VICINE DI CASA, VICINE AL MONDO

Trent’anni di centro antiviolenza e quindici anni di Festival della Violenza illustrata per cambiare il mondo a partire dalle singole donne. Un bel compleanno per la Casa delle donne di Bologna che in questi decenni «ha visto passare oltre 12mila donne, ognuna di loro con una sua storia, importante, unica, di sofferenza ma anche di felicità per una nuova vita da ricostruire” come racconta Anna Pramstrahler, una delle socie fondatrici della casa e co-ideatrice del Festival: «siamo riuscite a costruire un centro autonomo e femminista, siamo tutte donne, formate, motivate, con una forte spinta politica a non volere considerare la violenza maschile contro le donne un problema “psicologico” come fanno i servizi istituzionali. È una questione globale, strutturale, una questione di potere tra i generi». E l’anno della pandemia lo ha confermato.

«L’emergenza sanitaria ha colpito in primo luogo le donne, questo ormai è chiaro e lo affermano anche fonti ufficiali: la povertà è aumentata e la cura di figli, anziani etc è tutta in mano alle donne. Gli episodi di violenza, soprattutto nei due mesi di chiusura totale, sono stati resi ancora più drammatici dal fatto che le donne non potevano chiedere aiuto, perché erano controllate 24 ore su 24 – continua Pramstrahler – Ma immediatamente dopo hanno chiesto aiuto ai Centri antiviolenza, anzi per noi i numeri sono notevolmente cresciuti. In più, moltissime delle donne povere, precarie, che hanno perso il lavoro a causa della violenza o della separazione, lavorano proprio nei servizi di cura e sono doppiamente svantaggiate”. Un motivo in più per confermare l’edizione 2020 del Festival anche se in versione completamente online, che sintetizza nel titolo “Vicine di case” una forte pratica femminista: «se la pandemia ci costringe a stare lontane, almeno fisicamente, noi abbiamo detto no. Noi siamo vicine alle donne, stiamo vicine tra noi perché solo così possiamo vincere questo momento difficile. Con “case” intendiamo la Casa delle donne ma anche le case delle altre donne o quelle delle associazioni e reti di donne, la nostra comunità. L’immagine del Festival ci è stata regalata dalla illustratrice Sara Colaone e ci ha fatto quasi ridere: tutte noi, donne, amiche, vicine, allegre, con voglia di fare, di parlare, di condividere. Tutte cose che non possiamo fare, ma nonostante i contatti fisici limitati progettiamo lo stesso un mondo comune con le donne».

Il festival parte da Bologna ma parla all’Italia e al mondo anche aderendo alla campagna Onu #16daysOfActivism, «16 giorni di attivismo contro la violenza di genere». Dal 25 novembre (Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne) al 10 dicembre (Giornata Mondiale dei diritti umani) il programma si svilupperà in 14 eventi on-line fra seminari, dibattiti e presentazioni di libri e due mostre: Uncinetto e mani di donne (Centro Lame, Bologna) dedicata a Nadia Murat (Premio Nobel 2018) e Sogni Vestiti e 100 Scarpe rosse per dire basta alla violenza sulle donne (Centro Nova, Bologna).

Un festival condiviso e reso possibile dalla tenacia di un gruppo di femministe che trent’anni fa non ha avuto paura di toccare con mano la realtà della violenza e che non ha mai mollato, convinte oggi come ieri che «la battaglia per tutte le donne deve continuare, creando alleanze anche con chi tra le donne occupa posti di potere – conclude Pramstrahler – e la pandemia può essere un’occasione per un grande cambiamento, che deve venire dalle donne».

Tutto il programma su https://festivallaviolenzaillustrata.it/

 

 

Immagine di copertina © Patrizia Pulga





Rossana Rossanda e il giornalismo militante

20 settembre 2020

(articolo già pubblicato su http://www.barbararomagnoli.info)

In ricordo di Rossana Rossanda, ripubblico qui di seguito un testo contenuto nel volume “Scritture di Frontiera – Tra giornalismo e letteratura” a cura di Clotilde Barbarulli, Liana Borghi e Annarita Taronna, 2007, edito da Università degli Studi di Bari in collaborazione con Sil Società italiana delle letterate.

In questo lavoro ho inteso tracciare gli aspetti più importanti della figura di Rossana Rossanda con un breve accenno a «Il Manifesto», giornale quotidiano di cui lei è stata cofondatrice. Del lavoro di Rossanda ho messo in risalto un aspetto particolare, ossia il suo essere giornalista ‘militante’, dove per giornalismo ‘militante’ o ‘impegnato’ ? che è per definizione una scrittura di frontiera ? si intende l’uso della scrittura come scelta politica e strumento per trasformare il mondo.


Ho evidenziato questo aspetto anche per tentare di ragionare attorno ad un fenomeno che è sempre più presente in Italia nel campo della comunicazione e che veicola lo stereotipo della ‘donna-velina’. Ritengo, infatti, che il cliché della donna-velina non solo veicoli uno specifico sguardo sul corpo femminile, ma sia anche metafora di una maniera di intendere l’informazione, in particolar modo nei media mainstream che preferiscono la spettacolarizzazione della notizia a scapito dell’approfondimento, della ricerca e dell’esercizio della critica da parte di chi svolge questa professione. Mi sembra che il giornalismo praticato da Rossanda possa essere preso come modello ? o almeno come spunto per una critica costruttiva ? in contrapposizione al cliché della donna-velina imperante nell’attuale panorama mediatico e culturale italiano.

