Augusto De Luca fotografa il Colore

Questa serie fotografica che io chiamo ‘Colore’ è stata realizzata dalla metà degli anni ’70 agli ’80.
In quel periodo a Napoli si faceva prevalentemente fotografia di reportage in bianco e nero, quindi il mio colore spiazzava, incuriosiva e sovvertiva il normale utilizzo del mezzo fotografico.

Di esso fu molto colpito Giuseppe Alario, direttore della Kodak per il centro-sud, che, facendomi letteralmente bruciare le tappe, mi catapultò nell’ambiente della fotografia italiana.

Era un periodo di pura ricerca. L’ambiente culturale napoletano e italiano erano straordinariamente vivaci. Chiaramente queste immagini a colori sono state realizzate con macchine fotografiche analogiche; all’epoca scattavo con una Contax 35mm.
Negli anni 80 c’erano le pellicole ed io utilizzavo diapositive Kodak Ektachrome 64 ASA che i laboratori sviluppavano in un’ora. L’uso di obiettivi Carl Zeiss poi favoriva sicuramente la saturazione, la forza e la qualità dei colori.
Per ottenere queste immagini adoperavo due tecniche: la doppia esposizione sullo stesso fotogramma ed il sandwich.

Con la doppia esposizione, prima riprendevo soli al tramonto e lune con filtri rossi, sottoesponendo lo scatto in modo da avere la restante parte della pellicola ancora vergine e, successivamente, con un secondo scatto, sulla parte vergine dello stesso fotogramma, inserivo una struttura ed elementi architettonici che non solo facessero da sfondo, ma anche da contrappunto a quelle forme rotonde, soli e lune.
Il risultato finale era un’immagine sicuramente veritiera, che però generava uno spaesamento grazie alla sua atmosfera metafisica.

Con il sandwich, invece, la scelta creativa era successiva allo scatto. Infatti, prendevo due diapositive già sviluppate e sovrapponevo le immagini scegliendo l’accoppiamento che più mi soddisfaceva, poi rifotografavo il tutto e ottenevo, così, una sola immagine, che era il risultato di due sovrapposte.
Due tecniche “preistoriche” se rapportate all’attuale Photoshop, ma ancora oggi di grande impatto visivo.
Nelle mie immagini la poetica deve essere imbrigliata dalla geometria.?La grammatica dà senso all’immagine e la rende fruibile e leggibile. Senza metrica non c’è né forma né poesia. Senza pentagramma non si può scrivere la partitura.
L’input emotivo nasce dallo scontro tra materia viva e morta: il sole e la luna si contrappongono alle linee rette e dure dei muri. La sinuosità si scontra con lo schematico angolo retto: è questo il punto focale di tali immagini, che traggono la loro forza evocativa proprio dallo scontro tra realtà antitetiche e dal contrasto materico e cromatico.
Però, con il passare degli anni e con il passaggio dal colore al bianco e nero, forse sono diventato un purista della fotografia, che, con un solo scatto, esaurisce pienamente ed interamente il processo creativo.

 
 
 
 
