Michele era stato un amico di scuola della mia prima moglie Maria Grazia, ma i due per molti anni non si erano più frequentati. Alla fine degli anni ’80 casualmente si rincontrarono ed io ebbi modo allora di conoscerlo. Lui vide le mie fotografie, ne fu entusiasta e volle pubblicarle subito in alcuni giornali su cui scriveva in quel periodo. Poi, nel 1986, per la presentazione del mio primo libro “Napoli Mia”, mi fece un bellissimo regalo mandando in onda per l’occasione un servizio televisivo al telegiornale di Rai 3 nazionale. Nel 1987 Michele lavorava ancora per Rai 3 e gli fu proposto di condurre un programma televisivo intitolato ’Samarcanda’, mi contattò chiedendomi delle fotografie per pubblicizzare la nuova trasmissione ed anche altre immagini che già avevo e facevano parte di un altro mio lavoro in cui erano presenti alcune lune e soli rossi da utilizzare per la scenografia del programma; dovevano apparire infatti in diversi monitor disseminati nello studio televisivo. Io accettai e andai a Roma per fotografarlo. Il ritratto in bianco e nero che pubblico qui è stato realizzato proprio negli studi della Rai e la mano con il tre nel monitor indica appunto che è una trasmissione della terza rete. L’altra foto a colori la scattai sul Ponte Flaminio all’imbrunire e per schiarire il suo viso utilizzai un piccolo flash sulla fotocamera. Tra me e Michele c’è sempre stato un rapporto di reciproca stima e simpatia, non solo perché siamo entrambi dello stesso segno zodiacale, il cancro, ma anche perché ci accomuna una grande sensibilità ed emotività che spesso ci fa prendere decisioni basandoci sui sentimenti piuttosto che su quella che sarebbe la scelta più razionale.
Michele Santoro – foto di Augusto De LucaMichele Santoro – foto di Augusto De LucaAugusto De Luca e Michele Santoro
Augusto De Luca fotografa Enzo Avitabile
Ho sempre amato molto soprattutto due musicisti napoletani, Pino Daniele ed Enzo Avitabile, molto diversi tra loro ma entrambi geniali.
Enzo Avitabile ha realizzato tanti brani musicali di grandissima qualità. Musicista e compositore raffinato, spesso miscela suoni e lingue di differenti luoghi del mondo creando un sound tutto suo, unico ed originale. I testi dei suoi brani sono intrisi di verità e talvolta le parole stesse diventano musica fondendosi con le note degli strumenti.
L’ho conosciuto ed ammirato già tantissimi anni fa, negli anni ’70, quando io suonavo la chitarra in un gruppo rock. All’epoca per provare i “pezzi” andavamo nel garage del nostro amico Antonello Lamberti a Rione Alto (zona Vomero alto). Per suonare ci alternavamo con altri gruppi più esperti di noi e tra questi c’erano gli ACHEI. Enzo giovanissimo suonava il sassofono con loro e noi ragazzi spesso li guardavamo e ascoltavamo con ammirazione per imparare. Già allora Enzo si notava per la sua tecnica e inventiva da fuoriclasse.
Ma tornando al ritratto, l’incontro per le riprese è avvenuto nella casa di Avitabile dove insieme abbiamo studiato e preparato i vari scatti.
Enzo mi ha raccontato dei suoi nuovi esperimenti, delle ricerche e degli ultimi progetti. Mi ha parlato dei suoi studi sulle musiche di popoli diversi, affascinandomi con la sua dialettica e la sua grande cultura. Proprio queste sue fusioni e contaminazioni musicali con inserti dalle atmosfere talvolta esotiche mi hanno ispirato e quando ho cominciato a guardami attorno per trovare qualche cosa che richiamasse le impressioni che avevo vissuto nell’ascoltarlo parlare con così tanta passione, ho notato su di un divano un telo con una trama zebrata che mi ricordava l’Africa; subito decisi che quello sarebbe stato lo sfondo di uno dei ritratti che avrei realizzato.