Comincio dal principio, chi è Rossana Rossanda. Non è un mito, né vuole esserlo, come lei stessa precisa all’inizio della sua autobiografia, ma credo possiamo tutti concordare nel considerarla una delle più grandi intellettuali e saggiste italiane del XX secolo. Rossanda nasce a Pola, città di frontiera, nel 1924 e la sua famiglia di estrazione medio-borghese venne travolta dalla crisi del ’29. Quindi, si trasferì prima a Venezia e poi a Milano, dove all’università fu allieva del filosofo Antonio Banfi ma, soprattutto, dove la sua vita fu radicalmente cambiata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. È la guerra che le fa scoprire la politica fino a quel momento tenuta distante dal suo ambiente familiare che era tuttavia intellettuale, come ricorda Rossanda nella sua autobiografia: poca politica ma molti libri.
A chi le domanda perché, vista la sua origine familiare, è diventata comunista e non antifascista liberale, risponde:
Volevo fare un’altra vita, ma la guerra che cadde come qualcosa di mostruoso e imposto, mi fece pensare che dobbiamo cambiare il meccanismo di funzionamento del mondo. La libertà ha delle condizioni necessarie. Dal ’39 al ’46 avevamo solo la libertà di essere vivi. E neanche quella. La scelta di campo nasce dall’evidenza che troppa gente viene al mondo e non può essere padrona della propria esistenza. Non lo accetto e il comunismo è questo: la possibilità di prendere in mano la propria vita, è intollerabile che ci sia chi non lo possa fare.

Decide così, giovanissima, di partecipare alla Resistenza partigiana e, al termine della seconda guerra mondiale, si iscrive al Partito Comunista Italiano. In breve tempo, viene nominata da Palmiro Togliatti responsabile della politica culturale del Pci e viene eletta nel 1963 alla Camera dei Deputati.
Arriva il 1968, un anno di svolta anche nella biografia lavorativa di Rossanda. La giornalista pubblicò un piccolo saggio intitolato L’anno degli studenti, in cui affermava la sua adesione al movimento della contestazione giovanile che era deflagrata in tutto il mondo. Con un percorso di riflessione condiviso con altri, Rossanda in quegli anni si dichiara anche contraria al socialismo reale dell’Unione Sovietica. Nasce l’idea di una rivista di critica e riflessione e viene così fondato «Il Manifesto», esperienza che fu sia una rivista mensile e un giornale quotidiano, sia un partito. Anche per questo motivo, poco dopo Rossanda fu radiata dal partito, insieme ad altre e altri.
Questi brevi accenni alla sua biografia sono già sufficienti a cogliere la peculiarità del suo sguardo sul mondo e l’influenza che questo ha avuto sul suo lavoro giornalistico. Ma ci dicono anche che per Rossanda la politica è stata l’essenza di una vita e nel suo essere donna non si è mai occupata di questioni specificatamente femminili, tutt’altro. Quando lo ha fatto, ha sempre tenuto presente l’orizzonte complessivo nel quale anche le tematiche più vicine al movimento delle donne si inscrivono. Rossanda non scrive unicamente per se stessa ma per cercare «di capire e di informare su quel che avviene nel mondo attraverso una griglia di interpretazione di sinistra, comunista, libertaria, laica». Come lei stessa afferma: «Poiché nessuno di questi termini è di moda, il mio giornalismo è senz’altro militante». Per giornalismo militante intendo qui riferirmi a chi, come Rossanda, svolge questo mestiere con un approccio che unisce il rigore e il rispetto della tecnica giornalistica (ossia attenersi, pur nella discrezionalità di chi scrive, alla ricerca della verità dei fatti) alla passione civile che utilizza lo strumento giornalistico per modificare/trasformare il mondo e la politica che lo gestisce (che non significa alterare o limitarne l’immagine, ma restituire al lettore la pluralità e la conflittualità che il mondo contiene).
È questo che Rossanda ha fatto in trentacinque anni e più di lavoro, anche considerando come lei stessa dice che
c’è sempre un rapporto tra politica e giornalismo. In generale il giornalista risponde, in modo più o meno mediato, all’idea di società difesa dalla sua testata, che in genere è anche quella di una grande proprietà. Non esiste un giornalismo ‘oggettivo’. Che vorrebbe dire? C’è la selezione delle notizie a monte, a cominciare dalle agenzie, sennò neppure sarebbero discernibili; ma non è innocente. La selezione è retta da un criterio che è poi un giudizio. Secondo me [aggiunge Rossanda] la cosa più onesta è far cosciente il lettore di questa scelta e del punto di vista dal quale si scrive, giudizi e pregiudizi inclusi.

