malati di Covid-19, 
struttura che ha ospitato in tutto una ventina di pazienti e poi chiusa.

Privati o pubblici che siano, sono molti soldi che si sarebbero potuti
spendere in maniera più efficace.

Non potendo fare altro, per il momento, torno a sognare la vita e
l’animazione dei luoghi in fotografia, immaginandone le vicende umane e
l’impronta lasciata all’umanità erede di quella storia.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.





OMAGGIO A ROBERT CAPA

Oggi ricorre il sessantaseiesimo anniversario della morte di Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernö Friedman (Budapest 1913 – TháiBinh, Vietnam 1954).

La storia della fotografia lo ha venerato, e con ragione, per
l’originalità del segno che ha caratterizzato la sua vasta e straordinaria
produzione; da alcuni commentatori considerata un vero e proprio lascito per la
generazione di reporter venuti dopo di lui e dediti al fotogiornalismo che ha
caratterizzato la cultura fotografica di buona parte del Novecento, un secolo
ricco di figure carismatiche in molti ambiti.

Conosciuto come uno dei maggiori esponenti del fotogiornalismo, è sua
la famosa affermazione: “if your pictures aren’t good enough, you
aren’t close enough
”. Una convinzione che gli costò la vita in
Indocina, colpito dall’esplosione di una mina. Una perdita grave negli ambienti della
fotografia internazionale. Una sorte simile subì la compagna Gerda Taro,
fotografa, che morì travolta da un carro armato durante guerra civile spagnola.

Capa fu co-fondatore della Magnum Photos Inc., assieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert.

Fu anche reporter per la rivista Life, che pubblicò i suoi reportage sulla presenza delle truppe anglo-americane nel nostro Paese.

Uomo apolide e giramondo, ebbe una vita personale intensa e
appassionata. Seguendolo su e giù per gli scenari di guerra è possibile
cogliere l’essenza  di un fotografo
audace, che non esita a mettersi in gioco con l’azzardo di un vincente per
rendere al mondo testimonianze di grande spessore fotografico, fino al fatale
momento in cui esplose la mina; una fine beffardamente coerente per un uomo che
scelse di vivere fino in fondo, con grande integrità, il mestiere di
corrispondente di guerra.

Capa asseconda il cambio di passo nella fotografia di guerra, di cui
diventa riferimento emblematico, facendosi partecipe di un nuovo modo di
vedere, deideologizzato, degli atti bellici. E ciò avviene fra la Guerra civile
spagnola e la Seconda guerra mondiale.

Infatti la tradizione di epoca precedente, fino alla Prima guerra
mondiale, imponeva un linguaggio fotografico vincolato a un monopolio formale.

Nel 2015 visitai a Milano una mostra dedicata all’autore in occasione del centenario della sua nascita, ed è proprio di questa esposizione che vorrei parlare per ricordarlo.

Una mostra incentrata sul periodo italiano. Gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale: una raccolta di scatti datati 1943-44.

Una rassegna di 78 immagini che trattano dello sbarco degli alleati in
Italia: Monreale, Anzio, Cassino, Palermo, Agrigento, alcuni dei luoghi toccati
dall’evento.

Un bianco e nero di qualità indiscutibile al servizio di un realismo
limpido nelle scene ritratte, dove la guerra si mescola alla vita quotidiana
della gente, della povera gente che accoglie i soldati americani con grandi
sorrisi di sollievo e sorpresa; alcuni tendono le mani verso di loro, con la
massima apertura tipica della gente del nostro meridione, gente che non aveva
più nulla da perdere.

Foto di un’epoca nella quale la fatica di vivere era dominante, lo spaccato di un’Italia misera, nella quale la ricchezza era poter esibire un paio di pani, tenuti in mano quasi come un trofeo, passeggiando in piazza Luigi Pirandello ad Agrigento con indosso l’abito buono.

Uno sguardo concentrato sulle milizie alleate; giovani ritratti nei
loro bei volti ben nutriti della ormai vittoriosa America, i portatori di aiuti
insperati, protagonisti dell’attrazione verso lo straniero venuto a liberare
una terra lacera e affamata.

Suggestive, data l’insolita collocazione e i chiaroscuri sapientemente
distribuiti, le immagini dell’unità chirurgica allestita dagli alleati
all’interno di una chiesa.

Nel nostro mondo moderno, ve l’immaginate un’equipe chirurgica che
opera nella sagrestia o di fronte all’altare di una chiesa sconquassata dalla
guerra?

Forse oggi sì, ce lo immaginiamo data la grave emergenza sanitaria che
stiamo vivendo a causa della pandemia. Estreme misure per far fronte a estreme
necessità.

Il dolore, la distruzione e la morte sono il nucleo tematico di questa
raccolta, eppure nelle foto di Capa ho intravisto un profondo senso della vita;
una grande forza compositiva anima le persone e i luoghi con l’ausilio di
un’enfasi storicizzante ma nessuna retorica.

Ancora un cenno sulla dimensione culturale della fotografia di guerra di Capa: come rappresentare la violenza e la morte “in diretta”. L’autore lo fece con il “Miliziano“, e fu il primo a mostrare la morte in battaglia dandone la visione più cruda.

Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography

Dalle parole di  Luigi Tomassini:

La fotografia del miliziano, ma anche e forse
ancor più le fotografie dello sbarco in Normandia o della campagna d’Italia,
introducono l’aspetto relativo all’annullamento della distanza fra evento e sua
rappresentazione Quando J?nger affermava che l’azione del soldato e quella del
fotografo  erano assimilabili, ma
“chi spara non può fotografare”, intendeva dire che la distanza fra
la vera esperienza di guerra e la sua rappresentazione appariva ai suoi tempi
incolmabile
[…] i fotografi come Robert Capa, che cercavano per primi di
fotografare da dentro l’esperienza di guerra, aprono la strada a un processo
nuovo, in cui anche quel confine appare valicabile, determinando quindi l’avvio
di una ridefinizione dei rapporti fra reale, virtuale, immaginario, con
conseguenze che ad oggi, forse, non siamo ancora pienamente in grado di
valutare.

Ancora, lo scrittore americano John Steinbeck:

Capa sapeva cercare, e poi sapeva usare ciò che
trovava. Sapeva, ad esempio, che la guerra, fatta in così larga misura di
emozione, non si può fotografare; ma egli spostò l’angolo, e la fotografò. Su
un volto di bambino sapeva rivelare l’orrore di tutto un popolo. Il suo
apparecchio coglieva le emozioni, e le conservava. L’opera di Capa è da sola,
tutta insieme, l’immagine di un grande cuore e di una irresistibile pietà.
…Capa era in grado di fotografare il moto, la gaiezza, la desolazione, Era in
grado di fotografare i pensieri. Ha creato un mondo, che è il mondo di Capa.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina Robert Capa / Magnum Photos, SPAIN. 1936. Spanish Civil War © International Center of Photography




REPORTAGE DALL’INDIA. La fotografia di Luciana Milani

“L’India ha molte magie, una di queste è il rispetto che questo popolo meraviglioso ha per le persone anziane”.

Ma non solo anziane, come vedremo.

Così commenta Luciana Milani presentando i ritratti eseguiti durante un recente viaggio in India.

Ritratti di un’umanità così distante dal cliché della posa plastica tutta estetica e niente cuore.

Un’umanità bellissima tra volti maschili scavati, rugosi e provati da una vita difficile e donne avvolte in modesti sari, gli appartenenti a una società un tempo gerarchizzata in caste, abolite da decenni ma ancora capaci di favorire divisioni fra la popolazione. 

Il contrasto è offerto dalla freschezza dei bambini che si affacciano all’obiettivo di Luciana con tutta la loro tenera vitalità espressa dagli occhi scuri e profondi e un abbozzo di sguardo civettuolo.  Per loro è un gioco, la fotografia, un modo per dire mi voglio bene, vi voglio bene.

Luciana Milani fotografa umanista e autrice di due racconti pubblicati su Diatomea.net: Scoop e Piladina, la sofferenza l’ha incontrata molte volte, lavorando come psichiatra in strutture dedicate, a contatto con la malattia mentale, quella che divora l’anima e destituisce l’individuo di tutta la sua dignità di essere umano meritevole di accoglienza e accettazione sociale. Un universo di abbandono.

Qui si recupera, in queste immagini dove la sensibilità della fotografa agisce in luogo di una post-produzione non necessaria e futile nelle mani di chi non sa cogliere il necessario di una fotografia.

Luciana ci racconta frammenti dell’India delle donne e degli uomini, allo scopo di farci assaporare quella magia che l’ha contagiata e che ci restituisce nella sua opera nuda e veritiera.


Luciana Milani è nata Massa Carrara il 29 maggio del 1951 da una famiglia modesta ma curiosa e aperta alle prospettive e alle novità che facevano capolino tra le macerie del recente conflitto mondiale. Dopo gli studi classici e una soddisfacente attività agonistica – mens sana in corpore sano – si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa. Luciana è approdata alla Psichiatria dopo varie esperienze in Dermatologia, medicina Interna, Pediatria e Radiologia. Specializzata in Neuropsichiatria Infantile ha lavorato in Psichiatria fino alla pensione toccando varie realtà, dal Reparto, al Territorio passando per la riabilitazione e la psicoterapia. Non ha mai avviato pratica privata  perché ha sempre preferito privilegiare il tempo libero al denaro. Amante del teatro ha fatto parte di una compagnia diretta da Emiliano Iovine col quale ha poi contribuito a formare un laboratorio teatrale con i pazienti della psichiatria di Massa, che sta sortendo ottimi risultati. Molti gli interessi e poche le passioni: la fotografia e i viaggi sono al primo posto, seguiti dal piacere di leggere e scrivere. Alle soglie dei 70 anni dichiara di essere una donna felice.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright ©Luciana Milani




Les Americains, omaggio a Robert Frank.