Ora avevo solo bisogno di un elemento che lo rappresentasse in maniera inequivocabile e allora chiesi a Enzo di posare con un singolare strumento inventato proprio da lui chiamato “saxella”, un ibrido tra un sassofono e una ciaramella che produce un misterioso suono di timbrica orientale. Tutto era pronto e in armonia, il mix di ingredienti era avanti a me, provammo alcune pose e alla fine lo scatto fu appagante come accade ogni volta che sento che non avrei potuto fare di meglio. In auto tornando verso casa ero molto contento soprattutto perché avevo capito e imparato tante cose.
Avevo incontrato un grande con un cuore grande.
Enzo Avitabile – foto di Augusto De LucaAugusto De Luca e Enzo AvitabileAugusto De Luca e Enzo Avitabile
Augusto De Luca fotografa Carla Fracci
Sono passati diversi anni, ma il ricordo di quell’incontro, la memoria di quel momento magico resterà per sempre. Erano i primi anni novanta, per essere precisi il 1991 e da poco era uscito in tutte le librerie il libro “Napoli Donna”, con i miei ritratti di trentasette importanti donne napoletane, accompagnati dalle interviste della giornalista Giuliana Gargiulo. Avendo avuto un notevole successo, io e Giuliana decidemmo di realizzare un altro libro, stavolta sulle donne di Milano, libro che però per vari motivi non fu mai pubblicato. Preparammo allora una scaletta di nomi illustri e la prima della lista fu Carla Fracci. Il caso volle che dopo neanche un mese la straordinaria ballerina insieme al marito Beppe Menegatti venissero a Napoli proprio a casa di Giuliana che li ospitò. Ricordo bene infatti che la conobbi ad una cena in casa sua. Le proposi di partecipare al progetto e lei ne fu subito entusiasta. Era andato tutto bene… però la Fracci sarebbe rimasta a Napoli pochi giorni, io dovevo subito trovare una location e soprattutto decidere come fotografarla. Cominciai allora a documentarmi e a cercare…. leggendo la sua biografia capii dalla data dinascita che il suo segno zodiacale era il leone, un segno che le calza a pennello; infatti io l’avevo sempre considerata una donna molto forte, una vera guerriera, caratterialmente e professionalmente. Mi ricordai allora che a casa della mia amica Valeria Carità, in un antico palazzo a Monte di Dio, avevo visto un grande leone di pietra. Immediatamente organizzai tutto e il giorno dopo io e Carla Fracci ci recammo in quella lussuosa casa. Lei era bellissima, delicata ed eterea come una porcellana cinese e indossò lo stupendo vestito merlettato che si vede nella foto. Dopo qualche prova e pochi scatti capii che avevo la foto giusta. Finalmente potevo rilassarmi. Passammo un po’ di tempo a chiacchierare e poi la riaccompagnai. La rividi a Milano perché venne ad una mia mostra fotografica alla galleria “Diaframma” in via Brera. Le diedi il suo ritratto e lei subito mi disse: ” Bella…..e poi il leone è il mio segno zodiacale”! Capii di aver fatto centro.
Carla Fracci – foto di Augusto De LucaAugusto De Luca e Carla FracciCarla Fracci – Augusto De Luca
Augusto De Luca fotografa Pupella Maggio
Pupella Maggio straordinaria attrice napoletana una delle più grandi partner di Eduardo De Filippo. Alla fine degli anni ’80 Pupella abitava a Roma pur ricordando sempre con grande nostalgia la sua Napoli. Io, dopo averle telefonato, con il mio assistente e il fedele Bank fotografico (lampada con avanti un diffusore), da Napoli mi misi in viaggio per andare a ritrarla. Dopo qualche giro per Roma, all’epoca non esistevano i navigatori, trovammo casa sua e quando lei apri la porta io fui investito da un intenso odore che conoscevo molto bene: era profumo di ragù. Ricordo che di riflesso inspirai profondamente con il naso, socchiudendo gli occhi…mi sembrò di essere a Napoli. Pupella era una donna gentile ed umile e anche se per me rappresentava un’icona, un monumento del teatro napoletano, il suo modo di fare mi fece sentire subito a mio agio. Allora cominciai a cercare un posto per fotografarla. Guardandomi intorno mi colpi su di una mensola un ritratto di Eduardo con una sua scritta: “ a Pupella con amore, quello selvaggio del teatro “. Capii che avrei fatto la mia foto proprio insieme a quel ritratto. Le chiesi di prendere una maschera di Pulcinella che avevo notato nell’altra stanza, misi la luce in modo tale che sul viso di Pupella ci fosse una luce uguale alla luce che nella foto colpiva il viso di Eduardo e scattai. Sembrava quasi che Eduardo stesse li con noi in quel momento, illuminato dalla stessa luce…dal mio Bank.
