Augusto De Luca fotografa Enzo Avitabile

Ho sempre amato molto soprattutto due musicisti napoletani, Pino Daniele ed Enzo Avitabile, molto diversi tra loro ma entrambi geniali.

Enzo Avitabile ha realizzato tanti brani musicali di grandissima qualità. Musicista e compositore raffinato, spesso miscela suoni e lingue di differenti luoghi del mondo creando un sound tutto suo, unico ed originale. I testi dei suoi brani sono intrisi di verità e talvolta le parole stesse diventano musica fondendosi con le note degli strumenti.

L’ho conosciuto ed ammirato già tantissimi anni fa, negli anni ’70, quando io suonavo la chitarra in un gruppo rock. All’epoca per provare i “pezzi” andavamo nel garage del nostro amico Antonello Lamberti a Rione Alto (zona Vomero alto). Per suonare ci alternavamo con altri gruppi più esperti di noi e tra questi c’erano gli ACHEI. Enzo giovanissimo suonava il sassofono con loro e noi ragazzi spesso li guardavamo e ascoltavamo con ammirazione per imparare. Già allora Enzo si notava per la sua tecnica e inventiva da fuoriclasse.

Ma tornando al ritratto, l’incontro per le riprese è avvenuto nella casa di Avitabile dove insieme abbiamo studiato e preparato i vari scatti. 

Enzo mi ha raccontato dei suoi nuovi esperimenti, delle ricerche e degli ultimi progetti. Mi ha parlato dei suoi studi sulle musiche di popoli diversi, affascinandomi con la sua dialettica e la sua grande cultura. Proprio queste sue fusioni e contaminazioni musicali con inserti dalle atmosfere talvolta esotiche mi hanno ispirato e quando ho cominciato a guardami attorno per trovare qualche cosa che richiamasse le impressioni che avevo vissuto nell’ascoltarlo parlare con così tanta passione, ho notato su di un divano un telo con una trama zebrata che mi ricordava l’Africa; subito decisi che quello sarebbe stato lo sfondo di uno dei ritratti che avrei realizzato.

Ora avevo solo bisogno di un elemento che lo rappresentasse in maniera inequivocabile e allora chiesi a Enzo di posare con un singolare strumento inventato proprio da lui chiamato “saxella”, un ibrido tra un sassofono e una ciaramella che produce un misterioso suono di timbrica orientale. Tutto era pronto e in armonia, il mix di ingredienti era avanti a me, provammo alcune pose e alla fine lo scatto fu appagante come accade ogni volta che sento che non avrei potuto fare di meglio. In auto tornando verso casa ero molto contento soprattutto perché avevo capito e imparato tante cose.

Avevo incontrato un grande con un cuore grande.

 

 

Enzo Avitabile – foto di Augusto De Luca

Augusto De Luca e Enzo Avitabile
Augusto De Luca e Enzo Avitabile




Il Concertone

Il Concertone si, perché di concertone in Italia ce n’è o ce ne era uno solo: il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma.

Il concerto dei concerti. Il concerto delle emozioni. Il concerto dei lavoratori. Il concerto della speranza.
L’altra sera mentre la televisione trasmetteva il concerto ho provato, come tutti gli anni del resto, un intimo brivido. Beatrice mi ha chiesto di raccontarlo.

Iniziai a frequentare il concertone nei primi anni del liceo insieme ad una bella combriccola di amici.
Se chiudo gli occhi e torno a quei giorni mi viene la pelle d’oca e a stento riesco a trattenere le emozioni. Emozioni ancora di ragazzo, di un ragazzo che in quel concerto vedeva uno dei rari momenti di totale libertà ma soprattutto che vedeva in quel pomeriggio di ruggente musica e sana follia la sua Woodstock.
Ci si radunava alla stazione del treno. Dopo circa un’ora si arrivava alla stazione di scalo per noi della provincia. Si correva sotto nella metro A. Già li si cominciava a respirare un clima di giovanile e sacra rivolta. Fermata San Giovanni. Correndo verso scale con le quali si emergeva sulla strada si cominciava a sentire la ressa, la musica, la vita. Di corsa verso gli archi delle Mura Aureliane (ora so come si chiamano, all’epoca pensavo solo al rock e alla rivoluzione). Passata la Porta di San Giovanni eccolo li: il Concertone.
Il programma ogni anno era il paradiso degli artisti che ci rappresentavano: Elio e le storie tese (personalmente non li ho mai amati, ma Dio santo che razza di talenti), Bandabardò, Modena City Ramblers con la loro immancabile versione di Bella Ciao, Enzo Avitabile, Afterhours, Sud Sound System, Piero Pelù e tantissimi altri.