Peter Gill della galleria Pace-McGill di Manhattan ha confermato la notizia che il leggendario Robert Frank, punto di riferimento imprescindibile per chi si avvicini alla fotografia di reportage, ci ha lasciati all’età di 94 anni a Inverness, in Nova Scotia.

Svizzero di nascita, dopo un’intensa attività come fotografo di moda, si concentra come fotogiornalista freelance in un’intensa attività di viaggi fra Perù e Bolivia, Francia, Spagna, Italia.

Nel 1955 è il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York, che gli consente di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli, su una vecchia Ford.

Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi di cui alla fine ne ricaverà ottantatré fotografie.

Nessun editore americano dimostra grande interesse per questo lavoro e, così, decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee porterà infine alla pubblicazione oltreoceano.

Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958:

“Quella folle sensazione di America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l’agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo Frank sarà riconosciuto come un grande della fotografia…”

L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro che verrà poi considerato come lo strumento più adeguato ad esprimere le potenzialità espressive ed estetiche di un’opera di fotografia.

Lontano tanto dal documentarismo sociale quanto dal sentimentalismo che dominava certa fotografia dell’epoca, Frank infrange stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere, che esibisce modelli culturali e ricchezza apparentemente irresistibili. Il mondo di Frank, uscito dal conflitto con grandi speranze,  è il mondo sprofondato nella guerra fredda, maccartismo, razzismo e caccia alle streghe.

Lì dove Klein critica la società dei consumi con intransigenza ed aggressività visiva, Frank la raffigura sofferente, meditata e misurata fotograficamente. Per questa ragione forse è entrata maggiormente nel cuore degli americani.

A chi criticava le sue inquadrature sbilenche, sfocate, dal tono confuso, Frank rispondeva con fotografie non risolte tecnicamente ed esteticamente incompiute, per favorire un flusso di immagini che restituissero un unicum narrativo oltre che la sua inquietudine esistenziale, scaturita anche dalle evidenti contraddizioni della società americana.

 Scrive Jack Kerouak:

“Che poesia è questa? Che poesia potrà scrivere un giorno su questo libro di immagini un giovane scrittore nuovo, sballato, chino sulla pagina alla luce della candela per cogliere ogni grigio, misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo rosa dell’umanità? Se è il latte di umana tenerezza, come lo intendeva Shakespeare, non fa differenza quando guardi queste immagini. Meglio che a teatro”.

 





© Francesco Cocco

Care amiche e cari amici

come molt@ di voi sanno due anni fa abbiamo realizzato con il Network Italiano Salute Globale una mostra fotografica con il materiale raccolto in Burkina Faso da Francesco Cocco, fotografo dell’Agenzia Contrasto, che per noi ha visitato centri antiviolenza e ambulatori medici sostenuti dalla cooperazione sanitaria italiana.

Un emozionante racconto in bianco e nero che ha girato un po’ l’Italia, dopo l’inaugurazione a Roma, la mostra è stata esposta a Conversano di Bari, Brescia e Napoli.

Siete tutt@ invitati al Finissage che conclude questa iniziativa per brindare insieme a noi e nel corso della serata sarà anche possibile, con un contributo libero, acquistare le immagini della mostra.

Vi aspettiamo!

Barbara


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Francesco Cocco




Insulae.

Cresciuto in una casa popolare in provincia di Roma, ho sempre voluto capire come funzionassero le politiche abitative della Capitale, perché questo problema sembra da sempre sistemico e insito nella città e le soluzioni – funzionali e meno – messe in atto per arginarlo. Partendo da questo interrogativo per quattro anni mi sono impegnato in una documentazione fotografica su questo tema che mi ha portato a visitare case popolari, residence, palazzi occupati e numerosi senza fissa dimora con la volontà di creare un vero e proprio “database visivo” di questa – sempre più importante e presente – problematica sociale.

