Augusto De Luca fotografa Salvatore Accardo

Quella mattina andai al Teatro San Carlo di Napoli dove avevo un appuntamento con Salvatore Accardo.
Entrai e un signore garbato si offrì di accompagnarmi dal Maestro. Attraversammo stanze, corridoi e cunicoli piccoli e grandi. Sembrava di essere in un labirinto senza fine.
Dopo vari saliscendi, arrivammo in un ambiente stretto e lungo e cominciai a sentire, in lontananza, una stupenda melodia, era il meraviglioso suono di un violino; subito capii di essere vicino alla meta.
Entrai in una stanza laterale dove vidi Accardo che, nello scorgermi, smise di suonare e mi salutò agitando l’archetto con la mano destra.
Dopo i soliti convenevoli cominciammo a parlare di musica.
Cosa poteva chiedergli immediatamente, un amante come me di antiquariato e di oggetti d’arte in generale?
“Maestro, ma è vero che lei possiede due autentici violini Stradivari?”
Lui, senza parlare, mi fece cenno di seguirlo mentre si dirigeva verso alcune custodie che erano su di una panca in fondo alla stanza.
Delicatamente, come se stesse scoperchiando uno scrigno prezioso, ne aprì una: dentro c’era uno splendido violino. Avrei voluto accostarmi, ma lui, con gentilezza, mi fece capire che non dovevo toccarlo.
Rimasi estasiato da quella visione, dalle calde venature di quel legno lavorato trecento anni fa da Antonio Stradivari. Non avevo mai visto così da vicino uno strumento che è sicuramente un’icona per tutti ed ero affascinato, quasi ipnotizzato da quell’opera d’arte.
Il Maestro mi confessò che per lui il violino era come il prolungamento del suo corpo, cosa che mi colpì molto, perché anche io ho sempre affermato lo stesso della mia fotocamera.
Dopo tutte queste emozioni ci mettemmo al lavoro.

Scattai molto e poi scelsi una polaroid manipolata, che avrei pubblicato nel mio libro “Trentuno napoletani di fine secolo”, per Electa Napoli, 1995, e un’altra in bianco e nero più tradizionale, in cui mi piacevano i suoi occhi socchiusi e il volto assorto e concentrato, come immerso in una sorta d’ispirazione.
Quella era stata proprio una mattinata da ricordare e raccontare.

 

Salvatore Accardo – foto Augusto De Luca
Salvatore Accardo – polaroid di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Pietra Montecorvino

In realtà il vero nome di Pietra Montecorvino è Barbara D’Alessandro e io la conobbi subito dopo il grande successo avuto con il film di Renzo Arbore “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”.
Allora abitava al Vomero Alto, proprio di fronte casa mia.
Appena la incontrai le scattai alcune polaroid che ho cercato, ma purtroppo non ho trovato; successivamente non ci siamo più incrociati, perché sposò Eugenio Bennato e si trasferì.
Solo qualche anno fa decisi di ritrarla e la contattai tramite Facebook. Andai a casa sua, sulla salita adiacente alla chiesa di Santa Maria di Piedigrotta e, quando entrai, mi salutò affettuosamente e ricordammo insieme i vecchi tempi.
Ha un’abitazione molto particolare, calda ed accogliente, piena di oggetti originali, aperta a tutti gli amici che continuamente la vanno a trovare, con un terrazzino che ha una splendida veduta sul Vesuvio, dove spesso prende il sole.
Pietra sprizza napoletanità da ogni poro della pelle; è una donna verace, autentica, simpatica e avvolgente. Non potrebbe che essere nata a Napoli.
Nel frattempo, si era fatta ora di pranzo e mi invitò a mangiare qualcosa insieme. Dopo l’immancabile caffè e una sigaretta, cominciai a fotografarla.
Scattai molte foto, lei sa muoversi e sa recitare molto bene davanti ad un obiettivo. Scelsi questa fotografia, con alle spalle un bellissimo dipinto realizzato dal figlio Fulvio Bennato, artista e musicista poliedrico, perché nell’immagine traspare tutta la sua natura di ‘female rock singer’ dalla voce graffiante, versione partenopea.
Quando terminai le riprese mi chiese di andarla ancora a trovare, cosa che farò appena possibile, e porterò con me la mia inseparabile Leica; infatti, desidero realizzarle ancora tanti scatti.
Mi diverte molto fotografarla perché, di fronte all’obiettivo, è spigliata e, qualche volta, anche sfrontata, come nella vita.
Sicuramente Pietra è proprio un bel personaggio ed anche un’amica.

