“Concetto spaziale – attesa”, opera di Lucio Fontana

Allora figlia, mi chiedi di spiegarti questo quadro perché non ci capisci niente. Stai tranquilla, non sei l’unica.
L’arte è difficile da capire e da spiegare. A volte anche da accettare. Ma forse il bello è proprio questo continuo chiedersi cosa è, gli infiniti dubbi che ti regala, che sono molti di più delle assolute certezze.
Sì, perché l’unica cosa sicura per noi fruitori… va bene, dopo ti spiego anche cosa significa fruitori. Voglio dire, l’unica risposta che si può dare guardando l’arte è: mi piace/non mi piace. Anzi, meglio ancora: mi emoziona/non mi emoziona. A capirla ci vuole tempo e non sempre è necessario.
Perché l’Arte, quella con la “A maiuscola”, non è fatta solo per essere appesa al muro, ma per lasciare dentro di te “qualcosa”. E quel qualcosa, ascolta bene, non deve essere per forza una sensazione di benessere, perché a volte è esattamente il contrario: rabbia, delusione, disgusto… Lo so, è tutto molto confuso, ma, ti giuro, ci hanno provato in tanti a spiegare l’arte senza riuscirci.
Allora, questo quadro si chiama “Concetto spaziale – attesa” ed è di Lucio Fontana, che era di papà italiano e di mamma argentina. Te lo dico perché qualche volta i genitori degli artisti si sentono importanti. Non è bello? Ho scelto questo quadro perché tu da grande vuoi fare l’astronauta, anzi, come hai detto un giorno, l’esploratrice degli spazi. Bene, qui Fontana ha voluto mostrare che tempo e spazio non esistono, creando, così, la sua visione di infinito. Complicato? Allora, ti ricordi di Peter Pan e dell’isola che non esiste? Il concetto è un po’ quello. Chiaro che adesso ti chiederai: se non esiste come fa ad esserci? E se è infinito come fa a non esistere? Ma la grandezza di un
artista è proprio mostrarci, in una forma del tutto personale, quello che noi non siamo capaci di vedere: una realtà diversa.
Invece di pitturare un paesaggio perfetto, bello come una fotografia, un artista ti mostra quello che lui sente dentro, un sogno, una visione, attraverso un’opera che va oltre un’immagine comune, ti dà una finestra da aprire per respirare altro ossigeno. Difficile da accettare all’inizio, lo so, ma qui torniamo a quello che ti ho già detto: la cosa importante dell’Arte, quella con la A maiuscola, è soprattutto farti emozionare.
Per esempio, pensa alla forza dell’artista, non parlo della mano che taglia la tela, ma alla potenza per arrivare a quel gesto e farlo diventare arte. Una tela, che per le persone normali è un luogo destinato a raffigurare ritratti somiglianti e incantevoli paesaggi, riceve invece un taglio fatto con un coltellino qualsiasi. Sai, una volta ho sentito dire: “Eh, ma un’opera così la possono fare tutti, anche un bambino!”. Forse, ma solo Fontana l’ha pensato e ne ha fatto una cosa unica, preziosa. E il riferimento a un bambino non è sbagliato, sai, perché è importante per un artista essere un po’ bambino, proprio come te: curiosa, indipendente, libera.
E lo so, lo so che quando tu rompi o tagli qualcosa la mamma ti sgrida. Ma lo sai che noi grandi pensiamo in maniera diversa da voi.
Perché? Beh, gli adulti a volte sono troppo rigidi, troppo compressi dalle responsabilità e, se proprio vuoi saperla tutta, a volte facciamo cose che non vorremmo, sembriamo quello che non siamo, ci mascheriamo da persone di successo, dinamiche, ricche, quando invece ci piacerebbe tanto andare al parco a mangiare un gelato e sporcarci anche un po’.
Pensa a quanto sarebbe bello prendere una tela, un pennello, i colori e lasciarsi andare a gesti naturali, istintivi, buttare pittura dove capita. Vuoi saperlo? L’hanno fatto e, indovina, si sono scandalizzati tutti! Si chiedevano: perché il passero, la donna, il sole sono stati disegnati così? Allora te la faccio io una domanda: perché no? Pensa che magia riuscire a fare Arte con un semplice taglio. E immagina che meraviglia emozionarsi soltanto guardando quella spaccatura, sentire smuovere qualcosa dentro lo stomaco, a volte rabbrividire e ricordarsi di quell’opera per tutta la vita.
Lo so, sono concetti strani, ma la vita è più bella quando non è ordinaria, quando l’immaginazione ci trasporta chissà dove, quando qualcosa è dentro di noi, ancora non sappiamo neanche cosa, ma vogliamo tirarla fuori, non importa come. È un po ?come quando tu cominci a mettere insieme i mattoncini del lego: già sai dove andrai a finire? Credo di no, perché la tua fantasia di bambina è illimitata.
Il grande artista è quello che crea una bellezza che altri non riuscirebbero neanche a sognare, un incantesimo magico fuori dagli schemi. E ogni secolo ha avuto uomini e donne che hanno osato, sempre un passo avanti agli altri. Come sarai tu, esploratrice degli spazi.
Va bene, per oggi basta. Cosa vuoi fare? No, non credo che a mamma piacerebbe un taglio sulla tua maglietta. Perché? Lo sai perché, dai. Vuoi davvero provare? Però dopo a mamma glielo spieghi tu cos’è l’Arte, va bene?