Pupella Maggio – foto di Augusto De LucaPupella Maggio e Augusto De Luca
Boipeba delle meraviglie: Cristina, la nuova Alice
ll 4 maggio la fotografa Cristina Cenciarelli ha inaugurato a Roma la sua mostra fotografica «Boipeba, luogo senza tempo». Le fotografie sono state presentate nelle sale della Galleria Candido Portinari, all’interno dell’ambasciata del Brasile, a piazza Navona.
L’isola di Boipeba si trova nello stato di Bahia (Salvador). E’ lì che Cristina, italiana dal cuore verde e giallo, ha scelto di vivere. Nel vedere le foto degli abitanti, capii perché Cristina ha chiamato quell’isola «luogo senza tempo». C’è nello sguardo dei pescatori fotografati una serenità operosa, che si lega al qui e ora. Il mare è buono, ti dà nutrimento ma può pure distruggerti la barca o rubarti la vita. Come dice Caimy in una sua canzone: «Pescador quando sai, nunca sabe se volta» (“Il pescatore quando esce, non sa mai se ritorna.”). Per lavorare con il mare, l’uomo deve essere vigile, l’attenzione concentrata nell’azione presente.
La gente di Boipeba é abituata ai grandi contrasti. Come vediamo dalle fotografie di Cristina, i tramonti incendiano il cielo e il mare di una luce così forte che spacca l’orizzonte. Dopo quel tramonto grandioso, tutta quella luce si trasforma in una notte fatta di nero assoluto. La gente di Boipeba è abituata.
Penso che i veri fotografi abbiano un occhio in più dei comuni mortali. E’ con quello che Cristina ci regala la sua Boipeba. La realtà è la stessa, ma guardata da lei è come se si rivelasse oltre le limitazioni della comune percezione. I veri fotografi arricchiscono il mondo, perché fanno vedere in profondità, come succede in questa mostra.
Conversare con lei è entrare in contatto con una donna che lasciò tutto per essere fedele ai valori in cui crede. «La prima volta che sono arrivata sull’isola, mi sono ricordata di una frase che Anaïs Nin aveva scritto su Fez: “Prima o poi, si arriva sempre in una città che è lo specchio della propria città interiore”. Ecco, Boipeba è il mio specchio».
«E Roma?» le domando. «Roma rappresenta le mie radici, le fondamenta come essere umano e donna; sicuramente mi ha insegnato a percepire la bellezza. Boipeba, invece, mi ha mostrato un’altra Cristina, la parte più nascosta, che dovevo trovare per completarmi. Mi ha dato una specie di seconda giovinezza, insolenza e capacità di affrontare dubbi e paure che derivano da una vita nuova. Mi ha regalato pure uno sguardo diverso».
Torno a pensare all’immagine dello specchio. Cristina mi ricorda il personaggio creato dal matematico inglese conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll. Cristina, come Alice, ebbe il coraggio di avventurarsi nel suo paese delle meraviglie, un luogo dove sfuggire al Tempo, esercitare l’arte della fotografia e vivere in profonda armonia con le persone e la natura. Alice e Cristina: capaci di avventurarsi nell’ignoto.
L’allestimento di questa mostra rivela non solo la ricchezza interiore dell’artista, ma anche la sensibilità dei due curatori: Paola Asquini e Andrea Ottaviani. Lui, un bravo architetto, lei pure fotografa che sta per pubblicare un testo di narrativa. Entrambi hanno disposto le fotografie in due sale: nella prima le immagini degli abitanti di Boipeba, commentate dalla stessa fotografa in una registrazione di cui i visitatori possono usufruire, chiedendo gli auricolari, Nella seconda sala gli scatti mostrano i misteriosi aspetti religiosi del Candomblé: anche questo è Boipeba, l’isola che sbarcò a Roma grazie a Cristina.