È proprio con questa filosofia che Rossanda (insieme a Luigi Pintor, Lucio Magri, Valentino Parlato, Luciana Castellina e altre e altri) decide di dar vita ad un progetto editoriale indipendente, un giornale che vuole essere «provocatoriamente solo politico, e per politica si intendeva in senso stretto il movimento anzi i grandi movimenti della storia». La novità de «Il Manifesto» è il non essere legato a nessuna proprietà specifica che possa influenzarne la politica editoriale. È gestito da un collettivo di giornalisti e si è costituito in cooperativa, cosicché si trova a non avere una proprietà davvero distinta dalla redazione, con giornalisti che sono editori di se stessi.
«Il Manifesto» è nato come voce comunista fuori dal partito, indubbiamente un’esperienza insolita, e nel corso degli anni, tra le varie cose, si è sempre schierato contro ogni guerra come modello militare di gestione dei conflitti. Il giornale ha scelto, infatti, sempre di parlare anche delle tante guerre dimenticate e lo ha fatto in maniera non embedded, termine entrato di recente nel nostro vocabolario. Con embedded si faceva riferimento agli inviati speciali nella guerra del Golfo, poi è diventato un modo per definire chi svolge questa professione attenendosi a “ciò che si vuole venga detto”. Per dirla con le parole di Rossanda:
Perlopiù il giornalista è embedded al sistema dominante. Il ‘dominio’ non è fatto solo di comandi o quattrini, possibilità o no di essere assunti, ma di molte sottili seduzioni: ci sarà una ragione se questo piace o interessa, se questo attira il lettore e quest’altro no, se il gossip fa pubblico, se si dà fastidio ricordando di continuo i mali e le sofferenze del mondo ecc. La spirale di connivenza tra quel che il giornalismo dà, il pubblico ama ricevere e il sistema dominante è molto stretta. In questi anni è passata la tesi che il liberismo [non il liberalismo] è il meno peggio, che ogni tentativo di mutamento sarà disastroso o sconfitto, che l’equilibrio è garantito solo dal mercato. Ne derivano anche una mercificazione e un ‘consumo’ delle idee.
Qui Rossanda ci dice qualcosa di importante anche sulla scelta dei contenuti che spesso sono una discriminante fondamentale per capire la differenza tra giornalismo militante e giornalismo mainstream.
Infatti, il XX secolo ha visto passaggi storici importanti e su questi si è focalizzato il lavoro di Rossanda. Faccio riferimento al fatto che alle due guerre mondiali è seguito un dopoguerra caratterizzato dalla divisione del mondo in due blocchi, la successiva fine della guerra fredda e la disgregazione dell’ex Unione Sovietica, la globalizzazione neoliberista che ha accelerato molti processi di trasformazione, l’avvento di Internet, la “guerra permanente” entrata con la tv nelle case di tutto il mondo, l’antico controllo politico e religioso sul corpo e l’immagine delle donne che ha assunto nuove forme (la guerra in Afghanistan è stata giustificata anche come liberazione delle donne dal velo talebano), fino ad arrivare all’11 settembre e a quello a cui stiamo assistendo oggi. Tutte queste tematiche, da me solamente accennate, sono state il contenuto privilegiato da Rossana Rossanda per i suoi scritti, articoli e saggi, spesso lungimiranti e in alcuni casi ancora molto attuali ? mi riferisco in particolar modo ad esempio alla raccolta di articoli che è stata pubblicata nel volume Note a margine.
Quindi Rossanda viene da questa storia, ne è stata testimone e l’ha poi raccontata, anche se, come lei stessa più volte ricorda, è diventata giornalista non per scelta professionale: «Avrei fatto dell’altro», dice, «ho fatto la giornalista come forma della politica dopo la radiazione dal Pci, il movimento del 1968, e poi la crisi crescente dei partiti…». Non è un caso che Rossanda abbia preso le distanze dalla professione giornalistica intesa come status symbol e che abbia rifiutato di essere iscritta al’Ordine nazionale dei giornalisti, istituzione italiana che non ha simili in Europa e che tutt’ora continua ad essere una organizzazione prettamente gerarchica e maschilista.
Inoltre, è importante ricordare che in Italia il sistema dei mass media non è di fatto pluralista (anche se nell’ultimo decennio sono notevolmente cresciuti i media indipendenti, via Internet, radio e stampa, spesso di carattere militante, che restano però esperienze di nicchia. Per fare un esempio che faccia capire la situazione, «Il Manifesto», indipendente, vende circa 40mila copie al giorno, mentre il «Corriere della Sera» legato a gruppi di potere specifici vende circa 900mila copie). Il sistema informativo italiano è fortemente dominato da lobby e/o interessi politici ? basti solo dire che il premier Berlusconi da solo controlla tre televisioni.
Rossanda nel suo lavoro ha dunque affrontato tutti questi nodi e complessità a cavallo tra due secoli e la particolare situazione italiana. Nel farlo, ha più volte puntato il dito, come dicevamo poco fa, sul mito del mercato e conseguente «mercificazione e “consumo” delle idee», un consumo di idee che ha, tra l’altro, l’obiettivo di veicolare stereotipi e immagini che riguardano la donna, sostenendo il modello di una donna-corpo come merce al pari di tutte le altre.
Secondo Rossanda,
anche a noi donne viene suggerito che, raggiunti alcuni innegabili diritti [votare, possedere o ereditare, non essere obbligate a sposare il tizio o il caio, potersene andare di casa, insomma una certa parità] conviene restare ‘femminili’, seduttive, moderatamente materne, signore del privato [salvo essere fatte fuori dal consorte], fuori dalle responsabilità del pubblico ed efferate consumatrici. Le donne si lasciano limitare con troppa facilità nelle loro ‘effettive capacità’. Finisce che neanche esse le conoscono più, perché poi uno è quel che fa. Il maschilismo resta imperante anche perché non ci sono più grandi battaglie contro di esso: siamo talmente tante donne nei media che, se davvero volessimo, potremmo imporre e imporci. Né si può dire che quelle fra noi che difendono un’altra immagine di sé rischiano la fucilazione. Resta perciò da vedere se il più delle volte non siamo complici della ‘velinità’ cui ci vogliono ridurre.
Rossanda, dunque, provocatoriamente chiede conto, in un certo senso, della “velinità” che c’è in noi e non è certo semplice dare una risposta. Credo sia interessante, per ragionare attorno a questo interrogativo, accennare brevemente alla storia del termine ‘velina’ in Italia, che è prima di tutto un tipo di carta molto sottile e trasparente.
