Augusto De Luca fotografa Mimmo Jodice

Quando cominciai ad interessarmi di fotografia e a frequentare persone con la mia stessa passione, il primo nome che risuonava come artista da conoscere e seguire era quello di Mimmo Jodice.
In quel periodo insegnava fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli e sicuramente rappresentava la punta più alta ed innovativa della fotografia partenopea, tanto da diventare, qualche anno dopo, un maestro indiscusso sullo scenario italiano ed internazionale.
Tra i suoi innegabili meriti spicca quello di aver avuto un approccio innovativo, sperimentale, creativo verso questa contemporanea forma d’arte, partecipando attivamente al dibattito culturale che ha consentito alla fotografia italiana di distinguersi all’estero.
Così geniale da confrontarsi con le menti più brillanti e poliedriche del panorama artistico mondiale che, negli anni 60, gravitavano intorno al capoluogo campano: Warhol, Beuys, De Dominicis, Paolini, Kosuth, Lewitt, Kounnellis, Nitsch.
La sua straordinaria capacità di penetrare nell’essenza, la sua lungimirante visionarietà tendente a tratti al metafisico lo hanno spinto verso un lavoro di ricerca concettuale realizzato anche grazie ad un’attenta indagine socio-antropologica e ad una sensibilità fuori dal comune, che ha avuto l’apoteosi nella ricerca sul mito del Mediterraneo.
Il suo successo definitivo è stato sancito con l’inserimento del suo nome nell’Enciclopedia Universale dell’Arte Garzanti e nell’Enciclopedia Treccani.
Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti, in Italia – tra cui quello più significativo è sicuramente il Premio ‘Antonio Feltrinelli’ dell’Accademia dei Lincei, nel 2003, per la prima volta conferito alla Fotografia – e all’estero, nel 2011, quando il Ministero della Cultura francese gli ha consegnato la prestigiosa onorificenza Chevalier de l’Ordre des Art et des Lettres. Nel 2013, infine, Università Svizzera Italiana gli ha conferito la Laurea honoris causa in Architettura.

Mimmo, come me, si è messo sempre alla prova, sperimentando diversi generi fotografici, passando così dal reportage alla ricerca, dall’architettura alla paesaggistica. Lo conobbi appena iniziai seriamente la mia avventura di fotografo professionale.
Ci incontravamo spessissimo alle varie mostre a Napoli, nelle gallerie di Amelio, Rumma, Morra e Trisorio, a Milano da Lanfranco Colombo e al Sicof, ed entrambi eravamo assidui frequentatori dei Rencontres Internationales de la Photographie di Arles. Lo accompagnava sempre la bella moglie Angela, che, con i suoi consigli e il suo aiuto, curava impeccabilmente le sue relazioni professionali.
Molte volte abbiamo anche partecipato insieme a grandi mostre collettive, rappresentando, con altri fotografi, la nostra stupenda città.
Un giorno io e la giornalista Giuliana Gargiulo andammo a trovarlo a casa sua, in via Manzoni a Napoli, e, come al solito, ci accolse con grande affetto.
Per l’occasione portai con me la fotocamera Contax RTS 35mm, per realizzare degli scatti in bianco e nero e la polaroid sx 70 per le immagini a colori. Finita l’intervista, cominciai a fotografarlo, soffermandomi soprattutto sul viso che, incorniciato da una folta chioma e una barba bianca, lo hanno sempre caratterizzato in modo specifico.
Desideravo evidenziare la sua espressione molto bella ed accattivante, che, in qualche modo, seduce chi lo guarda. Dopo qualche click passai alla ripresa con la polaroid, con cui realizzai un’immagine che successivamente manipolai.
In quest’ultima foto ho preferito sottolineare, invece, la sua professione, introducendo nell’inquadratura alcuni elementi peculiari, tipici della sua attività di fotografo, come le strisce dei negativi e l’obiettivo.
Al termine delle mie riprese, ci salutammo sottolineando che ci saremmo sicuramente presto rincontrati al prossimo evento partenopeo ed entrambi eravamo soddisfatti dei risultati ottenuti quel giorno.