La mostra resta aperta presso l’ambasciata del Brasile fino al 3 giugno: da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 17. L’ingresso é gratuito.
Foto di Cristina Cenciarelli
L’impossibile archimedeo
Allosanfàn parte settima: ancora Aldo Palazzolo (*)
Recupero frammenti antichi, per creare un mosaico d’immagini e suggestioni, che meritano musica a sigla, musica in fondo.
Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine, che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura nella sua rappresentazione più autentica, teatro, pittura, musica, poesia. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti.
Charles Baudelaire
Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse, nella sua posa disincantata, tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.
Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli insospettabili, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere.
Come vi fosse testimone invisibile, Aldo Palazzolo raccoglie l’eredità di Nadar, la attualizza che non gli vien bene fotografare Baudelaire in poltrona. Palazzolo ritrae l’artista, il detentore unico e assoluto dell’atto creativo che genera l’opera. Quello non è in vendita, nemmeno merce plausibile a scambio, appartiene solo all’artista. Solo le opere finite sono al dettaglio. La parola opera e la sua aggettivazione più consueta, finita, sono in stridente contraddizione. Opera offre un senso di dinamismo, di divenire. Finita è qualcosa che la smentisce. L’opera è viva quando non definitivamente plasmata, ancora si trasforma, cresce, matura, cambia, impara, persino. Poi il fermento si esaurisce, l’opera è finita, non c’è più niente che la renda viva. Completare l’opera significa, dunque, recitarne il de profundis? Si espongono, si leggono, si condividono, le lapidi funerarie dell’atto creativo? Le collezioni, le esposizioni, le biblioteche sarebbero nicchie votive per le spoglie mortali dello spirito d’artisti, del loro genio sepolto, e gallerie, abitazioni sontuose, ricche di ‘opere finite’, solo cimiteri. L’artista autentico conosce questo segreto, lo custodisce gelosamente. Gli altri sono mercenari, cercano critici che recitino litanie al capezzale dell’arte che muore. Ma dopo l’atto creativo ciò che resta è comunque il demiurgo, l’artista, una donna, un uomo.
Aldo Palazzolo è a questi che rivolge il suo sguardo, ne destruttura la natura artistica, restituisce al corpo, all’espressione, alla posa accidentale, la dimensione stessa d’opera d’arte. L’artista non è più semplice detentore dell’atto creativo, diventa esso stesso oggetto di quell’atto, immerso nella vertigine del bianco (il nulla che nasconde il tutto infinito dei colori) che ne definisce l’immagine scarnificata sino all’espressione essenziale. Poco importa se davanti l’obiettivo vi sia Patti Smith, Borges, Bufalino, Battiato o Sinopoli, ciò che resta è la natura umana estremizzata all’indispensabile, talmente minimale da spiazzare. Il genio guarda ad altezza d’occhio, da pari s’affratella al resto del genere umano, non è più vetta irraggiungibile, solo essenza d’umanità, dunque, capolavoro definitivo. Di più, talora, sorpresa, l’immagine si destruttura ancora nel gioco alchemico del caso d’una camera oscura, si trasforma e pare che ogni incavo esistenziale, ogni concretezza artistica venga trascinata dalle onde del Mare d’Ortigia, spinta da un Kaos rigenerativo che stravolge il dettaglio, ne rende le sfumature fondamentale quadratura del cerchio, l’impossibile ricerca d’Archimede.
Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre. Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.
La valle sotto casa mia è un mondo meraviglioso, un vero esempio di biodiversità, con flora interessante e animali selvatici. So dove nidificano i falchetti, dove volano i barbagianni notturni assieme alle civette, dove si rintanano le istrici e dove passeggiano i cinghiali… Riconosco quasi ogni pianta e osservo mutare gli alberi ogni stagione. Credevo di conoscerla bene, la valle, perché sono tanti anni che abito qui.
E ho un sogno ricorrente: la valle piena d’acqua, come un lago o un mare.
Non sapevo ancora la cosa più importante, perché solo da pochi giorni ho scoperto che questa valle un tempo era davvero sommersa dalle acque del mare. Ho trovato delle conchiglie sepolte nel terreno argilloso e lo stupore non è descrivibile.