Nella storia del giornalismo italiano si fa riferimento col termine veline ai dispacci del Ministero della Cultura Popolare, tramite i quali il regime fascista diramava agli organi di stampa e di informazione le notizie da rendere note (o meno) all’opinione pubblica. Ancora oggi, si usa “veline” per indicare i comunicati stampa che normalmente arrivano da governo o enti pubblici e che intendono suggerire al giornalista cosa e come scrivere la notizia. Ma è negli anni Ottanta, con la comparsa in Italia della tv commerciale che spunta la figura della donna-velina. La propone il programma televisivo “Striscia la notizia”, una sorta di telegiornale che vorrebbe unire satira, politica e varietà. Gli autori di “Striscia” decidono che le due ragazze “veline” sono le addette alla consegna delle notizie ai presentatori. Sembra che nell’intento degli ideatori ci fosse la volontà esplicita di richiamarsi in chiave polemica al periodo fascista per rivendicare l’inviolabile diritto alla libertà di stampa e di informazione, anche al di fuori dei canali ufficiali. Paradossalmente, dunque, negli anni Ottanta il corpo della donna-velina verrà usato inizialmente proprio come simbolo di una informazione che si definiva libera e indipendente ? un messaggio che credo però sia andato in un’altra direzione, se non addirittura opposta.
Le veline sono comunque sempre donne giovani e avvenenti che devono con la loro presenza e qualche performance richiamare l’attenzione e l’audience del pubblico. In poco tempo, grazie al successo della trasmissione, il termine “veline” è entrato nel modo di pensare comune e in senso lato viene anche utilizzato in modo spregiativo per indicare le giovani ragazze che vogliono entrare nel mondo dello spettacolo senza necessità di percorsi formativi o una graduale esperienza. La velina è diventata la pretesa di essere famosa senza saper fare nulla. Una sorta di rimedio universale alla disoccupazione. Attorno a questo ragionamento torna utile e anche suggestiva la provocazione di un gruppo femminista romano A/matrix che, riflettendo su questi temi, afferma: “Un mondo diverso è un mondo in cui anche la velina che è penetrata in ognuno di noi, donna e uomo, decide di scioperare. Siamo tutte e tutti veline. La velina è il paradigma della nostra dignità sociale perché nella società mercantile imperante è l’icona della conformità soggettiva ed esistenziale. La velina è il mordi e fuggi, l’usa e getta, il produci e consuma. Se l’immagine quotidiana venisse privata del nostro contributo, se le veline interrompessero i luccicanti sogni che i loro corpi e sorrisi promettono, se la velina si considerasse soggetto desiderante, saremmo già in un altro mondo”.
Credo che in questa imperante mercificazione del corpo femminile sia sempre più attuale il dibattito, iniziato con il femminismo degli anni Settanta e non ancora concluso, sul conflitto/confronto tra libertà-mercato-autodeterminazione della donna. Con l’evidente vittoria della mera emancipazione sulla liberazione e consapevolezza della donna.
Quindi, nonostante sia chiaro a quale stereotipo di donna rimanda il cliché della donna-velina, i media fomentano questo senso comune ed alimentano la “velinità” di cui parla Rossanda. Non c’è dubbio che sia maggiormente l’informazione mainstream rispetto a quella di carattere militante a scegliere una immagine di donna, e non solo, che preferisce l’apparire all’essere e che soprattutto, volendo utilizzare i termini di un vecchio dibattito femminista ancora aperto, attraverso il consolidamento di certi stereotipi, i media mainstream facilitano il lavoro di chi vuole il controllo sui corpi e sulle menti delle persone, in particolare sulle donne.
Appare invece evidente, rileggendone la vita e gli scritti, che Rossanda non si è mai piegata al modello del mondo maschile, lo ha certamente frequentato e ne ha preso parte attivamente, ma sempre nell’ottica di una modifica e di un miglioramento della società per tutte e tutti. Da un lato, quindi, abbiamo un modello di giornalista impegnata che non ha mai esitato a prendere parola sulle questioni del mondo e non ha mai perso la sua autonomia, dall’altro la donna-velina che pensa, mostrando il corpo, di essere libera e indipendente e che invece diventa simbolo di una informazione preconfezionata e funzionale ad un certo sistema. La questione è complessa e non certamente riducibile soltanto alle dinamiche interne alla società della informazione e comunicazione che, come ben sappiamo, riflette tutti gli aspetti di una società. Da tutto quello detto fin qui, la velina appare quanto più lontano possa essere dalla immagine di donna-giornalista che potrebbe invece rappresentare Rossanda la quale, tra l’altro, non può essere certamente classificata come femminista in senso stretto.
Non abbiamo in questa sede il tempo per approfondire il complesso rapporto avuto da Rossanda con il femminismo, ma con esso Rossanda ha intessuto negli anni un dialogo critico e fecondo, come lei stessa ricorda anche nella introduzione al volume Le altre, dove racconta l’esperienza radiofonica a fine anni Settanta, quando in una serie di conversazioni a Radiotre la giornalista si confrontò su alcune grandi parole-valori della politica (libertà, fraternità, eguaglianza, democrazia, resistenza, solo per citarne alcune) con donne che invece vissero in prima persona l’esperienza del femminismo degli anni Settanta (tra queste Lidia Campagnano, Letizia Paolozzi, Manuela Fraire).
In conclusione, vorrei ricordare proprio uno dei dubbi sollevati da Rossanda alle sue amiche e donne femministe. A queste donne che tanto si sono battute perché mutassero linguaggi e forme della rappresentazione della donna anche nei media, Rossanda ha più volte chiesto «cosa ha impedito al movimento delle donne di diventare intanto una forza capace anche di durare, di garantirsi uno spazio […] e soprattutto di generalizzare la propria cultura, farla passare…». Ossia, cosa impedisce ancora oggi alle donne di trasformare una cultura che le rappresenta in chiave sessista e discriminante.
A suo tempo, Rossanda disse che la grande forza del femminismo era stata l’aver portato allo scoperto e al centro della politica il corpo, la sessualità, l’esperienza dell’individuo in un’ottica di consapevolezza e riappropriazione della parola su se stessi. Il limite era stato quello di non riuscire a estendere questo modello fuori dal piccolo gruppo e delegare ad altri, spesso uomini, la lotta contro i “poteri reali”, gli stessi che cercano di dominare anche l’informazione e i media. Forse è da questo interrogativo che è necessario ripartire affinché anche nei media la donna possa essere se stessa senza omologarsi al modello maschile dell’usa e getta e con il riconoscimento delle sue capacità e responsabilità al pari di un qualsivoglia collega maschio.