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Augusto De Luca fotografa le colombe

Nel fotografare le città di questo nostro stupendo Paese, per la realizzazione dei miei libri commissionati dalla TAV – Treno Alta Velocità, la mia attenzione era prevalentemente rivolta ai monumenti e alle architetture che caratterizzavano i luoghi, o che, in qualche modo, mi colpivano particolarmente. Quindi, solitamente in orari diversi, per catturare la luce perfetta, cercando sempre un’inquadratura inedita proprio per evitare gli stereotipi di immagini troppo sdolcinate e cartolinesche, passeggiando, mi inoltravo in strade e vicoli, restando sempre concentrato a cogliere quel particolare, quello scorcio o quella struttura che toccava e stimolava la mia creatività. Era ogni volta come se andassi a caccia di tesori nascosti e, quando individuavo il soggetto esatto e la prospettiva corretta, mi sentivo come un cane da caccia che punta la sua preda. Tale scoperta mi dava sempre una grande emozione; era un momento magico che mi faceva dimenticare la stanchezza per i chilometri fatti a piedi, con la borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche. Ero continuamente alla ricerca di suggestive opere, però, talvolta, ero anche attratto dai tanti pennuti che abitano le nostre belle città e che possono diventare addirittura un segno grafico, che impreziosisce ed arricchisce l’immagine stessa. Nello specifico, ad affascinarmi sono le colombe, forse anche per la loro intensa simbologia, in virtù della quale diverse culture antiche le consacravano ad importanti dei e intere popolazioni le veneravano, fino ad arrivare alla religione Cattolica, per la quale sono emblema dello Spirito Santo. A ciò si aggiunge la loro forte valenza alchemica, come rappresentazione della Luna philosophorum, ossia il Mercurio alchemico, ed esoterica, come il principio del bene, anche in virtù del loro candore.

La prima foto che vi sottopongo è stata realizzata allo Stadio dei Marmi di Roma. Mentre ero impegnato a cercare lo scatto giusto, notai che sul braccio sinistro della statua del discobolo si erano posate due colombe. Immediatamente capii che quello poteva essere un ottimo scatto se però li avessi fotografati entrambi in volo. Allora, sotto voce, chiesi a Marisa, la mia compagna di allora che era lì con me, di prendere dalla tasca una moneta con la quale avrebbe dovuto colpire la statua al mio comando: lei, sentita la mia intenzione, mi assecondò volentieri. Appena i due volatili udirono il tintinnio del metallo sul marmo, si alzarono in volo spaventati, ed io, prontamente, scattai. Avevo impostato sulla macchina fotografica un tempo veloce, proprio per cogliere quel momento irripetibile: l’espediente aveva dato ottimi risultati.

La seconda foto è di Firenze. Mentre camminavo sulle sponde dell’Arno, mi accorsi che molte colombe si erano raggruppate sul muretto: allora inquadrai e aspettai. Feci molte istantanee, perché da quel gruppetto si alzavano in volo diversi pennuti ed io scattavo a raffica, per riuscire ad avere l’immagine giusta. Alla fine, con un po’ di fortuna e tanta pazienza, fui accontentato.

La terza immagine è ambientata nella piazza del Nettuno a Bologna. Mi accorsi che molti piccioni transitavano da una parte all’altra dello spiazzo, così, anche stavolta, inquadrai la silhouette della statua e aspettai il momento opportuno, ma ci volle molto. Diversi passanti si giravano guardandomi con aria interrogativa, incuriositi perché ero fermo nello slargo, con l’occhio incollato al mirino, senza scattare e, insieme al Nettuno, sembravo essere anch’io un’altra scultura. Quell’attesa, però, fu proficua e, finalmente, una colomba, volando, si mise proprio sulla traiettoria del dito del dio del mare, che sembrava indicarlo. I giochi erano fatti e il risultato soddisfacente. Oggi, con l’aiuto del programma Photoshop avrei potuto tranquillamente “incollare” senza fatica quegli uccelli nell’immagine dove e come volevo, ma, in realtà, preferisco e preferirò sempre concludere l’atto creativo con un solo click.