Ora capisco perché mi sogno il mare là sotto, ci dev’essere un misterioso legame, qualcosa sepolto anche nel mio DNA.
Il mare doveva essere lì verso la fine dell’Era Terziaria, più o meno prima della comparsa dell’uomo un paio di milioni di anni fa…
Fa impressione tenere in mano conchiglie così vecchie, così uguali a quelle di oggi.
Sì, perché il mare circonda la nostra vita, riempie i nostri sogni, da sempre.
Conchiglie fossili
Boipeba, luogo senza tempo
Non si passa per l’isola di Boipeba per caso: è un destino. E per arrivarci serve un poco di sforzo e di tempo. Tempo per rimanere. E pensare.
Il tempo sull’isola passa con una cadenza molto speciale, accompagnato dai ritmi implacabili delle maree che governano la maggior parte delle azioni quotidiane, regolamentato dalla luce abbagliante e dall’oscurità assoluta. E il tempo umano è fatto di gesti, riti, saggezze e parole antiche. Sono poesie quotidiane, saperi di altri tempi e luoghi, un tempo di memorie. Ogni istante è differente e come una fotografia è unico.
Boipeba è un’isola tropicale, come tante altre: il mare, le palme, la vita semplice dei pescatori. Natura infinita, che, insieme alle maree, è la vera padrona del luogo. Nessuna automobile, solo barche, canoe intagliate negli alberi, cavalli.
Nonostante questo, Boipeba, per chi la sa capire, guardare, vivere, respirare, diventa qualcosa di profondo, languido e vitale. È così per chi è nato qui, i più vecchi che l’hanno mantenuta fino ad ora, per i giovani che cercano di migliorarla e proteggerla; è così per i “gringos” che hanno deciso di vivere qui lasciando la città, conforto e amici, non per fuggire, ma per esplorare una vita più a contatto con la natura e con se stessi.
Per una vita meno legata alle cose materiali, che, comunque, non esistono nell’isola: per avere quello che vuoi, bisogna andare a Valença (un’ora di motoscafo a volte troppo veloce), o a volte bisogna aspettare che qualcuno da Salvador, São Paulo, Roma o New York possa portare quello che vuoi. Non è un acquisto il tuo: è una conquista, il semplice pensiero è un’avventura. Così, per far passare il tempo, ti siedi, ti calmi, guardi il mare e le nuvole, studi il vento, pensi in un’altra cosa. Impari a non avere “tutto qui e ora”, ma a godere “quello che c’è, ora”. Impari ad aspettare.
I nativi sono orgogliosi della loro isola, la chiamano paradiso. Capisci il loro amore quando li vedi seduti contemplando il mare, quando parlano dei fiori, quando raccontano che già hanno vissuto in città e, alla fine, hanno deciso di tornare “a vivere” qui. Ti portano a visitare le spiagge più belle, la foresta più folta e si incantano, una volta di più, vedendo una luce particolare di questo oceano che li alimenta di una forma quasi spirituale.
Ci sono luoghi molto lontani, quasi inaccessibili dove anche i cavalli hanno difficoltà ad arrivare, ma dove qualcuno va per cogliere frutta, fiori, legna. Luoghi per “persone di razza”, che hanno lo stomaco forte, che non hanno paura della natura generosa e terribile. Probabilmente, non conoscerò mai questi posti, ne sentirò la mancanza e coglierò l’essenza dai loro racconti. È una visione un poco romantica, lo so. Ma attraverso le voci di queste persone posso interpretare i loro segreti, la loro vita quotidiana.
E le loro radici, con le tradizioni degli indios, i veri nativi, che racchiudono la saggezza originaria, e il sangue Africano dei loro antenati che sono arrivati qui come schiavi. A Boipeba le persone sono orgogliose di questa discendenza, è una forza in più e la vivono con la loro pelle, i corpi, il cibo, le piante, la religiosità fatta di messe cattoliche e dei misteri del candomblé (*), in un incontro perfetto tra sacro e profano, con la musica di tamburi ossessivi, con suoni presi dalla natura e riprodotti con strumenti semplici.