Nota: le citazioni in corsivo sono frutto di una intervista a Rossanda a cura dell’autrice.

 





Tacciano le madri, ascoltiamo le figlie

Questa recensione esce in simultanea su La Bottega del Barbieri «perchè – spiega Barbara – con le amiche e gli amici di Diatomea e della Bottega del Barbieri siamo per la condivisione e il fare rete, e allora anche le riflessioni su libri, femminismi e cultura possono essere pubblicate in entrambi i luoghi senza aver bisogno di copyright».

Cominciare dalla fine, senza svelare la trama, per andare a leggere “la loro storia”: cinque donne, qualche uomo, un’isola su cui si ritrovano tutte, una voce narrante che infine recita “lei sa di cosa ho bisogno. Sa che per esistere, per avere la giusta consapevolezza di te, devi possedere una storia che ti precede (e che ti continua, ha detto una volta), perciò non ho mai dovuta pregarla. È stata lei a spiegarmi da dove vengo e perché e a raccontarmi della repubblica delle madri”.

È qui, nella storia che ognuna di noi ricostruisce, che risiede, almeno così mi è parso, il senso profondo dell’ultimo romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, L’isola delle madri [Mondadori, 2020].

Una scrittura fantastica, come preferisce definirla Cutrufelli, non di fantascienza, perché non c’è nulla nel racconto che non accada già nel nostro presente.

Il pianeta terra estremamente sofferente per l’inquinamento, per lo sfruttamento delle risorse naturali e un turbocapitalismo che ha sfregiato i luoghi della cultura e quelli del vivere comune, alimentando disuguaglianze, riducendo diritti e reprimendo possibili ribellioni. Un intreccio di vite che si snoda in paesi mai nominati ma facilmente riconoscibili, fra l’Est Europa e il Mediterraneo, con un ritorno anche metaforico alle isole fondative della civiltà occidentale, a quelle mitologie che avevano tracciato un destino umano che sembrava irreversibile e che mai come oggi appare invece in continuo mutamento.

Uno scenario che, involontariamente, sfiora l’attualità della quarantena e della pandemia, ma qui la malattia è un’altra, è la sterilità umana considerata la ‘malattia del vuoto’ intesa “come qualcosa che si è prodotto nelle nostre cellule”, spiega Cutrufelli, andando a minare del tutto la riproduzione della specie.

Un fatto reale portato alle estreme conseguenze, così tanto che a volte nello scorrere delle pagine manca l’aria e ci si sente un po’ con le spalle al muro, quasi che la diminuzione delle nuove nascite sia da leggere solo come un enorme cataclisma e non, anche, come scelta di altre vite possibili.

Che fare dunque dinanzi al rischio del vuoto totale? Fra chi – anche nel romanzo – pensa che non sia così necessario riprodursi perché il mondo è pieno e chi ripete che è solo Dio a dare la vita, le personagge di questa storia propongono, se lo si vuole, di ricorrere alle biotecnologie e alla scienza. Una soluzione che spesso nella lettura appare come l’unica possibile, quasi non fosse invece auspicabile un cambiamento negli stili di vita che tanto influenzano anche la capacità, per chi lo volesse, di riprodursi.

Non è un tema casuale, per chi come Cutrufelli è impegnata in prima persona nei movimenti femministi e che ha scelto la narrativa come terza via – fra politica e dogma – per offrire alla discussione comune spunti di riflessione.

Sulla maternità, sulla gestazione per altre e altri, sulla difficoltà di definire oggi ‘la madre’ quando, afferma la scrittrice, è già in essere una scissione in tre figure: la madre donatrice, la madre gestante, la madre legale. Dovremmo forse dire donna, al posto di madre: donna che dona l’ovulo, donna che lo fa crescere nel suo corpo, donna che si prende cura del nuovo essere e lo fa diventare una persona, senza che il corpo sia minimamente chiamato in causa.

Un ripensamento complessivo dei ruoli e il riconoscimento che, non solo nella comunità umana, la differenza è nella relazione che si instaura. Relazione d’amore e di responsabilità, di rispetto e curiosità, di ascolto reciproco.

Ecco perché allora è arrivato il tempo di uscire da una discussione che nel mondo reale è solo fra madri, a fatica sono ammesse le non madri, per ascoltare la voce delle figlie e dei figli nati fuori dal tradizionale incontro fra uomo e donna, per dare parola a chi una condizione del tutto diversa la vive già e vuole raccontare la sua storia, a modo suo.

Chissà allora, suggerisce Cutrufelli, che non servano parole nuove, visto che quelle note non riescono a significare la realtà. Lei ne inventa alcune nel suo romanzo prendendo ispirazione dal linguaggio che si sta diffondendo fra chi nasce grazie alle biotecnologie, laddove gli intrecci familiari invitano a preferire il termine ‘zia’ per la donna gestante o cugina/o per le sorelle/fratelli non di sangue. Peccato, ma su questo con Cutrufelli ci confrontiamo da tempo, che la riflessione sul linguaggio non contempli del tutto anche il lessico sessuato e mi faccia sobbalzare nel leggere che “lei è un medico” o “caporeparto” riferito ad alcune protagoniste della storia. Cutrufelli ritiene che alcune parole sessuate siano ancora un inciampo per la lettura e che la scrittura romanzata abbia bisogno di tempi più lunghi per tenerne conto.

Senza dubbio la narrativa le ha permesso di tradurre interrogativi complessi in una storia che solletica pian piano chi legge e con accuratezza scandaglia l’anima delle protagoniste alle prese con “un sorriso che sembra affiorare da complicate negazioni interne”. È invece benevolo lo sguardo che la scrittrice posa sul ruolo del padre, che, come spesso nella vita reale, appare spettatore balbuziente, quasi giustificato se “è solo dentro i suoi pensieri che un padre (biologico o putativo che sia) può fare il nido per suo figlio, non è così?”. Del resto, per il momento, ricorda Cutrufelli, senza il loro seme ancora non c’è nascita possibile. Ma tutto il resto sì, considerato il prezzo pagato dalle donne prima, durante e dopo la nascita, in ogni epoca e ad ogni latitudine, chiamate poi a riparare anche i danni prodotti da quella metà del cielo che avvelena i pozzi e i fiumi.