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Fabio Donato

Quando ho iniziato a cimentarmi con la fotografia, Fabio Donato era già uno dei fotografi più noti di Napoli, capace di intuire, con estrema lungimiranza, quei cambiamenti in ambito artistico e teatrale che si sarebbero puntualmente verificati e che, dagli anni Sessanta, hanno modificato l’angolo di osservazione di chiunque si accosti alla Bellezza con sacro rispetto e venerazione.
Lo incontravo a tutte le mostre e in ogni evento culturale, era sempre presente e attivo, documentando la storia culturale della nostra città. Aveva una folta chioma alla Jimi Hendrix e sempre al collo la sua fedele macchina fotografica.
Fabio è un fotografo poliedrico, perché il suo lavoro spazia dal reportage al ritratto e alla ricerca concettuale; sicuramente è tra quelli che hanno influenzato maggiormente le nuove generazioni di fotografi partenopei. Riservato e riflessivo è molto misurato e un uomo di poche parole.
La sua maestria a penetrare il pensiero altrui, le intenzioni stesse dei protagonisti dei suoi scatti, il tentativo di trasformare i linguaggi e, con essi, mostrare la complessità del sociale, presuppone una naturale propensione all’interpretazione dei pezzi di realtà sui quali decide di soffermarsi che rende poi, in modo sublime, tramite la sua coinvolgente abilità nella comunicazione visiva, che diviene, appunto, racconto.
Ricordo che anni fa mentre sfogliavo una rivista, rimasi colpito da un ritratto di Eduardo De Filippo che aveva uno sfondo nero ed era seduto di profilo appoggiando il suo mento sulle mani sovrapposte sorrette da un bastone; era straordinario e pensai che fosse la più bella immagine del grande Artista che avessi mai visto, che, ovviamente, era stata realizzata proprio da Fabio.
Un giorno lo incontrai e, dopo aver elogiato quello splendido capolavoro, si offrì di regalarmi quella foto; ancora non sono andato da lui a prenderla, ma di certo non me ne dimenticherò e gli telefonerò presto.
Quando gli dissi che mi sarebbe piaciuto fotografarlo, Fabio ne fu entusiasta e prendemmo subito un appuntamento all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove lui insegna fotografia ormai da diversi anni.
Quel giorno andai un po’ prima all’incontro e girai in lungo e largo tutto l’edificio, cercando un’inquadratura o qualche scorcio che suscitasse particolarmente il mio interesse per lo sfondo del ritratto che avrei dovuto fare.
Proprio nel chiostro, da una porticina laterale aperta, notai, all’interno, una grande quantità di statue in gesso di varia grandezza; il mio interesse fu subito catturato e, all’istante, capii che avevo trovato l’ambientazione adatta.
Dopo poco incontrai Fabio e lo portai in quella stanza, facemmo qualche prova di inquadratura e, alla fine, scelsi una grande testa bianca; posizionai anche una luce riflessa su di un pannello, per avere una luce più diffusa, perché l’ambiente era buio. Furono diversi gli scatti, tutti buoni e soddisfacenti.
Sia il posto che il personaggio erano molto interessanti, per cui risultò facile per me lavorare in tale situazione.
Quando tornai a casa, infatti, controllando al computer i file, ero indeciso su quale immagine scegliere anche se poi optai per quella che mi aveva colpito per prima.
Devo ammettere che, solitamente, è sempre il primo scatto quello che poi risulta essere il più efficace e, anche in quell’occasione, fu confermata questa vecchia consuetudine.

Fabio Donato – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Lina Mangiacapre

Lina Mangiacapre, scomparsa purtroppo nel 2002 a soli 56 anni, era un’artista a tutto tondo: regista, musicista, pittrice, fotografa, scrittrice e poetessa.
Sicuramente un personaggio molto singolare ed eccentrico, ribelle e fantasioso della scena artistica partenopea, continuamente alla ricerca di libertà, che aveva posto il mito al centro della sua ricerca e ideato la ‘psicofavola’ come metodo teatrale e di autocoscienza.
Femminista storica, laureata in filosofia, era una donna intelligente e colta, mai banale, che faceva dell’arte e della creatività forme di lotta politica per l’emancipazione femminile, così come politiche erano le azioni performative che conduceva con uno dei gruppi più importanti del movimento femminista, le Nemesiache, il suo collettivo fondato nel 1970, che, pur avendo un ampio raggio d’azione tra Milano, Roma e Parigi, era fortemente radicato sul territorio napoletano.
Mente geniale e creativa, riteneva il cinema la ‘sintesi di tutte le arti’. A lei dobbiamo, tra l’altro, l’ideazione della Rassegna del Cinema femminista di Sorrento ‘L’altro sguardo’, primo festival del genere in Europa, e l’istituzione del Premio cinematografico ‘Elvira Notari’ alla Mostra del Cinema di Venezia, divenuto, dopo la sua morte, il Premio ‘Lina Mangiacapre’.
Le tante delle sublimi metamorfosi di Lina sono state immortalate nel docufilm ‘Lina Mangiacapre Artista del Femminismo’ di Nadia Pizzuti, che ha curato il soggetto insieme a Tristana Dini, dedicandosi personalmente alla sceneggiatura, realizzato grazie ad una raccolta di crowdfunding e dopo un attento e lungo lavoro di raccolta di materiale di repertorio.
In circa 40 minuti, tra voci fuori campo, testimonianze delle Nemesiache, vignette, disegni e animazione originali e riprese nella casa dell’artista a Posillipo e in altre zone della città, indagando itinerari collegati fra loro e valorizzando la sua verve ironica e giocosa
Presente a tutti gli eventi artistici della città di Napoli, la incontravo spessissimo ovunque e quando qualche volta mancava ad un avvenimento artistico, cosa che accadeva raramente, la sua assenza si notava sicuramente.
Sorridente, con un look molto personale, provocatorio e senza tempo, caratterizzato da quei vivaci vestiti punk rock, dark o mitologici che amava tanto, bombette e cilindri, ciocche di capelli colorate, il suo aspetto androgino da queer ante litteram la rendeva riconoscibilissima.
Altro segno distintivo erano gli stupendi occhiali a farfalla, sempre diversi, che collezionava. Era molto affettuosa con me ed io la stimavo ed apprezzavo per la sua libertà e per il suo coraggio nella diversità. Lina diceva spesso che bisognava riprendere l’arte dell’amore come pratica di rivoluzione.
Un giorno le chiesi di ritrarla e lei ne fu felicissima.
Prendemmo un appuntamento ed andai nella sua casa studio, piena di oggetti particolari, cappelli e occhiali alati. Le chiesi di indossarne qualcuno e iniziai a fotografare.
Però mi attirarono in particolar modo un violino e un manifesto di Pier Paolo Pasolini che lei adorava.
Nel primo scatto misi insieme il profilo di Lina con il ritratto di PPP su cui avevo appoggiato i suoi famosi occhiali, in modo da unire ed intrecciare in qualche modo le loro vite e le loro personalità.
Nella seconda inquadratura, invece, la ritrassi come una guerriera che al posto di un’arma, impugna e brandisce uno strumento musicale.
Quando stampai le due foto, fui molto soddisfatto del risultato perché entrambe le immagini rispecchiavano il mio progetto e il mio intento.
A Lina è stata dedicata una sezione al National Museum of Women in the Arts di Washington e il Comune di Napoli, in ricordo delle sue lotte femministe ed anche del suo amore per la città, ha deciso di dedicarle un belvedere in via Posillipo, nei pressi di Piazza San Luigi.
Siamo tutti diversi ma nessuno più di Lina è stata una persona meravigliosamente unica e irripetibile.