I fiumi sono indispensabili e accompagnano le coste dell’arcipelago. Sono centinaia di grandi fiumi e piccoli canali che si incrociano tra loro e con il mare quando la marea cambia. Mentre scrivo, i fiumi stanno correndo in direzione dell’oceano, stanno uscendo diventando il mare che, accogliendoli, si ritira. Fra sei ore la natura invertirà il suo corso e sarà il mare a penetrare tra le isole con forza. È un fluire poderoso, è un movimento incessante, uno scambio di acque, di umori, di flussi: è come un abbraccio intenso, una lotta appassionata e ardente, è come fare l’amore.
E navigando il fiume di notte, nell’oscurità totale, ti senti ancora di più parte di questa natura superba: puoi percepire la presenza delle mangrovie, di molti animali e di pochi esseri umani. Potresti essere a centinaia di anni fa, quando tutto, alla fine, era come adesso: un vivere, un “esistere” che non si è mai fermato, ma che non è mai cambiato.
A Boipeba cerchi l’isolamento in maniera naturale, circondato appena da un silenzio che, di fatto, non esiste: ti sembra di essere immerso nella calma più totale e all’improvviso avverti il ruggito del mare, il richiamo di animali, il vento tra gli alberi. Ti rendi conto che stai parlando con te stesso e stai facendo rumore anche tu.
Nella notte profonda, allora, impari ad ascoltare i suoni. È un altro mondo, un altro mistero, una vita a parte. Non parlo solo del mare, dei suoi cambiamenti di umore e della voce della sua marea implacabile. O della musica del vento e della pioggia. Parlo soprattutto della voce umana, la voce del lavoro.
I pescatori escono di notte con le loro barche di legno costruite, forse, con i pezzi e le memorie di altre barche, a volte così rattoppate da chiedersi come riescano ad affrontare questo oceano. Tra le 3 e le 5 di notte escono. E tra le 3 e le 5 di notte, puoi sentire mogli che sfaccendano in cucina, bambini piagnucolando, uomini bisbigliando, motori che girano con il loro “po-po-po-po” ritmico e profondo, le barche che si chiamano l’una con l’altra, ognuna con la sua voce, la sua personalità. Allora si sente il mare solcato da questa flotta che, tutti i giorni, tutte le notti, costruisce e racconta una storia. Dopo, ancora il silenzio, il silenzio della notte fatto di animali, vento, pioggia, maree.
Alla fine, non ho detto nulla di decisivo per spiegare Boipeba. Perché, in fondo, Boipeba è un’isola, come tante altre: mare, palme, vita semplice.
È l’atmosfera che è speciale, quello che senti che è essenziale, la vita di questi uomini e queste donne che è una scuola permanente. Come un mistero profondo, non puoi tentare di spiegare: devi solo accettare ogni momento che trascorri qui, lasciarlo entrare nella tua pelle, trattarlo con cura, viverlo, amarlo perché è tuo. E dell’isola.
Il giorno in cui arriverai a Boipeba lascia dietro di te tutti i tuoi preconcetti, le idee che hanno marcato la tua vita: lasciati guidare dall’istinto, dalla natura, dalle onde e non chiedere all’isola più di quanto ti può offrire. Non tentare di cambiarla.
E, per favore, rispettala, perché, forse, è questo il fine ultimo e vero di ogni viaggio.
(*) candomblé: è la religione tradizionale africana, portata in Brasile e nel Nord America dagli africani schiavizzati. Nel candomblé esiste un Essere Supremo, Olorum, e il culto è diretto ad antenati, chiamati Orixás, divinizzati sotto forma di forze della natura.
Strumenti in psicoterapia: la Fototerapia come linguaggio alternativo
La psicoterapia è relazione (nello specifico una relazione di cura), e come tale può usufruire, per dispiegarsi e mantenersi, di diverse modalità di comunicazione.
La particolarità della relazione terapeutica è quella di avere uno “scheletro” ben definito, dato da una cornice teorica di riferimento precisa, e da linee guida tecniche da cui a volte è difficile prescindere. Accanto a questi elementi più o meno stabili vi è una variabile determinata dal canale comunicativo utilizzato che diventa peculiare e tratto distintivo di quel rapporto specifico e che, in un altro rapporto, può invece avere poco o nessun senso. Tutto ciò è reso possibile dal fatto che ogni persona ha un canale comunicativo prediletto (scelta formatasi a seguito delle esperienze nella prima infanzia) attraverso cui i significati vengono compresi e ricordati; il cliente ci mostra, nella relazione terapeutica, quel canale invitandoci ad utilizzarlo per entrare in sintonia, capire ed essere capiti. Personalizzare la comunicazione con ogni specifica persona vorrà dire renderla più efficace utilizzando taluni strumenti e simboli al posto di altri.