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Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

Quella mattina avevo un appuntamento in albergo con Francesco Rosi, grandissimo regista e sceneggiatore che ha fatto la storia del cinema italiano. ?Lo incontrai nella sua lussuosa suite super panoramica; i balconi di quelle stanze affacciavano tutti sul golfo di Napoli, la veduta era mozzafiato.
Il Maestro Rosi mi venne ad aprire, era solo nella stanza e subito mi chiese gentilmente, ma serio in viso, se volevo un caffè. Su di un tavolo al lato della stanza c’era un vassoio d’argento con dolci e qualche brocchetta da  cui proveniva un magnifico profumo di caffè. Fu lui stesso a versarlo nella mia tazza e a zuccherarlo.
Quindi disse che aveva accettato di incontrarmi perché era rimasto molto colpito dalle mie foto. Mi spiegò che anche lui aveva la passione per la fotografia trasmessagli dal padre, che la domenica, in uno sgabuzzino, sviluppava e stampava le foto tra bacinelle e acidi e, quando sulla carta immersa negli acidi appariva l’immagine, si emozionava sempre moltissimo. Poi il padre, dopo aver lavato le stampe, le appendeva ad asciugare ad un filo con delle mollette da bucato.
Rimasi piacevolmente colpito da questo racconto che sicuramente ci univa in un comune interesse. Mi descrisse anche il suo rapporto con Napoli, che amava molto, anche se era andato a vivere a Roma, e che tornava a rivedere ogni volta che ne aveva occasione.
A questo punto gli chiesi se potevo iniziare a fotografarlo; lui, senza parlare, si alzò, appoggiandosi allo schienale di una delle sedie, ma la sua espressione non cambiò molto, anche durante tutti gli scatti. Traspariva sempre da quel viso una serietà che forse poteva, in qualche modo, essere scambiata per durezza.
In realtà Rosi era un uomo tutto d’un pezzo, poco incline a inutili superficialità e lo hanno sempre dimostrato i suoi splendidi film molto impegnati. Basti ricordare uno dei suoi capolavori ‘Le mani sulla città’, in cui ha denunciato l’intesa tra economia, malaffare, politica corrotta e criminalità organizzata; un cinema, insomma, che fa riflettere.
Forse il ritratto che gli ho fatto, non rispecchia a pieno il mio stile fotografico, ma sicuramente in esso traspare tutta la personalità e l’impegno di questo grande regista.
Grazie Rosi.

Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

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“Augusto De Luca fotografa il Palazzo di Giustizia di Roma”

Era il 1997 e lavoravo da un paio d’anni con l’editore Gangemi di Roma per la realizzazione di alcuni libri fotografici commissionati dalla TAV, Treno Alta Velocità. Un giorno Gangemi mi chiamò e mi chiese se volessi fotografare il “Palazzaccio”, così nella Capitale chiamano il Palazzo di Giustizia, in cui hanno sede la Corte suprema di cassazione e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma e la fornitissima Biblioteca centrale giuridica. L’edificio, con le sue dimensioni insolite e le molteplici decorazioni, ha sempre fatto parlare molto di sé, sin dagli esordi della sua costruzione, nel 1889, fino all’inaugurazione, avvenuta nel 1911, ed anche oltre.?Il suo soprannome, infatti, deriva da una vicenda legata ad un’inchiesta parlamentare per imbarazzanti lievitazioni dei prezzi e sospetti di corruzione. C’è chi lo ritiene architettonicamente ridondante e pesante, personalmente ne ho sempre apprezzato l’imponenza e la luminosità. I testi del volume sarebbero stati realizzati da architetti e studiosi di fama internazionale. Nessuno aveva mai pubblicato un’opera così specifica su quello stabile e ciò rendeva quel lavoro molto importante. La cosa mi allettava molto, ma, allo stesso tempo, mi faceva tremare i polsi. Avevo una grande responsabilità e comunque continuavo a chiedermi come avrei potuto fotografarlo nella sua intimità, visto che era sempre affollato di tanta gente indaffarata. Il mio editore, in poco tempo, riuscì a farmi avere un permesso speciale per poter accedere in quel luogo proprio di domenica, giorno della sua chiusura al pubblico. Per muovermi più agevolmente, quella mattina mi recai lì con una fotocamera Contax, chiamata dagli addetti ai lavori 35 millimetri, dal formato cioè più piccolo e rettangolare. Avevo a mia completa disposizione tutti quegli spazzi enormi e deserti e fu una bellissima esperienza muoversi in totale libertà, scoprendo ogni angolo del famoso edificio giudiziario. Scattai fino a ora di pranzo e poi, soddisfatto, tornai di corsa a casa per sviluppare i rollini. In quel periodo erano pochissime le fotocamere digitali, e comunque non erano molto affidabili. ‘Il Palazzo di Giustizia di Roma’, Gangemi Editore, ha riscosso così tanto successo da essere ospitato nelle collezioni di varie biblioteche e da aver avuto anche una seconda edizione nel 2002. Le immagini, in bianconero virate seppia, sono appunto di Augusto De Luca, ‘Luci e ombre del Palazzo’, la prefazione di Giovanni E. Longo, e i saggi di Marcello Fabbri, ‘Un cuore di pietra per la capitale’, Carlo Vallauri, ‘L’Italia al passaggio del secolo’, Paolo Marconi, ‘Il Palazzaccio: storia e architettura’, Antonella Greco, ‘Lo specchio del poligrafo’, Mario Pisani, ‘I monumenti di Roma Capitale’, Paolo Portoghesi, ‘I maestri dell’eclettismo’.

