Una risaia lontana dai mercati dell’arte

Documenta è il museo dei cento giorni, la rassegna d’arte contemporanea che ogni cinque anni, dalla città di Kassel nella Germania centro-occidentale, promuove movimenti artistici all’avanguardia. Arrivata quest’anno alla sua quindicesima edizione, dà letteralmente uno scossone all’idea di arte e di diffusione dell’arte, per diventare una mostra che vuole sovvertire le regole dell’arte e quelle della società. Si inizia con “un approccio curatoriale che mira a un diverso tipo di modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità – dal punto di vista economico, ma anche in termini di idee, conoscenze, programmi e innovazioni”. Il cambio è dato dalla nomina alla direzione artistica non a una sola persona, quasi sempre europea, ma ai nove membri di Ruangrupa, un collettivo indonesiano di artisti, architetti, ingegneri, sociologi, designer, musicisti e scrittori. “Cerchiamo di produrre una nuova estetica, un paradigma etico in cui lo spettatore è obsoleto”, afferma il gruppo nel manuale della mostra. “Il nostro lavoro non dovrebbe essere giudicato da un estraneo, ma in termini di benefici che porta alla comunità che lo crea”. Sovvertire le regole del circuito “altamente competitive, espansive a livello globale, avide e capitaliste” e fare di tutto per capovolgere l’istituzione di Documenta.

I Ruangrupa parlano di creazione attuale come di un ecosistema popolato da collettivi e professionisti non convenzionalmente associati all’arte contemporanea, ma piuttosto a “un’arte a misura d’uomo che opera nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e nelle università, con un ibrido di prassi e forme”. Hanno scelto di organizzare la mostra secondo i principi del lumbung, termine indonesiano per indicare un granaio di riso dove la comunità del villaggio immagazzina il raccolto e lo gestisce collettivamente. Lumbung diventa il modello artistico ed economico interdisciplinare che risponde ai principi di collettività e equa condivisione delle risorse. La modalità con cui definire e organizzare la rassegna è l’altra piccola rivoluzione. Il risultato è un’opera corale firmata da 15 collettivi e 54 artisti per un totale di 1.500 creatori, la maggior parte proveniente dall’emisfero meridionale, praticamente sconosciuti o i cui nomi scompaiono sotto la sigla di un collettivo, divisi tra i cosiddetti membri lumbung e artisti lumbung, in riferimento al metodo di raccolta e gestione del riso. Chi visita Documenta 15 entra in una manifestazione “practice-based”, si trova in una mostra che è un racconto di pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche che appartengono al sud globale del mondo. Una rassegna che si dipana per 32 sedi, distribuita lungo quattro distretti, ciascuno contrassegnato da un colore e da un concetto: il giallo, al centro, corrisponde al cuore della città con i luoghi tradizionali di Documenta; il rosso a nord, nella zona universitaria, dedicato alle questioni sociali; a est, il circuito viola, nell’area di Bettenhausen, nei colossali spazi industriali della società Hübner, il riferimento è all’industria e alla produzione; e il percorso verde legato all’ecologia sulle rive del fiume Fulda. Per tutta l’esposizione l’idea dei Ruangrupa: “Dalla letteratura, alla sociologia, all’economia, alla musica elettronica o all’architettura, creiamo ambienti in cui le persone si relazionano o semplicemente si siedono per parlare di storia dimenticata, nuovi colonialismi e narrazioni migratorie. Non ci sarà molto lavoro, ma ci saranno molti processi”. Uno striscione di protesta è ben visibile sulla facciata Fridericianum: STOP THE KILLINGS. È realizzato dall’artista attivista Kiri Dalena, è un messaggio di RESBAK (Respond and Break the Silence Against the Killings) un collettivo di artisti fondato per organizzare la guerra alla droga nelle Filippine. All’interno dell’austero edificio neo-classico lo spazio espositivo è diventato Fridskul, una scuola utilizzata da artisti e collettivi per discutere e praticare diversi modelli di educazione orizzontale. È proprio questo il lumbung, luogo domestico e spazio sociale dove tutti possono riunirsi, trasformando il freddo spazio museale del Fridericianum in un luogo caldo e dinamico.