Ed è proprio l’eco di un racconto sui pesci mutanti che nuotavano nelle acque avvelenate del fiume – racconta l’autrice in una breve nota finale – ad averla spinta a scrivere questo romanzo, non l’attualità ma piuttosto un lento lavorìo interiore suscitato dalle storie che le raccontava il padre scienziato a lei bambina sugli effetti dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, delle modificazioni genetiche dei cibi e l’uso di pesticidi.

Una storia di decenni fa che – a volerla ascoltare – lasciava già intravedere il futuro che stiamo vivendo ora.





Diritti al Cuore Onlus e Diatomea.net presentano: percorsi e dialoghi sui femminismi nel XXI secolo

Diritti al Cuore Onlus e Diatomea presentano

Sabato 7 dicembre 2019 alle ore 19:00 in Via Federico Borromeo 75 le associazioni Diatomea.net e Diritti al cuore presentano l’incontro “Percorsi e dialoghi sui femminismi nel XXI secolo”. Ingresso gratuito.

Oggi come non mai è necessario parlare di femminismo. Un termine a volte troppo abusato, schernito, screditato, usato in maniera distorta, circondato da stereotipi e manipolazioni. 

Ma cosa sono i femminismi oggi? Di questo parleremo con Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, autrici di “Non voglio scendere! Femminismi a zonzo” e Benedetta Pintus e Beatrice Da Vela, autrici di “Siamo marea. Come orientarsi nella rivoluzione femminista”.

Coordinano Raffaella Matocci di Diatomea.net e Francesca Caprioli di Diritti al Cuore Onlus.

Breve descrizione dei libri

Siamo marea. Come orientarsi nella rivoluzione femminista di Benedetta Pintus, Beatrice Da Vela, Villaggio, Maori 2019.
Un manuale che ripercorre la storia del movimento femminista e che ci guida attraverso la giungla dei vari temi e teorie, per capire meglio come reagire e lottare contro le discriminazioni di ogni giorno e conoscere da vicino il variegato mondo dell’attivismo contemporaneo.

Non Voglio scendere! Femminismi a Zonzo di Barbara Bonomi Romagnoli – Marina Turi, Golena, 2019.
Sei tragitti per andare a scovare femminismi felici e appassionati, (auto)ironici e pungenti, includenti e visionari, capaci di produrre un progetto politico nella cornice del tempo che viviamo, quando tutto sembra bloccato, stereotipato e ripetitivo.

 

 




Le donne hanno un posto per tutto

Mi sono avvicinata alla lettura di questo volume con prudenza e un po’ di sospetto, lo ammetto. Il tema della maternità è scivoloso e anche un po’ di moda, in un paese in cui si chiede alla maggioranza delle donne di essere buone madri e buone mogli e dove le aspettative sociali rispondono a modelli precostituiti che riducono la scelta [o l’impossibilità] di non riprodurre la specie a velleitari egoismi o commiserevoli imperfezioni. Con in sottofondo il solito paradossale leitmotiv: da una parte la santa mamma italiana che tutto vede e provvede, dall’altro politiche che negano diritti e possibilità alle eventuali future madri.

Da questa premessa e per di più essendo una ‘senza figli’, la lettura di Madri comunque di Serena Marchi si è rivelata invece una piacevolissima sorpresa, per lo stile asciutto mai enfatico, perché la carrellata di ritratti è davvero rappresentativa delle differenze e perché, come afferma Pedro Almódovar in epigrafe: “le donne sanno nascondere un cadavere e affettare i peperoni: hanno un posto per tutto”.

Hai scritto un libro senza filtro, parlano le protagoniste, almeno così sembra a chi legge. Mi racconti meglio come hai raccolto queste storie?

«Le storie le ho raccolte in 4 anni, partendo prima da quelle più “facili” da trovare come la mamma adottiva e la mamma di figli in affido per poi andare, via via, a cercare le maternità meno comuni, quelle più in ombra, quelle che la società lascia in disparte perché sono scomode. Vedi la mamma lesbica, la figlicida (sono entrata nel carcere giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dopo un anno di attesa del permesso) ma ancora di più la donna che affitta l’utero e la coppia che ricorre alla surrogazione. Per questo, ho preso il volo e sono andata a Kiev, lo scorso ottobre, dove son rimasta tre giorni e ho parlato sia con la portatrice sia con la coppia. La scelta della prima persona è per dare voce al massimo solo alla protagonista. E questo crea più intimità tra chi racconta e chi legge».

In che modo hai condotto le interviste? Hai mai pensato ad aggiungere un commento, a entrare nelle altre storie e dire la tua?

«Il novanta per cento delle mie interviste è stata fatta di persona. Ho incontrato di persona tutte le protagoniste e ho iniziato con il farmi raccontare chi sono, la loro vita, le loro storie e poi la loro maternità. Sempre una lunga chiacchierata dove le domande mi venivano via via che si parlava. No, non mi è mai venuto in mente di entrare nelle storie e di dire la mia. Ho scritto questo libro per cercare il più possibile di far capire al lettore che le scelte non vanno giudicate, sia di maternità sia di non maternità. Entrare e commentare sarebbe stato tradire l’intento del mio libro. Credo che nessuno possa mai giudicare le scelte di una persona, figuriamoci se io mi sarei permessa. Non condivido e non sono d’accordo con tutte le mie protagoniste, ma credo sia giusto che abbiano voce. Mia è solo l’introduzione. Poi presto la mia penna e lascio la parole alle trenta storie».