 

Pietra Montecorvino – foto di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Elena Croce

Nonostante avessi fotografato tantissimi personaggi famosi, quella mattina ero veramente molto emozionato. Avevo appuntamento con Elena Croce, la figlia del grande Benedetto.
Mi aspettava nella sua casa estiva ad Albori, in costiera amalfitana, e quando venne ad aprire la porta e la guardai, non nascondo che rimasi impressionato e stupito dalla grande somiglianza con il padre, che conoscevo attraverso le foto che avevo visto sui libri di scuola, sui giornali o in qualche documentario storico in televisione.
Era una donna molto austera ma anche canzonatoria. Aveva un’ironia seria, composta, mai troppo esplicita, che si intuiva fra le righe del discorso.
Dopo un mio primo momento d’imbarazzo, stato d’animo che solitamente non mi appartiene, ma forse in quella occasione si può comprendere, ci sedemmo e lei subito mi chiese perché la volessi fotografare.
Già a telefono, sommariamente, le avevo accennato qualcosa, così le parlai, in maniera dettagliata, del mio progetto e le spiegai che stavo ritraendo alcune tra le donne napoletane che mi avevano affascinato e che amavo di più per un libro fotografico, ‘Napoli Donna’, che sarebbe poi stato pubblicato dal Centro il Diaframma/Edizioni Editphoto.
Mi chiese anche chi avevo fotografato e quando, tra le tante, nominai Jeanne Carola Francesconi, autrice di un volume che ha venduto milioni di copie, ‘La cucina napoletana’, vangelo di centinaia di donne, lei, sorridendo, mi disse:
“Io ho il vizio di scrivere e sono stata sempre una donna di casa estremamente invalida, non sono una brava cuoca”.
Allora, voltandomi, notai a terra, appoggiato al muro vicino ad un cassettone antico, uno specchio, dalla forma inusuale, una mezza luna e, in quel momento, mi venne l’idea.
Lo presi, lo piantai in un vaso sul balcone che affacciava sul mare e scattai.
Sinceramente non so perché ebbi quell’intuizione. Come spiegazione, a posteriori, potrei pensare che avendo lei quell’enorme somiglianza con suo padre, per me, inconsciamente, il suo viso rappresentava il riflesso, lo specchio di quello. Ma forse… un buon analista potrebbe spiegarlo meglio.

 

Elena Croce – foto di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Roxy in the Box

