Ragazzo spazzola. Una storia vera. Parte seconda

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Poi le due se ne vanno chiudendosi dietro la porta della stanza, e Nicola rimane col signor Alfonso che dorme beato in pigiama a righe bianco e celesti, col viso avvolto nell’asciugamano fumante di vapore. “Eccellenza Vostra, buon giorno, Nicola, suo barbiere di fiducia per servirla, …dorme?” fa timidamente Nicola, senza ricevere risposta. “Non si deve preoccupare di nulla, signor Alfonso carissimo, ho una mano delicatissima e farò presto” continua il bambino, tuttavia, senza ottenere in cambio manco un’alzata di sopracciglio. Ma il bambino non gli dà peso. Il padrone dorme profondamente e Nicola pensa che comunque non dovrà svegliarlo. Anzi, sicuramente il signor Alfonso gli sarà grato quanto più lui riuscirà a dormire senza fastidi, infine risvegliandosi gradevolmente sbarbato. E Nicola è vispo e operoso. Dopo tutto, lui è qui per far la barba a don Alfonso e, dunque, la barba comincia a fare.

Così, preso un cucchiaio di crema da barba ed impregnato il pennello nell’acqua calda lasciatagli dalle due donne sul comodino in una ciotola di rame, il giovane barbiere comincia e ruotarlo all’interno della sua tazza fino ad ottenere una schiuma bella densa. Poi toglie con cura l’asciugamani dal viso del signor Alfonso e, come gli ha insegnato il maestro Nino, gli applica la schiuma sul viso maneggiando dolcemente il pennello con movimenti rotatori, fino quasi a coprirne la faccia.

Prim’ancora però ne osserva il viso: un viso lungo e cavallino, occhi forse grandi, una barba di tre, quattro giorni, una fossetta sul mento e, infine, la bocca che potrebbe celare un gran sorriso ma sembra serrata. A compendio, un’espressione di infinita pace. Ma, ci siamo. Nicola inizia delicatamente a radere Don Alfonso ed usa la minor pressione possibile. Se preme, rischia di sfregiare la faccia al suo illustre primo cliente e questo non deve avvenire. Il bambino è abile ed inclina la lama il più lontano possibile dalla faccia del signor Alfonso. Per evitare pressioni accidentali, con destrezza rara per un bambino, il piccolo barbiere mantiene nella mano il rasoio dalla punta del manico, gestendo la parte più difficile da gestire: l’angolazione del rasoio. Il manico dello strumento è perfettamente parallelo al pavimento. Nicola abbassa lentamente l’impugnatura fino a quando la lama potrà tagliare la barba di Don Alfonso. E Nicola va. Assai abilmente taglia e rade la parte destra del viso del Signor Alfonso, quella più difficile perché inclinata verso il cuscino, senza però che questi accenni minimamente ad infastidirsi o peggio, a svegliarsi. Nicola gli alza e gli tira distendendola di volta in volta la parte di pelle interessata al suo lavoro.

Friniscono le cicale su questo caldo pomeriggio salentino e tutto sembra filare liscio, il lavoro appare pulito pulito. La guancia destra del cliente, senza nemmeno il contropelo, è rasata alla perfezione, dalla basetta alla parte del collo-gozzo. Non rimane che concludere proseguendo con l’agile destrezza finora dimostrata. E allora Nicola dolcemente accompagna il viso del signor Alfonso a poggiarsi dall’altra parte. Il cliente ne segue placido i movimenti. Il bimbo si alza giusto il tempo di asciugarsi il sudore per poi di seguito svelto ripartire. Però Il viso del signor Alfonso è tornato a stare come prima, ed impunito e candido espone la parte rasata invece di quella ancora da lavorare. Così Nicola il barbiere si riarma di pazienza e con nuovo, piumato tocco riporta il viso del Signor Alfonso nella posizione utile ad una completa rasatura. Ma no, al signor Alfonso piace stare nella posizione di partenza e la sua testa si gira ancora una volta. Però a Nicola non manca la pazienza e ritenta la manovra fino a quando il signor Alfonso pare accontentarlo ed accomoda placidamente la barbuta guancia a favore di rasoio. E invece no, ancora no. Don Alfonso reclina nuovamente il viso dall’altra parte e questa volta lo fa aprendo i grandi occhi azzurri. “Cazzo, l’ho svegliato! Ora mi rimprovera di sicuro” pensa subito Nicola. “Mi scusasse, Eccellentissimo, avevo bisogno che mi favorisse la guancia, sarò stato indelicato… mi perdoni, faccio mille scuse, non succederà più” fa Nicola, come sempre d’anticipo sulla reazione dell’interlocutore.

Ma il signor Alfonso non risponde. No, lui non risponde più ed ha uno sguardo fisso, troppo fisso anche per un cliente incazzato. E allora, d’improvviso come per colpa di una stilettata, forsanche per un colpo di rasoio vibrato a tradimento sulla sua ingenuità, Nicola capisce tutto e di scatto si fa indietro. Vola il rasoio sul letto, per terra invece la tazza e il pennello. Terrorizzato, Nicola molla tutto e con un balzo ferino fa per scappare verso l’uscita.

Ma la porta è chiusa, l’avevan chiusa quelle signore e lui l’ha dimenticato. Si, la porta è chiusa ed è dura, inscalfibile anche al terrore di un fuggiasco. Lui l’ha dimenticato. Passano due ore e Nicola è ancora là, si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo. Meglio: passano due ore e Nicola si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo, sul letto. Anzi, meglio ancora: passano due ore e Nicola si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo sul letto, accanto al morto. Ma prima di ritentare la fuga, Nicola sente stringere la sua mano. È la signora Luisa che gli sorride e lo accarezza. E il bambino si rassicura. “Nicola, come posso farmi perdonare? Vuoi un po’ d’acqua, una gazzosa, del miele?” materna gli chiede la donna. “No no, quando ho la febbre il medico mi consiglia un bicchiere di vino rosso” risponde il bambino con un filo di voce. “Ok, ma poi mi prometti che finisci il tuo lavoro? …” Nicola beve il suo bicchiere di vino e finisce la barba, deve. Poi vola verso casa, da qualche parte in quel tramonto salentino. Perché Nicola vuol fare il barbiere ed ogni lasciata è persa.

 

P.s. Nicola (nome di fantasia) ora è rinomato barbiere pugliese sulla Casilina che ormai da più di 50 anni taglia i capelli ai vivi, compreso me. Ma, certo, lui però cominciò col morto.

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Ragazzo spazzola. Una storia vera. Parte prima

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Italia 1945. Quadro salentino. Provo a immaginare.

Una guerra finita da poco e tanto da fare o rifare. Dai suoi occhi verdi di bambino, Nicola si riempie lo sguardo da parte a parte nell’orizzonte. È un balcone a scivolo la sua fantasia dove tutto è possibile. Nicola sente il profumo della vita che sboccia e vola irraggiungibile sulla sua bici tra lecceti e muri a secco. Nel sole della campagna pugliese i sogni di un bambino crescono limpidi e beati.

Certo, però, Nicola ha già le idee chiare: a 11 anni lui vuole fare il barbiere. Quinto di sette figli, Nicola vuole fare proprio questo, perché è la barberia da Nino il posto del paese dove si viaggia e, se vogliamo, si sogna di più. Le storie che si raccontano lì lui non le aveva mai sentite da nessuna altra parte ed è proprio lì che lui vuole stare. Si, il barbiere, che però non basta. Nino il titolare, arriva a bottega sempre tardi. Le prime ore del mattino le trascorre a bordo della sua bicicletta coi freni a bacchetta, di casa in casa a prendere le pagnotte lievitate ma ancora da cuocere per portarle poi al forno comunale. Nino carica il pane su una lunga palanca di legno, quindi sulla testa, e poi, come un equilibrista, via sul pedale.

Nicola lo ammira, arriva prima a bottega e la tiene in ordine come ogni buon ‘ragazzo-spazzola’ avrebbe detto qualcuno. Nicola guarda, ascolta e impara. Bambino vispo con ancora la guerra negli occhi, lui ha la mano delicata e aspetta la sua occasione che, come ogni occasione, un giorno finalmente arriva. C’è da andare a casa del signor Alfonso a fargli la barba. Un tempo, in certi posti, chi se lo poteva permettere non si spostava da casa manco per farsi la barba. Nino il titolare è in ritardo e la signora Luisa attende davanti alla bottega già da un po’. La donna ha e mette fretta.

E allora: “dì un po’, Nicó, Tu la sai fare la barba?” fa con aria risoluta la donna al bambino. Nicola ha un attimo di incertezza. A pensarci bene, lo sa anche un moccioso, radersi non è una cosa banale. Peggio ancora farsi radere. In un certo senso, quando ci si fa radere, si mette la propria vita nelle mani di un’altra persona. È un atto di fiducia estremo. E chi è mai quell’uomo che affiderebbe la propria incolumità alle malferme mani di un bambino? Nicola ci pensa ma non esita. Decide che è giunta l’ora di fare il salto, e accetta.

Così, presi gli arnesi del mestiere, inforca la bici e parte alla volta di Casa Leone, la dimora di Alfonso Leone, un ricco notabile del posto. Strada sterrata, qualche chilometro tra i campi di grano e gli ulivi, poi finalmente il vialone tra i muriccioli a secco dell’enorme bianchissima masseria. Nicola appoggia la bici subito prima dell’entrata, un grande arco in pietra sempre aperto, e si presenta: “buon giorno, Nicola sono, per la barba del signor Alfonso…” La signora Luisa è già lì, arrivata poco prima a bordo del suo veloce calesse. Alla vista del luogo, Nicola resta impalato per qualche istante. Per lui è la prima volta. Un accecante bianco che balugina nei suoi occhi scuri socchiudendogliene uno. Quell’eterna, spietata battaglia tra luce e ombra, che trova pace solo nei finestroni di legno color verde bottiglia infissi negli stipiti di pietra viva di questa enorme casa bianca.

La signora Luisa gli si fa incontro. Lei è la giovane moglie di Don Leone, la moglie di seconde nozze. È qui da qualche anno, viene da Reggio Calabria. Raramente si vede in paese, qui lei è straniera. Ma è bella: fisico filiforme, incarnato moro, sottili capelli lisci e castani sulle spalle, occhi scuri e profondi, viso dolce da Madonna, gesto elegante. Oggi ha un abito fiorato chiaro che guarnisce con scialle di lino bianco dal delicato panneggio. “Vieni Nicó, ti accompagno da don Alfonso” fa al bambino seriosa la giovane signora prendendolo per mano. La donna lo conduce in un largo atrio senza tettoia con al centro un tavolino accompagnato da due sedie non uguali, in un bianco senza fine. Il luogo è aperto ma curato dall’ombra di ristoro di un grande, gigantesco albero di fico. La masseria sembra essergli stata costruita attorno. Infine, delle larghe scale che costeggiano parte delle pareti e portano verso le stanze alte, quelle private.

Ma la signora si ferma all’inizio delle scale: “va’ Nicó, su troverai delle altre signore ed il signor Alfonso che ti aspetta” fa la donna accarezzandolo teneramente. Nicola le sorride e fa come lei dice. Poi, con due balzi sale verso la sommità e d’un baleno è già sulla porta appena abboccata. L’apre, si infila e trova un lungo, fresco corridoio. Un pavimento a quadri bianchi e neri, lucidissimo. Nicola avanza con cautela. Si sentono delle persone parlare, una signora fa capolino dalla porta di una delle grandi stanze che su quel corridoio si affacciano. Poi lei si accorge della presenza del bambino. “Sono qui per la barba al signor Alfonso, Nicóla sono, il barbiere” l’anticipa lui. “Sì, vieni vieni, Don Alfonso è qui” fa la signora più anziana uscendo dalla stanza in compagnia di un’altra giovanissima, una ragazza. “Tu fai, e quando è tutto a posto ci chiami che continuiamo a vestirlo… Intanto lui ha già l’asciugamano caldo sulla faccia. Sapevamo che eri a minuti…” conclude la signora anziana.

La donna gli parla impalata insieme alla ragazza davanti la porta della stanza, velando sul resto lo sguardo curioso del bambino. Nicola riesce solo ad intravvedere che sul letto c’è sdraiato un uomo in pigiama. Ma non capisce. Le donne gli parlano mentre escono e Nicola rispettoso le ascolta e le segue con gli occhi mentre lui entra nella stanza voltando però le spalle a Don Alfonso.

Un curioso balletto.

…continua