Strange days

Mary-Jo
Mary-Jo ha scelto da sola il suo nome e il suo nuovo avatar ha
iniziato a comporsi in base alle specifiche scelte sul catalogo, e
alla personalizzazione-con supplemento-gestita da lei stessa.
Ora Mary-Jo ha un ologramma nuovo, molto attraente, che
prende docilmente il suo posto se non le va di uscire di casa.

Vetrina
Nei negozi specializzati, dal tetto pendono i fermentatori in cui,
illuminati da luci fredde, galleggiano i feti, costruiti secondo le
specifiche di chi li ha ordinati.
In linea di massima, anche i neri vogliono figli bianchi, con
grandi occhi azzurri e capelli biondi.
In linea di massima, scelgono quasi tutti il modello baby angel,
nelle sue ventiquattro varianti somatiche.
In linea di massima, il mondo sta avviandosi a diventare banale,
un mondo in cui i desideri dei genitori finiranno per
condizionare definitivamente i figli, che si assomiglieranno
tutti, ed il futuro della specie.

Scarpe
Mary-Jo desiderava un paio di scarpe adatte alla serata, ne dettò
le caratteristiche al sintetizzatore materiale, il biomisuratore
calcolò la taglia esatta, in pochi minuti furono scolpite dentro la
stampante tridimensionale.
Mary-jo indossò le scarpe, dopo averle lasciate raffreddare sul
condizionatore, pensando con soddisfazione interiore a quando
era costretta ad andare in giro nel traffico congestionato della
metropoli, perdendo un sacco di tempo nei negozi a cercare le
scarpe che le piacevano. Per non parlare della delusione
derivante dagli acquisti online: problemi con i materiali, con i
colori, con le taglie.
Mary-Jo prese una lastrina di psicofarmaci liofilizzati, dosati
secondo le esigenze della sua condizione emotiva, la mise sotto
la lingua, si guardò le gambe fasciate nelle calze fluorescenti,
rimirò le scarpe nuove, si sentì pronta alla festa.

Fiera
Alla Fiera della Psicoanalisi, gli stand sono arredati in maniera
sobria, si nota la prevalenza di chaise-longue d’autore, spesso
provenienti da collezioni private.
Scrivanie fine ottocento, manufatte in legni ormai estinti, e i
venditori di felicità ben pettinati e con il loro sicuro sorriso
sereno, dello stesso tipo di quello che saranno capaci di traslare
sul vostro viso. Denti bianchissimi inclusi, una équipe di
igieniste orali ora pronta a rifarvi la luminosità del ghigno,
a n c h e s i n t e t i z z a n d o u n a f o r n i t u r a d i d e n t i d a
installare, completamente nuovi.
Tutte le carte di credito sono accettate, pagate anche con il
vostro terminale palmare, la Banca Mondiale vi ricorda la
comodità di associare al pass digitale di accesso alla fiera un
conto con plafond illimitato, spendi oggi e paga dopodomani,
questo recitano gli ologrammi fluttuanti negli stand della fiera.
E se non volete partecipare di persona, potrete prenotare un
appuntamento online con il terapista desiderato, pagando anche
con criptovalute.
Fuori, negli ordinati parcheggi, branchi di Figli di Nessuno
aspirano idrogeno dagli scarichi ecologicamente corretti delle
limousine in attesa dei ricchi padroni.

Ratti
Il cielo brulica di astronavi, che lasciano scie argentate sul
verde muschio dello sfondo.
Le cupole urbane, climatizzate con immissione di mix
bilanciati di essenza profumate e neurotrasmettitori,
garantiscono un eccellente livello di soddisfazione per gli
abitanti delle colonie.
Nel sottosuolo invece, gli indigeni divorano tonnellate di
spazzatura, rinforzandosi sempre di più.
Da lì a poco, senza che nessun guru comunicazionale lo abbia
previsto, inizierà l’era del Ratto Dominatore.
Settecento milioni di ratti ipernutriti sono pronti a dominare
alcune migliaia di cloni umani, indeboliti dalle troppe comodità
dispensate dai robot: le macchine avrebbero tradito la loro
fiducia, ma ancora gli umani non lo sanno.


Foto di copertina: © Antonio Musotto




Coppia in un interno

Piano attico di un edificio in una via centrale. Dal terrazzo si può, sorvolando serbatoi d’acqua ed antenne paraboliche, vedere il mare.

Entriamo da una finestra, con lo zoom della telecamera che trapassa i vetri della porta-finestra, e ci introduce in questo interno di un appartamento borghese.

La stanza è elegantemente arredata; tutto è molto sobrio, funzionale.

I quadri alle pareti hanno la propria illuminazione dedicata, alcuni sono olii, altri multipli d’autore, e sono perfettamente accoppiati a cornici di valore.

Su di un divano una coppia.

Una piccola foresta di kentie rende piacevole questa porzione di camera.

Lei legge un libro, ha gli occhiali da presbite leggermente scivolati sul naso, e con la mano libera si attorciglia i capelli.

Le gambe sono raccolte sotto al bacino, alcuni cuscini la sostengono nella comoda posa che si è scelta per andare avanti nella lettura del romanzo, il titolo non lo distinguiamo, ma sicuramente sarà un autore sudamericano. Forse la Allende.

Nella libreria a giorno molti titoli di Isabel Allende.

Lui guarda la televisione, il telecomando appoggiato sulle ginocchia.

Qualche anno fa avrebbe fumato la sua pipa preferita, ma il medico gli ha consigliato di smettere.

E lui ha smesso. Anche con i cocktail Martini, che gli tenevano compagnia davanti alla tivvù.

Ha un quotidiano ripiegato vicino alle gambe, lo ha aperto per controllare il titolo del programma che stanno trasmettendo.

Camera indietro, lentamente l’operatore riporta la scena all’esterno del palazzo, il sole è tramontato, il mare è colore dell’oro fuso, il traffico è impazzito, come sempre.

Lei alza un attimo gli occhi dal libro in cui era precipitata, e chiede “cosa stavi guardando?”

“coppia in un interno” risponde lui.

“ah, e di che parlava?” continua lei con una inflessione della voce che non tradisce nessuna particolare emozione.

“mah, niente di interessante, c’era una coppia in un appartamento borghese, sembrava quasi Palermo; lui guardava la televisione, lei leggeva un libro. Non si sono detti niente tutto il tempo”.

Lui spegne la televisione, lei riprende nella lettura, cambiando posizione alle gambe: un bottone del cuscino che ha sotto smaglia il collant, ma lei non ci fa caso, prima di andare a letto lo butterà nella spazzatura, ne prenderà uno nuovo dalla confezione patinata per l’indomani.

Scorrono i titoli di coda, lui riguarda sul giornale il titolo del film che stava distrattamente osservando.

Spegne la televisione e ricomincia a sfogliare il giornale.

Anch’io spengo la televisione, guardo lei che continua a leggere, non abbiamo nulla da dirci, è normale.

Vorrei dirle hai il collant sfilato, lei forse vorrebbe dirmi quando vai a letto metti il giornale nel sacchetto della carta da riciclare, ma non è il caso di turbare il perfetto equilibrio di questa sala da pranzo.

“quelli in tv sembravamo noi” dico piano.

Lei mi guarda per un istante poi riabbassa gli occhi sulle pagine del volume.

Macchina indietro, il piano di ripresa diventa panoramico, ora sorvolando le antenne paraboliche ed i serbatoi d’acqua si allarga fino a comprendere il mare, nel quale si specchia la luna, gialla da aura di scirocco, il traffico è scarso, anche stanotte nulla di nuovo sotto la luce del satellite.

Palermo, 15 dicembre 2002.

Questo racconto è tratto dal libro di Antonio Musotto intitolato Todo Mundo II, Storie umane e non, Qanat Edizioni, 2018


Immagine di copertina © Antonio Musotto




È state

Siate romantici, ma con discrezione.
Siate poetici, facendo finta di nulla.
Fate come vi pare, guardandovi intorno.
Sorridete, se necessario.
Piangete a vanvera.
E mangiate molti frutti rossi, lasciano un bel colore sulla labbra.
Ricordate sempre che il basilico non cresce tutto l’anno, potremmo mai riuscirci noi?
La cioccolata torna tra un po’, ma ci sono i gelati.
Il cambio di stagione ci starà sulle palle anche quest’anno, ma lo faremo, forse.
Uscendo poco ho calato 4 vestiti, forse neanche mi va più di uscire, non va bene?
Lo so, ma non basta.
Il sole non è più lo stesso, ma in fondo in fondo neanche noi.
La ricorderemo come l’estate della resistenza, quella in cui tra una mascherina e un vaffanculo, ognuno di noi ha sentito vicina la paura di morire e continua a sentirla; anche quelli che dicono è solo un raffreddore più forte degli altri, negando hanno più timore di tutti, ma così tanto che se lo nascondono.
La ricorderemo come l’estate pirandelliana, finalmente è evidente che tutti abbiamo una maschera, sperando di ricordarlo e che tutto questo abbia un termine.
I tramonti sono solo scelte di emisfero che la luna sfrutta a suo vantaggio, ma in certi momenti è meglio non pensarci; se vi dovesse capitare non era il tramonto giusto, cambiate viale.
Buon.
 
 




Chiluzzo

per Mathilde

Era una biondina dal bel seno e dalla pelle bianchissima; senz’altro straniera.
     Aveva in affitto un appartamento, ricavato all’interno delle antiche mura della città, con un balconcino stretto e lungo a non più di un metro e mezzo al di sopra del banco di marmo su cui Chiluzzo tagliava ogni giorno tranci di pesce spada, svuotava calamari, apriva con un coltello acuminato ostriche e ricci da servire ai turisti del “molto, molto pittoresco” ristorante in cui lavorava.
     Era stata subito adottata dalla gente della piazza. Soltanto all’inizio, appena arrivata, due malacarne l’avevano seguita intenzionati a scipparla, ma era bastato il fremito della “panza” del “signò” Ciro a farli allontanare.
     Quando “l’inglisa”, come da subito avevano cominciato a chiamarla, indossando un cappello di paglia e un caffetano azzurro, traversava piazza Kalsa diretta al mare, a visitare un monumento o chissà dove, tutti la guardavano: i venditori ambulanti, gli sfasciacarrozze, gli sfaccendati seduti ad ascoltare alla radio canzoni neomelodiche, le donne dietro i banchetti delle sigarette di contrabbando e anche Chiluzzo s’imbambolava a osservarla e smetteva di impilare i cartoni di birra sul carrellino.