Il Palazzo di Giustizia – Augusto De Luca


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Augusto De Luca fotografa il Cimitero delle Fontanelle

Questo è un luogo unico al mondo dove storia, tradizione e devozione popolare si intrecciano dando vita a molte leggende. Alle Fontanelle, cimitero napoletano, ci sono resti umani di tantissime persone disseminati su un’area molto grande, costituita da tre enormi gallerie. E’ impressionante il numero di teschi, femori e tibie ospitati. La storia del cimitero ebbe inizio nel 1654, quando Napoli fu colpita da una grande pestilenza. Poiché le chiese, che fino ad allora erano gli unici luoghi deputati ad accogliere i defunti, non erano più sufficienti, si ricorse a queste cave di tufo dismesse. A questa tragedia si aggiunsero anche le vittime di altri rilevanti eventi funesti, in particolare dell’epidemia di colera del 1836.   
Ma i resti di questi poveri anonimi defunti hanno toccato il cuore dei napoletani dando luogo ad una spontanea e curiosa forma di devozione. Si trattava dell’adozione del teschio, detto “capuzzella”, in cambio di una sorta di protezione celeste. Innanzitutto il cranio prescelto veniva pulito, lucidato e posto in teche di legno, contornato da lumini, fiori e successivamente anche da un rosario. Alla capuzzella veniva poi attribuito un nome ed una storia e alla sua anima si indirizzavano preghiere in cambio di una grazia o dei numeri da giocare al lotto. Se però le aspettative venivano disattese il teschio poteva essere abbandonato a favore dell’adozione di una nuova capuzzella.
Sicuramente è un posto da fotografare e come sempre anche questa volta ogni mia foto è filtrata dall’emozione, dal rapporto che si crea tra me ed il luogo da ritrarre e il Cimitero delle Fontanelle mi ha sempre affascinato e mai impaurito; la collocazione di quelle centinaia di migliaia di ossa in maniera così precisa, puntuale e geometricamente ineccepibile, infonde una tranquillità interiore, una sensazione di “sistemato”, di “organizzato”, che rende il luogo meno minaccioso, anche se sempre straordinariamente misterioso. Questo, insieme alle storie ed ai racconti, mi ha spinto però ad interpretarlo in modo del tutto personale, del resto nella storia della fotografia molti illustri fotografi hanno fotografato i teschi: da Nadar a Irving Penn… In alcune immagini mi sono ispirato allo ‘still life’, uno stile fotografico molto diffuso in pubblicità, utilizzato per la rappresentazione di oggetti inanimati che ha lo scopo di contribuire alla vendita di prodotti e che solitamente si realizza in studio; in altre invece ho utilizzato un ’semi-mosso’, impostando sulla macchina fotografica un tempo lungo e muovendo leggermente la mano al momento dello scatto, dando così la sensazione di un oggetto che si sdoppia, un oggetto dal quale esce la sua anima. Queste foto le ho realizzate in due occasioni diverse e presto ci ritornerò: quello spettacolo insolito ispirerà sicuramente altri scatti ed altre interpretazioni inconsuete. Il Cimitero delle Fontanelle è un patrimonio culturale singolare ed originale, dove vita, morte e spiritualità si intersecano e si fondono con una spontaneità e una naturalezza propria dell’animo altrettanto unico del popolo partenopeo.