 

Attesa, Lucio Fontana

Copertina: Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas




S1:E2 “Raymond Pettibon”

Il suo vero nome è Ginn, Raymond Ginn, classe 1957,  fratello di quel Gregory “Greg” Ginn fondatore e leader del gruppo hardcore punk statunitense Black Flag.  Cresce a Hermosa Beach, sotto l’ala del padre scrittore di romanzi di spionaggio, che lo chiamava affettuosamente “Petit Bon”, nomignolo a cui Raymond si ispirerà per il suo nome d’arte “Pettibon”.

Raymond e Greg frequentavano l’ambiente musicale hardcore punk californiano, Pettibon suonava nei gruppi organizzati dal fratello e i loro amici, ma la sua vera passione era il disegno. Dopo essersi laureato in economia alla UCLA, iniziò a lavorare come insegnante di matematica, non era la sua vita, dedicava già tutto il tempo disponibile a progettare le sue fanzine. Nel 1978 pubblica la la prima: Captive Chains, ne vende solo due copie.

“Il motivo per cui facevo fanzine, in primo luogo, era
per tenere traccia del mio lavoro, e poi perché i miei disegni erano
riproducibili.  Non si perdeva molto in
riproduzione.”

Erano
fanzine in bianco e nero, che stampava in proprio in poche centinaia di
esemplari, dal contenuto povero di testi, ma ricchissimo di disegni dal tratto
fumettistico ruvido e inquieto, che lo caratterizzerà per tutta la sua carriera
artistica.   

Il giovane Pettibon suona come bassista nella nuova band fondata dal fratello Greg, i Panic, quando si rendono conto che esiste già una band con questo nome, è lo stesso Pettibon a suggerire un nuovo nome: Black Flag,  a disegnarne il famoso logo e la copertina del loro primo EP: Nervous Breakdown (1978).  

È la prima di una lunga serie di potenti copertine disegnate per l’etichetta SST Records,  fondata sempre dal fratello Greg, inizialmente col nome Solid State Transmitters come ditta di produzione di componenti per le radio amatoriali, nel 1978 venne convertita in etichetta discografica indipendente per pubblicare il primo disco dei Black Flag.  

Pettibon si occupa di tutto il lavoro grafico, oltre al design, al logo, alle copertine e al merchandising dei Black Flag, in seguito ha collaborato con diverse band come Minutemen, Sonic Youth, Mike Watt, Foo Fighters, OFF! e molti altri.

Molto scalpore suscitò la amata e odiata copretina di “Goo”, sesto album dei Sonic Youth, su cui Pettibon stesso ha avuto modo di sparare a zero, dichiarando di essere stato “usato”, non avendo mai ricevuto il compenso per il suo lavoro.

Il disegno è la versione grafica di una fotografia che ritrae Maureen Hindley e David Smith, ripresi mentre si recano al Tribunale per testimoniare al processo contro la sorella di Maureen, Myra, e Ian Brady,  i “Moors murders”, che negli anni ‘60  commisero una serie di efferati omicidi sconvolgendo l’opinione pubblica.

