SAUL LEITER – Quando la fotografia è sogno/SAUL LEITER – When Photography Becomes a Dream

“Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto.
Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografato.
Sono frammenti di possibilità infinite”
– Saul Leiter

Una New York inedita, quella di Saul Leiter, (1923-2013) pittore e fotografo di una quotidianità inaspettata, ripresa in scorci che esaltano la sua visione intima della città. 
Quanta bellezza nella sua fotografia per nulla documentaristica; o meglio ciò che l’autore documenta è un suo vissuto interiore proiettato nella scelta delle inquadrature e dei diaframmi, elementi della fotografia che padroneggia magistralmente.
Il colore è un linguaggio, se vogliamo mutuato dalla pittura alla quale si è dedicato, e Leiter lo assume rendendolo audace protagonista di alcuni  scatti nella piena armonia delle forme rappresentate: un’estetica preziosa, fatta di equilibri che appagano lo sguardo.
Un talento innato, uno stile inimitabile che crea suggestioni quante la mente può essere stimolata a produrre.
Visioni di una percezione singolare, spazi occupati da esseri umani in rapporto a se stessi e agli oggetti di contorno, un dinamismo interno che scatena la volontà dell’osservatore intento a risolvere l’enigma. Qui mi ricorda Diane Arbus con la quale Leiter è stato in contatto, La Arbus degli ambienti ripresi secondo la sua personalissima intenzione.
I “frammenti di possibilità infinite” è la concezione che meglio spiega la ricchezza creativa dell’autore.
La nitidezza delle immagini non è contemplata nelle sue fotografie; Leiter predilige gli sfumati ottenuti dagli scatti attraverso finestre appannate o inondate di pioggia, cieli ostruiti da nuvole e foschia: pura poesia. Vetri riflettenti e specchi sono partecipi di uno scenario urbano rivalutato; contenitori di presenze di cui non avremmo coscienza se non fossero declinate nei modi inconsueti della sua fotografia, segrete apparizioni svelate a noi, ignari passanti.
Un autore deve poter osare nel comporre le sue opere, rigettando i canoni classici dei formalismo fotografico; un realismo magico che incanta e seduce.
Anche i corpi hanno una collocazione nel corpus delle sue opere. Nudi femminili sussurrati, mai ostentati, in  apparente contraddizione con il suo lavoro di fotografo di moda; una presenza molto dosata nell’esposizione alla Reggia di Monza, corpi riflessi da specchi complici del gioco intrigante del concedersi all’occhio del fotografo.
Quanto vi ho raccontato emerge dalla mostra realizzata da Vertigo Syndrome e DiChroma Photography, con l’ottima curatela di Anne Morin. Visitabile al Belvedere della Reggia di Monza fino al 27 luglio di quest’anno. La prima grande esposizione italiana dedicata a Saul Leiter. Le immagini esposte sono perlopiù datate fra gli anni Quaranta e Sessanta.
Mi trovo sorpresa e incantata da questo immaginario esaltante che decostruisce l’ordinario quotidiano rendendolo Altro, in una gradazione compositiva di eccellente fattura.
Niente è più bizzarro della banalità direbbe Sherlock Holmes.
La pratica della flânerie rende accessibile la scoperta, l’incontro con ciò che la macchina fotografica trasformerà in quei frammenti di possibilità infinite. L’antidivo della fotografia mondiale ci ha regalato, in tal modo, emozioni che si ricordano con piacere. Non trovo un limite nella sua fotografia.
Riporto una didascalia presente nell’esibizione di cui parlo:
“Le immagini di Saul Leiter nascono sul filo del tempo prima che il racconto possa davvero iniziare. Un gesto, un dettaglio, quasi nulla. Durano quanto un battito di ciglia, sospese sul margine di qualcosa che sfugge.”
– Anne Morin
Biografia essenziale di Saul Leiter:
figlio di un rabbino, Saul Leiter interrompe gli studi teologici imposti  dal padre del quale non vuole ripercorrere le orme. Nato a Pittsburgh si trasferisce a New York nel 1946 per dedicarsi alla pittura. Introdotto nel mondo dell’arte a New York da colleghi come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, Leiter continua gli esperimenti fotografici iniziati da adolescente, in bianco e nero e a colori, spesso utilizzando pellicole Kodachrome 35 mm. Un capitolo della sua vita è dedicato alla fotografia di moda per alcune famose testate fra cui Elle, Esquire e Harper’s Bazaar – Foto eleganti di gran classe.

“I look through the camera and take pictures.
My photographs are the smallest part of what I see that could be photographed.
They are fragments of infinite possibilities.”
— Saul Leiter

Saul Leiter (1923–2013) captured an unseen New York—an unexpected everyday life—through the eyes of a painter and photographer, presenting glimpses that exalt his intimate vision of the city.
There’s such beauty in his photography, which is far from documentary in nature; or rather, what he documents is an inner experience projected through his choices of framing and aperture—elements of photography he masters with elegance.
Color becomes a language—perhaps borrowed from painting, his original passion—and Leiter uses it boldly, making it the daring protagonist of some shots, perfectly harmonizing with the forms depicted. His aesthetic is precious, made of visual balance that pleases the eye.
A natural talent, an inimitable style that stirs as many emotions as the mind is able to conceive.
His work reveals a unique perception—spaces inhabited by people in relation to themselves and to the objects around them. There’s an internal dynamism that compels the viewer to unravel the enigma. He brings to mind Diane Arbus, with whom Leiter had contact—Arbus and her spaces, captured with her deeply personal intent.
“Fragments of infinite possibilities” is the idea that best explains Leiter’s creative wealth.
Sharpness is not a priority in his photography; he favors the soft tones achieved through shots taken behind fogged or rain-covered windows, skies blurred by clouds and haze—pure poetry. Reflective glass and mirrors participate in his urban tableaux, hosting presences we wouldn’t be aware of if not revealed in the unusual ways of his photography—secret appearances disclosed to us, the unsuspecting passersby.
An artist must dare when creating, rejecting the classic canons of photographic formalism; his is a magical realism that enchants and seduces.
Even bodies find their place within the body of his work. Whispered, never flaunted, his female nudes appear in apparent contrast to his career as a fashion photographer. Their presence is carefully measured in the exhibition at the Royal Villa of Monza—bodies reflected in mirrors, complicit in the intriguing game of yielding to the photographer’s gaze.
This impression emerges from the exhibition produced by Vertigo Syndrome and DiChroma Photography, brilliantly curated by Anne Morin. It can be visited at the Belvedere of the Royal Villa of Monza until July 27 of this year. This is the first major Italian exhibition dedicated to Saul Leiter, showcasing images mostly dating from the 1940s to the 1960s.
I find myself surprised and enchanted by this exhilarating imagery, which deconstructs the ordinary and transforms it into something Other, through a compositional finesse of exceptional craftsmanship.
“Nothing is more deceptive than the obvious,” Sherlock Holmes might say.
The practice of flânerie opens the door to discovery—to the encounter with what the camera will transform into those fragments of infinite possibilities. This anti-celebrity of global photography has gifted us emotions to remember with pleasure. There’s no limit in his photography.
Here is a caption from the exhibition I mentioned:
“Saul Leiter’s images are born on the edge of time, before a story can truly begin. A gesture, a detail, almost nothing. They last as long as a blink of an eye, suspended at the threshold of something elusive.”
— Anne Morin
A Brief Biography of Saul Leiter:
The son of a rabbi, Saul Leiter abandoned the theological studies imposed by his father, whose path he refused to follow. Born in Pittsburgh, he moved to New York in 1946 to pursue painting. Introduced to the New York art scene by colleagues such as Richard Pousette-Dart and W. Eugene Smith, Leiter continued the photographic experiments he had begun as a teenager, working in both black and white and color, often using 35mm Kodachrome film.
A chapter of his life was devoted to fashion photography, working for major magazines such as Elle, Esquire, and Harper’s Bazaar—creating elegant and refined images of great class.


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ISTANTI DI LUOGHI

Cominciando a capire il mondo attraverso l’immagine,
capivo l’immagine, la sua forza, il suo mistero

Michelangelo Antonioni

Ritrarre stanze e scorci di ambienti rientra nell’ampia casistica della fotografia universale, dai grandi autori ai fotografi amatoriali.

La fotografia d’interni la incontriamo prevalentemente  nelle riviste di arredamento, dove appaiono simmetrie confortanti, composizioni eccellenti che raffigurano equilibri impeccabili che si riscontrano in spazi ben progettati.

Ma qui siamo alla ricerca di una visione più calda degli ambienti, che si contrappone a quella degli spazi ripresi nella loro fredda staticità.

La relazione fra gli oggetti è l’elemento chiave di questo genere di fotografia, che ci porta  nel mondo interiore dell’autore dello scatto, colui che vede e porta a galla, con un colpo d’occhio, ciò che affonda nella sua immaginazione, riscontrabile negli oggetti di uso quotidiano.

Sia detto per inciso, mi spingo a volte in vertiginose correlazioni tra cinema e fotografia: Michelangelo Antonioni nei suoi film indugiava nel riprendere gli oggetti di un interno, invitando lo spettatore a godere di una semiosi del tutto intenzionale.

Patrizia Minelli è una buona interprete di questi istanti di luoghi, e ci trasporta nel suo  mondo di piccole cose, nel suo sogno. Gli oggetti si riscattano dalla passività che viene loro abitualmente assegnata e diventano protagonisti di una storia da ricostruire partendo dai frammenti di un ambiente.

Per ricordare un nome altisonante, Diane Arbus, celebre fotografa del Novecento, nota prevalentemente per i suoi freak, eseguiva anche foto di  interni, espressione di quell’enigmaticità che le era propria, interprete della fotografia senza data scadenza.

Nella società della fotografia di massa privilegio queste esperienze più singolari, che si differenziano dall’opacità di visione derivante da un uso inconsapevole del mezzo fotografico.

Detto e ridetto da tutta la letteratura critica sulla fotografia, la scelta di un soggetto ha un’intenzionalità che oscilla tra il vissuto dell’autore e la cultura di appartenenza, le esperienze di vita, la concezione estetica.

Vi lascio ora alle fotografie di Patrizia, con l’invito a soffermarvi sulla  sua narrazione: cercate le risonanze se ve ne sono per voi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Patrizia Minelli