 

Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Eugenio Bennato

Ho sempre ammirato ed apprezzato Eugenio Bennato, perché, nonostante la sua infinita bravura, è sempre rimasto umile come persona e coerente nel suo stile musicale.
Fratello di Edoardo e di Giorgio, noto come Giorgio Zito, si è laureato in fisica ma ha seguito la sua vena artistica, che l’ha portato ad essere un rinomato rappresentante della scena musicale italiana ed internazionale.
Cantautore e musicista, tra i fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare, nel 1969, e dei Musicanova, nel 1976, insieme a Carlo D’Angiò, ha vinto, nel 1999, il Nastro d’argento per la miglior colonna sonora per il film ‘La stanza dello scirocco’, diretto da Maurizio Sciarra.
A lui dobbiamo la nascita, nel 1998, del movimento culturale e musicale Taranta Power per valorizzare e promuovere la Taranta attraverso musica, cinema e teatro, che fonde, in modo squisitamente originale, sonorità tipicamente mediterranee, antropologia culturale, tradizione e contaminazione.
Nel 2006, poi, in qualità di accademico, ha insegnato al Laboratorio di Etnomusicologia presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Acclamato anche a livello delle più alte istituzioni, nel novembre 2018 è stato invitato dal Parlamento Europeo di Bruxelles a suonare in occasione della giornata dedicata ai diritti umani.
Credo sia chiaro il perché desiderassi da tanto tempo fargli un ritratto e l’occasione giusta fu il mio incontro con la moglie, artista di indiscusso talento.
Infatti, quando andai a casa della mia carissima amica Pietra Montecorvino per ritrarla, le dissi che mi avrebbe fatto molto piacere fotografare anche il marito. Lei, prontamente, mi rispose che non ci sarebbero stati problemi e, dopo qualche giorno, mi telefonò, dandomi il suo numero cellulare e fissandomi un appuntamento nel suo studio al Vomero.
Mi recai all’incontro con la mia fotocamera Leica e un piccolo bank per illuminare la scena. Chiacchierammo amabilmente soprattutto di quando avevo conosciuto sua moglie subito dopo il film di Renzo Arbore ‘… che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?’, che le aveva dato una grande notorietà e gli raccontai anche di alcune polaroid che le avevo fatto in quel periodo e che, purtroppo, con mio grande rammarico, non riuscivo più trovare.
Poi mi mostrò le varie stanze per trovare uno sfondo adatto al ritratto che avrei dovuto realizzargli. Fui subito colpito da una notevole quantità di strumenti a corda che erano in giro un po’ ovunque e capii che erano proprio quelli che dovevo utilizzare nella foto. Li raggruppai insieme, posizionai la luce lateralmente, per creare l’ombra di uno di essi sulla parete e scattai.
Feci pochissime foto, perché guardando gli scatti, mi resi conto che il risultato era già ottimo e, dopo un bel caffè, che non presi prima perché avevo premura di cominciare il lavoro, lo salutai e andai via soddisfatto. Qualche giorno dopo inviai il file anche a Pietra che mi disse che lo scatto era piaciuto molto anche a lei… non potevo essere più contento.

Eugenio Bennato – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Napoli per Telecom