Lina Mangiacapre – foto di Augusto De Luca
Lina Mangiacapre – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa il MANN

Sono sempre stato affascinato dai resti delle culture antiche, pregne di storia e testimoni di bellezze classiche di tempi passati. 

Era da tanto che desideravo tornare a visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, scrigno di tesori inestimabili, che ha sede a Palazzo degli Studi, uno dei più imponenti edifici monumentali della città, nel cuore del centro storico.

Quella mattina, però, volevo fare di più, era nato in me un disegno preciso: fotografare quegli spazi pieni di opere che, in qualche modo, li rendevano anche così misteriosi.

Volevo coglierne il senso surreale, interpretando gli accostamenti casuali di segni e tracce, scoprendone, forse, l’essenza più nascosta.

Allora, armato della mia fotocamera, entrai in questo luogo magico alla ricerca e alla scoperta di prospettive ed inquadrature insolite, che esprimessero anche un punto di vista del tutto personale.

Le mie fotografie, solitamente, vivono di correlazioni tra oggetti e tagli particolari, che sono parte del mio sentire. Lì ci sono io. Un modo, probabilmente, anche di fare autoanalisi.

In questa nuova avventura mi accompagnò mia moglie Nataliya, documentando tutto con una piccola videocamera.

Nel girare in quelle grandi stanze individuai composizioni inedite tra statue ed ombre, tra superfici antiche e strutture moderne che, in un gioco metafisico, si intrecciavano, formando singolari accostamenti.

Scoprivo e scattavo continuamente, totalmente rapito dalla bellezza di questi contrasti.

Una mattinata intera dedicata al lavoro: ma alla fine avevo realizzato una notevole quantità di immagini che mi aveva soddisfatto appieno e… mi ero anche divertito moltissimo.

