Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera

Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.

Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.

E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.

A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832);
a destra: Il colera a Parigi  (litografia, 1832)

Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.

L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.

I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».

L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)

«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.

Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836

Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».

Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».

Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».

Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».

Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».

I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».

Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.

Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».

Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)

Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.

Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia

Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.

La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.

Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)

Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».

«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more
».

L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.

La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.





RIACE. Un mondo possibile non voluto.

“Abbiamo smesso di credere nel sogno di una società dove c’è uguaglianza”.
Mimmo Lucano

marzo 2019.

Conosco molto bene Riace e la porzione di territorio che si estende tra Siderno e Soverato, sulla costa ionica della Calabria, ma non ho mai conosciuto Mimmo Lucano, anche se sono anni che ne sento parlare dalle persone locali che, sempre con un sorriso sulle labbra, lo chiamano il Sindaco dell’accoglienza.

D’estate frequento le sue spiagge, le stesse in cui sono state ritrovate negli anni ‘70 due tra le statue bronzee più famose al mondo, i cosiddetti bronzi di Riace, e la prima cosa che noto è che un murale fatto almeno tre o quattro anni fa, che era sul fianco di un caseggiato vicino alla fermata della stazione regionale, non c’è più, è stato cancellato da pochi mesi. Certo Salvini vedendolo non ne sarebbe rimasto contento ma nonostante abbia dichiarato che a Riace non ci avrebbe mai “messo piede” finché Mimmo Lucano sarebbe stato Sindaco, ed allo stato di fatto ancora lo è ancora dal 2004, probabilmente qualcuno ha ritenuto più consono cancellarlo.

Foto scattata nel 2017 © Raffaella Matocci

Decido di andare al Villaggio Globale, nel borgo antico della cittadina e mi inoltro da Riace marina, salendo per diversi chilometri ed attraversando un paesaggio molto diverso dal resto del paese. Mi vengono in mente le parole di un ragazzo del Kurdistan che ha detto che le colline di Riace gli ricordavano il suo paese e non stento a comprendere il motivo. Il paesaggio è splendido, ci sono i resti di quella che era una piccolissima chiesa ed il suo relativo insediamento abitativo, delle cave naturali di argilla e bellissime distese di campi di ulivi; a tratti si vede anche il mare.

Finalmente arrivo, è pomeriggio inoltrato e quello che vedo per primo è il cartello di entrata al paese e la sede del Comune di Riace, posta in alto. Il messaggio che mi arriva è diretto, murales e cartelli parlano di informazione corretta, di integrazione, di comunità che dialogano.

Sede del Comune di Riace, marzo 2019 © Raffaella Matocci
A sinistra “I viaggiatori”, a destra “Le porte di Riace” (Porta Asia, Porta Europa, Porta Africa) Realizzato da africani, italiani, siriani, e pakistani abitanti di Riace, marzo 2019 © Raffaella Matocci

Una volta arrivata, una grande emozione mi assale, non so spiegare bene perché, in fondo non è la prima volta che visito una realtà di questo tipo, ma è incontrollabile e, in verità, non cerco neanche di soffocarla. Quello che credo sia accaduto è che ho la consapevolezza che dietro a tutto ciò ci sia tanto lavoro,  dedizione, speranza, coraggio,  volontà,  lotta per un’idea. Tutti principi che mi appartengono ed in cui mi riconosco.