Nella metà degli anni ’90, quando vivevo nella città capitolina, pubblicai il libro ‘Roma Nostra’, Gangemi editore.
Questo volume ebbe un discreto successo tanto che, dopo pochi mesi dalla sua uscita e dalla mostra di presentazione nel Museo di Roma a Palazzo Braschi, ci fu una riedizione più economica venduta addirittura nei chioschi dei giornalai.
Per caso il libro fu visto dagli addetti alle immagini che illustravano le schede telefoniche Telecom. In quel periodo fioriva un collezionismo appassionato di card per telefonare dagli apparecchi pubblici, che erano in ogni strada. Telecom le pubblicava anche decorate con opere molto selezionate di importanti artisti e fotografi di tutto il mondo. Fu allora che mi contattarono chiedendomi tre foto per altrettante schede su Napoli.
Ne fui lusingato e realizzai subito tre polaroid manipolate che risultarono, però, essere troppo particolari ed innovative per il grande pubblico. La Telecom voleva degli scatti più classici, che fossero vicini a quelli presenti nel libro realizzato su Roma.
Allora mostrai loro queste tre immagini tratte da un’altra precedente pubblicazione, ‘Napoli Mia’. Piacquero subito ed andarono velocemente in stampa. Prima dell’accordo però, come conditio sine qua non, volli che su ciascuna ci fosse stampato il mio nome.?E così fu.
Ricordo che molti collezionisti mi chiedevano di autografare le loro schede e, quando andavo a qualche mostra mercato da loro organizzata, tantissimi ragazzi e adolescenti si ammassavano tutt’intorno sgomitando per conoscermi e farsi firmare le loro “reliquie telefoniche”.
Quello fu un periodo molto intenso anche perché Telecom, successivamente, mi chiese di illustrare altre quattro schede con le foto di alcune capitali europee… ma questa è un’altra storia!
Le tre schede telefoniche, il cui valore era ancora espresso in lire, furono emesse in occasione del Summit Internazionale della Comunicazione promosso dalla Telecom Italia nel 1997. Erano ad elevata tiratura e commercializzate su tutto il territorio nazionale.
La scheda del leone di piazza del Plebiscito era da lire 5.000 ed aveva una tiratura di 5.000.000 di pezzi.
La scheda di Castel dell’Ovo era da lire 10.000 ed aveva una tiratura di 1.500.000 pezzi.
La scheda del Maschio Angioino era da lire 15.000 ed aveva una tiratura di 600.000 pezzi.


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Augusto De Luca fotografa Roberto Murolo

Abito a Napoli, nel quartiere Vomero, dall’età di otto anni e, fino ai trenta, ho vissuto a casa di mio padre, dietro piazza Vanvitelli.
Quasi ogni giorno, uscendo, passavo in via Domenico Cimarosa, dove, alla finestra del primo piano di un antico palazzo di inizio Novecento, era sempre affacciato Roberto Murolo, che rispondeva, agitando la mano, a tutti i passanti che gli sorridevano.

Anche io, ogni volta, lo salutavo, e lui faceva un cenno, alzando la testa, come se mi conoscesse.
Amavo la timbrica della sua voce, che rendeva uniche tutte le sue canzoni. Poi, nel 1994, io e la giornalista Gargiulo andammo a casa sua per ritrarlo ed intervistarlo.
Appena entrai nel salone della sua casa, Murolo, vestito con jeans, scarpe da ginnastica e un gilet rosa, diede il benvenuto alla giornalista e, rivolgendosi a me, disse:
“Ciao, come stai? Ma abiti qui vicino?”
Io gli risposi:
“Sì maestro, proprio qui dietro, non pensavo che mi riconoscesse”.
E lui, facendosi una bella risata, replicò:
“Ho ottantadue anni, ma sono ancora lucido e con gli occhiali ci vedo benissimo”.
Rimasi sorpreso, perché erano molte le persone che passavano ogni giorno sotto la sua finestra salutandolo. Ci fece accomodare e cominciò a raccontare tutta la sua vita. Era molto preoccupato per l’inquinamento, lo smog, ma soprattutto per la politica italiana.
Alla fine gli chiesi di prendere la sua chitarra, che era appoggiata sul divano, e cominciò a suonarla. Immediatamente, afferrai la mia fotocamera e cominciai a scattare.

Mi colpì molto il fatto che per tutto il tempo avesse stampato sul viso uno stupendo sorriso luminoso che infondeva simpatia, allegria e una sorta di serenità interiore che lo caratterizzava.
Dopo una buona mezz’ora, ci accompagnò alla porta e, sull’uscio di casa, mentre ci allontanavamo, mi disse sorridendo:
“Allora ci vediamo domani…”.

 
 
 
Roberto Murolo – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Mario Insenga