Madri comunque”, anche chi per chi non è madre: non pensi che questo non faccia che rinforzare stereotipi e modelli che vogliono le donne sempre e solo come madri? Non si può essere donne e basta?

«No, al contrario, credo che serva per far capire ai benpensanti, a chi ragiona per stereotipi, a chi sa sempre ciò che è giusto e ciò che non lo è, che una donna non deve essere per forza madre. La negazione della maternità non deve essere tabù. Prima che madri, siamo donne, persone, tanto quanto gli uomini. Purtroppo la società questo non lo valuta. Credo che si possa essere donne e basta e non credo che la maternità ti faccia più donna, più completa. Ci sono donne complete anche senza essere madri. Ma questa è solo la mia opinione…»

Sei stata coraggiosa, hai affrontato un tema scomodo da qualunque punto di vista lo si prenda. Quali le critiche maggiori che hai ricevuto?

«Le critiche maggiori mi sono arrivate per la scelta di parlare solo delle madri, solo delle protagoniste, senza aver mai preso in considerazione i figli e le ricadute delle scelte di queste madri sui figli. Ho fatto una scelta ben precisa: dedicarmi solo ed esclusivamente alle donne. Dei figli, in questo libro, non mi importa. Viviamo in una società ‘figliocentrica’, in cui tutto ruota principalmente attorno ai figli. Sui figli ci sono milioni di libri, sulle madri pochissimi. Per una volta, volevo che il focus, la luce, l’attenzione fosse solo loro».

già pubblicato su LM – Letterate Magazine


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Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute.

Pubblicato su La27esima ora – Corriere della Sera

Sì, senza
punto interrogativo: Sex work is work. E come tale va accolto. Non
significa far propria quella scelta ma riconoscerne la dignità al pari di
altre, accettando almeno di fermarsi ad ascoltare cosa hanno da dire le dirette
e diretti interessati. E senza dover ogni volta ricordare che la tratta e lo
sfruttamento sono altro e che le/i sexworker sono in prima fila nel combattere
illegalità, soprusi e violenze. Sì, è vero che il lavoro sessuale scelto senza
costrizione riguarda una minoranza di persone, ma sfuggire al confronto perché
riguarda poche persone è come dire: non ci occupiamo più delle minoranze
etniche o delle femministe perché non sono la maggioranza della popolazione.

È indubbio che Carla Lonzi abbia dichiarato, a suo tempo, che «il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi», ma non penso, come sostengono, fra le altre, Monica Ricci Sargentini e Alessandra Bocchetti , che sia stato paradossale, financo disdicevole, aver ospitato alla Casa internazionale delle donne di Roma, lo scorso 21 gennaio, un incontro pubblico sul sexwork proprio nella sala dedicata a Lonzi, la femminista che, nel Manifesto di Rivolta Femminile del 1970 redatto con Carla Accardi ed Elvira Banotti, affermava: «accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme». Anzi, credo che Lonzi avrebbe ascoltato con cura e attenzione – così come hanno fatto le circa duecento persone presenti – le testimonianze emozionanti e le relazioni che si sono susseguite, aprendo il dibattito a interrogativi e contraddizioni non certo risolti, ma segnando un primo passo importante per iniziare a ragionare, in maniera dialogante, su una questione scottante e forse, per molte, irritante.

Scottante al
punto da far saltare i livelli minimi del rispetto reciproco, ne sono prova gli
attacchi violenti subìti dalle organizzatrici sui social network o le ingerenze
inopportune di alcune voci del femminismo italiano per impedire che l’incontro
si svolgesse nella “casa di tutte”; irritante perché parlare di “sexwork”
significa dibattere non solo con chi ha deciso senza costrizione di lavorare
con la propria sessualità e con il proprio corpo, ma anche fare i conti con le
titubanze e le paure, i desideri, i turbamenti e le rimozioni che il parlare di
“sesso” comporta.

«Da tempo sono testimone, nel mondo femminista, di reazioni emotive incontrollate contrapposte ad un approccio che riconosce le prostitute come interlocutrici alla pari perché intende la prostituzione come fatto politico», ha ricordato Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice, autrice nel 1981 de Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, la prima indagine a puntare l’occhio sul protagonista maschile della vicenda. «Oggi si parla di sexwork, parola recente nata proprio dalla lotta delle prostitute e dopo discussioni negli spazi femministi – ha proseguito Cutrufelli – e sebbene non posso più dire, come negli anni Ottanta, che la prostituzione sia l’istituzione nera e scura contrapposta all’istituzione bianca e chiara del matrimonio, certamente – riprendendo anche Kate Millett e il suo scritto del 1975 Prostituzione: quartetto per voci femminili– si può affermare che non è cambiata complessivamente la resistenza negli ambienti femministi a riconoscere pari dignità alle donne che scelgono volontariamente di vendere il loro corpo: ecco, a me piace parlare di scelta volontaria più che di libera scelta».

Non è dello stesso avviso Pia Covre, fondatrice con Carla Corso del Comitato per i diritti civili delle prostitute, da anni attiva anche nelle reti internazionali e arrivata da Pordenone per raccontare la sua personale esperienza: «Personalmente preferisco l’espressione “libera scelta” perché così l’ho vissuta quando ad un certo punto della mia vita ho deciso che volevo essere pagata per uno scambio sessuo-economico che comunque veniva dato per scontato nelle relazioni. Mi bastò fare due conti per capire che avrei guadagnato di più così che facendo la cameriera».
«Fino al 1982, quando siamo nate come Comitato, ho fatto politica in vari modi, anche con i Radicali per il diritto all’aborto – ha raccontato Covre – ma non avevo mai partecipato ad assemblee femministe. Andare ad incontrarle e trovarsi dinanzi un muro è stato molto deludente, ma questo non mi impedisce di sentirmi femminista. Ho passato la vita a battermi per la mia (e nostra) autodeterminazione e libertà, perché altrimenti saremo sempre schiacciate fra le spinte abolizioniste e quelle regolamentatrici che, in entrambi casi, non si curano delle condizioni materiali di vita, anche igienico-sanitarie, di chi fa questo lavoro, spesso anche per sfuggire alla povertà».