La bontà di un terapeuta risiede, tra le altre cose, nella sua continua ricerca e disponibilità a padroneggiare nuove forme comunicative che possano ad esempio agevolare percorsi terapeutici “difficoltosi” o che hanno bisogno di trovare un nuovo linguaggio per comunicare nuove difficoltà.
Una di queste forme di comunicazione è la fotografia, che può essere usata in qualità di facilitatore della comunicazione. La fotografia è memoria, simbolo, desiderio e necessità. Come oggetto transizionale essa porta con sé ricordi, emozioni, significati molte volte più complessi e completi di quanto le parole riescano ad esprimere. Attraverso la fotografia un luogo o momento congelato nel tempo prende vita, dando l’impressione a chi osserva di trovarsi di fronte ad una testimonianza oggettiva della realtà, dimenticando che essa non è altro che una sua costruzione simbolica avvalorata dall’esperienza soggettiva di chi la sceglie.
In terapia capita a volte (molto più spesso di quanto uno possa immaginare) che il linguaggio verbale possa non bastare più. Qualcosa si è rotto in un punto così profondo e così in là nel tempo, quando ancora la nostra capacità comunicativa non era basata su ciò che diciamo, ma era costituita sostanzialmente da ciò che viviamo e sentiamo (nel qui-ed-ora del momento), ciò che siamo nel corpo. Ecco che allora molti significati non trovano espressione nella parola ma in simboli pre – verbali nascosti ad esempio in una foto.
In questi momenti e in questi casi per me, in qualità di terapeuta, la fotografia rappresenta quasi una nuova relazione, per molti aspetti più intima e sicuramente diversa. Entrare in punta di piedi nella vita di una persona attraverso le parole si trasforma in un coinvolgimento totalizzante fatto di corpi, luci, ombre e sfocature, momenti congelati nel tempo, espressioni, emozioni e posture che risuonano sia nella persona che ce le mostra per un motivo specifico, squisitamente personale, sia dentro di noi, in ciò che magari di diverso possiamo osservare e che può diventare una chiave di lettura mai esplorata prima di questo momento.
L’esplorazione dell’inconscio attraverso immagini e fotografie crea un’esperienza emotivamente molto forte poiché la narrazione di una storia cede il passo alla drammaticità del momento con tutta la sua carica emotiva intatta che si rovescia nel qui-ed-ora. Momenti congelati nella persona stessa, non solo nelle foto amate / odiate; attraverso esse riusciamo a mettere nuovamente insieme i pezzi di qualcosa che si agita al di sotto della coscienza.
Nella mia esperienza come terapeuta l’uso delle fotografie è limitato (con diverse variabili) a poche situazioni, in cui ad esempio si è reso necessario dare voce a qualcosa che non conosceva parole. Ancora adesso, nel ripensare ad alcuni di quei momenti mi commuovo nell’entrare in contatto con l’impatto di quelle emozioni autentiche così vivide e travolgenti.
Non credo sia necessario sottolineare il fatto che in terapia ciò che viene analizzato di una foto, o di una immagine generica, non è l’aspetto stilistico e artistico quanto ciò che rappresenta per la persona stessa e i legami che essa stabilisce con il subconscio di questa; paradossalmente una foto “brutta” può essere scelta e acquisire significato proprio per questo motivo.
Concludendo, lavorare con le fotografie ha per me una duplice valenza: superare il velo delicato e sottile della narrazione, entrare in contatto diretto con la vita inconscia della persona e portare il legame terapeutico ad una intimità maggiore (o forse questa ne è la causa più che una conseguenza);costruire una tolleranza emotiva maggiore del solito (da parte del terapeuta), in quanto il contatto immediato con certi tipi di contenuti non schermati dalla narrazione necessita di una capacità di stare con se stessi, le proprie e le altrui emozioni più forte e reattiva del solito. Questo è il motivo per cui è uno strumento molto utile e al contempo molto delicato da utilizzare e padroneggiare.