Questo é il mio video di quel giorno al MANN…

 

https://www.youtube.com/watch?v=xEfww6Gip7o )

 

Mann – foto di Augusto De Luca
Mann – foto di Augusto De Luca
Mann – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Lino Cannavacciuolo

Il violino è uno strumento che mi ha sempre affascinato per il suono, ma anche per le venature e le sinuosità delle forme dei suoi legni.
Ricordo sempre con stupore e ammirazione, la bellezza di uno dei due Stradivari di Salvatore Accardo, che ebbi la fortuna di ammirare da vicino.
Detto questo, mi aveva sempre incuriosito il suono di un violino che molte volte avevo ascoltato nei brani e nei concerti di grandi artisti come Pino Daniele, Peppe Barra, Lucio Dalla, Adriano Celentano, Tullio De Piscopo, Edoardo Bennato e Claudio Baglioni.
Era uno strumento con un suono unico, passionale, vigoroso, travolgente, infuocato, ma anche moderno. Ma chi era quel musicista che mi aveva sempre affascinato? Di chi era quella mano dal tocco sicuro, nervoso eppure dolcissimo, capace di straziarmi l’anima, facendomi attraversare una varietà infinita di emozioni?
Quel maestro, e poi scoprii anche ottimo compositore, era Lino Cannavacciuolo ed io desideravo conoscerlo e fotografarlo.
Un musicista poliedrico, travolgente, che fa della sublime ricerca di nuovi linguaggi musicali e della sperimentazione la sua chiave di volta, e che, con tecnica sapienziale, riesce ad equilibrare in modo assolutamente personalissimo, tradizione ed innovazione.
Un vero e proprio animale da palcoscenico, dalla forte presenza scenica, che calamita l’attenzione in modo quasi ipnotico. Tanto bravo da aver lavorato anche con Eduardo De Filippo, Luca De Filippo, Roberto De Simone e aver curato la colonna sonora di importanti film per la regia di Massimo Andrei, Fabrizio Costa, Giacomo Campiotti, Luca Ribuoli, Eugenio Cappuccino, e che, nel corso della sua carriera, ha ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti.
Cominciai a chiedere ai tanti amici che ho nell’ambiente musicale, riuscii ad avere il suo numero telefono, lo contattai e, qualche giorno dopo, mi recai nella sua casa a Pozzuoli (NA).
Lino è un vero artista, innamorato del suo strumento. Quando lo prende per suonarlo gli brillano gli occhi e le sue mani volano sulle sue corde. Entrammo nel salotto di casa ed imbracciò il violino elettrico per farsi fotografare, ma io gli dissi che avrei preferito ritrarlo con un violino classico di legno; allora lui andò a prenderlo e, tornato, cominciò a suonare.
Incantato da quel suono rimasi lì, di fronte a lui, incapace di scattare, concentrato ad ascoltarlo; solo dopo un po’ di tempo realizzai che se volevo cominciare a lavorare, dovevo liberarmi di quella deliziosa suggestione .
Feci molti scatti ma poi fui attratto dal terrazzo assolato di quella stanza. Uscimmo e sfruttai tutta quella luce per utilizzare l’ombra del violino come secondo soggetto da correlare al profilo dell’artista.

Quindi decisi di realizzare anche un’altra immagine, qui pubblicata con il riccio appoggiato alla sua fronte, come se lo strumento e il musicista entrassero in una relazione più profonda, quasi simbiotica.

Alla fine, fui molto soddisfatto di quegli scatti e, mentre stavo per andarmene, Lino mi chiese di fotografare per il suo sito una piccola sala di registrazione che aveva al primo piano di quella casa.
Feci uno scatto a colori e lui, per ringraziarmi, mi regalò due suoi CD, che ascoltai in macchina al ritorno. Erano talmente belli che dei brividi mi attraversarono tutto il corpo mentre pensavo che quell’uomo era davvero un genio.

Lino Canavacciuolo – foto di Augusto De Luca
Lino Cannavacciuolo – foto Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Lucio Amelio

Dalla metà degli anni ’70 all’inizio degli ’90, essere presenti agli eventi della galleria di Lucio Amelio in piazza dei Martiri a Napoli, era quasi un dovere, un obbligo per gli artisti che desideravano “esserci”, quelli cioè che volevano partecipare alla vita culturale partenopea.

La sua galleria era un luogo magico, piena di stimoli, posto unico nel suo genere.

Lucio portò a Napoli artisti internazionali le cui opere avevamo prima ammirato solo su giornali e riviste. Se ci si recava nelle sue due sale, facilmente si potevano incontrare personaggi come Warhol, Beuys, Mapplethorpe, Rauschenberg e tanti altri.

Lucio, però, si occupò e preoccupò anche degli artisti napoletani.

Io presi parte, infatti, a due eventi organizzati da lui: la ‘Rassegna della Nuova Creatività nel Mezzogiorno’ e al Goethe Institut ‘L’occhio Meccanico’. Ero all’inizio della mia carriera artistica e ricordo, in particolare, che, partecipando al primo degli eventi, chiaramente da principiante inesperto, allestii personalmente la mia mostra di fotografie.

Sicuramente il montaggio dei miei lavori sui muri non era perfetto e quando Lucio, che aveva un carattere molto forte ed era un perfezionista, entrò per controllare tutto l’allestimento, mi disse:

“Augusto… ma sono fotografie o caciocavalli?”

Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e rimise ad uno ad uno i chiodi e i quadri alle pareti.

Era così, molto diretto, forse duro qualche volta ma molto generoso.

Questa foto che pubblico è una polaroid SX-70 che ho manipolato dopo lo scatto.

Alle sue spalle c’è un opera di Keith Haring, artista famoso per i suoi caratteristici segni e che Lucio amava molto. Sull’abito poi, muovendo la pasta di sviluppo della pellicola con uno stecchino di legno, ho inserito anche io alcuni dei miei segni in modo da sottolineare e mettere in risalto nell’immagine quella che era la caratteristica dello street artist.

(Questo é un mio video del 1985 in cui mostro il procedimento…)

Lucio Amelio – polaroid manipolata di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Pompei

Era da moltissimo tempo che desideravo tornare agli scavi di Pompei e, finalmente, qualche anno fa, era esattamente il 2011, io e Nataliya mia moglie, decidemmo di fare una visita proprio a quello stupendo sito archeologico, rimasto intatto per secoli sotto la cenere del Vesuvio.

La giornata era splendida e il cielo terso; per l’occasione, portai con me la piccolissima fotocamera Leica D-Luxe, con soli 10 megapixels.

In verità non avevo nessuna intenzione di lavorare, volevo al massimo fare qualche foto ricordo.

Quella mattina, per mia fortuna, c’era davvero poca gente e quella straordinaria città deserta appariva in tutta la sua bellezza piena di fascino, che riportava alla mente ricordi di una vita dove riecheggiavano suoni ed immagini fantasma di un passato lontano.

Cominciammo a girare per le antiche strade vuote, un tempo trafficate e piene di vita, e, quasi automaticamente, guardavo e scattavo, senza neanche rendermene conto. Tutto mi sembrava interessante e fotograficamente accattivante.

Perlustrammo il luogo in lungo e in largo per qualche ora, senza accorgercene e io feci davvero molte istantanee.

Quegli scatti volevano essere soprattutto degli appunti di viaggio, dei ricordi di scorci e frammenti che colpivano di volta in volta il mio sguardo facendomi sognare ad occhi aperti, senza nessuna pretesa e finalità professionali: souvenir di una mattina diversa in un luogo misterioso e magico, che apparteneva alla memoria, e che sollecitava in maniera così feconda la mia fantasia.

Tornato a casa, nel tardo pomeriggio, lavorando i file al computer, ho cercato di elaborare le immagini in modo da dare un carattere e un gusto retrò, che credo si addica meglio ad una città così antica e piena di storia; però, non è detto che cambi idea modificandole nuovamente, perché ancora non sono sicuro che quelle istantanee abbiano raggiunto la loro perfezione e la loro completezza, almeno per me.

Forse, prima o poi, attraverso di esse riuscirò a restituire, inequivocabilmente, proprio le stesse emozioni che provavo al momento dello scatto; mi occuperò presto di loro.

 

Pompei – foto di Augusto De Luca
Pompei – foto di Augusto De Luca
Pompei – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa il Cardinale Sepe