     Il movimento dell’orlo del caffetano gli ricordava quello delle onde del mare e lo calmava: perché in lui, da sempre, o almeno da quando era in grado di ricordare, covava una rabbia contro tutto e tutti: per il proprio aspetto, troppo basso e peloso; per il suo lavoro in nero, per quel continuo squamare pesci che altri avrebbero mangiato. Era come avere un gatto aggrappato allo stomaco. A volte era più feroce degli altri giorni e lui doveva sforzarsi per non aggredire qualcuno, così, senza motivo. Riusciva a calmarsi solo quando strappava il grumo sanguinolento delle interiora dai pesci sul banco e le gettava ai gatti in attesa o quando guardava “l’inglisa”.
     Una mattina gli era passata così vicina da essere riuscito ad avvertire il suo profumo. Più di una volta guardandola camminare, inebetito e stupito al tempo stesso, aveva rischiato di far cadere le cassette di birra dal carrellino. E Ninì, il principale, lo aveva richiamato.
     «Unnè cosa tua. Pensa a travagghiari1»
     Lui aveva continuato a sollevare le casse, indifferente, perché, si consolava, aveva un altro posto, solo suo, per guardarla indisturbato.
     La sera quando l’alogena era accesa sul bancone da lavoro la luce lambiva la strada da cui sarebbe tornata; bastava aspettare e alzare ogni tanto lo guardo verso il balconcino.
     Una volta era anche venuta a cena al ristorante, ma non era stato come lui aveva immaginato.
     Era arrivata in compagnia di un ragazzo dalla camicia firmata e le scarpe lucide. Chiluzzo lo aveva odiato con tutte le proprie forze e ancora di più. Aveva odiato anche se stesso, per quel suo lavoro da niente che gli impediva di uscire da dietro il bancone e saltare addosso a quel fighetto. Anche se i due erano molto vicini, non riusciva a distinguere il profumo di lei, coperto da quello della colonia dell’altro, costata, lo sapeva, almeno quanto il suo guadagno di una settimana di lavoro.
     Si era vendicato, però: quando il ragazzo aveva ordinato di gamberoni glieli aveva serviti senza togliere il tratto scuro dell’intestino. Mangiasse anche la cacca: lo meritava.
     L’inglisa invece gli aveva dato soddisfazione: alla fine della cena, dopo aver bevuto con calma il limoncello della casa si era alzata, aveva rivolto poche parole al suo accompagnatore, lo aveva salutato con un cenno rapido della mano ed era andata via.
     Chiluzzo l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando l’aveva vista girare l’angolo, mentre, il ragazzo guardava “imparpagliato” la punta dei propri mocassini, pagava il conto. Lui, invece, aveva aspettato che la luce dell’appartamento sopra la sua testa si accendesse e solo allora si era concesso un sorriso.
     Non avrebbe saputo dire, ma forse quella sera era stato felice.

     La serata era torrida.
     Le finestre delle case, anche di quella sul banco del pesce, erano spalancate.
     Chiluzzo raccolse con le dita della mano uno sbuffo d’acqua dalla bacinella accanto a lui, la spruzzò sui pesci del bancone, guardò verso l’alto. Senza nessuno sforzo, se non quello di alzarsi sulle punte delle scarpacce da lavoro, la vide passare e ripassare dietro le imposte aperte, sedere sul divano giallo, alzarsi, andare nell’altra stanza, tornare, con la stessa leggerezza di quando traversava la piazza.
     La spiò attento, gli occhi spalancati.  
     Poi l’inglisa chiuse le tende e a lui non rimase altro che osservare la sagoma di lei muoversi nella controluce.
     Alla fibrillazione si sostituì la delusione e Chiluzzo ricominciò, stizzito, a sventrare pesci e ad aprire frutti di mare, ma quella era una sera d’afa, scirocco e sorprese, perché, cinque minuti dopo, l’inglisa riaprì le tende e si affacciò, sporgendosi verso il filo di metallo usato per stendere la biancheria.
    Per Chiluzzo fu un’apparizione: se avesse alzato il braccio avrebbe potuto toccarle le mani. La guardò ancora e ancora: aveva i piedi scalzi e indossava qualcosa di bianco, lungo appena oltre il ginocchio. Sembrava, pensò, uno di quei dolci d’albume preparati da sua nonna quando lui era bambino. Più che un ricordo era una sensazione, come sentirsi dentro un silenzio simile a quello dei corridoi delle elementari quando, durante le ore di lezione, lo allontanavano dall’aula; un estraniarsi ovattato che però sparì quando un alito di vento caldo mosse le foglie degli alberi e un cameriere batté sul banco per sollecitare la spigola alla brace da servire. Lui tolse in automatico il grosso pesce dalla griglia, lo dispose sul piatto di portata, continuò a guardare verso il balconcino.
     L’inglisa scosse oltre la ringhiera qualcosa di azzurro che si distese nell’aria con uno schiocco. Chiluzzo riconobbe il caffetano: lo aveva lavato e lo stendeva ad asciugare. Lo aveva appena ripiegato sul filo di metallo, quando una raffica di scirocco lo agitò, lo gonfiò, lo fece volare prima che lei potesse fissarlo con le mollette.
     Chiluzzo lo vide fluttuare nell’aria, cadere e scivolare all’interno dello spazio tra il banco frigo e il muschio delle mura.
     L’inglisa arrivò subito dopo: girò l’angolo e andò, quasi di corsa, verso il banco. Cercò con lo sguardo in direzione del punto in cui sarebbe dovuto essere il caffetano, non lo trovò, si voltò confusa verso Chiluzzo. Sulla lunga maglietta bianca aveva stampato il volto colorato di Minnie, non era più scalza, ma indossava delle infradito di cuoio.
     A Chiluzzo sembrò una di quelle modella della pubblicità. Non ebbe esitazioni: afferrò il coltellaccio più lungo, si distese sul ripiano del banco frigo, ficcò la mano col coltello nella fessura, armeggiò nello scuro fino a quando arpionò il caffetano e lo tirò fuori. Con quel pezzo di stoffa pendente dal coltello si sentì un eroe. Saltò giù, tolse il caffetano dalla punta della lama, lo ripiegò al meglio, lo porse all’inglisa.
     «Grazie» lei gli disse.
     Fece per parlargli ancora, si bloccò a inseguire un pensiero, indicò se stessa.
     «Marianne» proseguì.
     Chiluzzo era confuso, incapace di pensare.
     «Michele. Micheluzzo» riuscì però a dirle.
     «Grazie allora Michele» lei continuò.
     Chiluzzo si confuse ancora di più; anche se all’esterno sembrava calmo dentro di lui tremava e tremava: mai fino ad allora l’altra gli aveva parlato e gli era stata così vicina.
     «Sei inglese?» trovò il coraggio di chiederle per prolungare quel momento.
     «Francese» lei rispose «di La Rochelle».
     Chiluzzo aveva una vaga idea di quanto fosse lontana la Francia da piazza Kalsa, figurarsi sapere dove fosse La Rochelle; ma, in quel momento, fu certo di sapere su Marianne qualcosa di sconosciuto agli altri del quartiere e seppe, anche, che avrebbe conservato nel proprio ricordo quel momento di confidenza, come un attimo di intimità condivisa.
    Nella sua percezione fu come vivere sospeso all’interno di un lungo momento sognante, ma, nella realtà, tutto durò pochissimo: il tempo che Marianne impiegò a posargli la mano sull’avambraccio, a ritirarla.
     «Grazie ancora Michele» disse poi, prima di andare via.
     Chiluzzo rimase imbambolato, il coltellaccio in mano. Strusciò piano la lama del coltello sul palmo, come ad affilarlo.
     «Pensa a travagghiari. Un t’annappiari. Un tinnipao infortunio2» Ninì gli urlò.
     Lui allora tornò al bancone, aprì il ventre di un grosso capone steso sul marmo, ne tirò fuori le viscere, le buttò in terra, lo decapitò con una mannaia e con colpi ripetuti e violenti lo ridusse a tranci.


  1. “Non è per te. Pensa a lavorare” 
  2. “Pensa a lavorare. Non ti pago se ti infortuni”

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina © Elio Carreca




Almeno i fanti avevano l’elmo

Almeno i fanti avevano l’elmo. E le donne, al fianco dei fanti, prima della partenza. Le belle donne delle case di rango, travestite da crocerossine, e quelle appena un po’ trasandate figlie del popolo ma piene di natura rigogliosa e precisa, senza affidare quasi niente al caso. La bellezza di rosa in vaghezza di mondo. Tutto come doveva esser fatto, anche l’elmo. L’equilibrio, la forza, la circostanziata presenza del creato. E il fante verso il confine. Non c’era da discutere. Era così.

Almeno i fanti avevano l’elmo. Verità di vita quotidiana. Difesa di fronte ai rovesci. Difesa dai re e dai generali, nel cincischiarsi delle ovvietà da salotto. Nel gioco, mettendo sul piatto la vita dei fanti. I fanti almeno avevano l’elmo. Per non sentirli cincischiare. L’elmo, ovvero quello spazio largo un capello che li faceva uomini tra la vita e la morte. Lì sentivano di avere ancora una possibilità di scelta, forse. Uomini delle loro donne, indiscutibili di bellezza e respiro dei figli. Lì erano uomini da dentro, l’elmo. I generali, e i re, impagliandoli come burattini li appiattivano alla guerra, dove potevano solo capitarci. I fanti, con l’elmo, nella battaglia. La maschera, con due occhi disorientati sul confine. Ci cascavano dentro, a forza di pacche sulle spalle, alla partenza, mentre il treno muoveva verso un dove impossibile. E loro già incastrati nell’elmo, senza poter lasciare niente alla stazione. Già, solo l’elmo che ti appiattiva nella massa delle divise. Quella parola avanti e dietro sempre nelle orecchie. Ti tiene come un ninnolo quella parola nell’intimità dell’elmo: addio. Il mondo sempre più lontano, straniero appena fuori dalla partenza, è meno piccolo di quello, da non crederci, che ti preme sugli occhi e sul petto quando le pallottole iniziano a fischiare. E allora che fai? Il mondo quasi sparisce sotto le scarpe della corsa. Ma non puoi nemmeno scappare. E allora che fai?

Uccidi. Uccidi tutti quelli che incontri. Non senti nemmeno più le distanze. Il calore ti eccita, la corsa del gregge nero ti guida. Uccidi non per difenderti, al confine. Uccidi per scacciare quel senso di oppressione che la guerra ti dà, da quella piccolezza di mondo che ti sfila le scarpe e il respiro. Da quei colori spenti, nonostante gli occhi; da quel battito nel cuore che si fa sempre più corto e veloce. E rischia di farti tenerezza il cuore. Troppa tenerezza. E allora uccidi, che le cose che fanno tenerezza si devono difendere.
Salti fuori dal buco fante tenendo l’elmo in testa con la mano. Salti verso il cielo. E ti credi un angelo, che già l’ombra da sopra ti avvolge. E chi c’è sopra che ti stende l’ombra, fante. Chi c’è? Salti che sei già un proiettile. E cadi come un angelo subito dopo. La paura bussa alle spalle. È lì, che vuole prenderti il posto, anche nell’allacciarti le scarpe. Che stavolta devi andare davvero. C’era la morte, densa, a frenare la luce del sole, non l’elmo.

Almeno i fanti l’elmo ce l’avevano. L’ultima preghiera prima della partenza. Pretesto per toglierselo quando tutto finiva. Mostrare la testa al sole, forse a chiedere perdono, forse per riprendersi il cielo, mesciato in coppe d’aria fina. Per farsi riconoscere in tempo dai vivi, quando andava bene. Per farsi portare di nuovo in stazione, con la divisa addosso e l’elmo bucato. La guerra è un’infamia, sempre. Anche quando non scoppiano le bombe e non divampano gli incendi. Anche quando il sangue rimane nei ranghi. E chi semina odio, anche l’odio gentile e azzimato dei signori, prima o poi raccoglierà violenza e la stringerà al petto.

I fanti l’elmo almeno ce l’avevano, ma i medici in corsia no. Nemmeno quello. Ed erano soli, con il giuramento a se stessi. Soli con la testa scoperta sotto il cielo della trincea, sul pavimento della corsia, davanti a un letto di spifferi meccanici. Che tutto poteva caderti addosso, da ogni parte: ombre e veleni. E avevano vicino la mano nuda dell’angelo, quella mano a cui avevano chiesto la guida e adesso non sapeva più nemmeno indicare loro l’ora. Non avevano quasi più nemmeno un polso. L’ora, intanto, andava e veniva. E loro dritti a tenere l’invisibile sulla punta della lingua, senza elmo. I denti, sì i denti. Senza nemmeno le parole, senza poter gridare. Digrignare al massimo. Senza potersi allacciare le scarpe. E fuggire. Il dolore? No, non c’era. Si era dileguato. Un corollario superato nell’apocalissi orrifica del terzo millennio, ora cominciato davvero. Quando devi decidere chi provare a far vivere e chi abbandonare al vuoto del terzo millennio non c’è più tempo per il dolore. Accadono cose che nemmeno il dolore sa più testimoniare. E in quelle corsie senza gare, accadevano. Medici senza elmo, fanti della guerra contro un mondo ripiegato in quattro, come i punti cardinali. Ficcato finché c’entrasse in una stanza, quella della terapia intensiva. 

Quando
è scoppiato il caos avete invocato il sacro rito dell’incavo del gomito. Ma
pensa un po’. Fino a pochi mesi prima ci avevate allergizzato il sistema
nervoso con avvertimenti su avvertimenti a proposito del travisamento
dell’identità. Ed ora? Ora glorificate l’emergenza di sua santità il gomito
assiso sul naso.

Non ce l’avevo il gomito
in corsia! Non avevo nemmeno quello!
Il mio gomito serviva a reggere il braccio, che teneva il
polso, che sosteneva la mano, che reggeva i morti. No, non ce la facevo a
scegliere. Li tenevo tutti come potevo. La morte intanto mi parlava, mi
ricattava. Mi costringeva a selezionare chi affidarle. Io ho giurato chi
salvare, non chi far soccombere. Ma lì in corsia è andata diversamente, molto
diversamente. Non avevo abbastanza mani. Non avevo abbastanza gomiti. Non avevo
abbastanza lacrime. Si divertiva alle mie spalle la morte. In panciolle sul
divano aspettava che portassi la lista con i nomi del giorno. A questo ci avete
costretto a noi medici. Esseri umani privi di tutto, anche di una semplice
fottuta mascherina. Volevate privatizzare la Sanità. Bene ci siete riusciti.
Siamo “privati” di tutto, anche della pazienza, del giuramento, della sana
misericordia, della pietà. Non c’è nulla di pietoso nello scegliere chi far
morire, non per chi ha giurato di salvare vite umane.





Bigliettai si nasce

– Cornuto! Quasi quasi gli vado appresso e gli rompo la testa!

– Ehi, con chi ce l’hai?

– Con quell’operaio dei Cantieri Navali, ce l’ho!

– Bravo! Te la pigli con i compagni, ora?

– Disonorato! Deve ringraziare che sono un pubblico ufficiale.

– Pubblico ufficiale? Non ne sono sicuro. Bigliettaio sei. Che ti ha fatto?

– Hai visto il gruppetto che aspettava davanti ai Bagni Virzì?

– Eh!

– Certo, che l’hai visto. Sei l’autista.

– Allora?

– La vettura era ancora vuota, no? Sale il primo viaggiatore: Abbonato, dice, e passa avanti. Il secondo: Invalido civile. Il terzo: Invalido di guerra. Il quarto: Militare. E passa pure lui. L’operaio sale per ultimo, si siede davanti al mio gabbiotto: Profugo, fa. Mi viene da dire: Nuddu cuinnutu paa ‘u bigliettu, stamatina?

– Come?

– Nessun cornuto paga il biglietto, stamattina? Il siciliano non lo capisci?

– Lo sai che son nato a Lodi.

– Vero è, ma tua madre è dell’Albergheria e tuo padre della Kalsa. Finiscila, sei di Lodi a convenienza tua. Comunque, l’operaio mi guarda, scuote la testa: Dura la vita del bigliettaio, ah? Facile non è, dico io. Non immagini che quella dell’operaio sia tutta rose e fiori. Vita di sacrifici. Pensi che io, nel ’35, partii da solo per l’Abissinia: ero sposato da un mese e mia moglie già aspettava. Ma il bisogno è bisogno e feci di necessità virtù. Per fortuna sono sempre stato un gran lavoratore. Trovai subito la mia strada. In capo a un anno avevo impiantato una fabbrica di camere d’aria che rendeva una fortuna. Intanto mio figlio era nato, cresceva in fretta. Mia moglie, che già era cagionevole, era debole per la gravidanza e il parto. Aveva bisogno di qualcuno che la assisteva, non se la sentiva di raggiungermi. Di tornare in patria non se ne parlava. Mi dovetti rassegnare. Ma io – lei è uomo e capisce – non potevo restare solo. Un masculu ca è masculu, un vero maschio,  deve avere una donna che lo accudisce, per il mangiare, la pulizia, la biancheria. Per aver un po’ di conforto la notte.

– Soltanto! Come dargli torto!

– Già.

– Ti ha raccontato tutta la sua vita?

– E io, cretino, che lo stavo a sentire. Così, qualche mese dopo il mio arrivo, mi metto dentro una ragazza di vita che ho conosciuto in un casino, mi dice. Una giovane tuicca…

– Eh?

– Turca, scura di pelle, va’.

– Ma i turchi sono chiari. Spesso biondi.

– Che ne so. Così mi disse quello e così ti dico. Una turca, bellissima, mi dice. Le affido la casa, i denari. La tratto come una moglie. Tanto che quando resta incinta, visto che sono sempre stato cattolico apostolico romano osservante e praticante, non solo le permetto di tenere il bambino ma gli do il mio nome e lo cresco come un figlio legittimo. E siccome mia moglie era sì malaticcia, ma aveva un carattere di quelli… ce l’ha tuttora, a dire il vero… è capace di cancellarti dalla sua vita se le fai un torto piccolo così; se viene a scoprire l’esistenza di questo bambino… meglio che lo sappia da me. Ci penso e ci ripenso. Sì, meglio raccontarle tutto. Quello che succede, succede. Lei  si piglia il suo tempo ma alla fine mi risponde: “Giovanni, il primo impulso che ho avuto dopo aver ricevuto la tua lettera è stato quello di rivolgermi a un buon avvocato per ottenere l’annullamento del nostro matrimonio presso la Sacra Rota. Ma poi mi sono detta: doveva succedere. Un uomo come Giovanni non può restare senza una donna per troppo tempo. Almeno hai  fatto del bene; hai sfamato e redento una povera traviata. Io non posso più avere bambini, e la mia salute non mi consente di assolvere i doveri di una buona moglie. Così ho deciso di darti il mio consenso”. Felice della sua benedizione, vissi bene per qualche anno. Poi scoppiò la guerra. Pareva dovessimo fare sfracelli, finì come lei sa. Fatima morì sotto un bombardamento degli inglesi. Io persi la fabbrica. Restai solo, con quel povero figlio e con una valigia piena di banconote che non valevano più niente: me ne tornai a casa, più povero di quando ero partito.

– Che è successo poi? Com’è andata a finire?

– Ti sei appassionato?

– Che male c’è?

– Nessuno! Stronzo pure tu. Ora ti conto il resto, vediamo se non ho ragione a volergli rompere la testa. Non immagina la consolazione di mia moglie. Accolse Antonio, il bambino di Fatima, come se fosse stato suo, e riuscì a farlo accettare a nostro figlio. In quegli anni gli aveva raccontato di questo fratello sconosciuto e Francesco lo aspettava con ansia. Un comportamento ammirevole, gli dico. Cosa devo dirle, mi fa. Per anni ho creduto di aver voluto bene ai miei figli alla stessa maniera. Ma l’altro giorno, Francesco, il grande, dopo cena, mi dice: “Papà, se sei d’accordo, dopo la maturità vorrei fare l’università. Ho pensato a medicina”. E io: “Posso dirti di no, figlio mio? Certo, saranno sacrifici, ma tu meriti e sarai accontentato”. Poco dopo si avvicina Antonio: “Papà, l’anno prossimo pure io mi voglio iscrivere all’università, magari in ingegneria”. E io: ” No gioia mia, non te l’avere a male: tu che sei figlio di buttana fai il bigliettaio…”.

–  Togo –  Togo? Che cosa, togo! Ti devo alzare le mani?

– No, no. Per cortesia! Chi la porta la macchina, poi?  Andiamo, non te la prendere: ti offro un caffè, se mi offri una sigaretta.

– È stato fortunato che l’ho capita tardi.

– Ma tu pure, che ti ricordi tutta la storia, coi nomi, persino.

– Ancora!

– Scusa, come non detto. Però: No gioia mia, tu che sei figlio di … scusa… scusa… ahi! Chi si, pazzu?

– Ma tu non eri di Lodi?

Da un fatto realmente accaduto a Palermo, nel secondo dopoguerra, sulla linea 1 Via Oreto – Leoni, una storiella di Pino Caruso e un breve racconto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Antonio Musotto




Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


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