FOTOGRAFARE IL TEMPO
Non ci sono molti artisti che si sono soffermati a riflettere sul rapporto tra il teatro, ma ancor più il cinema, con la quarta dimensione: il tempo. Perché il cinema in particolare? Perché il cinema, attraverso le sue tecniche consolidate (piano-sequenza, découpage e anacronie) è l’unica arte che può compiutamente rappresentare il tempo nella sua essenza.
Tra questi si registrano ancor meno fotografi proprio perché la fotografia, per sua natura, congela il tempo – lo annulla – in uno scatto.
Hiroshi Sugimoto invece, con la sua raffinata sensibilità orientale, ci dimostra come si possa riflettere sul tempo e come si possa compiutamente rappresentarlo.
Sugimoto, più volte, nel corso del suo percorso artistico, riprende un soggetto che ha la caratteristica di mutare nel tempo con tempi di scatto lunghissimi, quasi infiniti.
Forse, sotto un aspetto puramente visivo, la sua opera più famosa ed affascinante è la serie Seascapes, nella quale ritrae la linea d’orizzonte in località geograficamente molto distanti.
Seascape – Ligurian Sea, Saviore, 1982
Eppure la riflessione più profonda, quella che ritrae il tempo nella sua essenza, sono le diverse serie dei Theaters, nelle quali riflette sul tempo di un’opera cinematografica all’interno di un luogo di spettacolo. Il concetto si basa sulla contrapposizione tra la rappresentazione della sintesi del tempo di una storia, ripresa dalla proiezione di un film intero su uno schermo cinematografico, in un tempo di posa della durata del film (ne deriva una immagine proiettata quasi completamente bianca, salvo qualche sbavatura), con quella della sala o dello spazio in cui viene proiettato il film, che viene congelato nel tempo dallo scatto fotografico.
Nella prima serie da lui realizzata, “Theaters”, l’Artista riprende la proiezione di un film all’interno di storiche sale cinematografiche americane, caratterizzate da magniloquenti decorazioni, emblema dell’età d’oro del cinema.
da destra Carpenter Center_1993; Cinerama Dome_1993; U.A. Play House_1978
In un’altra serie, “Drive-In Theater”, Sugimoto innesta lo “spazio-tempo” dell’immagine di un film, proiettata sullo schermo, in un luogo particolare, il Drive-In dove si perde la condizione di “camera delle meraviglie” tipica della sala cinematografica – un luogo fuori dal mondo – perché il confine del luogo diviene la volta celeste, che, pur se lentamente, ha una condizione mutevole. Lo scatto più affascinante, dove si coglie il diverso scorrere del tempo tra contenuto e contenitore, è Union City Drive-In, del 1993.
da destra South Bay Drive-In_San Diego_1993; Tri City Drive In_San Bernardino_1993; Union City Drive-in_1993
Il capolavoro tra le serie dei “Theaters”, tuttavia, è “Abandoned Theatre” del 2015. In questa Sugimoto fissa la sua attenzione sul rapporto tra un’opera estremamente significativa nella storia del cinema, nella vita delle persone e, probabilmente, dello stesso artista, con i segni del tempo, ambientando lo scatto a tempo di posa di capolavori del cinema, come Rashomon, Biancaneve o ancor più Mujo (The passing life, 1970), che è un film incentrato sul concetto buddista di “transitorietà” (aspetto centrale della riflessione sul tempo terreno), in sale storiche abbandonate, simili a quelle della prima serie, dove sono evidenti, attraverso il degrado delle strutture della sala, i segni del passare del tempo, della caducità della vita terrena.
da destra Everett Square Theater _Mujo_ 1970, Boston_2015; Franklin Park Theater _Rashomon_ 1950, Boston_2015; Palace Theater _Snow White_ 1937, Gary_2015
Sugimoto, astraendosi dalla complicazione e dall’artificiosità della vita e dell’arte contemporanea, ci riporta ai temi basilari dell’arte e dell’esistenza. La rappresentazione del tempo per l’artista è minimalista e il tempo più “reale” è il tempo dello spirito, quello della riflessione sul significato della nostra vita terrena.