Un ricordo che non riesco davvero a cancellare dal cuore: ero adolescente e mi ricordo una piazza notturna e un Caparezza che, esaltato e stravagante, stava facendo ballare tutta la piazza. Quell’anno eravamo migliaia e migliaia (sono andato a ricontrollare e la stampa disse 500.000). Tocca alla famosissima Vengo dalla Luna e la piazza comincia a saltare all’unisono tutta in uno spirito vitale, quasi demoniaco, sicuramente metafisico. Tutti con le braccia verso il cielo come a cercare di afferrare la Luna tra le mani. Faccio una pausa di qualche secondo da quella danza sfrenata (la mia pigrizia mi ha sempre caratterizzato e contraddistinto). La terra si muoveva, tutto sotto i piedi tremava. Ricordo ancora il clima tiepido e gentile di quella notte e ricordo quella sensazione di dolce e pauroso stupore. Il Concertone per tutti noi era come uno zio. Un uomo gentile che ti accoglieva nel suo giardino. Li noi adolescenti eravamo liberi di bere qualche birra, di fumare quelle sigarette che ti facevano sentire grande (un simpatico cartello che ogni anno in qualche modo spuntava fuori recitava: “QUI FUMO”, con una freccia verso il basso) e di conoscere ragazze; spesso i più audaci si lanciavano in tanto rapide quanto vorticose effusioni d’amore con ragazze perse prima ancora d’averle conosciute. Tutti al sicuro sotto lo sguardo quasi paterno del Concertone.

Pian piano questo amore ha perso forza ed attraversare quella gigante porta biancastra non ha avuto più quella funzione magica di stargate. È qualche anno che ho smesso di frequentare il Concertone. Ricordo benissimo la sensazione di tristezza e rammarico di quando ho cominciato a percepire che il tanto atteso concerto del primo maggio stava cambiando volto e stava perdendo quel fascino corsaro.
Sono anni che quel palco sembra ospitare non più un messaggio, non più un emozione, non più il Concertone ma soltanto un concerto.

All’Italia bastava già il Festival di Sanremo per capire le tendenze musicali delle etichette e del mercato discografico. Non serviva trasformare il Concertone in una versione sinistroide e radical chic del Festival che vede, esibizione dopo esibizione, solo un fluire di ardenti scalatori di successo. Oltretutto spesso mostrando la faccia più brutta della musica: una musica fatta di arrivo e non di viaggio, di voci rauche e che, strillando, annoiano senza neanche riuscire a dare un senso alle parole. Stonature “con vista panoramica” che fanno riflettere. Si riflettere. Sapete quanto è duro il percorso di formazione e di selezione di un musicista professionista che tenta tutti i giorni di tirare avanti guadagnando i suoi buoni cinquanta euro nel club? Sapete quanti sbagli vengono perdonati a un ragazzo che dopo magari mesi di studio si presenta ad un provino? Nessuno.

Poi per fortuna poi ci sono sempre i grandi artisti come Tosca, Britti, Zucchero e altri che continuano ad alimentare il sogno.

L’edizione di questo anno per ovvi motivi è stata “giocata a porte chiuse”. Credo che la perdita più grande non sia stato il pubblico ma il popolo. Proprio così. I migliaia di piedi che calpestavano l’erba di Piazza San Giovanni erano i piedi del popolo, magma ormonale costituito di tante “micro etnie”: dal “tipo di Prati” col casco in mano ed il maglioncino sulle spalle al “pischello de borgata” che magari poteva approfittare solo di quell’occasione per fruire di un concerto durante tutto l’anno. Il Concertone non ha pubblico.
Il Concertone è popolo.

Al concertone sventolavano fiere bandiere rosse e arcobaleno, spesso nel più totale stato poetico dell’incoscienza, ma talune volte già sorrette con braccia formate dai sinceri ideali di fraternità e comunismo (come comunione) ispirati da Karl Marx e Gesù Cristo. Il Concertone non era così odiosamente moderato e politically correct. Giovani e meno giovani si sentivano per un pomeriggio in spirito comunione. Qualcuno comunista. Non di sinistra. Quel senso di adolescenziale totalitarismo sentimentale e politico univa una piazza eterogenea. Lì trovai il senso più alto della democrazia.
Personalmente ho ed avrò bisogno di credere, anche quando non potrò più neanche pensare di frequentare la piazza,  che il Concertone sia ancora lì. Che sia nel cuore dei romani e dei ragazzi di provincia che a affrontando il caldo, la pioggia, non di rado le forze dell’ordine e spesso le famiglie forse troppo apprensive si radunavano in quella piazza tra sacro e profano, vecchio e nuovo.
Di concerti ne è pieno il mondo. Ridateci il Concertone.