In questa e in tutte le copertine di Pettibon, è facile  vedere la cultura pop come una delle sue fonti di ispirazione, impossibile da argomentare brevemente, cito solo Orange car crash di Andy Warhol.  Per Pettibon il design fumettistico è un mezzo di comunicazione molto forte e diretto, nudo e crudo, spesso accompagnato da brevi manifesti scritti a mano libera, urla al mondo il proprio sangue punk. Disseppelisce con violenza la cultura americana deviata e occultata dalle istituzioni ipocrite e borghesi, porta alla luce le depravazioni sessuali, le perversioni religiose, il putrido fango politico. La sua arte è un messaggio contro l’autorità, nel suo insieme le sue opere sono una dettagliata e rabbiosa fotografia della società contemporanea.
Un ritratto preciso, che senza pietà incide nel pubblico le sensazioni del messaggio che trasmette, è la semplice copertina di un disco, eppure ci trapassa le viscere con la sua ambiguità, la sua spietata ironia ci cattura e ci risucchia nel sound del disco che contiene.
È qui la grande importanza e la semplice genialità del lavoro di Pettibon, nella pienezza dei contenuti espressi con poche pungenti parole, che accompagnano fumetti minimali disegnati in modo dinamico con energia travolgente, ottenuti con il sapiente uso di inchiostro e guazzo.  Quest’ultima è una tecnica meglio conosciuta come gouache, una tecnica di pittura opaca e coprente inventata nel ‘500, si ottiene unendo colle e pigmento bianco gessoso, richiede grande abilità, sicurezza e la massima rapidità di esecuzione, si asciuga velocemente e non permette il ritocco.

A partire dalla metà degli anni 1980, Pettison guadagnò un ruolo da protagonista sulla scena dell’arte contemporanea.  Negli anni ‘90 espone le sue copertine più celebri e le sue opere al MoMA di New York e in numerose grandi gallerie e musei in tutto il mondo.  Oltre ai lavori per le case discografiche, ha realizzato numerose opere pubbliche, come la “No Title (Safe he called…), un lavoro realizzato per la High Line di New York, ispirato alla sua celebre serie dedicata al baseball, che trasfigura una partita tra Boston Red Sox e Brooklyn Dodgers. 
Oggi vive a Manhattan con sua moglie, la videoartista Aida Ruilova.

Per chi ha voglia di qualcosa in più: nel giugno 2013, una nuova serie di documentari, The Art of Punk è stato rilasciato su YouTube. Il primo episodio presenta l’arte di Black Flag e il ruolo di Pettibon nella prima scena hardcore, con testimonianze dello stesso, di vari membri dei Black Flag, tra cui Henry Rollins, e Flea dei Peppers. “The Art of Punk – Black Flag – Art + Music – MOCAtv”.

Curiosity killed the cat:
La copertina di Goo resta una pietra miliare del design del rock, molti artisti hanno realizzato “cover della cover”, sostituendo Myra e il marito con i personaggi più disparati, sono tutte radunate in questo sito.

Durante la sua carriera, Raymond Pettibon ha continuato anche a suonare per gruppi minori, collaborando tra gli altri con i FireHose, ex Minutemen, per cui ha anche composto brani.

Nel 2011, l’opera di Pettibon ha ispirato i Red Hot Chili Peppers per la realizzazione del video musicale della canzone ” Monarchy of Roses “, Pettibon è menzionato anche nel testo.





Germano Celant, il Controverso

MILAN, ITALY – MAY 07: Germano Celant attends a ‘Private view of ‘TV 70: Francesco Vezzoli Guarda La Rai’ at Fondazione Prada on May 7, 2017 in Milan, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Fondazione Prada) *** Local Caption *** Germano Celant

Nato a Genova nel 1940, in questi mesi di pandemia si è scontrato con il Virus dei virus e ha perso la partita, aveva 80 anni e alcune patologie pregresse, lascia la moglie Paris Murray e il figlio Argento. Germano Celant è mancato il 29 aprile dopo due mesi di terapia intensiva, appena tornato dall’Armory Show, evento fondamentale per le grandi collezioni di arte moderna internazionali, tenutosi i primi di marzo a New York nonostante in Europa già fossero in atto le restrizioni anti Covid-19.  

Nella sua intensa vita è stato storico e critico dell’arte di fama internazionale,  ha ricevuto premi prestigiosi, come il The Agnes Gund Curatorial Award da parte dell’Independent Curators International.  

 È stato curatore di mostre per i più grandi musei del mondo, citiamo tra  tanti il Solomon R. Guggenheim Museum di New York e la Fondazione Prada,  co-direttore artistico e supervisore per le Biennali di Firenze e Venezia e in molti altri tra più importanti eventi culturali internazionali.   Nel 2016 è stato direttore artistico per la realizzazione dell’opera di Christo e Jeanne-Claude al Lago d’Iseo, The Floating Piers.

Autore
di moltissimi libri e cataloghi, la cui lista completa occuperebbe diverse
pagine, ricordiamo qualcuna tra le  ultime pubblicazioni:

Gianni
Piacentino

(Fondazione Prada, 2015), William N. Copley (Fondazione Prada, 2016), , Virginia
Dwan and Dwan Gallery
(Skira, 2016), Pop Art & Warhol
(Abscondita, 2016), Mimmo Rotella. Catalogo ragionato 1944-1961 (Skira,
2016). 

Fotografia dall’archivio di Lia Rumma pubblicata su Flash Art: da sinistra, Tommaso Trini, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Filiberto Menna, Marcello Rumma. “Arte Povera + Azioni Povere,” Amalfi, Italia (1968)

«I giovani artisti a Torino s’incontravano, parlavano. C’era Paolini, Fabro, Gilardi. Discussioni animate… E in un angolo c’era sempre un giovane uomo vestito di scuro, silenzioso. Prendeva un sacco di appunti e per quel suo stile lo soprannominammo “il notaio”». Luciano Pistoi

Nel settembre del 1967, in momento di inquietudine culturale, sociale e politico diffuso in modo trasversale e a livello internazionale, alla Galleria La Bertesca di Genova, Germano Celant inaugura Arte Povera e Im Spazio, mostra collettiva di artisti emergenti.  Due mesi dopo, il 23 novembre, su Flash Art n.5 – Novembre-Dicembre 1967, pag. 5, Germano Celant pubblica “Arte povera, appunti per una guerriglia“, manifesto che definisce la linea teorica del movimento. (Qui il testo integrale).  
Nasce una corrente artistica che cerca materiali poveri e di scarto, ricorre ad una nuova forma d’arte: l’installazione, sfida il conformismo e detesta la società contemporanea.

Due anni dopo il movimento ottenne attenzione  internazionale in seguito alla mostra di “Live in Your Head. When Attitudes Become Form“, organizzata presso la Kunsthalle di Berna da Harald Szeemann, riproposta nel 2016 dalla Fondazione Prada a Venezia nel 2013. 

L’atteggiamento che dimostra fin dagli esordi, descrive la figura imponente, complessa e fortemente discussa di Celant, che partorisce e cresce una creatura costituita da definizioni contraddittorie. (Come non ricordare le sue contrastanti interpretazioni di Piero Manzoni?)  Plasma così tutta la sua imponente carriera, passando attraverso repentini cambi di vedute e prospettive capovolte, che lo hanno reso un critico d’arte-imprenditore spregiudicato, padre del “monopolio interpretativo” egoriferito e della diffusa pratica postbellica della classificazione dell’arte e degli artisti.

Di lui ci resta la poderosa scintilla intuitiva, totalmente immersa nella scena dell’arte contemporanea, condita dalle innegabili doti organizzative, volte a promuovere strenuamente azioni d’arte in totale libertà performativa. Ma soprattutto l’aver contribuito, nel bene e nel male, a dare un volto evolutivo alla figura curatoriale, rendendola una forma d’arte per l’arte.


Per approfondire:

Libri:  Germano Celant: Libri dell’autore in vendita online – Ibs

Video:

Germano Celant racconta la nuova Fondazione Prada

Land Art – Il mondo come spazio dell’opera d’arte – Germano Celant