La situazione romana non ha pari nel resto d’Europa per la sua complessità e mala gestione: esistono più di 50.000 cittadini romani in emergenza abitativa, senza un’abitazione o in attesa di sfratto e esistono più di 200.000 appartamenti lasciati vuoti o sfitti per alimentare la speculazione edilizia e finanziaria che a Roma regna dagli anni del glorioso impero.
Negli ultimi 20 anni la politica e l’amministrazione hanno di fatto messo fine all’edilizia residenziale pubblica e non esistendo un piano di contenimento degli affitti si lascia carta bianca a chi controlla il mercato immobiliare sia sugli affitti che sui mutui.
Il termine isolato, deriva dalla Insula Romana (Insulae), il tipico esempio di casa popolare dove viveva la grande massa della popolazione a partire dal IV secolo A.C. Le insulae erano molto diverse dalle splendide Domus, le abitazioni signorili, ma furono necessarie vista la popolazione in continuo aumento. Come gli attuali condomìni, nelle insulae si sfrutta lo spazio in altezza arrivando fino al sesto piano come la famosa Insula Felicles che per quei tempi era un vero e proprio grattacielo. Presto le insulae divennero il tipo di abitazione più diffuso a Roma e la loro costruzione fece ben presto parte di una proficua attività lucrosa che vedeva gli imprenditori edili – gli unici a cui era consentito il traffico su ruote anche di giorno – costruire edifici i più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti; tutto questo per avere margini maggiori sulla costruzione.
Questa indagine fotografica oggi è diventato un libro artistico, lungo più di 16metri, confezionato in una carta artigianale che replica l’intonaco di un muro.
Potete supportare e scoprire questo progetto qui: https://it.ulule.com/insulae/ o sul mio sito http://www.michelecirillo.com/.

© Michele Cirillo
© Michele Cirillo
© Michele Cirillo
© Michele Cirillo
© Michele Cirillo




La scuola del Bauhaus nelle fotografie di Stefano Barattini.

Lo stile fotografico impeccabile di Stefano Barattini è riproposto in questo portfolio dedicato al Bauhaus. La mostra si terrà dal 12 aprile al 2 maggio 2019 presso la libreria universitaria Franco Angeli, nel quartiere Bicocca, Milano.

La fotografia di architettura risponde, generalmente e basilarmente, al criterio dell’illustrazione della natura di un manufatto, quale che sia lo stile rappresentato.

Nel caso degli edifici della Staatliches Bauhaus, attualmente residente a Dessau, Germania, Stefano Barattini esprime nel suo lavoro una buona identificazione con il rigore razionalista dell’opera, realizzando fotografie pienamente rispondenti allo spirito del tempo.

Immagini che parlano di essenzialità delle linee e funzionalità degli spazi in nome di un’estetica contraria al decoro ridondante dello stile ornamentale floreale, tipico dell’Art Nouveau, dalla quale si distacca completamente.

Scarno ed essenziale nella forma, il manufatto razionalista, che sia una casa o degli oggetti d’uso comune, manifesta una sua rassicurante bellezza dovuta alla praticità e schematicità degli ambienti e degli oggetti fatti per l’uso quotidiano, utilmente funzionali, senza penalizzare la cura progettuale da cui originano.

Ma
ora lascerei parlare l’autore:

“Va da sé che il periodo storico che più mi affascina è quello dall’inizio del 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, per tutti i mutamenti, anche drammatici, che hanno coinvolto l’Europa e il mondo intero.

In questo periodo, soprattutto agli inizi del 1920, fino alla fine della seconda guerra mondiale, con strascichi che arrivano fino agli anni ’60 e che si manifestano anche più tardi, nascono in Europa movimenti caratterizzati da un denominatore comune.

Si
cerca cioè di dare delle linee guida univoche all’architettura (spesso di
regime).

Di
questa nuova corrente apprezzo l’essenzialità, la pulizia delle linee, la
ricerca di nuovi materiali, la razionalità degli edifici che uniscono estetica
e funzionalità.

La
capacità soprattutto di “giocare” coi volumi e riuscire nel difficile intento
di rendere armoniose strutture solo in apparenza goffe e pesanti.”

Immagini
nitide che esaltano le geometrie coinvolte nel “gioco di volumi”, alleggerendo
l’apparente pesantezza delle forme rappresentate.

Il percorso fotografico guida l’osservatore dall’esterno all’interno dell’edificio, nel rispetto dell’esistente, così come appare ai nostri occhi. Una buona fusione tra osservatore e cosa osservata, nella quale si escludono gli artifici della fotografia che definirei neobarocca, volta ad alterare il proprio oggetto per compiacere le pretese artistiche del fotografo.

Quindi fotografia di documento, essenziale come i soggetti raffigurati. Scatti eseguiti nelle diverse ore del giorno, in modo da consentirci di apprezzare la buona dotazione di vetrate che migliorano la luminosità degli interni anche quando la luce scarseggia.

L’impiego dei colori primari, tipico di questo movimento artistico, risalta in modo particolare nell’opera del fotografo.

Stefano Barattini ha voluto regalare a se stesso e ai suoi estimatori un viaggio a ritroso nel tempo,  testimoniando l’innovazione nell’arte e nell’architettura che, dall’inizio del Novecento, ha percorso  l’intero secolo per giungere a noi inalterata nella concezione e culturalmente influente.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright
© Stefano Barattini.