Devo ammettere che ho sempre avuto un desiderio: ritrarre un Cardinale.? Mi hanno sempre affascinato le cartes de visite dell’Ottocento su cui i pionieri della fotografia come Nadar, Disderi, Alinari ed altri, stampavano i ritratti di Papi e di alti prelati dell’epoca.?L’occasione si presentò nel 2017 con l’insediamento del nuovo curato nella Parrocchia Corpus Christi e Regina del Rosario di Napoli. Il Cardinale Crescenzio Sepe sarebbe venuto nella chiesa di via Manzoni a presiedere l’incontro con tutti i fedeli e il reverendo, il nostro amato don Giuseppe Ferrara, mi chiese, timidamente e con riserbo, un ritratto in sua compagnia come ricordo dell’evento.
Immediatamente accettai; sinceramente non solo per la grande stima che nutro per il mio sacerdote, ma anche perché avrei realizzato finalmente un vecchio sogno nel cassetto.
Subito, insieme ad Eugenio Sales, il segretario del prete, e di mia moglie Nataliya, cominciammo a cercare il posto più idoneo per le riprese.
La seconda stanza della sacrestia, quella più interna e riservata, sembrò essere la più adatta.
Preparammo uno sfondo, posizionammo una luce e facemmo alcuni scatti di prova; anche perché, sicuramente, non avrei avuto molto tempo a disposizione.
Arrivò il gran giorno. La chiesa era gremita ed io, nella saletta, ultimai i preparativi.?Alla fine della celebrazione, prima che togliesse l’abito cardinalizio e la mitra, invitai lui e don Giuseppe ad accomodarsi sul set precedentemente allestito.
Inquadrai, feci uno scatto a loro due insieme e due al Cardinale Sepe. Sì, due scatti perché nel primo click il porporato aveva un’espressione funerea ed afflitta, forse per la stanchezza dovuta alla lunga funzione religiosa appena officiata.
Allora, per scuoterlo, provocandolo gli dissi:
“Sua Eminenza, ma i cristiani non devono sempre comunicare gioia? Lei con questa espressione fa una brutta pubblicità. Mi regali un bel sorriso”.
Il Cardinale annuì e, sorridendo bonariamente, si mise in posa; il secondo scatto, quindi, fu soddisfacente e con esso si realizzò il mio desiderio.

Più tardi, salutandoci, Sepe pronunciò a tutti la sua famosa frase in napoletano:
“ ‘A Maronna v’ accumpagna “.
Ed io risposi sottovoce:
“Speriamo…”.

 

Cardinale Crescenzio Sepe – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca e il Cardinale Sepe




Augusto De Luca fotografa Lucia Trisorio

Lo Studio Trisorio, alla Riviera di Chiaia, è una delle più importanti gallerie napoletane, punto di riferimento per tantissimi artisti, inaugurata il 16 ottobre 1974, dove hanno esposto tanti nomi illustri del panorama internazionale, molti dei quali precursori dei loro tempi. 

Conobbi i proprietari, Pasquale e Lucia, alla fine degli anni 70. Spesso andavo da loro per parlare dei miei nuovi lavori e ricevere qualche consiglio.

Lui, che purtroppo non c’è più, era un amico di cui fidarmi; mi incoraggiava con suggerimenti preziosi che ancora oggi mi sono utili. La moglie Lucia, per la grande esperienza che aveva, era per me, che cominciavo a compiere i primi passi nel mondo dell’arte, una fonte inesauribile di grande competenza da cui poter attingere. Persona di grande valore, è sempre stata al fianco del marito, con una presenza costante ma discreta. Come è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna!

Oggi è soprattutto una delle loro tre figlie, Laura, ad occuparsi dello spazio, e con il guizzo tipico di chi appartiene da sempre a questo meraviglioso universo, ha dato vita, nel 1996, ad ArteCinema, un suggestivo festival internazionale di film sull’arte contemporanea, che ha avuto un riscontro fortunatissimo anche tra i giovanissimi, avvicinandoli a queste magiche atmosfere. Da dietro le quinte, la madre, con la sua straordinaria abilità, continua ad aiutare e a dare indicazioni di rara maestria.

Nel corso del tempo la galleria, proseguendo nel suo lungimirante percorso di ricerca e innovazione, è divenuta tappa obbligata anche per gli studenti universitari, che hanno la possibilità di frequentare quegli stessi personaggi che si troveranno poi a studiare nei manuali di storia dell’arte.

Non per niente si tratta di una delle gallerie più longeve d’Italia, che, con competenza e passione, è in grado di collaborare attivamente anche con Istituzioni politiche e non, teatri importanti, come il San Carlo, e musei prestigiosi, come quello di Capodimonte, con il quale, prima della pandemia, è stato realizzato, con enorme successo, il progetto Incontri sensibili, con esibizioni importanti di artisti quali Louise Bourgeois e Jan Fabre.

Il 22 febbraio del 2020 Lucia è stata la prima di tre donne a ricevere, dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, il Matronato alla carriera con laudatio pronunciata da Andrea Viliani.