Sembra di essere tornati negli anni ’80, quando Riace contava poche centinaia di abitanti la cui età media era alta e tutto lasciava presagire che se non fosse cambiato qualcosa il paese sarebbe stato del tutto abbandonato. 300 curdi sbarcati nel 1988 cambiano le sorti di Riace, quando l’allora Sindaco fonda l’Associazione Città Futura ed avvia una politica di integrazione dei migranti all’interno della comunità locale, utilizzando spazi abbandonati, iniziando corsi di apprendimento della lingua italiana ed offrendo loro un lavoro.  Mimmo Lucano è eletto Sindaco nel 2004 e continua senza sosta a mettere in pratica la politica di integrazione dei suoi predecessori; nel 2006 Riace beneficia dei finanziamenti delle Regione Calabria e, con quei soldi, il Comune avvia un programma di rinnovo urbano attraverso la ristrutturazione di abitazioni ed esercizi commerciali abbandonati, che sono offerti ai migrati, la creazione di nuovi spazi verdi ed il tanto contestato sistema di riciclaggio dei rifiuti che, in quegli anni, era tutt’altro che diffuso in quelle aree.  Nel 2017, dopo 13 anni di mandato,  a Riace risiedevano circa 3.000 persone ed il sogno di una comunità  tenuta viva da un’economia circolare era diventato realtà: Baharam, giunto in Italia nel 1998 dal Kurdistan, oggi cittadino italiano, lavorava come falegname; Issa, di nazionalità afghana, produceva ceramiche e contribuiva a sostenere la sua famiglia nel suo paese d’origine; Daniel, del Ghana, lavorava in una cooperativa che si occupava del riciclo dei rifiuti; Aregu, rifugiata politica dell’Eritrea, lavorava il vetro e, dopo quattro anni di separazione, era riuscita a ricongiungersi con suo figlio in Italia; Biase, abitante di Riace, si occupava della raccolta differenziata dei rifiuti di casa in casa; Maria Grazia insegnava nell’unica scuola del paese, che avrebbe chiuso senza l’arrivo dei bimbi stranieri; una parente di Cosma, anche loro nativi del paese, lavorava presso la Taverna Donna Rosa come cuoca.

Il Villaggio Globale, marzo 2019 © Raffaella Matocci

Ora è tutto tornato come prima. Un paese immobile in cui lo spopolamento graduale e la forte depressione economica hanno ripreso piede inesorabilmente.

Entro dentro e da questo momento in poi voglio che siano le
persone che ho incontrato a parlare perché ritengo che nessuno più di loro
possa raccontare meglio quello di cui in questi mesi  si è tanto parlato e, concedetemi,
straparlato.

Non solo il laboratorio per la lavorazione del vetro ma anche tutte le altre botteghe sono chiuse e se ne sono andati via tutti” – mi racconta Amir in inglese – “È da quando Mimmo Lucano è agli arresti domiciliari che le botteghe sono tutte chiuse, da quando non è più potuto venire qui. Io ho chiesto di rimanere lo stesso, con la mia famiglia e con altre 12, per tutto il 2019, per far in modo di poter  riaprire i laboratori, ma siamo arrivati a marzo ed io non so ancora che cosa devo fare e non so che cosa ne sarà di tutte le botteghe che sono qui”. Amir viene dal Kashmir, una regione situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan, e quando parlo con lei i suoi figli ci giocano intorno, sembrano contenti, nonostante le parole della madre siano piene di preoccupazione: “Adesso la situazione è molto difficile, abbiamo tanti problemi perché non riusciamo più a lavorare” .

“Da quanti anni sei qui?” – le chiedo – “ Io e la mia famiglia siamo qui da quattro anni ma ad oggi i miei progetti sono finiti. Sono due anni che non percepiamo soldi perché ci sono stati bloccati e tutto quello che ci hanno dato sono stati dei piccoli aiuti ma solo ogni tanto. Noi stiamo aspettando questi soldi, se i soldi arrivano noi possiamo ripartire con le attività ma senza soldi è impossibile andare avanti, è troppo difficoltoso. Senza denaro non possiamo pagare le medicine e tutti gli altri bisogni che abbiamo. Da due anni, qualche volta, vengono delle persone da Catanzaro per portarci delle medicine per i nostri bambini e lo fanno gratuitamente perché sanno che non possiamo pagarle”. 

Amir si allontana seguendo i figli in un vicolo e solo dopo un bel po’ incontro un signore che sale dalla piazzetta principale del Villaggio Globale.

Questo borgo era quasi morto, la mancanza di lavoro ha fatto sì che negli anni se ne siano andati via quasi tutti i nostri figli, compresi i miei. Due case su tre sono vuote a Riace e non è rimasto più quasi nessuno se non persone grandi della mia età.”
A parlare è Cosma, un signore del posto, un uomo nato e cresciuto a Riace.
Dei mie tre figli, due si sono trasferiti in Svizzera ed uno solo è rimasto in Calabria, ma non vive qui. Quello che mi dispiace tantissimo è che la nostra casa, una volta che noi non ci saremo più, rimarrà vuota. Quando io ero bambino, all’età di 15 anni circa, questo borgo era tutto abitato, c’erano intere generazioni, dai nonni ai nipoti, ma ad un certo punto si è cominciato a spopolare a causa della grave mancanza di lavoro”.

Vede questa taverna? Questa era la Taverna Donna Rosa dove una mia parente ha lavorato per diversi anni in cucina ed era organizzata ed amministrata dal Sindaco Mimmo Lucano, anche se ci tengo a dire che non era di sua proprietà.  Qui era pieno di botteghe artigianali ma dopo che il Sindaco è stato mandato via, in pochi mesi sono state tutte chiuse. Dicono che forse c’è la speranza che tornino ad aprire, ma è solo la speranza quella che abbiamo perché di certezze non ne abbiamo”.

“Mi tolga una curiosità signor Cosma, come era convivere con queste persone di culture diverse? Le hanno mai dato fastidio, si è mai sentito in pericolo o defraudato del suo territorio o del lavoro?” – gli chiedo.

No, no. Mai. Erano tutte brave persone, abbiamo convissuto per anni insieme senza alcun problema, ma la cosa più importante, poi, è che entravano finalmente dei soldi sia al Comune sia a noi cittadini di Riace perché con queste persone lavoravano anche tanti paesani, tutti insieme. Poi è successo questo fatto e tutto si è fermato. Chi dice che hanno rubato, chi dice che hanno fatto cose fuori dalla legge, ma non è vero. Conosco Mimmo Lucano da sempre, da quando era bambino, conosco suo padre e la sua è una famiglia estremamente onesta, per questo io dico che lui di sicuro non si è appropriato nemmeno di un centesimo.”

Ora che hanno risolto facendo tutto questo? Le case sono tutte vuote tranne alcune abitate dalle pochissime famiglie che non sono ancora state mandate via. Noi tutti abbiamo ancora la speranza di poter fare qualcosa. A maggio ci sono le elezioni comunali ed io penso che Mimmo Lucano non si rimetterà in lista, ma se riescono a vincere le persone che hanno lavorato in questi anni con lui, speriamo che  questa realtà possa continuare ad andare avanti. Finché non ci saranno le elezioni, vedrà che rimarrà tutto fermo così come è adesso. Adesso il posto di Mimmo Lucano è stato preso dal Vice Sindaco e per fortuna il Comune non è stato commissariato perché lui non si è mai dimesso ed ha fatto bene perché deve continuare a lottare. In tanti altri paesi sono andati i commissari quando sono caduti i Sindaci, ma qui a Riace non c’è e penso che non ci sarà mai perché mancano solo tre mesi alle elezioni. Lui non può venire nel Comune di Riace, dicono che stia a Caulonia adesso, ma io non perdo la speranza, vedrà che non uscirà nulla in capo a Mimmo, ne sono sicuro. La vita è così, bisogna lottare tutti e farlo tutti insieme”.

Foto del Villaggio Globale, marzo 2019 © Raffaella Matocci

Provvidenziali le parole del signor Cosma a pochi giorni di distanza dalla notizia che “Non risultano frodi negli appalti assegnati da Mimmo Lucano” (fonte Il Sole 24Ore, 02/04/2019)

Solo il 20 gennaio 2019 si leggeva che era stato confermato
il divieto di dimora a Riace, dopo che il gip di Locri aveva respinto l’istanza
con cui i difensori del sindaco del paese
dell’accoglienza
avevano chiesto di sospendere il provvedimento che lo
obbligava a stare lontano dal borgo. (fonte SkyTg24,
20/01/2019)

Ma a distanza di due mesi  questo divieto di dimora è stato annullato con rinvio al Tribunale perché la Cassazione si è espressa in maniera negativa nei riguardi delle accuse a suo carico “Non risultano frodi negli appalti concessi da Mimmo Lucano, non favorì matrimoni di comodo tenuto conto del fatto che i presunti matrimoni di comodo tra immigrati e concittadini poggiano su incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare . Mancano gli indizi di comportamento fraudolento per l’assegnazione di alcuni servizi, come la raccolta dei rifiuti, a due cooperative di Riace. Le delibere e gli atti di affidamento, infatti, sono stati adottati con collegialità e con prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato.” (fonte Politica & Attualità, 02/04/2019; trascrizione delle motivazioni depositate in data, in relazione all’udienza che il 26/02/2019 si è conclusa a Locri)

Il Viminale di Matteo Salvini ci tiene a dichiarare
pubblicamente, tramite i propri legali, che contro Lucano e il suo modello di
accoglienza e integrazione, divenuto, ad oggi, un riferimento in Italia e nel
mondo, ha intenzione di costituirsi parte civile e dunque di chiedere anche un
risarcimento. (fonte la Repubblica
01/04/2019)

Mimmo Lucano in  una delle interviste a #propagandalive del
07/12/2018 ha dichiarato:

“Se tu senti dentro l’ingiustizia che vive una persona,
una qualsiasi persona che sta in qualunque parte del mondo, e la senti sulla
tua pelle, te la porti dentro come qualcosa più forte di te, che non puoi
reprimere, ecco, io credo che questa sia una condizione necessaria e
fondamentale per  tutti noi, perché spesso
le ingiustizie le subiscono le persone più deboli, le persone marginali, le
persone invisibili. E poi c’è un’altra cosa importante che abbiamo messo da
parte che è questa dimensione che ti dà entusiasmo, che ti permette di credere
che un sogno è possibile,  che è
possibile una società dove c’è uguaglianza , un’uguaglianza in tutti i sensi:
economica, sociale, dei rapporti tra le persone”.

Non mi resta che dire che noi, come te, Mimmo Lucano non abbiamo smesso di credere nel sogno di una società dove c’è uguaglianza”.

Foto del Villaggio Globale, marzo 2019 © Raffaella Matocci

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“La Carvunera”, alla scoperta di un mondo quasi perduto.

Nel giorno dell’Epifania il carbone è il protagonista di questa storia.
Oggi lo usiamo quando facciamo una grigliata all’aperto, per alimentare il fuoco, ma nel passato il carbone era sicuramente la fonte di energia principale, serviva per alimentare le cucine, per riscaldare le case, per mandare avanti le fabbriche, poteva considerarsi il motore dell’archeologia industriale, simbolo di fatica e riscatto.
Laddove non esistevano delle miniere di carbone, l’uomo ha pensato bene di costruire delle carbonaie, vere e proprie fabbriche all’aperto che trasformano il legno in carbone.
Oggi vi sono delle fabbriche che producono carbone a cielo aperto, nei cantieri, tuttavia questa è un’arte antichissima che nasce addirittura dai Fenici.
Tutto ci si aspetta di fare nei primi giorni del mese di agosto, meno quello di imbattersi in una carvunera!
Quello del carvunaro è un mestiere di quelli che non si sono persi nel tempo grazie ai bisnonni che hanno tramandato la tradizione ai nonni, poi agli zii, per arrivare ai nipoti, ai figli dei nipoti, fino a giungere alle nuove generazioni. Un salto di secoli, di mani, di impegno fisico e di dedizione. Un mestiere tramandato di generazione in generazione che richiede una maestria ed una fatica fuori dal comune.
A portarci dentro questa nuova esperienza è Enzo, un caro amico, un ragazzo dedito al lavoro della propria terra e soprattutto orgoglioso delle proprie tradizioni. Siamo a Guardavalle, un Comune in provincia di Catanzaro che si estende per oltre 60Km ed ha come caratteristica quella di passare da un’altitudine di 0m s.l.m., con la sua ampia e bellissima costa con due marine, ad una di 1100m, dove si trovano vaste superfici forestate a leccio, faggio, querce, abete e castagno; uno dei  patrimoni forestali più importanti del territorio calabrese, il Parco Naturale Regionale delle Serre, con diverse zone speciali protette per la conservazione dei boschi.

Veduta di Guardavalle tratta da https://www.guardavalle.net/pic-of-the-day-13-settembre-2018/

Precisamente ci troviamo nella località Cardellino, ed accompagnamo Enzo ad occuparsi de “la carvunera”, come la chiamano in dialetto, covoni di legna accatastata che permettono la completa disidratazione e la piena cottura del legno che porterà alla carbonizzazione; lui è un ragazzo di poco più di trent’anni e fa parte delle nuove generazioni a cui è stato tramandato il mestiere del carvunaro dal nonno Vincenzo e dai suoi figli, gli zii di Enzo, che lo fanno da oltre settant’anni, tanto da lasciare nella memoria di tutti i familiari ricordi “sin da quando si era piccoli”.
Ci avviciniamo e scorgiamo questa montagna fatta da pezzi di legna della stessa lunghezza, più grossi al centro e più sottili verso l’esterno.

La costruzione della carvunera comincia da sotto e prosegue fino a sopra, si mette la legna in modo da creare un primo strato, poi un secondo e così via. Ovviamente più è grande la struttura di partenza e più è grande la carvunera finale, che assume la forma geometrica dello “scarazzo”, una perfetta cupola a base circolare che può superare anche i sei metri di altezza.

© MjZ

Due o tre carvunari coprono la montagnola con terriccio composto da terra, acqua e paglia, per poi compattare il tutto con violenti colpi di pala, che continuano ogni tanto, durante la produzione del carbone, e come dice Enzo con un sorriso: “Ogni tanto va presa a botte perché si compatti bene

Continua Enzo con il racconto:
Una volta arrivati in cima si fa in modo tale che rimanga un buco che viene utilizzato per darle da mangiare: bisogna salire con una scala che viene appoggiata alla montagnola, scoperchiare il piccolo vulcano, chiuso in sommità da un pezzo di lamiera, ed inserire pezzettini di legna. Va poi bucata qua e là con un bastone appuntito come una spada in modo tale che i buchi creati servano per far cuocere meglio il carbone ed anche più velocemente.

La grandezza della carvunera determina i tempi di preparazione del carbone che vanno dai quattro giorni fino anche a più di una settimana, fino a dieci/quindici giorni addirittura

Enzo ci spiega che quello che vediamo è considerata una carvunera medio-piccola e che il carbone necessita di sei/sette giorni per essere pronto.

Bisogna accudirla come una figlia” – continua Enzo – “Il lavoro è molto lungo, i carvunari possono arrivare a lavorare dalle cinque del mattino fino alla notte inoltrata; si tratta di diversi giorni di lavoro in cui, i primi quattro ci si occupa di “darle da mangiare” ogni 3/4 ore, e poi ogni giorno si deve controllare la cottura, cioè, nello specifico, che non si formino dei buchi che facciano disperdere il calore che si forma all’interno, anche durante la notte, e per sincerarsi che non si siano generati dei fori dai quali possa prendere fuoco, che, a causa del vento, possono provocare  un principio di incendio poiché, se la legna si infiamma, va in fumo tutto il lavoro di mesi”.

La domanda che sorge su come ci si renda conto che il carbone sia pronto è presto chiarita da Enzo, il quale ci spiega che ci sono dei buchi fatti da chi “costruisce” la carvunera che danno la risposta una volta che il fumo ne esce attraverso.

Una volta pronto il carbone, tutta la terra viene tolta piano piano con il rastrello e quello che è considerato “buono” si mette da una parte; invece la “marraccia” o “marruni”, cioè il carbone cotto a metà o non ancora del tutto pronto perché non si è bruciato correttamente, viene messo da un’altra parte perché non va bene per essere poi utilizzato ed, in questo caso, venduto. Da una carvunera di queste dimensione, circa 10m di circonferenza, possono uscire anche 10-15 quintali di carbone

La carvunera ora ha le sembianze di un piccolo vulcano che erutta scintille e fumo azzurro dal cratere e dai fori delle pareti, anzi quello è vapore, che se lo respiri non ti fa male, come ci spiega Enzo, e solo quando diventa bianco vuol dire che il carbone è cotto al punto giusto e si può estrarre.

Prima che scompaiano del tutto i carvunari devono essere protetti, valorizzati per quello che fanno e che sono: il simbolo della Calabria che lavora con passione e che resiste.

“S’incontra una foresta folta e bruna
si fabbrica una cella per demorio
si fabbrica di legno terra e sassi
sembrava il ricovero dei tassi
la porta fan di rami e di altri assi
il letto ancor di ramo del più fino
polenda e cacio si doventa grassi
per risparmiar se ne mangia anco pochino
si dorme duro sotto quelle zolle
co’ i’ ccapo ‘n tera come le cipolle
(musicale)
il sangue nel mio cuore ancor mi bolle
star sette mesi e non mi spoglio mai
e tengo il foco acceso là in foresta
anda’ e veni’ che sembra un viavai”

(Tratto da Il Canto del Carbonaro , Collettivo Folcloristico Montano, citato anche nel Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini).

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