Se quindi, da un lato, non viene eluso il nodo delle condizioni materiali di partenza che possono divenire delle costrizioni, dall’altro, ripetono le protagoniste, si sceglie il lavoro sessuale avendo ben presente il restante mondo del lavoro e quel che comporta. Eppure lo stigma è su alcuni lavori e non su tutti: «Se lavorassi per una multinazionale o per una società dai vertici di potere maschili, come quasi tutte d’altronde, qualcuna allo stesso modo direbbe di me che sono una serva del capitalismo patriarcale? Se mangiassi cadaveri di animali torturati, mammiferi come me, o di altre specie, qualcuna direbbe: quella è un’assassina, una specista infame, con la stessa gravità di ‘quella fa la prostituta, o la spogliarellista o la mistress?».

Sono domande rivolte soprattutto a quelle femministe che pensano che di certi lavori ci si debba forse vergognare, fino al punto di negarli, senza tener conto di tutte le variabili in gioco. Anche per questo, molte reti di sexworker intrecciano le loro battaglie per i diritti civili con quelle delle/i migranti e chiedono contestualmente alla depenelizzazione del sexwork anche una normativa non repressiva sul tema delle migrazioni: a ribadire che il sexwork non è necessariamente un lavoro a tempo indeterminato e le condizioni di vita possono cambiare se vengono tutelati i diritti civili e sociali. Il collettivo femminista Ombre Rosse si muove dentro questo contesto e ha partecipato all’incontro portando testimonianze dirette per capire chi sono e cosa vogliono i/le sexworker. Per tutelare le proprie attiviste/i il collettivo ha scelto di intervenire anonimamente e con il sostegno di Silvia Gallerano, attrice e interprete del monologo La Merda con cui ha già ricevuto molti riconoscimenti internazionali. «Lavorare con il corpo significa tantissime cose tra cui condividere qualcosa di intimo. Questo è vero per il lavoro sessuale, come per altri lavori che mettono in gioco corpo, sensazioni e relazioni. Molti lavori di cura prevedono intimità corporee e non solo, molti lavori performativi prevedono espressione corporea e interpretazioni che hanno radici nella sfera dell’intimo» – così la sexworker interpretata da Gallerano, che aggiunge «ho scelto di fare questo lavoro da adulta, dopo un percorso femminista che mi ha dato la possibilità di ragionare sul mio stare al mondo, un ragionamento che non si è concluso perché continuare a stare al mondo significa anche rimettersi continuamente in discussione, almeno per me».

Eppure c’è chi ha certezze inossidabili e ha deciso che chiunque faccia questa scelta sia schiava del patriarcato: «Vendere il proprio corpo è una frase che odio e ho sempre odiato. Come se non ci fosse la mia mente, la mia intelligenza, come se il mio corpo fosse smembrabile. O forse il problema è fare sesso per soldi? Fare sesso senza amore? O il problema è proprio il sesso?» – è andata dritta al punto l’altra voce del collettivo – «Vorrei poter lavorare in cooperative gestite da colleghe e colleghi, protetta da abusi, sfruttamenti e violenze anche da parte delle forze dell’ordine».

Ma è violenza «anche parlare e decidere al posto mio, giudicarmi, inferiorizzarmi, vittimizzarmi e stigmatizzarmi, voler fare leggi contro la mia libertà di scelta: pensavo questo lo facessero i preti, gli obiettori, i maschilisti, non donne che si dichiarano femministe come me – ha concluso Ombra Rossa – Vorrei che il pensiero femminista accogliesse e rispettasse le soggettività non conformi, le minoranze oppresse, le esperienze e identità altre, vorrei che il femminismo rompesse definitivamente lo schema patriarcale santa-puttana che dice di criticare e invece ripropone».

Anche perché, come ben ha ricordato Giorgia Serughetti – ricercatrice dell’università Milano Bicocca e autrice nel 2013 di Uomini che pagano le donne– non si può continuare a puntare il dito solo sull’offerta ma «è necessario tener conto anche della complessità della domanda, quel variegato mondo composto in larga maggioranza da uomini, ma non più solo da uomini, che chiede e cerca anche su internet sesso a pagamento, sempre in un contesto in cui i rapporti di potere sono dentro la cornice economica del sistema capitalistico. Basti pensare – aggiunge Serughetti – al caso che ha visto le donne chiedere a richiedenti asilo prestazioni sessuali dietro compenso. Non solo si ripete lo schema di potere di un soggetto privilegiato su uno svantaggiato (uomo/donna, donna bianca/migrante) mettendo ben in evidenza anche la questione delle diseguaglianze, ma si sgretola anche un altro luogo comune che vuole il cliente come soggetto deviato».

A mescolare, infine, tutte le carte la performance di Rachele Borghi, professora di geografia alla Sorbonne e componente della commissione di reclutamento del Cnrs francese. Sulla scia del progetto collettivo transnazionale Zarra Bonheur, condiviso con la pornoattivista Slavina, Borghi ha esposto letteralmente nuda le parole di chi sceglie il sex work e cerca alleanze politiche con altre sessualità dissidenti e con chi è disposto ad accogliere le loro vite. Ha infatti ricordato non solo il suo essere femminista transfemminista in rete con tante altre ma ha felicemente montato in sequenza uno spaccato di ragionamenti di donne che si battono per il riconoscimento del sexwork e le violente argomentazioni di chi in queste settimane ha irrispettosamente attaccato la possibilità dell’ascolto fra femminismi diversi.

(articolo Pubblicato su La27ora/Corriere della Sera)