Augusto De Luca fotografa Mario Insenga

Sono amico di Mario Insenga da quando ero ragazzino, più o meno una cinquantina d’anni. Conoscevo bene anche tutta la sua famiglia e d’estate ci incontravamo nella sua splendida villa ad Ischia, dove preparavamo brani da suonare in diversi locali dell’isola.
Insieme abbiamo fatto parte di molti gruppi dalle denominazioni più strane, in quel periodo, infatti, erano di moda nomi lunghi e particolari e noi ci adattammo. Ricordo una band che chiamammo ‘La Tristezza del Rospo’, che dopo innumerevoli variazioni diventerà, con il tempo, ‘Blue Staff’.
Avevamo ottimi strumenti musicali e, di solito, i brani da montare li provavamo nello scantinato della mia casa al Vomero.
Mio padre si era preoccupato di far foderare di legno la stanza, il che la rendeva sicuramente più bella, ma, soprattutto, per quanto possibile, provava ad isolarla almeno un po’ acusticamente, così da placare le lamentele dei condomini del palazzo che, puntualmente, pretendevano abbassassimo il volume degli amplificatori.
Mario, dopo essersi laureato in ingegneria, decise di dedicarsi totalmente alla musica blues, io, invece, dopo la laurea in giurisprudenza, ho smesso di suonare e ho continuato professionalmente quello che avevo iniziato per gioco: fotografare.
Bravissimo percussionista, autore della maggior parte dei testi, cominciò successivamente a sfruttare anche la sua voce molto adatta a quel genere musicale che affonda le radici nell’anima tormentata della Chicago dei primi del Novecento. Oggi, a distanza di anni, è un punto di riferimento, un maestro nel panorama del blues italiano.
L’ultima volta che abbiamo suonato insieme è stato alla fine degli anni 90, quando mi invitò per una jam session insieme nel Big Mama, storico locale di Roma. Io portai la mia chitarra e con il suo storico gruppo i ‘Blue Stuff’, fondato nel 1982, ci divertimmo tantissimo.
Una band rivoluzionaria nell’ambito della musica del diavolo, che, reinterpretando il blues delle origini fa della ricerca e della sperimentazione i suoi punti di forza, usando il napoletano come lingua nei testi delle canzoni.
Una carriera strepitosa, con tournée in Italia e all’estero e jam session con bluesman come Willie Mabon, Jimmy Dawkins, Blind John Davis, Little Pat Rushing, Magic Slim, Sammy Lawhorn, Albert Collins, Billy Preston, Sarasota Slim, Billy C. Farlow, Little Willie Littlefield, Charlie Musselwhite, Luisiana Red, Sunnyland Slim e tanti altri.
Ormai da anni, Mario tiene laboratori di blues e seminari per associazioni musicali, istituti scolastici, librerie, festival. Che meraviglia ascoltarlo!

Per fotografarlo andai in una sala prove fuori Napoli, dove, in un cortile laterale, c’era una struttura in legno che mi ricordava le copertine dei dischi di alcuni gruppi americani di country blues. Era proprio quello che volevo; avevo sempre immaginato il mio amico in un ambiente simile, molto rurale, campestre, che evocava le musiche dei Canned Heat o Creedence Clearwater Revival.
Dopo lo scatto ci spostammo e, mentre chiacchieravamo, mi accorsi della sua ombra sul muro. Mi piacque molto e lo immortalai in una seconda immagine.
È da un po’ che non lo incontro, ma la nostra amicizia rimane salda e ogni volta che ci vediamo sembra sempre di esserci lasciati il giorno prima…

 

Mario Insenga – foto di Augusto De Luca
Mario Insenga . foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Rick Wakeman

Era il 1987 e fui contattato per realizzare la copertina di un disco di Rick Wakeman, lo straordinario tastierista del famoso gruppo inglese Yes, doveva registrare proprio a Napoli.?Come ex chitarrista rocchettaro ero al settimo cielo; stavo per incontrare un mito della musica, un compositore storico, che ha creato uno stile molto personale e ha suonato con artisti del calibro di David Bowie, Elton John, Cat Stevens e Lou Reed.
Mi recai nella sala di registrazione con l’attrezzatura fotografica, l’assistente e un mio amico culturista con un viso molto particolare che avrei inserito nello scatto.
Quando lo incontrai ci sedemmo e cominciammo a parlare chiaramente di musica.
Appena Rick seppe che io suonavo e avevo fatto parte di alcuni gruppi rock, mi chiese, spiazzandomi e mettendomi in crisi:
Prima del ritratto vogliamo fare un blues insieme?
Nella sala c’erano tutti gli strumenti per la registrazione ed in particolare una stupenda chitarra Gibson Les Paul anni ’60, color miele, del suo chitarrista, un modello realizzato in quell’anno molto ricercato dai collezionisti, valutato dai centocinquantamila euro in su se appartenuta a qualche artista famoso; insomma, il sogno di tutti i musicisti.
Suonare con Rick anche solo per gioco sarebbe stato per me come vincere il SuperEnalotto; imbracciai la chitarra e, timidamente, cominciai la mia performance.?Fu una goduria sia per lo strumento che per il magistrale accompagnamento. Mi sembrava di suonare alla Royal Albert Hall di Londra.
Finimmo dopo circa mezz’ora anche se io non avrei mai smesso e iniziammo le riprese fotografiche. Lui voleva un’immagine forte e provocatoria ed io, senza manipolazioni e fotomontaggi, ma in un unico scatto lo accontentai. L’idea era di creare una foto in cui un orco o un genio della lampada lo gustasse, lo mangiasse.
Alla fine il mio click gli piacque molto e fummo entrambi soddisfatti, ma la cosa per me più importante era che in futuro, senza possibilità di smentita, avrei potuto dire:
“Sì, è vero… ho suonato con Rick Wakeman”.

 

Rick Wakeman – foto di Augusto De Luca

 

Rick Wakeman e Augusto De Luca