La celeberrima Roxy in the Box, all’anagrafe Rosaria Bosso, è una delle artiste napoletane che più mi piace.
Deve lo pseudonimo con cui ha scelto di affacciarsi nel panorama artistico per la sua produzione di opere contemporanee di street art, sculture e quadri ad un lavoro giovanile presso una compagnia telefonica i cui contratti erano redatti in appositi box.
Camaleontica figura, spazia dalla pittura al video, dall’installazione alla performance, non trascurando affatto azioni e PULP azioni, per approdare, poi, all’investigazione di fotografia e video tramite azioni performative non-live.
Lo sprone a sfidare sé stessa e i propri limiti per produrre Bellezza, lasciandosi ispirare da cinema, letteratura e musica, è forse la sua caratteristica principale. Critica d’arte e curatrice di mostre, è capace di indagare il mondo da un’ottica nuova a privilegiata, attenta com’è a seguire di cosa si alimenti mediaticamente il popolo.
Espone da sempre in prestigiose gallerie e sedi istituzionali ed estere ed è apprezzatissima per la sua capacità di inserire, nella sua arte, elementi ironici di denuncia delle incongruenze della società e dei disagi della contemporaneità, che tengono sempre viva l’attenzione, contribuendo a stimolare la riflessione, inside e
outside the box.
Geniale nei suoi lavori, utilizza un colore acceso per esprimere la sua indiscussa matrice Pop. Le sue opere sono talmente piene di colore che mi viene voglia di assaggiarle. Infatti, ho sempre affermato che il collezionista, quando si trova di fronte ad un manufatto che per qualche motivo lo colpisce particolarmente tanto da volerlo a tutti i
costi, lo mangerebbe: almeno a me succede sempre così!
Roxy è un’amica ed è una persona solare e aperta, con i suoi capelli biondissimi e gli occhi azzurri, sembrerebbe nell’immaginario collettivo una svedese, un’americana o una norvegese, ed è stupendo il contrasto tra il suo viso d’angelo nordico e il napoletano stretto che spesso viene fuori, disorientando chi non la conosce.
Era da molto tempo che desideravo ritrarla, ma, preso da vari impegni, rimandavo sempre. L’occasione inaspettata capitò al matrimonio del nostro amico comune e bravissimo street artist Iabo, su cui mi sono soffermato in un precedente articolo, con l’affascinante Maria.
Ci incontrammo tutti in una straordinaria location fuori città. Una specie di tenuta all’aperto, con piscina, circondata dal verde.
All’appuntamento gli sposi si presentarono con una bellissima auto americana fine anni 50 ed io, appena la vidi, capì che era proprio lei che doveva fare da sfondo a questa talentuosa artista.

Girai intorno alla macchina cercando il punto di ripresa più adatto e una volta trovato, chiamai Roxy, la feci entrare nell’inquadratura e scattai. Una foto realizzata con un unico scatto in trenta secondi, ma era quella giusta, sapevo che non avrei potuto fare meglio.
Poi, insieme, tornammo dagli invitati e passammo una bellissima giornata, assaggiando un’incredibile quantità di specialità partenopee. Amo particolarmente questo ritratto perché, pur essendo molto semplice, mi restituisce esattamente l’idea che ho di Roxy: una splendida artista napoletanamente americana.

Iabo e Maria di Augusto De Luca
Roxy in the Box by Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Renato Carosone

Quel giorno avevo un appuntamento con un mito, un’icona della musica italiana.
Le canzoni di Renato Carosone facevano parte della mia storia; avevano accompagnato e rallegrato la mia infanzia, la mia adolescenza, fino a diventare in età adulta indelebili mantra che canticchiavo inconsapevolmente mentre ero indaffarato tra una faccenda e un’altra.
Ricordo che mentre mi recavo a casa sua, a Roma in un quartiere nei pressi di Corso Francia, mi sembrava di andare da un conoscente, da un amico, da un un parente: uno che conoscevo da molto tempo. Con la televisione Carosone era entrato tante di quelle volte in casa mia che ormai mi era familiare. Era una di quelle persone che inevitabilmente avevo imparato ad amare, proprio come il grande Totò.
Mi venne ad aprire e mi fece subito accomodare in un grande salone dove campeggiava un bellissimo pianoforte nero, a coda lunga: una vera meraviglia. Poi per rompere il ghiaccio sorridendo con un’espressione di sfottò mi disse:

“Tu ti chiami Augusto…ma sei romano?”

Ed io risposi stando al suo gioco:

“No maestro, non ho rapporti di parentela con Cesare. Sono napoletano verace”

Allora lui sorridendo mi diede una pacca sulla spalla e citando le
parole di una sua famosissima canzone replicò:

“Sient’ a mme, nun ce sta niente ‘a fa’
Ok, napulitan”

Ci sedemmo, mi offri l’immancabile caffè e cominciò a raccontarmi del suo inizio, degli anni passati a suonare in Africa, delle sue
frequentazioni nella Galleria Umberto I di Napoli, luogo di incontro di tanti artisti. Disse che le cose importanti, quelle che contano,
sono la semplicità e la modestia e che il pubblico si accorge dalla luce degli occhi se un artista é modesto.
Poi si mise al piano e cominciò a suonare. Carosone stava suonando per me. Io avevo tra le mani la fotocamera ma l’abbassai e cominciai ad
ascoltarlo come in trance, mentre lui con un sorriso indelebile stampato sul viso, mi guardava fisso negli occhi.
Dopo qualche brano mi portò in una stanza adiacente piena di quadri.
Erano tutti suoi lavori pittorici: di matrice cubista. Fui molto sorpreso perché non conoscevo questo suo lato creativo e perché non
erano opere dilettantesche ma di una fattura, di una bellezza e raffinatezza rara.
Lui me le mostrò una alla volta, raccontandomi con grande passione ed entusiasmo la loro storia.
Quella mattina avevo vissuto talmente tante emozioni che sinceramente fu una delle poche volte che gli scatti realizzati passarono in
secondo piano.
In macchina mentre tornavo a casa, pensai che era proprio vero:
Carosone aveva una luce negli occhi che esprimeva modestia…era quella la sua grandezza.

 

 
Renato Carosono – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Angela Luce

Era la fine degli anni ’80 quando andai a casa di Angela Luce, in una splendida abitazione superpanoramica nei pressi di via Orazio a Napoli.
L’avevo sempre stimata, come donna, per la sua bellezza, e come attrice e cantante, per la sua bravura. Carismatica e sensuale tanto da aver posato come modella per due opere del pittore Aligi Sassu, una delle quali intitolata proprio ‘Angela’.
L’avevo ammirata nei film con Eduardo, Mastroianni, Gassman, De Sica, Tognazzi, Sordi, Totò e tanti altri Mostri della settima Arte, mentre alternava, in modo sublime, recitazione al canto.
Amavo la sua femminilità e il suo carattere forte che veniva fuori quando era in scena. Insomma, ero particolarmente emozionato all’idea di incontrare un’artista unica, la cui carriera, seppur costellata di tappe di straordinario prestigio, viene troppo spesso dimenticata.
Bussai alla sua porta e mi venne ad aprire con un sincero e luminoso sorriso sul viso. Nonostante non fosse più una ragazzina, quei suoi grandi occhi neri emanavano una luce che catturava come una calamita; aveva una grazia e un fascino irresistibile.
Mi presentai con un mazzo di rose rosse e lei immediatamente corse dentro, prese un vaso e, con delicatezza, come se accarezzasse ogni bocciolo, ve lo adagiò.
Nel salone c’era un pianoforte a mezza coda su cui poggiavano decine di targhe e premi che erano anche disseminati in tutta la stanza, tanto da coprire addirittura una parte del pavimento.
Ci accomodammo sul divano e facemmo quattro chiacchiere, sorseggiando dell’ottimo caffè che ebbe lei stessa la premura di prepararmi.
Si aprì molto con me, cosa che apprezzai particolarmente, raccontandomi anche alcuni dettagli della sua vita privata; uno, in particolare, mi colpì moltissimo:
Come donna ho perso, come artista ho vinto.
Angela non si è mai sposata e non ha avuto figli. Affermò che la solitudine era la sua compagna quotidiana, ma che se si è in pace con sé stessi si sta bene anche da soli.
Allora la presi per mano e, per fotografarla, la portai vicino ai fiori che le avevo donato. Le chiesi anche di prendere un ventaglio e scattai, facendo in modo che il suo viso fosse proprio incorniciato dalle rose e dal quell’intramontabile oggetto di seduzione femminile.
Vicino alla porta d’ingresso, prima di andarmene, Angela mi regalò alcuni suoi dischi autografati e mi ringraziò di averle dedicato il mio tempo.
Mentre tornavo in auto a casa, pensai di aver conosciuto senza dubbio una gran donna, vera e coraggiosa. Verace eppure delicatissima. Straordinaria!

 

 





Augusto De Luca fotografa Giuseppe Patroni Griffi

Andai in tarda mattinata a casa di Giuseppe Patroni Griffi che non era solito alzarsi prima delle undici. Abitava in un antico palazzo di via Margutta, accanto a piazza di Spagna a Roma.
Mentre salivo le scale, sapevo che avrei avuto di fronte un monumento nazionale. Scrittore, commediografo, regista teatrale e cinematografico era sicuramente un uomo poliedrico e geniale.

Mi venne ad aprire una signora, la sorella Wanda, che abitava proprio nell’appartamento accanto, che mi disse che il fratello sarebbe arrivato di lì a qualche minuto e, nel frattempo, mi portò un caffè e qualche biscottino.

Dopo un quarto d’ora abbondante entrò Patroni Griffi.

Era molto elegante e aveva un ottimo profumo che si diffuse in tutto il salone. Immediatamente si rivolse a me in modo confidenziale e, nonostante vivesse a Roma ormai da molti anni, il suo accento era assolutamente napoletano.

Mi chiese subito se volessi del cioccolato. Mi spiegò che era la sua droga e ne aveva di tutti i tipi.

Poi ci sedemmo e mi raccontò di quando da ragazzo frequentava il Liceo Umberto a Napoli insieme ai suoi amici cari come Antonio Girelli, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano ed altri. Amici che, nel tempo, erano stati il suo investimento.

Credeva che fosse un sentimento forte come l’amore e che quest’ultimo, comunque, potesse trasformarsi in amicizia. Mi disse anche che aveva amici con cui si incontrava tutte le sere.

Tra un discorso e un altro mi richiese se volessi del cioccolato e, alla mia risposta negativa, si alzò e andò ugualmente a prenderne per sé.

Finalmente mi misi al lavoro e feci molti scatti in cui era sempre presente una sigaretta, quasi fosse un prolungamento della sua mano. Appena ne finiva una, immediatamente ne accendeva un’altra.

Per fortuna io sono un fumatore e l’odore di fumo che si mescolava al suo profumo invadendo la stanza non mi dava alcun fastidio; in verità ne approfittai fumando anch’io.

Realizzai una prima foto in polaroid manipolata che poi pubblicai nel mio libro ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, edito da Electa Napoli nel 1995, sfruttando proprio questa sua ulteriore esperienza sensoriale dopo il cioccolato. Misi infatti in relazione la sua sigaretta con quella che aveva in mano la signora del manifesto anni ’30 alle sue spalle.

Poi feci alcuni ritratti in bianco e nero, concentrandomi maggiormente sul suo viso e sulla sua espressione.

Dopo un’oretta, accompagnandomi alla porta, mi domandò:

“Ma sei sicuro che non ti vuoi portare un po’ di cioccolato?”

Io gli risposi:

“Giuseppe, la prossima volta ti porto io da Napoli un magnifico pezzo di cioccolato foresta della Gay-Odin”.

Lui annuì, facendomi un grande sorriso, mentre gli occhi gli brillarono…

 

Giuseppe Patroni Griffi – foto di Augusto De Luca
Giuseppe Patroni Griffi – polaroid Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa lo Stadio dei Marmi

Nel settembre del 2011 mi telefonò Raffaele Morsella, un appassionato di fotografia con cui ho stretto, nel tempo, un bellissimo rapporto di amicizia.
Alcuni anni prima, credo nel 1998, aveva partecipato ad un mio corso di fotografia organizzato a Roma dal Circolo del Senato.
Insieme a Marsilio Casale, Armando Corsi e Igino Montanino, faceva parte di un gruppo di fotografi molto bravi, Fullframe.it, che operava anche su Internet, e voleva organizzare un mio stage. Accettai con molto piacere e, il mese successivo, andai nella città capitolina.
Oltre alle mie solite proiezioni, in cui svelo prevalentemente alcuni segreti sulla composizione dell’immagine, solitamente, con i partecipanti, esco anche in esterno, per mettere in pratica sul campo le nozioni acquisite.

Quella volta decisi di accompagnarli allo Stadio dei Marmi, dove avevo già realizzato alcune immagini per il mio libro ROMA NOSTRA, e portai con me anche una piccola Leica, per divertirmi un po’ facendo qualche scatto.

Lo Stadio è un impianto sportivo dedicato principalmente all’atletica leggera. Costruito tra il 1928 e il 1932, sorge all’interno del Foro Italico ed è impreziosito da 64 sculture dedicate a varie discipline. Un luogo metafisico, dove le statue bianche, in fila l’una dietro l’altra, circondano il perimetro del campo, creando un’atmosfera dechirichiana.

Nonostante quella mattina fosse pieno di gente, avvicinandomi molto ai soggetti scultorei, che sarebbero risultati poi in primo piano nelle foto e ricercando accuratamente tagli essenziali, eliminai tutto ciò che poteva essere di troppo nell’immagine.
Mi aiutò anche la giornata con un cielo terso privo di nuvole che faceva da sfondo ai soggetti accentuando la loro presenza nell’inquadratura. Il risultato fu inaspettatamente un lavoro fotografico che non avevo preventivato ma che ancora oggi é attuale ed amo moltissimo.

 
 
 
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stadio dei marmi – foto di Augusto De Luca
Stage a Roma con Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo




Augusto De Luca fotografa Concetta Barra

Artista per caso, grande attrice e cantante, interprete straordinaria della cultura napoletana, fu Roberto De Simone, che lavorava con il figlio Peppe Barra, a chiedere a Concetta Barra di intraprendere la carriera teatrale.?Viveva con il figlio all’ultimo piano di un palazzo antico in una stradina prima del Museo Archeologico Nazionale.
Io e il mio assistente andammo a prenderla con l’auto; volevo fotografarla in esterno, con qualche scorcio della città. Era troppo partenopea per immaginarla con uno sfondo diverso.
Appena salì a bordo cominciarono le sue straordinarie battute in napoletano. Eravamo in preda ad una continua crisi di riso. Non riuscivo più a guidare.
Ogni parola, ogni argomento provocava in Concetta un’immediata reazione verbale, una pronta ed intelligente freddura che, accompagnata alla sua mimica facciale, diventava irresistibile. Sembrava quasi che avesse dentro di sé un copione naturale da cui attingeva inesauribili gag argute e spiritose. Un vulcano in eruzione, un’esplosione di allegria compiaciuta.
Si divertiva molto a divertire e noi eravamo felici di assistere, anzi, di essere coprotagonisti in quello spettacolo di varietà del tutto improvvisato.
Ad un tratto ci disse:
“Sono napoletana e sarei stata napoletana anche se fossi nata a Milano… sono sicura che in quel caso avrei inventato ‘o panettone ca’ pummarola ‘ncoppa”.
Girammo ancora un po’ e arrivati a Mergellina cominciammo a passeggiare sul lungomare. Era una stupenda giornata di sole e io, guardandomi attorno, decisi di fotografarla insieme al Vesuvio che, appena accennato, doveva fare capolino in fondo all’immagine, per sottolineare che Concetta era Napoli e che Napoli era Concetta.
Come nella scenografia di un teatro vuoto, di un palcoscenico, di una quinta teatrale dove il protagonista è il suo viso incorniciato da un meraviglioso scialle arabeggiante e il Vesuvio il suo unico partner con cui duettare… insomma, l’apologia, l’esaltazione della napoletanità nella sua essenza più vera.

 

Concetta Barra – foto di Augusto De Luca