Il Wajukuu Art Project, un gruppo basato nello slum di Nairobi, ha realizzato un tunnel che conduce all’interno della Documenta Halle immergendo chi gira per la mostra nell’atmosfera Mukuru con metalli, giochi di luci e suoni che ricordano quelli della città d’origine. In Kenya il gruppo organizza corsi d’arte per i bambini abituati a lavorare nelle discariche. Il Baan Norg Collaborative Arts and Culture, viene dalla Thailandia e gestisce un progetto diviso in tre parti: una rampa per skateboard nella Halle, un teatro di ombre tipico tailandese, il Nang Yai, e un programma per aiutare lo scambio di latte e formaggio tra le fattorie di Nongpho e quelle di Kassel.

Britto Arts Trust è un collettivo del Bangladesh e si concentra sulle politiche nutrizionali e sulle comunità che subiscono gli effetti dell’industrializzazione. C’è anche chi lavora sul riconoscimento della diversità neurologica con artisti e creatori con complesse esigenze di supporto e chi ha organizzato una passeggiata nel parco lungo il fiume tra installazioni fatte da spazzatura per attirare l’attenzione sul trasporto di rifiuti elettronici e tessili verso i paesi del sud del mondo. Il collettivo The Black Archives con il proprio archivio storico composto da documenti e libri di scrittori e scienziati di origine surinamese o africana mostrano cosa possono diventare le pratiche archivistiche quando sono legate alle proteste di una comunità. Così come Les Archives des luttes des femmes en Algérie con più di 60 cartelloni di film, manifesti politici e fotografie relativi ai collettivi di femministe algerine dal 1962, anno di indipendenza del Paese, fino alle rivolte popolari del 2019. Sono esposte le opere di Ceija Stojka, artista rom, che ha raccontato l’olocausto del popolo gitano insieme a quelle di János Balázs, il primo artista rom-ungherese ad affermarsi come tale. Nell’Hallenbad Ost, la piscina costruita nel 1929 in stile Bauhaus , il collettivo indonesiano Taring Padi, che considera compiti primari l’organizzazione, l’educazione e il conflitto, presenta tutto il suo archivio su 600 metri quadri di esposizione. Striscioni di grande formato, poster xilografici e wayang kardus, le marionette di cartone a grandezza naturale, sono le opere d’arte che testimoniano le lotte operaie, contadine e sociali degli ultimi 22 anni. La chiesa di St. Kunigundis è stata trasformata da Atis Rezistans, collettivo di sculture haitiane, in un santuario voudou, pieno di assemblaggi di teschi e ossa umane, reperti di discarica e vecchie parti di automobili. Nella rotonda dell’Hessisches Landesmuseum vengono consegnati ai visitatori tablet e cuffie per attivare una scultura, che rende visibile con la realtà aumentata il sistema di credenze cosmologiche pan-pacifiche che ha ispirato i segni sulla facciata dell’opera d’arte. È uno dei tre contributi artistici di FAFSWAG, un collettivo di artisti lgbtq indigeni della Nuova Zelanda che protestano contro la “cancellazione delle persone e delle identità diverse di genere nelle culture del Pacifico”.

Nel grande piazzale della stazione ferroviaria, per terra, si trovano i disegni di Dan Perjovschi, è il suo Horizontal Newspaper su cui lavora in Romania dal 2010, i temi trattati sono appartenenza, comunità e futuro. Ovunque disseminate nei tanti luoghi di questa edizione di Documenta sono visibili le

insegne del pollo fritto Halal Fried Chicken di Hamja Ahsan, sono lì per mappare gli aspetti della storia islamica, fra sottoculture di fastfood urbane diasporiche e passato coloniale.

La città di Kassel fu il centro cruciale nella politica del Terzo Reich, snodo ferroviario e sede delle principali industrie di armamenti. Venne rasa al suolo dai bombardieri britannici nel 1943 e ricostruita in cemento armato compresso solo negli anni ’50. Per la poca distanza dal confine con la Deutsche Demokratische Republik divenne la “periferia del mondo libero”. Oggi questa risaia comune di arte fatta di archivi e pratiche dialogiche ed esperenziali più che visuali, racconta temi legati ai cambiamenti climatici, alle lotte contro le censure e le oppressioni politiche, contro le speculazioni che distruggono le economie locali, parla di antirazzismo e decolonizzazione, di riconoscimento di soggettività diverse, sposta lo sguardo occidentale verso la collettività nel suo significato più ampio. Con una guerra a un migliaio di chilometri di distanza a est non è solo un esercizio di stile.