Con la sua innata sensibilità per la Bellezza e il suo spiccato senso estetico lo Studio Trisorio ha ritenuto la fotografia una forma d’arte da esaltare, tanto che nella cerchia di amici di famiglia si annoverano tanti fotografi che hanno puntualmente esposto nei loro spazi, con mostre fotografiche divenute, ormai, appuntamenti imprescindibili nella programmazione degli eventi della galleria.

Nel 1980 organizzarono una mia mostra di fotografie a colori con la presentazione di Marina Miraglia, importante critica e storica d’arte. In quell’occasione i Trisorio riuscirono a vendere tutti i miei lavori e ricordo che, dopo l’inaugurazione, Lucia ci invitò a casa sua per terminare la serata con deliziose pietanze preparate con le sue mani per l’occasione. Era molto gratificante sentirsi coccolati dai propri galleristi.

Un giorno andai allo Studio con Osvaldo, uno dei miei due assistenti, ed una grande luce fissa da 2000 watt, per ritrarre Lucia. Lei, sempre schiva, era un po’ intimidita dall’idea di essere al centro dell’attenzione e certamente non si sentiva a suo agio. Pensai di realizzare un ritratto evidenziando proprio la sua riservatezza e il suo desiderio di anteporre sempre e comunque l’artista a tutto e a tutti.

Allora proiettai la luce sul mio assistente che, con una cartella sotto il braccio, avrebbe dovuto rappresentare uno dei tanti artisti che si avvicendavano nella galleria, creando un’ombra gigante rispetto alla figura di Lucia, che, in un angolo, quasi nel nascondimento, ma comunque presente e vigile, lo guidava e promuoveva, ricalcando così, il suo pensiero che mi ricordava il famoso motto “ubi maior minor cessat”.

A scatto avvenuto, mi accorsi che l’immagine rispecchiava in pieno la mia idea e fui soddisfatto del risultato.

Oggi incontro di rado Lucia, ma ogni volta che succede, provo una grandissima gioia e una profonda gratitudine.

 

Lucia Trisorio – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Sergio Bruni

Io e la giornalista Giuliana Gargiulo quel giorno ci recammo all’Hotel Vesuvio in via Partenope a Napoli, dove puntualmente ogni mattina Sergio Bruni incontrava giornalisti e gestiva il suo lavoro tra un caffè e una sigaretta. 

Ci stava aspettando, era vestito di nero ed era molto serio in viso.

Di tanto in tanto, guardava fuori al finestrone, dove c’erano una splendida veduta di Castel dell’Ovo e del Vesuvio. Ogni volta che alzava lo sguardo e contemplava il panorama, si capiva che amava la sua città.

Disse che guardare il Golfo nutre i napoletani e li rende felici.
Poi ci parlò dell’inizio della sua carriera, della frequentazione nella Galleria Umberto I e di tutti i suoi successi, ma si infervorò particolarmente descrivendo la sua stretta amicizia con Eduardo.

Raccontò che un giorno il grande drammaturgo gli telefonò e gli disse:

“Sergitié, ‘a gente ‘o ssaje che dice?
Ca tu si ‘a voce e Napule e che Napule song’io.
Cheste che vene ‘a dicere?
Ca tu sì a voce mia”.

Io, pur emozionandomi molto mentre Bruni narrava la sua vita, continuavo a scattare con la mia fotocamera.

Feci molte foto; erano immagini che lo riprendevano mentre gesticolava parlando, io, invece, volevo fargli un ritratto ed avevo già in mente come realizzarlo: desideravo fotografarlo mentre cantava.

Gli chiesi di alzarsi e di attaccare con un suo brano, guardando fisso nell’obiettivo della mia Hasselblad.

Non si fece pregare, mi accontentò subito e, come se stesse sul palcoscenico di un teatro, con estrema disinvoltura, cominciò ad intonare quello che era stato da sempre il suo cavallo di battaglia, ‘Carmela’, interpretandolo con grande maestria.

Sergio Bruni cantava per me, chi l’avrebbe mai detto!

Scattai per tutta la durata della canzone che il talentuoso Artista eseguì a cappella per intero.

Poi, sempre molto serio in volto, ci salutò e si mise a sedere al suo solito posto. Dopo aver acceso l’ennesima sigaretta, cominciò ad ammirare nuovamente, con occhi sognanti, quella straordinaria veduta di Napoli che aveva di fronte.

Di quell’incontro mi rimane soprattutto il ricordo di un uomo che amava follemente la sua città.

 

Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca
Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca
Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca