Nella metà degli anni 80, frequentavo assiduamente il Grenoble, l’Institut Français di Napoli e, ad una delle tante mostre organizzate nei suoi spazi, conobbi Giuliana Gargiulo, scrittrice e giornalista molto quotata, collaboratrice di diverse testate italiane, sorrentina di nascita e nel cuore, ma residente nel capoluogo campano. Una viaggiatrice nata, che ha fatto del percorso della sua esistenza motivo di continuo confronto e stimolo intellettuale. Onnipresenti i colpi di scena nella sua carriera, sui quali si è soffermata nel racconto autobiografico che si intitola, appunto, ‘Colpo di scena’. Da giovane ha lavorato anche come attrice, recitando, per diversi anni, nella compagnia di Eduardo De Filippo. Una vera Signora d’altri tempi che, con il suo garbo, la sua abilità nella comunicazione, la sua poliedricità, spesso, dopo aver intervistato nomi illustri del mondo dello spettacolo, del teatro e dell’arte, è riuscita ad instaurare con loro un sincero rapporto personale. Amica, infatti, di celebrità come Carla Fracci, Rudol’f Nureyev, Riccardo Muti, Renzo Arbore, e moltissimi altri protagonisti della Cultura internazionale, che non tardava a presentare a chi teneva in considerazione. Per un decennio è stata anche Consigliere del Teatro Stabile di Napoli, poi dell’AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, e degli Amici del San Carlo. Una gran cuoca, poi, che mi deliziava, di frequente, con i suoi manicaretti, serviti in quella che, a tutti gli effetti, era diventata una sorta di casa – cenacolo, in via Martucci, dove incontravo sempre grandi menti con cui ci intrattenevamo a lungo a parlare di Bellezza. Giuliana si innamorò subito del mio primo libro di fotografie della città, ‘Napoli Mia’, e insieme decidemmo di realizzare un lavoro sulle donne partenopee che in qualche modo avevano lasciato un segno importante. Fu così che nel 1987 uscì ‘Napoli Donna’, una pubblicazione di interviste e ritratti, edita dal Centro il Diaframma – Edizioni Editphoto, con la pregevole prefazione di Lina Wertmuller. La scelta cadde su attrici, cantanti, scrittrici, galleriste, manager: Concetta Barra, Luisa Conte, Elena Croce, Isa Danieli, Laura De Fusco, Teresa De Sio, Ida Di Benedetto, Maria Dragoni, Graziella Lonardi Buontempo, Marisa Laurito, Angela Luce, Pupella Maggio, Odette Nicoletti, Angela Pagano, Fabrizia Ramondino, Maria Luisa Santella, Lina Sastri, Maria Tipo. Il volume fu presentato con la mostra di fotografia anche alla Camera dei Deputati Roma nel 1995, inaugurata con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e Nilde Iotti e Giorgio Napolitano, su cui ho indugiato in un precedente articolo. A questo seguì, quasi subito, “ Trentuno napoletani di fine secolo”, un volume questa volta sugli uomini di Napoli, di cui ho scritto in precedenza, che si sofferma su Salvatore Accardo, Lucio Amelio, Sergio Bruni, Renato Carosone, Luciano De Crescenzo, Francesco De Martino, Roberto De Simone, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Roberto Murolo, Riccardo Muti, Giorgio Napolitano, Michele Prisco, Giovanni Pugliese Carratelli, Francrsco Rosi. In uno dei nostri incontri a casa sua, avevo con me la macchina fotografica e, mentre lei scriveva in salotto, quasi all’improvviso, le scattai questa immagine, che amo molto, perché la riprende nel suo consueto modo di lavorare, sommersa da una moltitudine di bozze da rivedere, per qualche articolo che corregge senza sosta, in ogni angolo della casa e in ogni momento della giornata. Nella foto c’è anche la sua vecchia Olivetti; una macchina da scrivere che lei adora e dalla quale non riesce mai a separarsi, proprio come me che vivo perennemente in simbiosi con le mie fotocamere. L’incontro con Giuliana per me è stato sicuramente molto importante e ha segnato un momento decisivo della mia carriera di fotografo.
Giuliana Gargiulo – foto Augusto De LucaGiuliana Gargiulo – Augusto De Luca
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Augusto De Luca fotografa Carlo Giuffré
Era già da un po’ che il grande artista Carlo Giuffré non cavalcava le scene, quando seppi, per caso, che era tornato nella sua Napoli proprio per recitare, forse un’ultima volta. Si era, infatti, trasferito a Roma per studiare all’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico dove, tra i compagni di studio, aveva trovato amici che sarebbero poi diventati grandi interpreti del panorama nazionale: Mastroianni, Manfredi, Gassman, Panelli, Sordi e Bice Valori.
Desideroso di ritrarlo, telefonai subito al caro Tonino Cuomo, bravissimo regista e attore, che lo conosceva personalmente e gli spiegai che avrei voluto incontrarlo. Fu così che, il giorno dopo, mi aveva fissato un appuntamento con lui nell’albergo dove alloggiava. Ero emozionato all’idea di imbattermi in Carlo, perché era un’icona del teatro italiano e napoletano, avendo lavorato, da solo o in coppia con il fratello Aldo, con i più grandi registi della storia del cinema e del teatro italiano: Eduardo, Strehler, Visconti, Rossellini, Germi, Risi, Monicelli, Salce, fino a Benigni. La notorietà, però, come accade spesso, gli arrivò con la televisione e con il cinema. In quanti celeberrimi film lo avevo apprezzato quale straordinario interprete e con quanti famosissimi colleghi aveva duettato! Perfetto in ogni ruolo, dalle iniziali interpretazioni di giovani prestanti e fascinosi per affermarsi poi come attore dalla vocazione comica e grottesca e divenire, infine, anche un ottimo regista. Uno stile personalissimo, il suo, singolare fusione di ironia e pathos. Nel corso della sua carriera ha collezionato successi e prestigiosi riconoscimenti, tra cui, nel 1984, un Premio David di Donatello e una candidatura nomination Nastri d’Argento come migliore attore non protagonista per ‘Son contento’.
Insomma, stavo per trovarmi al cospetto di un vero mito, adorato dalle donne e con una grande passione per la sua professione e per la vita in genere. Mi presentai puntuale alle 10 e ci sedemmo ad un tavolo per fare colazione e, tra un caffè e cornetto, cominciò a raccontarmi dell’incontro, appena ventenne, che gli avrebbe cambiato la vita, con l’immenso De Filippo: “Eduardo mi fece fare una prova nel pomeriggio e la sera mi mandò in scena. Ero magrissimo, dovevo dire solo una piccola battuta, ma gesticolavo di continuo per la tensione e la trepidazione. Ed ecco che mi disse: “Levate chelle ppalette ‘a miez’”, incitandomi a calmarmi e a prestar attenzione alle mani. Così ho imparato immediatamente a contenerle in scena. Lui arrivava subito al dunque. C’era chi si spaventava e se ne andava, invece, a me è servito molto quel modo anche brusco di insegnare”. Restammo a chiacchierare per circa un’ora e poi ci spostammo in un salottino dell’albergo dove avevo individuato due fonti di luce che creavano dei fasci luminosi simili a due riflettori di scena. Posizionai la sedia avanti per farlo accomodare e fargli assumere diverse posizioni. Dopo qualche scatto, capii di avere il ritratto giusto. Mi ringraziò e mi invitò ad andare al teatro, dove avrebbe recitato il giorno dopo. Accettai, ma, a causa di altri impegni, dovetti rinunciare. Purtroppo, poco dopo, seppi che si era spento serenamente e, ancora oggi, ho il rimpianto di non averlo visto recitare dal vivo.
Che tu sia un Artista straordinario non mi stancherò mai di ripeterlo.
Carlo Giuffré – foto Augusto De Luca
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Augusto De Luca fotografa Pietro De Vico
Nel 1993 cominciai a lavorare al progetto fotografico di un libro ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, pubblicato da Electa Napoli nel 1995, incentrato su importanti uomini partenopei; io mi sarei occupato appunto delle immagini, la giornalista Giuliana Gargiulo, invece, si sarebbe dedicata alle interviste. Uno degli artisti su cui focalizzammo l’attenzione era il mitico attore Pietro De Vico, che andammo a trovare nella sua casa di Roma. Fin da piccolo aveva “respirato” Bellezza; nonno musicista, padre amante del teatro, zio professore di musica, per cui era naturalmente approdato alla recitazione. Esponente di spicco del teatro napoletano, macchiettista, caratterista dalla rara capacità di resa mimica, indimenticabili le sue notevoli interpretazioni comiche del balbuziente, a soli sei anni aveva debuttato con il geniale Eduardo Scarpetta, per poi creare con i suoi due fratelli, Antonio e Mario, la compagnia i Trio De Vico e proseguire una carriera straordinaria nella prosa impegnata. Ci accolse la moglie Anna Campori, cantante di operetta e bravissima attrice con cui Pietro ha condiviso tutta la sua vita, ben 62 anni di matrimonio, molti successi teatrali e televisivi e tanto avanspettacolo. Celebri i loro personaggi nella serie televisiva per ragazzi ‘La nonna del corsaro nero’, in onda tra il 1961 e il 1966, in cui lui vestiva i panni del balbuziente e pauroso nostromo Nicolino e lei quelli di Giovanna. La stessa Anna era figlia d’arte, entrambi i genitori attori, aveva debuttato nella compagnia teatrale paterna. Entrammo in un grande salone arredato con bellissimi mobili antichi, ci sedemmo, e lei, con un grande sorriso stampato sul viso, ci portò un buonissimo caffè. Dopo poco entrò il grande attore, anche lui con uno straordinario sorriso che ispirava simpatia. Quell’espressione la conoscevo bene perché l’avevo vista in televisione nei suoi innumerevoli film e commedie con Eduardo, Totò, Macario, Anna Magnani, e con tutti i più grandi artisti del tempo.
De Vico ci raccontò molti episodi della sua lunga carriera artistica: dall’inaugurazione dei tre canali televisivi, il primo nel 1954 a Milano, il secondo a Roma e il terzo a Napoli, ai titanici registi che lo avevano diretto, Eduardo, Antonio Calenda, Steno e Mario Monicelli, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Lina Wertmüller, Monica Vitti. Ci parlò dell’immenso Totò, che sul set cedeva anche ad una semplice comparsa la sua sedia con la scritta “Principe”, e poi disse che per lui Napoli era il paradiso, che della sua città conosceva ogni vicolo, dal primo all’ultimo, e che era proprio lì che avrebbe voluto riposare alla fine della sua vita. Nel soffermarsi sul racconto di questo suo grande amore, si avvertiva la grande nostalgia che aveva per la sua città; un velo di malinconia offuscò per un attimo il suo sguardo, ma, al contempo, i suoi occhi brillarono e, dopo un’istante, quel sorriso inconfondibile riapparve sul suo viso. Dal modo di parlare e dai suoi gesti trasparivano la sua bontà e una grande umiltà, dote che appartiene solo ai grandi protagonisti. Poi si alzò, camminava con l’aiuto di un bastone a causa di un ictus, che aveva avuto di recente, e mi fece vedere dei cartelloni con il suo ritratto; fu allora che mi venne l’idea di utilizzarli per una delle foto che realizzai con una polaroid, che subito dopo manipolai. Feci anche altri scatti in bianco e nero, ma poiché lui era stanco ed affaticato, capii che forse sarebbe stato meglio non insistere e, dopo un abbraccio affettuoso, andammo via. Io e Giuliana eravamo emozionati e commossi per la semplicità e l’umanità di quel grande interprete che, con il suo talento, ha contributo a diffondere l’Arte napoletana nel mondo.
Pietro De Vico – foto di Augusto De LucaPietro De Vico – polaroid di Augusto De Luca
Augusto De Luca fotografa Marisa Laurito
Marisa Laurito ha iniziato la sua carriera artistica lavorando con la compagnia teatrale di Eduardo De Filippo e, alla fine degli anni ’80, dopo il successo avuto con la trasmissione Quelli della notte, era diventata la regina indiscussa della televisione.?Dovevo fotografarla per il mio libro ‘Napoli Donna’, ma in quel periodo era talmente ricercata e piena d’impegni che assolutamente nessuno riusciva ad avere un appuntamento con lei, anche perché aveva appena iniziato con grande successo la conduzione del suo nuovo programma televisivo Marisa la nuit. L’unica possibilità per me era allora ritrarla alla RAI. Dopo vari tentativi, finalmente riuscii a trovare un aggancio e ad intrufolarmi nello studio televisivo proprio durante una puntata della trasmissione. Nella sala l’artista, con la sua grande verve, presentava alcuni personaggi e filmati e, di fronte, senza mai essere inquadrato dalle telecamere, c’era Renzo Arbore, di cui si sentiva soltanto la voce mentre interagiva con lei. Il mio fu veramente un blitz rischioso in tutti i sensi, anche perché il tempo a mia disposizione per il click era praticamente quasi nullo. Infatti, Marisa mi spiegò che avrei potuto fare qualche scatto solo durante quei due o tre minuti di pausa in cui andavano in onda i filmati e lei non era in diretta. Non ci sarebbe stato altro tempo materiale, dati i ritmi serrati. Nello studio, tra i tanti oggetti di scenografia, c’era una palma con una luna sullo sfondo e ne approfittai; le chiesi di mettersi in posa proprio lì e, in un lampo, la fotografai. Feci un unico scatto. Alla fine degli anni ’80 le fotocamere erano analogiche ed il risultato lo si poteva visionare solo dopo che la pellicola veniva sviluppata, quindi, fino ad allora tenni, il fiato sospeso. Fortunatamente andò tutto bene e questa che pubblico è la foto di cui parlo. Come amo le fotocamere digitali e la possibilità di vedere subito nel piccolo monitor sul retro le immagini appena realizzate! Marisa venne alla mia mostra agli Incontri Internazionali d’Arte a Roma e poi la rividi anche successivamente, in diverse altre occasioni. Donna vulcanica e simpaticissima, dalla battuta sempre pronta. In una parola: meravigliosa.
Credo che sia molto appropriata la stupenda descrizione che fa di lei la giornalista Gargiulo: “Il suo fascino è soffice come un babà al rhum, pastoso come un gattò di patate e cremoso come un bignè alla crema”.
Polaroid con Marisa Laurito e Augusto De LucaMarisa Laurito – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca fotografa Fabio Donato
Quando ho iniziato a cimentarmi con la fotografia, Fabio Donato era già uno dei fotografi più noti di Napoli, capace di intuire, con estrema lungimiranza, quei cambiamenti in ambito artistico e teatrale che si sarebbero puntualmente verificati e che, dagli anni Sessanta, hanno modificato l’angolo di osservazione di chiunque si accosti alla Bellezza con sacro rispetto e venerazione. Lo incontravo a tutte le mostre e in ogni evento culturale, era sempre presente e attivo, documentando la storia culturale della nostra città. Aveva una folta chioma alla Jimi Hendrix e sempre al collo la sua fedele macchina fotografica. Fabio è un fotografo poliedrico, perché il suo lavoro spazia dal reportage al ritratto e alla ricerca concettuale; sicuramente è tra quelli che hanno influenzato maggiormente le nuove generazioni di fotografi partenopei. Riservato e riflessivo è molto misurato e un uomo di poche parole. La sua maestria a penetrare il pensiero altrui, le intenzioni stesse dei protagonisti dei suoi scatti, il tentativo di trasformare i linguaggi e, con essi, mostrare la complessità del sociale, presuppone una naturale propensione all’interpretazione dei pezzi di realtà sui quali decide di soffermarsi che rende poi, in modo sublime, tramite la sua coinvolgente abilità nella comunicazione visiva, che diviene, appunto, racconto. Ricordo che anni fa mentre sfogliavo una rivista, rimasi colpito da un ritratto di Eduardo De Filippo che aveva uno sfondo nero ed era seduto di profilo appoggiando il suo mento sulle mani sovrapposte sorrette da un bastone; era straordinario e pensai che fosse la più bella immagine del grande Artista che avessi mai visto, che, ovviamente, era stata realizzata proprio da Fabio. Un giorno lo incontrai e, dopo aver elogiato quello splendido capolavoro, si offrì di regalarmi quella foto; ancora non sono andato da lui a prenderla, ma di certo non me ne dimenticherò e gli telefonerò presto. Quando gli dissi che mi sarebbe piaciuto fotografarlo, Fabio ne fu entusiasta e prendemmo subito un appuntamento all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove lui insegna fotografia ormai da diversi anni. Quel giorno andai un po’ prima all’incontro e girai in lungo e largo tutto l’edificio, cercando un’inquadratura o qualche scorcio che suscitasse particolarmente il mio interesse per lo sfondo del ritratto che avrei dovuto fare. Proprio nel chiostro, da una porticina laterale aperta, notai, all’interno, una grande quantità di statue in gesso di varia grandezza; il mio interesse fu subito catturato e, all’istante, capii che avevo trovato l’ambientazione adatta. Dopo poco incontrai Fabio e lo portai in quella stanza, facemmo qualche prova di inquadratura e, alla fine, scelsi una grande testa bianca; posizionai anche una luce riflessa su di un pannello, per avere una luce più diffusa, perché l’ambiente era buio. Furono diversi gli scatti, tutti buoni e soddisfacenti. Sia il posto che il personaggio erano molto interessanti, per cui risultò facile per me lavorare in tale situazione. Quando tornai a casa, infatti, controllando al computer i file, ero indeciso su quale immagine scegliere anche se poi optai per quella che mi aveva colpito per prima. Devo ammettere che, solitamente, è sempre il primo scatto quello che poi risulta essere il più efficace e, anche in quell’occasione, fu confermata questa vecchia consuetudine.
Fabio Donato – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca fotografa Pupella Maggio
Pupella Maggio straordinaria attrice napoletana una delle più grandi partner di Eduardo De Filippo. Alla fine degli anni ’80 Pupella abitava a Roma pur ricordando sempre con grande nostalgia la sua Napoli. Io, dopo averle telefonato, con il mio assistente e il fedele Bank fotografico (lampada con avanti un diffusore), da Napoli mi misi in viaggio per andare a ritrarla. Dopo qualche giro per Roma, all’epoca non esistevano i navigatori, trovammo casa sua e quando lei apri la porta io fui investito da un intenso odore che conoscevo molto bene: era profumo di ragù. Ricordo che di riflesso inspirai profondamente con il naso, socchiudendo gli occhi…mi sembrò di essere a Napoli. Pupella era una donna gentile ed umile e anche se per me rappresentava un’icona, un monumento del teatro napoletano, il suo modo di fare mi fece sentire subito a mio agio. Allora cominciai a cercare un posto per fotografarla. Guardandomi intorno mi colpi su di una mensola un ritratto di Eduardo con una sua scritta: “ a Pupella con amore, quello selvaggio del teatro “. Capii che avrei fatto la mia foto proprio insieme a quel ritratto. Le chiesi di prendere una maschera di Pulcinella che avevo notato nell’altra stanza, misi la luce in modo tale che sul viso di Pupella ci fosse una luce uguale alla luce che nella foto colpiva il viso di Eduardo e scattai. Sembrava quasi che Eduardo stesse li con noi in quel momento, illuminato dalla stessa luce…dal mio Bank.
Pupella Maggio – foto di Augusto De LucaPupella Maggio e Augusto De Luca
UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ! VIVA MARTONE
Vi ricordate di Orazio Smamma? È il personaggio di un film di Bellocchio che finge di essere defunto per vincere una volta tanto un premio in uno straccio di concorso, perché «in Italia i morti comandano» e solo dopo che uno è morto «i necrologi parlano di “Ingiustizia”, “Risarcimento”, i grandi intellettuali fanno autocritica in pubblico e i professori universitari, quelli che fino a qualche giorno prima mi consideravano Zero, Zero, hai capito, Zero, quei professori oggi obbligano i loro studenti a laurearsi su di me, ma poveracci, cazzo, poveracci» (da «Il regista di matrimoni»). Beh, senza voler augurare la morte a nessuno ed essere iettatori, possiamo suggerire ai migliori talenti del nostro cinema un altro trucco per vincere qualche premio: fingere di essere dispersi in mare ed essere stati ritrovati su un’isola deserta dopo qualche mese, tanto proprio su un’isola deserta stanno pure adesso. Parlo, se non l’aveste capito, di quello schifo del Festival di Venezia, dominato da una banda di minorati che, tanto per cambiare, ha colpito ancora. Ma come direte voi? Ma se «Il corriere della sera» ha trionfalmente dichiarato che è stata «una delle migliori edizioni di questi anni» nella quale i film premiati «toccano la vita e la morte», e hanno vinto addirittura film che sono «un salto nel buio produttivo…senza dialoghi» e via idolatrando? Sì, sì lallerò… Vita, morte, buio… Intanto però vince Netflix e continua a giganteggiare una formula autoritaria di distribuzione a pagamento riservata ai soli abbonati, ai soli soci del Club dei Migliori. E vince Wildbunch, che affila i coltelli per fare le scarpe a Netflix e si lancia sul mercato del download, anch’esso a pagamento, fatto sempre dai Migliori in foia di migliorie. Chi se ne frega se così ammazziamo la visione nazional-popolare rivolta a tutti e non solo ai Migliori; sì insomma la visione collettiva, magari in piazza aggratise l’estate, in mezzo alla gente comune. E invece viva la circolazione semiprivata dei film, con la scusa di parlare al solitario fruitore (in privato mi raccomando!) dei Problemoni. Già i grandi “probbbblemi” dell’Uomo (mi raccomando la U maiuscola) manco fossimo un cineclub della parrocchia dove quello che conta è il “dibbbattito”. Col cavolo che vince chi è capace di sparire dietro la macchina da presa, di dirigere con mano ferma attori eccezionali, di tenere tutto in pugno dalla prima all’ultima inquadratura, di servirsi di dialoghi brillanti, scoppiettanti, affascinanti, tipo «A qualcuno piace caldo»! Col cavolo che vince la professionalità vera e il senso dello spettacolo! Vincono i “grandi Probbblemi dell’Uomo” nei quali spicca il contenuto, mica l’arte. Oppure vincono i film “senza dialoghi” e senza capo né coda: i film fintopensosi, fintorustici, insomma finti e basta; quelli che ti lasciano ammutolito, schiacciato, frastornato, rimbambito, a chiederti “Ma avrò capito bene?”. Non c’è spazio per nessun artista in questo mondo di seriosi da salotto, di fasulli della porta accanto e di Porta a Porta, di perbenisti neoconformisti, che hanno sostituito i vecchi stereotipi coi nuovi stereotipi al grido di “freak è bello”, per non confessare che “massmediatico è bello”, o se preferite che “basta che la gente paga e obbedisce è bello”. È chiaro che in questa prospettiva per il film di Martone – «Qui rido io» – non c’era un briciolo di possibilità. Tutto sommato, meno male, così il regista non si è contaminato con l’orgia di schifezze della nuova comunità dei perbenisti, ignoranti e arroganti che esultano agli ordini di Netflix e invece di urlare “Sieg Heil!” urlano “Sì Rai!”.
Ricominciamo da capo. Se non avete visto il film correte a vederlo. E se non vi fidate di me fidatevi dei dieci minuti di travolgente standing ovation del pubblico a Venezia. Un pubblico che è molto più maturo di quelli che decidono in suo nome.
«Qui rido io» è semplicemente meraviglioso. Toni Servillo è semplicemente meraviglioso. Del resto la classe non è acqua. Mentre tutta questa manica di deficienti erano ancora poppanti, il grande teatro napoletano era già straordinariamente adulto. Grande teatro significa testi, registi, attori e tradizione. Qualcosa come la Comédie française o l’Opera italiana dei tempi d’oro. Ma voi credete sia un caso se vengono fuori personaggi come Verdi, Rossini, Molière? Credete davvero alle stronzate dei critici che parlano del “Canone” delle arti, stabilito dai critici, una banda di banditi, finti arbitri del gusto e realizzato dai grandi geni [!!] isolati quanto sdegnosi che mirano solo alle prime pagine dei giornali? Un grande autore, come un grande attore nasce da una tradizione vivente (e sottolineo vivente) che viene alimentata continuamente da un lavoro serio di generazioni di autori e di impresari, a partire da repertori di opere solidi e sperimentati, che vengono rinnovati con intelligenza. E a partire da un rapporto con il pubblico vero, in sala, non con quello virtuale. Rapporto caldo e vivo, che si rinnova continuamente con la partecipazione. In luoghi adatti, come il Teatro Valle di Roma, vergognosamente abbandonato dalle istituzioni, in cui sono state girate (non a caso) tante scene di «Qui rido io».
Il teatro napoletano non è nato dal nulla. Era già straordinario nel Settecento grazie a grandi autori in prosa e versi e a grandi compositori come Paisiello. Per questo è durato nel tempo, ovviamente rinnovandosi, ma non alla maniera dei minorati che sanno solo “rottamare” quello che non riescono ad uguagliare.
Eduardo Scarpetta, il personaggio a cui si ispira «Qui rido io», fu proprio un innovatore radicale senza essere uno squallido “rottamatore”. Eduardo “uccise” Pulcinella, per così dire, e ne prese il posto, creando un personaggio, Felice Sciocciammocca, che è una specie di Charlot e di Totò.
Sciosciammocca in napoletano significa chi sta a bocca aperta. ”Scioscia” vuol dire soffia e “soffia in bocca” (scioscia ‘mmocca) significa chi respira a bocca aperta, cioè sta sempre a bocca aperta, si meraviglia di tutto, è credulone, ingenuo. Ma solo in apparenza. Di fatto la sua ingenuità disarmante rivela tutto quello che il mondo vuole nascondere. Come il bambino che dice ingenuamente “il re è nudo” nella favola di Andersen e rivela quanto è stupido il re e quanto vile la sua corte.
In fondo il personaggio è una replica moderna del Pulcinella che «ridendo, ridendo diceva la verità». Lui la verità non la dice “ridendo”, ma «facendo ridere gli altri». Combina talmente casini che tutti prima ridono e poi pensano “Ma guarda un po’. Ma allora il mondo va proprio così?”. Se c’è qualcuno che gli somiglia è un suo contemporaneo egualmente “disimpegnato” e “impegnato” contro il potere e la stupidità: il personaggio di Fortunello, che fece furore nei nascenti fumetti Usa e fu per due generazioni la “coscienza infelice” (o felice?) degli americani senza coscienza. Fortunello era un monello, uno scugnizzo che parlava in irlandese stretto e sputtanava tutti e tutto con la sua disarmante ingenuità. Sciosciammocca, che parla in dialetto napoletano stretto, non è un monello ma il suo modo di muoversi, la sua goffaggine, i suoi capitomboli verbali e umani hanno la stessa qualità dei monologhi di Fortunello. Una qualità degna di Chaplin: quella di far ruzzolare continuamente la realtà e le persone seriose per trascinarle in una serie di carambole senza fine, un gioco che ti toglie il respiro, ti sfinisce, ma alla fine ti fa sentire sollevato. Salvo dalla depressione di chi crede di essere il Re del mondo per mascherare che è solo un poveraccio. La commedia più famosa di Scarpetta, quella che lo esprime al massimo, è «Miseria e nobiltà» che tutti conoscono grazie alla versione travolgente di Totò, il quale lo copiava a man bassa ma copiandolo faceva sopravvivere qualcosa del suo stile.
Ora, diciamocelo francamente: chi si confronta con questi modelli e da questi modelli è, per così dire, modellato, se sopravvive diventa un mostro di bravura. Un mostro che fa impallidire qualunque pigmeo generato da Netflix. Questo appunto è stato Eduardo De Filippo, figlio naturale di Eduardo Scarpetta e obbligato a essere quello che è stato, fin da bambino, con una spietata determinazione dal padre. Eduardo lo ha raccontato in tante interviste: il padre lo trattava come uno schiavo, a un punto tale che quando da grande ebbe l’occasione di recitare le commedie di Sciosciammocca gli veniva da vomitare. Ma forse questa nausea non dipendeva solo dalla disciplina severissima di chi lo aveva educato: forse la sua nausea derivava edipicamente dalla difficoltà di padroneggiare gli istinti aggressivi contro un tale padre che era un padre padrone ma anche un padrone straordinario. Forse il problema enorme del piccolo Eduardo è stato confrontarsi con un simile genio ed essere all’altezza delle sue aspettative.
Il risultato di questo confronto, di questa lotta interiore, di questo corpo a corpo tra geni che somiglia alla Gigantomachia è stato divenire «uno dei più grandi drammaturghi della nostra epoca», come dice l’ultima didascalia del film di Martone. È proprio vero. Il film sembra un omaggio a Scarpetta, in realtà è un segreto omaggio a suo figlio Eduardo, al frutto di questa terribile lotta silenziosa che sacrifica la vita mortale in nome della Vita Immortale dell’Arte.
Il miglior complimento che si può fare a Mario Martone è di aver accettato la sfida e avere vinto la stessa lotta. Il suo film è degno di una commedia di Eduardo: anzi è una nuova commedia di Eduardo di Filippo, scritta da un altro che ha imparato la lezione e ha superato il maestro. Un altro che è capace di un simile successo perché è un uomo di teatro vero e non un damerino affatturato patito dei programmi della Gruber; qualcuno che sa cosa significhi mettere in scena un testo solido e scritto bene, con attori straordinari ben diretti e con una scenografia bellissima e accuratissima. Senza dimenticare il valore di una cultura profonda, di una conoscenza perfetta delle fonti, grazie alle quali il mondo che egli ricrea è credibile, autentico, nello spirito non solo nella lettera, come fanno i biopic oleografici e diligentissimi.
La storia di Scarpetta, rivissuta con «animo perturbato e commosso», è a suo modo esemplare. È la storia di un uomo fuori dal comune che però vive in un modo decisamente inferiore a quello delle persone comuni. Un uomo che crea e ricrea continuamente il mondo, ma non riesce a costruire il suo mondo. Un uomo che sembra il simbolo della libertà e della irriverenza e che invece è un tiranno nemico di ogni libertà, che costringe tutti quelli che lo circondano a vivere solo in funzione sua.
Scarpetta è il re di una piccola tribù di poveri mortali, asserviti al suo egocentrismo e alla sua onnipotenza, costretti a coabitare e a venerare il Dio che li comanda senza poter varcare mai le colonne d’Ercole che li imprigionano. Di questa tribù fanno parte nove figli avuti da donne diverse, obbligate a convivere e coesistere anche se si detestano: ed esse, come i loro figli, stentano a restare al passo del loro Padrone, che corre sfrenato sempre un passo avanti tutti.
Eppure anche lui, questo Superuomo, finisce col cadere su una buccia di banana: la buccia, si fa per dire, è un altro Superuomo, il grande Vate d’Italia Gabriele D’Annunzio. Eduardo Scarpetta assiste a una rappresentazione della «Figlia di Iorio» e di colpo ha un’idea geniale: trasformarla in una parodia che si chiama «Il figlio di Iorio» in cui reciterà vestito da donna. Chiede il permesso di farlo al Vate, rievocato in una scena divertentissima: «a metà tra le strisce di Crepax e Totò all’inferno» come ha detto il regista. Il Vate, compiaciuto per un momento nella sua vanità, glielo accorda. Ma un momento dopo già pensa di revocarlo. L’ossessione sono i suoi debiti e ogni occasione è buona per fare quattrini. Ed ecco allora che il poeta superiore agli uomini ridiventa l’omuncolo che è sempre stato e cita in tribunale l’esterrefatto Scarpetta-Sciosciammocca, chiedendo i danni e accusandolo di plagio, anche se era solo uno scherzo. Il bello è che mezza Napoli gli va appresso: la stessa Napoli che impazziva per Sciosciammocca si rivolta contro Scarpetta e lo umilia pubblicamente, accusandolo di ogni nequizia e proclamando la sua morte civile, la stessa che egli aveva inflitto a Pulcinella.
L’analogia è solo strumentale. La “morte” di Pulcinella era un normale avvicendamento di generazioni e somigliava piuttosto a un pensionamento che a un delitto. Invece la “morte” di Sciosciammocca è un assassinio vigliacco e odioso, un omicidio commesso dagli odiosi seguaci del Superuomo, decisi a diventare presto piccoli Superuomini anche loro, cioè fascisti tanto per non girarci intorno. Non a caso il “delicato” poeta Salvatore Di Giacomo firmò ignobilmente, anni dopo, il manifesto degli intellettuali fascisti e fu ricompensato con il titolo di Accademico d’Italia. Quelli come lui sono naturalmente nemici del povero Sciosciammocca, trascinato in tribunale e nelle piazze per ridere di lui. Non è una cosa nuova per Napoli. Fatte le debite proporzioni si pensi a come il popolaccio napoletano schernì gli eroi della Rivoluzione del 1799, come la figlia del principe Santobono Caracciolo, trascinata nuda per le strade per umiliarla.
Ma la verità non è quella che viene sbandierata. D’Annunzio non si può toccare perché è protetto dai potenti che non si possono toccare. Ed è il beniamino della società perché è un giullare che compiace questa società, esattamente come fanno oggi i giullari da massmedia. Invece Pulcinella, solo in apparenza giullare, è l’uomo che deride i potenti e per questo è pericoloso.
Non vi dirò come va a finire questa storia incredibile, tipica dei paesi dittatoriali: vi posso solo dire che il processo ricalca accuratamente quello che si svolse davvero tra 1906 e 1908, provocando un putiferio. Se mi è permesso, vorrei aggiungere un’osservazione alla rievocazione – bellissima – di questa vicenda dolorosa. Non è vero che allora tutti stavano dalla parte di D’Annunzio, anche se purtroppo ci stavano i gangster napoletani, della stessa pasta degli altri criminali che prenderanno il potere guidati dal boss Mussolini. Gli spiriti liberi sono sempre esistiti e sempre esisteranno, alla faccia di tutti quelli che sognano solo Mussolini, a cominciare da coloro che fanno RaiStoria e con la scusa della storia parlano di Mussolini al ritmo di una sera sì e una sera no (l’altra sera parlavano di Hitler, fateci caso!).
Gli spiriti liberi a D’Annunzio lo hanno sempre fatto a pezzi. Per scoprirlo basta consultare un libro stupendo, difficile da trovare: «D’Annunzio nella caricatura mondiale» curato da Gec, un grande fumettista, e pubblicato (udite, udite!) nel 1941 dalla Garzanti. In questo libro non mancano le caricature sulla «Figlia di Iorio» e la sua nauseante retorica falso-popolare, a metà strada tra «Un posto al sole» e «Gomorra». Come quelle, divertentissime, di Filiberto Scarpelli su «Il travaso», con D’Annunzio che balla la tarantella, travestito da contadino abruzzese insieme a Eleonora Duse travestita da “figlia di Iorio”.
Non mancano neppure le caricature del povero Scarpetta sul banco degli imputati, scherzoso risarcimento della sua sventura, come quelle di Nirsoli sul «Pasquino».
Se è così, se continua ad essere vero che “una risata vi seppellirà”, invitiamo tutti a farsi una fragorosa risata davanti al cinema dei “probbbblemi” e dei Padroni. E piuttosto che fingersi morti per avere un premio, invitiamo tutti a fingersi stupidi, come Felice Sciosciammocca, come Pulcinella, come Fortunello, ridendo a crepapelle insieme a loro. Prima o poi risorgeremo, seri seri dopo tante risate: come i figli dimenticati, che non possiamo dimenticare perché hanno fatto cose che nessuno potrà mai dimenticare.