L’ARCHITETTURA BRUTALISTA nella fotografia di STEFANO BARATTINI

Stefano Barattini torna sulla scena della fotografia d’architettura con grande rigore e concretezza: come naturale continuazione del suo lavoro di ricerca fotografica sull’architettura contemporanea, si passa dal Bauhaus al Brutalismo.

Da vero appassionato di architettura soprattutto del periodo dall’inizio del 1900 a più o meno  il 1950/60, non potevo non considerare lo stile brutalista con il suo uso massiccio del cemento armato a vista.

Così dichiara il nostro autore, accompagnandoci con le sue immagini in un viaggio fotografico alla scoperta di questo genere costruttivo che mi piace definire no frills.

Qualche nota sullo scabro linguaggio architettonico che fa seguito alla graduale involuzione del Movimento moderno.

I paradigmi del codice brutalista nascono verso la fine degli anni venti grazie a Charles Edouard Jeanneret, noto come Le Corbusier, il quale, sotto l’influenza del pittore francese Fernand Léger, darà corso a una graduale rottura nei confronti delle teorizzazioni correnti a favore di una continua sperimentazione rintracciabile già nei suoi progetti sia a livello architettonico, sia su scala urbana (vedi Padiglione Svizzero, Cité de Refuge a Parigi, Palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra, Centrosojuz a Mosca).

Il termine brutalismo viene reso popolare grazie al teorico dell’architettura Reyner Banham solo nel dopoguerra e deriva dal francese béton brut di Le Corbusier, destinato a  caratterizzare alcuni suoi progetti, tra cui quello più noto è l’Unité d’Habitation di Marsiglia.

Per Brutalismo si intende quindi  una corrente architettonica attiva fino alla fine degli anni settanta, il cui principio fondante è l’utilizzo del cemento armato a vista, e l’impiego di tutti gli altri materiali grezzi che hanno una precisa funzione nell’edificio, come ad esempio acciaio e laterizi, atti a  costituire l’ossatura del progetto e a sottolineare l’essenzialità di strutture marcate e imponenti.

Tutto in vista nelle costruzioni brutaliste: un’esaltazione delle forme e dei dettagli che le compongono, nell’intento di sfidare il formalismo dell’epoca a scapito dell’estetica dei materiali.

La presenza di materiali grezzi consente al progetto di nascere dall’interno e mostrare il suo sviluppo attraverso la nudità materica delle volumetrie esterne. Quindi, minore importanza del  bello architettonico e maggiore evidenza di forme e volumi.

Solo un breve cenno sul pensiero di Bruno Zevi al riguardo:

un edificio senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura gradevole.”

Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, ed. Einaudi

 

Sono rintracciabili nell’Europa dell’Est, in particolare, ma anche in Italia, negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Giappone, solo per fare qualche nome,  i luoghi d’elezione che recano testimonianze di edifici di marca brutalista.

Uno schematismo ripetitivo emerge dall’osservazione di questi manufatti: la negazione del bello per così dire “inutile”, specchio di una società incardinata nei meccanismi rigidi di un’ideologia, e con questo faccio esplicito riferimento ai paesi del socialismo reale dove questo stile fece presa in modo particolare.

Ex Unione Sovietica e Berlino Est, presentano numerosi esempi di questi edifici consacrati all’uniformità come concezione di vita.

In sintesi, ciò che conta in questo tipo di progettazione è il rapporto tra il volume dell’edificio e il contesto in cui si inserisce, dove è chiara la volontà, quasi drammatica, di introdurre un macrosegno urbano che si impone; non ultima, la poetica del “non finito” dove la materia non subisce alterazioni per mezzo delle finiture, in una semantica compositiva che tende ad avvicinare la sostanza e la forma.

Dopo la metà degli anni settanta calerà l’interesse verso questo tipo di progettazione, soppiantata dal Post-modernismo.

Stefano Barattini, a seguito di una precisa identificazione dei complessi architettonici in Italia e nell’Est europeo ci offre, con le sue fotografie, un’interessante rassegna di edifici che meglio rappresentano lo spirito brutalista.  L’autore ha eseguito scatti in bianco e nero che sottolineano la grezza nudità dei manufatti.

Conversando con l’autore:

“Posso solo dire che a differenza, per esempio, dell’architettura del Movimento moderno e del Razionalismo, la loro “bruttezza” emana comunque un grande fascino di fronte al quale non potevo rimanere indifferente.” 

Tskalthubo Piscina, complesso sportivo, Georgia © Stefano Barattini
Istituto ISIS, Castellanza, Varese © Stefano Barattini
Istituto Marchiondi, Baggio, Milano © Stefano Barattini
Torre Velasca, Milano © Stefano Barattini
Stadio di calcio, Monza © Stefano Barattini
 Spomenik, Stone Flower, Jasenovac, Croatia © Stefano Barattini
Spomenik, Monument to the Uprising of the People of Kordun and Banija
Petrova Gora National Park, Vojnic, Croatia © Stefano Barattini
Spomenik, Monumento alla rivoluzione del popolo di Moslavina, Podgaric , Croazia © Stefano Barattini
Complesso residenziale, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, particolare, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, particolare, Varese © Stefano Barattini

Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Stefano Barattini




Nessun rimorso.

Contravvenendo alla mia indole, nel non seguire argomenti osannati o pompati dalla massa, mi ritrovo, su proposta, a recensire un film appena visto. Per curiosità, e senza alcuna velleità di critico cinematografico, cercherò di esprimere impressioni e sensazioni che la visione di ”Joker” mi ha trasmesso.

È  d’obbligo da parte mia fare alcune premesse riguardanti la mia passione per i fumetti, nata dalla raccolta della carta che mio Fratello faceva nel suo associativismo scoutistico in quel di Primavalle. Spesso mi trovavo tra le mani numeri sparsi della Marvel, quasi niente della DC comics, sovente fumetti erotici. Sovente…

Avrò avuto quasi una decina di anni. E l’Uomo ragno, Hulk, Fantastici Quattro e Supergulp accompagnavano i miei mondi Stendhaliani…

Ho sempre avuto una certa simpatia negli antieroi, o gli antagonisti degli eroi. A parte saghe fumettistiche come Sin City o Watchmen che a mio avviso sono ”roba per pochi”.

Spesso, negli USA, una denuncia sociale, a mezzo stampa o cinema, viene trasmessa attraverso versioni celate o poco esplicite. Saranno gli strascichi del Maccartismo, che doveva individuare pericolosi messaggi di ”radicali” o bolscevichi in ogni dove. E a contraltare di quello che fu l’URSS,la spia o il sovversivo erano dovunque.

Scritti come ”“Il seme del male” di Joanne Harris o ”IT” di Stephen King sono stati letti e visti come semplici horror. Ma l’intrinseco è recepito da pochi, e va oltre la paura che viene instillata attraverso la faccia, o facciata che viene recepita in superficie.

Quindi, come far passare un messaggio riflessivo, analitico, senza incorrere in mattoni semiseri, o esplicite emanazioni minanti l’ordine costituito, reggente sui giuramenti con la Bibbia nella mano? Attraverso la creazione di personaggi.

Ed entrerei nel profilo univoco e personale, del singolo, potenziale, criminale che è insito in ognuno. Sintesi antropologica ed arcaica.

Lo studio criminologico della personalità riceve e individua quattro tratti principali determinanti il nucleo centrale della personalità criminale che sottendono il passaggio all’atto e sono presenti in ciascuno di noi ( “In ogni persona sonnecchia un delinquente”).

I tratti sono caratterizzati dall’egocentrismo, che permette di ignorare i giudizi; labilità, che consente di non tenere conto delle conseguenze dell’atto criminale; aggressività, che porta ad effettuare alcune azioni criminali senza badare agli ostacoli per compierle; indifferenza affettiva, che fa ignorare le sofferenze della vittima.

Tali ipotesi sembrerebbero aver ricevuto conferme da studi di verifica effettuati  su campioni di delinquenti. Ricerche successive non sono state però in grado di chiarire se esistano dei tratti tipici di personalità nei soggetti criminali o se questi prestino una particolare intensità di tratti diffusi in tutti gli individui e se tali caratteristiche siano la causa o l’effetto di una vita da criminale.

Ripercorrendo la storia di tale ambito di ricerca, si è individuata una “sindrome della personalità criminale”, caratterizzata da una specifica struttura psicopatologica, che favorisce l’acting-out ed è caratterizzata da tre tratti fondamentali: l’iperattività delittuosa, l’antisocialità ed un notevole egocentrismo.

I grandi dittatori, ad esempio, soffrivano della mancata accettazione da parte di gruppi o persone. Nella loro apoteosi, hanno messo in atto personali vendette ai danni di rivali o particolari antipatie sviluppate nell’età formativa. E l’abilità nel trasformare ciò in odio, derivante da rabbia, ha dato loro l’opportunità di perpetrare crimini di massa. Come semplice e unica vendetta. Mussolini ce l’aveva con la Massoneria, Hitler con gli ebrei, Pol Pot con gli intellettuali, Stalin era un edipico, Franco e Salazar avevano una formazione assurdamente cattolica. Lasciamo stare i nobili, che come dice il prof. Alessandro Barbero ”i nobili non servono a niente”, con i loro imperi…

In questo mio scritto mi concedo un pizzico di personalismo, avendo tatuato sull’avambraccio sinistro un Joker con pergamena che recita ”Nessun rimorso”, tanto per manifestare il criminale insito in ognuno.

Gotham City.

Una oscura metropoli decadente, vogliosa dell’uomo forte, reazionario, come tutti i personaggi di quella casa editrice. Il contrasto con l’altra, la Marvel, è sempre stato vivo.

Chiariamo subito una cosa: a nascere è stata prima la DC Comics. La Marvel – con gli Avengers, gli X-Men e i Fantastici Quattro – è arrivata circa un paio d’anni dopo. In ogni caso entrambe sono state fondate nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando le persone avevano bisogno di leggere qualche cosa di semplice e rassicurante come il bene che vince sul male. I primi supereroi rispecchiavano anche il modello di personaggio dominante americano: prima dell’introduzione di Wonder Woman quindi, erano tutti bianchi, eterosessuali, con un buon lavoro e anche abbastanza giovani. Solo qualche anno dopo hanno iniziato ad assumere forme più complesse.

La prima cosa che si dice quando si parla di differenze tra i supereroi Marvel e quelli della DC, è che i primi sono molto più complessi dei secondi. I disegnatori della Marvel avevano realizzato personaggi dalle mille sfaccettature psicologiche, con paturnie e problemi d’amore come tutte le persone normali ed estremamente combattuti nelle loro azioni. I supereroi DC erano molto più semplici: ad animarli era o la vendetta o la sete di giustizia. Negli anni ’80, con “Watchmen”, Alan Moore ha mostrato a tutti l’altra faccia della medaglia dell’essere un supereroe e non ha avuto paura di farlo. Così si è visto che i vigilanti potevano anche essere in realtà delle persone orribili e non per forza i buoni di cui prendere le parti.

Ecco l’antieroe.

«Io credo semplicemente che quello che non ti uccide, ti rende… più strano.»

Joker. In fondo, vedendo il film, traspare subito un vero e profondo disagio sociale, che mi riporta al disagio di Adolf Hitler quando dormiva per strada, vendeva acquerelli e fu rifiutato dall’Accademia di belle arti di Vienna. Il personaggio ha avuto nel tempo diverse interpretazioni venendo caratterizzato da alcuni autori come un personaggio sadico, burlone, psicopatico, perfido, crudele, ambizioso, eccentrico, carismatico, estremamente brillante, astuto, pittoresco, vanitoso, egocentrico, intrattabile, loquace e imprevedibile e, in altre interpretazioni – a seconda dei casi – un innocuo ladro o un grottesco folle. La sua follia lo rende uno dei più terribili criminali della città di Batman, Gotham City, nonché uno dei personaggi col più alto numero di omicidi a carico.  Nella graphic novel Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, l’autore – Grant Morrison – suggerisce che non si tratti di follia, ma di un caso di “super-normalità”, una sorta di percezione sensoriale estrema. Inoltre non sembra qui essere dotato di una vera e propria personalità: in base al momento e alla convenienza può scegliere di essere un amabile comico o uno spietato assassino e gli autori presentano un personaggio la cui follia viene anche accompagnata da latenti comportamenti omosessuali.

lo interpreta Joaquin Phoenix, il fratello di River, morto in seguito ad un’overdose di eroina e cocaina, sotto forma di speedball. Personalmente lo ricordo come Commodo nel film ”Il gladiatore”, come Johnny Cash o in  The Village di M. Night Shyamalan. Visibilmente dimagrito come si addice ad un attore veramente calato nella parte. Fuma in una maniera disgustosa. E ho trovato molto strano che in un film USA, dove la guerra al tabacco è in ogni dove, vi sia questo smodato eccesso di nicotina. Joaquin è stato fidanzato con l’attrice Liv Tyler.  Nel 2012 ha avuto una relazione, durata circa un anno, con la modella Heather Christie. A seguito, è stato fidanzato con la disc jockey, modella e fashion designer Allie Teilz dal 2013 al 2015. Dal 2016 frequenta l’attrice Rooney Mara. Nell’aprile del 2005, Joaquin si fece ricoverare per alcolismo presso una clinica di riabilitazione. E fu protagonista anche d’un singolare episodio: il 26 gennaio del 2006, mentre percorreva una strada di montagna poco fuori la zona di Hollywood, perse il controllo della propria auto, finendo fuori strada e ribaltando rovinosamente la propria vettura. Scosso e frastornato per l’incidente, sentì d’un tratto qualcuno che bussava al suo finestrino, che, dopo aver sfondato il vetro del bagagliaio, lo aiutò ad uscire dalle lamiere della sua vettura; si trattava del regista tedesco Werner Herzog, che, una volta sopraggiunti i soccorsi, se ne andò prima che potesse ringraziarlo.  Joaquin è vegano dall’età di tre anni ed è un attivista sociale, oltre che per i diritti degli animali e per l’ambiente. Ha, infatti, supportato diverse organizzazioni ed associazioni umanitarie nel corso degli anni, come Amnesty International.

Torno al personaggio, oltrepassando la doverosa descrizione da catalogo dell’attore. Personalmente il primo Joker che ricordo sullo schermo fu quello interpretato da Cesar Romero in Batman, la serie degli anni Sessanta. Inquietante, grottesco, in fondo, la Nemesi di Batman. Jack Nicholson e Heath Ledger li porrei ex aequo per interpretazione, quantomeno per la prosecuzione psichiatrica. Questo è il fondamentale filo ”logico” che lega la scelta di singoli attori pro tempore. Jared Leto oltre che starmi antipatico lo passo, probabilmente un riflesso della mia insopportabilità dei suoi Tirthy Seconds to Mars…

Mark Hamill e Zach Galifianakis altri interpreti….ma nemmeno so chi siano.

Gotham City.

A parte un bel disco live dei Bauhaus, la città è una sorta di decadente metropoli alla ricerca della difesa reazionaria, di un politico, Thomas Wayne, padre di Bruce Thomas Patrick Wayne, ricchissimo uomo d’affari che, dopo aver assistito da bambino all’assassinio dei propri genitori da parte di un ladro, decide di intraprendere una personale guerra contro il crimine indossando un costume da pipistrello. Ma questo film, essendo una monografia di Joker, la nemesi, non lo nomina affatto. Solo per riconducibilità di chi sa come funziona il panorama Batman. Che è corredato di altri criminali, tronfi di anarchia [termine usato in maniera impropria, per indicare caos ed assenza di Regole. Altresì l’Ordine assoluto, proprio perché privo di regole imposte] e antitesi dell’élite ricca e potente. In fondo Batman è l’amante di Robin, ma questo non si deve sapere. Come descritto nel libro” Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin” di Efraim Medina Reyes:

 “Mai per nessuna ragione devi essere te stesso, se ti fosse servito a qualcosa essere te stesso non staresti leggendo questo manuale. In un mondo più giusto, tutti avremmo l’aspetto fisico di un divo della televisione, l’intelligenza di una vecchia volpe e l’aggressività di un guerriero celtico, ma sai per dolorosa esperienza che questo mondo non è giusto, che la maggior parte di noi ha l’aspetto fisico di una vecchia volpe, l’intelligenza di un divo della televisione e l’aggressività di una torta di compleanno. Ti consigliamo di imitare qualcuno, chiunque sia meglio di te, non ti sarà difficile trovarlo. Una volta che avrai cessato di essere te stesso ti sentirai subito più sicuro e predisposto, che rischio può correre qualcuno che non è neppure se stesso?”

Il film si sviluppa sulla reazione di una mente offesa, mentita, drogata da farmaci che cerca la sua rivincita nella sofferenza dei soprusi, e che alla fine sfocia in una completa assenza di limiti morali o etici, che possano fermare una mano, a commettere un omicidio.

Il crescendo della mitizzazione di un personaggio, attraverso la maschera, come fu anche con ”V per vendetta”, passa per l’eguaglianza di piazza di quel radicalismo che tanto fa paura da anni negli USA. E che ha mandato a morte innocenti come Sacco e Vanzetti. Un ribelle è automaticamente considerato un criminale. O malato psichiatrico da internare.

Nel film, come nel fumetto, sono presenti i cardini principali dell’istituzionalizzazione coatta delle persone ”che funzionano male”, ospedale, manicomio, scuola, lavoro, carcere. Dove la strada e la ribellione passano per una società fortemente decadente, menzognera, celante vergogne e sporche verità. Puramente, la descrizione di una classe borghese. Corrotta in ogni senso.

Il singolo, si trasforma in molti. Manifestanti senza identità. Ma con un personaggio inversamente pirandelliano.

Torno per un attimo al mio Joker tatuato, un pò per nutrire l’Io o forse vabbè anche l’Ego. Il mio Joker esce fuori dalla carne dell’avambraccio, ghignante, con un dito puntato verso chi guarda. Non per giudicare, forse per indicare un punto. Con un asso di picche sul petto, ed un asso di cuori in mano.

Nessun Rimorso.

[R]


Foto copertina © MjZ




La scuola del Bauhaus nelle fotografie di Stefano Barattini.

Lo stile fotografico impeccabile di Stefano Barattini è riproposto in questo portfolio dedicato al Bauhaus. La mostra si terrà dal 12 aprile al 2 maggio 2019 presso la libreria universitaria Franco Angeli, nel quartiere Bicocca, Milano.

La fotografia di architettura risponde, generalmente e basilarmente, al criterio dell’illustrazione della natura di un manufatto, quale che sia lo stile rappresentato.

Nel caso degli edifici della Staatliches Bauhaus, attualmente residente a Dessau, Germania, Stefano Barattini esprime nel suo lavoro una buona identificazione con il rigore razionalista dell’opera, realizzando fotografie pienamente rispondenti allo spirito del tempo.

Immagini che parlano di essenzialità delle linee e funzionalità degli spazi in nome di un’estetica contraria al decoro ridondante dello stile ornamentale floreale, tipico dell’Art Nouveau, dalla quale si distacca completamente.

Scarno ed essenziale nella forma, il manufatto razionalista, che sia una casa o degli oggetti d’uso comune, manifesta una sua rassicurante bellezza dovuta alla praticità e schematicità degli ambienti e degli oggetti fatti per l’uso quotidiano, utilmente funzionali, senza penalizzare la cura progettuale da cui originano.

Ma
ora lascerei parlare l’autore:

“Va da sé che il periodo storico che più mi affascina è quello dall’inizio del 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, per tutti i mutamenti, anche drammatici, che hanno coinvolto l’Europa e il mondo intero.

In questo periodo, soprattutto agli inizi del 1920, fino alla fine della seconda guerra mondiale, con strascichi che arrivano fino agli anni ’60 e che si manifestano anche più tardi, nascono in Europa movimenti caratterizzati da un denominatore comune.

Si
cerca cioè di dare delle linee guida univoche all’architettura (spesso di
regime).

Di
questa nuova corrente apprezzo l’essenzialità, la pulizia delle linee, la
ricerca di nuovi materiali, la razionalità degli edifici che uniscono estetica
e funzionalità.

La
capacità soprattutto di “giocare” coi volumi e riuscire nel difficile intento
di rendere armoniose strutture solo in apparenza goffe e pesanti.”

Immagini
nitide che esaltano le geometrie coinvolte nel “gioco di volumi”, alleggerendo
l’apparente pesantezza delle forme rappresentate.

Il percorso fotografico guida l’osservatore dall’esterno all’interno dell’edificio, nel rispetto dell’esistente, così come appare ai nostri occhi. Una buona fusione tra osservatore e cosa osservata, nella quale si escludono gli artifici della fotografia che definirei neobarocca, volta ad alterare il proprio oggetto per compiacere le pretese artistiche del fotografo.

Quindi fotografia di documento, essenziale come i soggetti raffigurati. Scatti eseguiti nelle diverse ore del giorno, in modo da consentirci di apprezzare la buona dotazione di vetrate che migliorano la luminosità degli interni anche quando la luce scarseggia.

L’impiego dei colori primari, tipico di questo movimento artistico, risalta in modo particolare nell’opera del fotografo.

Stefano Barattini ha voluto regalare a se stesso e ai suoi estimatori un viaggio a ritroso nel tempo,  testimoniando l’innovazione nell’arte e nell’architettura che, dall’inizio del Novecento, ha percorso  l’intero secolo per giungere a noi inalterata nella concezione e culturalmente influente.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright
© Stefano Barattini.