Sono amico di Mario Insenga da quando ero ragazzino, più o meno una cinquantina d’anni. Conoscevo bene anche tutta la sua famiglia e d’estate ci incontravamo nella sua splendida villa ad Ischia, dove preparavamo brani da suonare in diversi locali dell’isola.
Insieme abbiamo fatto parte di molti gruppi dalle denominazioni più strane, in quel periodo, infatti, erano di moda nomi lunghi e particolari e noi ci adattammo. Ricordo una band che chiamammo ‘La Tristezza del Rospo’, che dopo innumerevoli variazioni diventerà, con il tempo, ‘Blue Staff’.
Avevamo ottimi strumenti musicali e, di solito, i brani da montare li provavamo nello scantinato della mia casa al Vomero.
Mio padre si era preoccupato di far foderare di legno la stanza, il che la rendeva sicuramente più bella, ma, soprattutto, per quanto possibile, provava ad isolarla almeno un po’ acusticamente, così da placare le lamentele dei condomini del palazzo che, puntualmente, pretendevano abbassassimo il volume degli amplificatori.
Mario, dopo essersi laureato in ingegneria, decise di dedicarsi totalmente alla musica blues, io, invece, dopo la laurea in giurisprudenza, ho smesso di suonare e ho continuato professionalmente quello che avevo iniziato per gioco: fotografare.
Bravissimo percussionista, autore della maggior parte dei testi, cominciò successivamente a sfruttare anche la sua voce molto adatta a quel genere musicale che affonda le radici nell’anima tormentata della Chicago dei primi del Novecento. Oggi, a distanza di anni, è un punto di riferimento, un maestro nel panorama del blues italiano.
L’ultima volta che abbiamo suonato insieme è stato alla fine degli anni 90, quando mi invitò per una jam session insieme nel Big Mama, storico locale di Roma. Io portai la mia chitarra e con il suo storico gruppo i ‘Blue Stuff’, fondato nel 1982, ci divertimmo tantissimo.
Una band rivoluzionaria nell’ambito della musica del diavolo, che, reinterpretando il blues delle origini fa della ricerca e della sperimentazione i suoi punti di forza, usando il napoletano come lingua nei testi delle canzoni.
Una carriera strepitosa, con tournée in Italia e all’estero e jam session con bluesman come Willie Mabon, Jimmy Dawkins, Blind John Davis, Little Pat Rushing, Magic Slim, Sammy Lawhorn, Albert Collins, Billy Preston, Sarasota Slim, Billy C. Farlow, Little Willie Littlefield, Charlie Musselwhite, Luisiana Red, Sunnyland Slim e tanti altri.
Ormai da anni, Mario tiene laboratori di blues e seminari per associazioni musicali, istituti scolastici, librerie, festival. Che meraviglia ascoltarlo!

Per fotografarlo andai in una sala prove fuori Napoli, dove, in un cortile laterale, c’era una struttura in legno che mi ricordava le copertine dei dischi di alcuni gruppi americani di country blues. Era proprio quello che volevo; avevo sempre immaginato il mio amico in un ambiente simile, molto rurale, campestre, che evocava le musiche dei Canned Heat o Creedence Clearwater Revival.
Dopo lo scatto ci spostammo e, mentre chiacchieravamo, mi accorsi della sua ombra sul muro. Mi piacque molto e lo immortalai in una seconda immagine.
È da un po’ che non lo incontro, ma la nostra amicizia rimane salda e ogni volta che ci vediamo sembra sempre di esserci lasciati il giorno prima…

 

Mario Insenga – foto di Augusto De Luca
Mario Insenga . foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa con Instant Kodak

Alla fine degli anni 70, Giuseppe Alario, Direttore Kodak per il mezzogiorno Italia, mi chiese di realizzare una ricerca fotografica su materiale Instant Kodak.
Accettai la sfida e, con questa economica fotocamera in plastica, mi cimentati nell’impresa colossale.

Negli anni settanta la Kodak iniziò la produzione di pellicole autosviluppanti denominate Instant Kodak, che, a differenza delle Polaroid, erano rettangolari, l’immagine sulla superficie, infatti, misurava 9 x 6,8 cm.

Dopo aver perso una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, Kodak poi ha lasciato il business Instant Camera il 9 gennaio 1986 e tutto il materiale e le fotocamere sono state ritirate dal mercato.

Le istantanee che ho realizzato sono frutto di varie manipolazioni ed esposizioni sulla stessa pellicola a sviluppo immediato.
Tutte le immagini furono esposte per la prima volta nello stand Kodak al ‘Fotocine 80’, la manifestazione fieristica di settore che si tenne alla Mostra d’Oltremare di Napoli e, successivamente, in varie rassegne.

Nessun altro fotografo ha mai realizzato con la fotocamera Kodak Instant una ricerca fotografica, quindi questo mio lavoro rimarrà per sempre nella storia della Kodak e dei suoi prodotti. Ovviamente ne sono lusingato.

Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca