Il luogo SINESTETICA / Viale Tirreno 70 a/b, Roma ORE 18.30
ARCHITETTRICI. Spazi al Femminile è un ciclo di incontri dedicato alla riflessione critica sul ruolo delle architette, designer e paesaggiste nel panorama contemporaneo. Attraverso il racconto discreto di professioniste attive a Roma e in contesti nazionali e internazionali, questa rassegna intende offrire uno sguardo aggiornato sulle trasformazioni in atto nelle discipline del progetto, mettendo al centro esperienze, pratiche e visioni spesso poco rappresentate nei circuiti ufficiali.
Incontro del 20 marzo 2026 – Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini
Il luogo SINESTETICA/ è uno spazio nel quartiere Montesacro di Roma, dove si promuovono le arti in un contesto plurale e informale: libreria indipendente, galleria d’arte e d’architettura, sala per concerti, spettacoli e riunioni. Sinestetica offre un variegato calendario di iniziative, fra cui esposizioni, incontri culturali, gruppi di lettura, corsi d’arte e di scrittura, serate di teatro, musica, cinema.
Ufficio stampa Sarah Palermo | +393490643698 | sarahpalermomail@gmail.com
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright
Date e ospiti • 30 gennaio 2026 – Anna Maria Indrio, architetta (Italia/Danimarca) • 20 marzo 2026– Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini, architette e paesaggiste (Roma) • 17 aprile 2026 – Michela Ekström, architetta (Roma) • 8 maggio 2026 – Claudia Campone, ThirtyOne Design + Management (Roma) • 5 giugno 2026 – Monica Sgandurra, architetta, paesaggista, designer (Roma)
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Incontro del 20 marzo 2026 – Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini
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Date e ospiti • 30 gennaio 2026 – Anna Maria Indrio, architetta (Italia/Danimarca) • 20 marzo 2026 – Lorenza Bartolazzi e Claudia Clementini, architette e paesaggiste (Roma) • 17 aprile 2026 – Michela Ekström, architetta (Roma) • 8 maggio 2026 – Claudia Campone, ThirtyOne Design + Management (Roma) • 5 giugno 2026 – Monica Sgandurra, architetta, paesaggista, designer (Roma)
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Il luogo SINESTETICA/ è uno spazio nel quartiere Montesacro di Roma, dove si promuovono le arti in un contesto plurale e informale: libreria indipendente, galleria d’arte e d’architettura, sala per concerti, spettacoli e riunioni. Sinestetica offre un variegato calendario di iniziative, fra cui esposizioni, incontri culturali, gruppi di lettura, corsi d’arte e di scrittura, serate di teatro, musica, cinema.
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« La vue est très belle, l’herbe est une belle chose, la forêt aussi : on y touchera le moins possible. La maison se posera sur l’herbe comme un objet, sans rien déranger ». L.C.
«Bello il panorama, bella l’erba, bello anche il bosco; li toccheremo il meno possibile. La casa si poserà sull’erba come un oggetto, senza disturbare nulla». L. C.
Queste sono le parole di Le Corbusier quando Pierre, ricco assicuratore francese, ed Eugéne Savoye commissionano nel 1928, a lui e al cugino Pierre Jeanneret, la casa di vacanza da costruire sul loro vasto terreno di sette ettari, situato sulla collina di Beau Regard, lungo la riva sinistra della Senna a Poissy.
Piccola e antica città della Francia, Poissy dista circa 30km da Parigi, a cui è collegata dalla stazione ferroviaria che serve i dintorni della Capitale, la Grande Ceinture. Fino al XIII sec fu una delle residenze dei Re di Francia e ad oggi conserva la collegiata di Notre-Dame, restaurata a partire dal 1844 dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc.
Le Corbusier ha 41 anni e la commessa della famiglia Savoye è l’occasione per dimostrare e mettere in pratica i princìpi che sono racchiusi nel testo fondante del Movimento Moderno, la raccolta di saggi “Vers une architecture” (1923) in cui molte delle sue teorie architettoniche, racchiuse nei cinque punti, diventeranno il linguaggio di riferimento sin dalle sue prime espressioni.
“Les cinq points d’une nouvelle architecture”: Pilotis (pilastri in c.a.), plan libre (pianta libera), façade libre (facciata liberata dalla funzione strutturale), toit terrasse (tetto piano a terrazza), fenêtre en longueur (finestre orizzontali a nastro)
pilotisplan libre façade libretoit terrassefenêtre en longueur
Ne “Il linguaggio moderno dell’Architettura” (1973) Zevi, in chiave provocatoria, così come gli si addiceva, pone l’esigenza di strutturare in lingua le teorie dell’architettura moderna così da non farla regredire una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia; l’obiettivo è quello di fissare sette invariant dell’architettura moderna sulla base dei testi più significativi e paradigmatici.
Nella sesta invariant Zevi affronta il tema della “Temporalità dello Spazio” dove lo spazio continuo è uno spazio da vivere, sperimentato dallo spettatore attraverso la passeggiata architettornica e la concezione che lo spazio venga compreso pienamente solo quando lo si attraversa; il movimento nello spazio è accompagnato dal movimento del tempo espresso dal passaggio del sole, dai giochi di luce negli spazi interni ed esterni che cambiano nell’arco di una giornata e durante tutte le stagioni.
Gli esempi appropriati citati sono la Villa Savoye di Le Corbusier (1928-31) e il Guggenheim Museum di New York di Frank Lloyd Wright (1943-59)
È risaputo che Bruno Zevi fosse un sostenitore di Wright e non fosse un estimatore di Le Corbusier, tanto che lo stesso racconta un aneddoto che vede Corbu andare verso di lui e dire: “You’re Zevi. They all say you’re against me. But I know it’s not true” […]
Aveva ragione.
“Villa Savoye è un unicum; il suo razionalismo vibra di poesia”…Bruno Zevi
P.S. Per aggiungere una curiosità, secondo Zevi le sette invariant dell’architettura moderna sono reperibili contemporaneamente in alcune opere di Wright: in grado massimo nella Fallingwater (Casa sulla Cascata).
INFORMAZIONI UTILI
Telefono: +33 (0)1 39 65 01 06 Indirizzo: Ville Savoye à Poissy, 82 Rue de Villiers, 78300 Poissy, Francia Come arrivare in RER: linea A, fermata Poissy (zona 5 Paris visite) Accessibilità: Rampa d’accesso per persone con mobilità ridotta con accompagnatore Costo del biglietto: Adulti 7.50€ Ridotto 6.00€ Under 18 (Eccetto scolaresche e gruppi parascolastici) gratuito Sito ufficiale: https://www.villa-savoye.fr/
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CIAO PROF. Un ricordo a caldo di Paolo Portoghesi
Ho appena appreso della morte dell’Architetto Paolo Portoghesi e immediatamente il mio pensiero è andato agli anni dal 1981 al 1985, quando in qualità di collaboratore della MEFIT Consulting Engineers mi trovai a collaborare con l’Ing. Vittorio Gigliotti, Fondatore della MEFIT, e con l’Arch. Paolo Portoghesi, Progettista e responsabile del Settore Architettura. Naturalmente, anche se da semplice collaboratore/disegnatore, ero spesso a contatto con l’arch. Portoghesi, anche per l’importanza dei due progetti in quel momento in corso: il nuovo aeroporto di Kartoum in Sudan e la Moschea e Centro Islamico di Roma. Devo ammettere che per me, essendo alle prime armi in tutti i sensi, oltre al piacere di poter lavorare ed imparare “il mestiere” c’era anche l’orgoglio di dare il mio piccolo contributo in due progetti assolutamente importanti, ma soprattutto, progetti già in via di costruzione come poi è avvenuto. Ma il ricordo più simpatico avuto con lui è stato quando andai a casa sua per portargli il libro che avevo scritto e sapere cosa ne pensava. Lui con molta naturalezza però mi portò nel retro della sua casa dove c’era uno spazio ampio all’aperto dove allevava Asini.Quella, mi fece capire, era la sua passione nascosta, di cui effettivamente, almeno io, non ero a conoscenza. A quel punto mi disse di lasciargli il libro sul tavolo perché lo avrebbe guardato con calma. Cosa che feci dopo averlo salutato e ringraziato cordialmente. Non ho mai saputo se aveva mai dato uno sguardo al mio libro e non ho mai avuto il coraggio di chiederlo. Ho preferito restare tra “color che son sospesi”.
Paolo Portoghesi – Aula Università di Architettura a Valle Giulia, RomaLa Moschea, interno – Roma
Augusto De Luca fotografa Riccardo Dalisi
Una figura poliedrica, che spazia in più campi artistici e non può essere racchiusa in una singola definizione quella di Riccardo Dalisi.
Artista, architetto, designer, docente universitario alla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, ma soprattutto mente intuitiva, innovativa, che fa della creatività la sua ragion d’essere e che restituisce al mondo, amplificandolo, il caleidoscopio della Bellezza in tutte le sue possibili sfaccettature.
Abituato com’era alla perfezione, con il suo inconfondibile guizzo era perennemente alla ricerca di altro; incontentabile nel senso più proficuo del termine, sperimentava di continuo per aprirsi a nuove possibilità artistiche, con risultati sempre eccellenti. Non a caso le sue opere trovano dimora fissa in alcuni dei più prestigiosi musei internazionali, oltre che in collezioni private di fortunatissimi pochi eletti.
Quella mattina andai a prenderlo a casa sua e, con la mia auto, ci recammo al suo studio in via Aniello Falcone.
Dalisi era una persona estremamente gentile ed affabile. Sul suo viso era perennemente stampato un sorriso dolcissimo, ma anche sbarazzino, dal quale traspariva una vena di autoironia.
Un artista sicuramente geniale, che plasma i materiali, creando sculture estremamente essenziali, ma di grande effetto e significato. Quelle stanze erano affollate di suoi lavori di ogni grandezza, uno studio “uovo”, ripieno di arte: c’erano opere in ferro di pochi centimetri e strutture enormi che arrivavano al soffitto.
È inimmaginabile la quantità di idee e di forme che affollavano ogni angolo, ogni parete e ogni ripiano di quei locali. Non dovevo far altro che guardarmi intorno e scegliere l’opera con cui ritrarlo. In verità realizzai diversi scatti, ma, alla fine, mi concentrai su di una grande scultura di ferro battuto. Feci in modo che il suo viso fosse incorniciato da quelle strutture metalliche e scattai proprio quando lui, spontaneamente, sfoggiò quel suo inconfondibile, malizioso, furbetto ed incantevole sorriso.
Si percepiva che il Maestro si stava divertendo molto. Al termine del nostro incontro volle regalarmi una piccolissima scultura che custodisco gelosamente e che spesso mostro con orgoglio agli amici che vengono a trovarmi… un bellissimo ricordo di un momento speciale.
Riccardo Dalisi – foto di Augusto De Luca
Un piccolo Ricordo/Omaggio ad un Maestro scomparso da poco. Vittorio Gregotti
Nel mese di Luglio del 2017 ho avuto il piacere di conoscere il giornalista Francesco Erbani (la Repubblica), in occasione di alcuni incontri sulle problematiche che pone, all’interno della città, un edificio come quello di Corviale.
Un giornalista, sempre molto attento e consapevole dell’importanza dell’architettura all’interno dello sviluppo e della crescita delle città, in quanto direttamente legata alla qualità della nostra vita, che intervistava Vittorio Gregotti, uno dei più importanti architetti italiani.
C’era anche un motivo che rendeva particolare quell’intervista, perché la “Gregotti Associati”, fondata nel 1974, con lavori in Italia e nel mondo, si apprestava a chiudere.
Il motivo non era solo anagrafico, per i 90 anni di Vittorio Gregotti, ma anche perché:
” L’architettura non interessa più a nessuno”.
Come disse il Maestro, persino sorridendo, nel salotto della sua casa milanese, per nascondere la cocente delusione e ponendosi una evidente e tormentata domanda:
“Ma cosa sta succedendo nel nostro mondo?” Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte “à la mode”, al quale si chiede di confezionare l’immagine”.E a chi insisteva che il nostro futuro sarebbe stato la tecnologia, si contrapponeva la dialettica con il passato, con i luoghi in cui si realizzava un’architettura. Ciò che preesisteva non andava ignorato, anche nel caso in cui il nuovo fosse un’eccezione. Ma oramai anche “il postmodern” è un’ideologia tramontata, che ha avuto però effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio.
«Guardi ! Questo è il Centro di ricerca progettato a Las Vegas da Frank Gehry
Gehry è un mio amico, ma ha superato ogni limite nel rapporto fra contenuto e contenitore. «Il suo fine è la trovata, la calligrafia, senza rapporto con la funzione.
Queste sono architetture popolari, d’altronde se non fossero popolari non potrebbero esistere. Contengono un messaggio pubblicitario.
Anche nel Seicento le facciate barocche delle chiese lo contenevano, ma si riferiva ad un universo spirituale. Qui è la moda a dettare le prescrizioni».
– Ma le viene rinfacciato il quartiere Zen a Palermo: c’è chi ne invoca la demolizione.
«Lo Zen avrebbe dovuto essere diverso da quel che è stato, una parte di città e non una periferia. Palermo ha il centro storico, le espansioni otto-novecentesche e poi doveva esserci lo Zen, con residenze, zone commerciali, teatri, impianti sportivi.
Doveva possedereun’autonomia di vita che non si è realizzata». «Io non sono per demolire lo Zen o Corviale. Sono per demolire il concetto di periferia, non basta il rammendo.
– Ci siamo illusi in quegli anni di poterlo realizzare?
È vero, ci siamo illusi di costruire quartieri mescolati socialmente, dotati delle attrezzature che ne facevano, appunto, parti di città e non luoghi ai margini.
Rispondevamo a un’emergenza abitativa.
Ma se noi ci siamo illusi, quello che contemporaneamente si costruiva o quello che è venuto dopo cos’è stato se non la coincidenza fra interessi speculativi e l’annullamento di ogni ideale progettuale?
Corviale ha un’idea, che andava realizzata. Non è solo un tema d’architettura».
– Le piace la Nuvola di Fuksas?
«Assolutamente no».
– Come guarda ai futuri architetti?
«Mi preoccupa il loro disorientamento.
Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano.
Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose.
I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro.
Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».
Vittorio Gregotti purtroppo ci ha lasciato nel 2020.
Dall’ intervista di Francesco Erbani a Vittorio Gregotti nel mese di Luglio del 2017.
Immagine di copertina: Vittorio Gregotti (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)
A chi appartiene lo spazio urbano? Le città che abitiamo sono a misura di uomo o di donna? O, per dirla meglio, le città rispondono ai bisogni di tutte le persone che le compongono? La pianificazione urbana certo non è mai stata neutra. Quando 30 anni fa nelle grandi città spagnole sono state fissate le linee guida per la mobilità si è pensato di più a soddisfare un cittadino standard che era maschio, bianco e di classe media. Così le strade e lo spazio pubblico sono state associate alle attività produttive, un tempo svolte soprattutto dagli uomini, e alle automobili che venivano usate per spostarsi verso i luoghi di lavoro. In questo modo si è avviata una narrazione urbana declinata al maschile che ha portato a un disegno delle città dove le donne venivano pensate nelle case, dedite solo alla vita familiare.
Ancora oggi nonostante la massiccia incorporazione delle donne nel mondo del lavoro, l’area urbanistica delle principali città spagnole stenta a proporre una soluzione alle difficoltà delle donne nel combinare la loro vita professionale e familiare, quel ruolo di caregiving che spesso sono costrette a svolgere e che non prevede solo una mobilità lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma molti di più. Sono soprattutto le donne che nel tragitto da casa al luogo di lavoro devono accompagnare figli e figlie a scuola, poi quando escono dal lavoro devono ricordarsi di andare al panificio o dal fruttivendolo per comprare quello che trasformeranno in pranzo o cena, devono ripassare dalla scuola per riprendere figli e figlie, devono trovare anche il modo e il tempo di andare dal medico per accompagnare un genitore anziano o un parente non autosufficiente. Poi, quando possono, raggiungono anche il parco o il giardino più vicino per portare a spasso il cane.
A Madrid come a Barcellona, a Valencia o Siviglia, la forma urbanistica è spesso il risultato e la prova dello stretto legame tra patriarcato e capitale. Nei diversi spazi che abitiamo – le case, le strade o le piazze – il modello urbano risponde principalmente alle esperienze e ai bisogni di un soggetto maschile considerato più redditizio e a un modello economico basato sullo sfruttamento. Così poco alla volta, seguendo questa logica, l’urbanistica e l’architettura hanno favorito l’esclusione dallo spazio urbano delle donne e di altre soggettività non egemoniche, come le persone razzializzate, gli anziani, i bambini o le persone con diversità funzionale.
Di fronte a questa concezione della città, che costringe le persone che la abitano ad affrontare grandi spostamenti quotidiani, privilegiando l’uso di veicoli privati, e concepisce le strade come luogo di transito e non di incontro, è emersa l’idea dell’urbanistica femminista e dell’urbanistica inclusiva, che racchiude i contributi di vari campi dell’urbanistica e dell’architettura sulla proiezione di città sostenibili, adatte alla vita quotidiana e centrate sui bisogni delle persone. Negli ultimi tempi è aumentata la richiesta di progetti che rivendicano la necessità di pianificare le città dando priorità alla mobilità necessaria alla cura, principalmente responsabilità delle donne e proprio per questo spesso invisibile, in opposizione alla supremazia della mobilità lineare, cioè quella da casa al lavoro, che mette al centro gli aspetti produttivi e remunerativi, tradizionalmente legati agli uomini.
Ce lo chiede l’Europa quando parla di transizione ecologica e sostenibilità? Città come Vienna o Parigi sono andate oltre la progettazione e hanno già realizzato zone urbane “ dei 15 minuti” basate sul concetto di prossimità, dove il lavoro, i negozi, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il benessere, la cultura, lo shopping e il divertimento possono essere tutti raggiungibili entro quindici minuti da casa propria, a piedi o in bicicletta. La pandemia, il cambiamento climatico e molte altre sfide dimostrano che il mondo ha bisogno di solidarietà, azione collettiva e capacità di lavoro interdisciplinare. La crisi del covid-19 ha esacerbato le disuguaglianze nei confronti delle persone vulnerabili, comprese le donne e le ragazze, ma ha esaltato il loro ruolo predominante nella risposta alla pandemia. Le ha rese consapevoli del divario tra la città costruita e la città che la vita quotidiana richiede per svolgere tutti i suoi compiti. In contrasto con quanto realizzato finora mettere la cura e la socializzazione al centro della progettazione incoraggerebbe tutti, forse anche gli uomini, a partecipare a questi compiti.
In Spagna collettivi di urbaniste femministe come Dunak Taldea nel nord del paese o il Col·lectiuPunt 6, formato da architette e sociologhe riunite in una cooperativa con sede a Barcellona, o UrbanIn+, per l’urbanismo inclusivo, da anni reclamano il recupero dello spazio pubblico, per garantire il diritto alla città e per costruire città inclusive e socialmente emancipate che incorporino le esperienze e i bisogni del luogo e delle persone che usano e vivono nei loro spazi. Nella pianificazione urbana, la visione femminista delle città spagnole si sta facendo strada nelle istituzioni dopo oltre vent’anni di lotta in ambito accademico e professionale. L’analisi parte dalla consapevolezza che la pianificazione urbana non è neutrale rispetto al genere e che è arrivato il momento di ribaltare le principali linee guida di pianificazione urbana che hanno dato priorità alle esigenze del genere maschile. Si tratta di mettere la vita delle persone al centro delle decisioni urbane. Urbanistica di genere o femminista? Si parla di urbanistica femminista e non solo di urbanistica con una prospettiva di genere perché sebbene il genere sia uno strumento analitico che permette di rendere visibili le differenze negli usi degli spazi dovute al fatto di essere donne e uomini, e i compiti, gli stereotipi e i ruoli attribuiti a ciascuno, si vuole fare un passo in più e si vuole analizzare come questi ruoli di genere influenzano e hanno implicazioni dirette nelle decisioni urbane.
L’impegno è quello di trasformare la società ripensando gli spazi, perché anche gli spazi contribuiscono a plasmare le realtà. Le città progettate dall’urbanistica femminista non pensano solo alle donne, non c’è un disegno che si riduce alle “cose che riguardano le donne”, ma cerca di incorporare una visione intersezionale che parla di problemi universali. La sfida è tener conto della diversità di genere incrociata con altre variabili identitarie, come l’età, l’origine, l’identità sessuale, il tipo di unità di convivenza in cui si vive, la classe sociale, la diversità funzionale, e così via. E come queste variabili si intersecano e si materializzano sotto forma di privilegi e oppressioni nella città e negli spazi che vengono utilizzati. Non c’è altra scelta che reinventare le città e introdurre la diversità delle esperienze e delle necessità in qualsiasi progetto di pianificazione urbana, perché non è la stessa cosa vivere e sperimentare la città per un giovane adolescente omosessuale di origine straniera, come per una donna anziana, quasi ottantenne, che vive da sola e deve muoversi con un girello negli spazi pubblici o ha bisogno di una panchina dove sedersi ogni 200 metri.
Scuola, architettura, capitale
Un piano di adeguamento edilizio delle strutture scolastiche è ormai divenuto assolutamente necessario, ma, su questo, l’unanimismo che si registra, mi pare frenare la sua attuazione anziché determinarne la concreta realizzazione. Del resto, nella prospettiva del PNRR (una diligenza che passa tra anfratti e nascondigli ottimi d’agguati), non c’è chi ne parili. Tuttavia, in attesa di riscontri fattuali, vale la pena provare a metter su una riflessione più approfondita sulla cosa, poiché, se è evidente l’impellenza di dotare la scuola di strutture efficienti– e la pandemia ne ha dimostrato tutta l’ineluttabilità –, questo non può prescindere da un’analisi attenta e profonda sul modo con cui si è determinato il riassetto urbanistico del paese e di come la scuola, dunque, vi si possa inserire inserirsi nel nuovo contesto.
La città, l’architettura, le trasformazioni sociali.
Lo spazio urbano assembrato, diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come si compete nei giochi d’ossimori, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare (come nei fantasmagorici skyline di Dubai, ma senza andare troppo lontano, certe periferie di grandi città, da nord a sud), è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, e non sono più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia. Ma se l’agnello o l’orrendo porco s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici divenuti non luogo di relazione ma turistifici, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale del mercato che reclama le sue vittime. Le mura cittadine, anche quelle dei centri più piccoli, s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, si ha quasi il desiderio di farlo. Una sindrome della capanna ante litteram. Rinchiudersi diventa principio identitario, quando si cerca di definire quello come identità culturale da difendere contro l’altro, l’invasore, lo straniero. Dunque, vi si legge una dimensione quasi caricaturale.
La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa una sorta di dogma definitivo. Le città si sono attrezzate per assecondare questo processo. Le città prese d’assalto hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente.
Il ruolo dell’architettura scolastica
La scuola pare però soggetto passivo di questo processo, non ne è l’esatto contraltare, non torna al centro dell’ambiente urbano per riaffermare il suo ruolo di fondamentale istituzione di formazione sociale, di luogo della partecipazione e di pratica democratica. Se, dunque, vi è la necessità del suo ammodernamento strutturale, questa è condizione non sufficiente per ri-pensare una scuola protagonista negli spazi del quotidiano. Gli architetti progettano i nuovi edifici scolastici senza avvertire il bisogno di un confronto innanzitutto con la collettività, nemmeno con la natura trasmissiva ed inclusiva da attribuire alla scuola. Piuttosto accettano la mediazione con la politica, assecondano e/o rincorrono il taglio dei nastri, le fasce tricolore. Scuole d’eccellenza diventano nell’immaginario i poli scolastici progettati dalle archistar, sganciati dal proprio contesto sociale ed urbano, corpi estranei che contribuiscono a cementificare, a consumare territorio, dunque antiecologici per definizione. Ubicati in un altrove ancora più periferico, diventano altro rispetto alle condizioni sociali di chi le frequenta, dagli alunni ai lavoratori. Non partecipano al recupero dell’esistente, al rapporto con la comunità. Sono organizzazioni separate e burocratiche, con una fortissima gerarchizzazione dei rapporti che non lascia esprimere compiutamente prospettive creative, non sono nel corpo vivo delle città e dei territori, quali laboratori permanenti di partecipazione. Va quindi ripensata l’architettura scolastica come strumento di crescita per l’intera società, che ponga al centro i processi educativi e la maturazione della personalità dei cittadini, ma anche occasione di creazione di spazi aperti e condivisi, dialettici, se occorre, senz’altro democratici, improntati alle forme più alte dell’ecologia ambientale e sociale. È piuttosto evidente che i maghi del cubo di cemento magico non apprezzano una scuola che recupera l’esistente, che collabora alla riscrittura dell’ambiente sociale in termini partecipativi e solidali. Temono un nuovo protagonismo dei lavoratori della scuola, un rilancio della democrazia interna, poiché l’efficacia dei percorsi educativi e l’attenzione per essi non si misura solo costruendo edifici funzionali, ricchi di belle aule, ampie ed attrezzate, ma, dentro questi, amplificando il ruolo formativo e pedagogico della scuola, eliminando la pletora di orpelli burocratici il cui proliferare l’ha mortificata, impedendone l’osmosi necessaria con l’ambiente urbano.
Per ciò che attiene l’architettura stessa dell’edificio, dello spazio scolastico, infatti, il consumo del territorio stride con il ruolo formativo della scuola. La costante aggregazione dei plessi, sino alla creazione di immensi ed affollatissimi edifici, rema contro i percorsi di inclusività, poiché va gestito in modo opposto alla creazione di sistemi di relazione tra chi frequenta la scuola – a qualsiasi titolo – e tra questi e l’ambiente sociale. La necessità di recuperare gli spazi urbani esistenti, anche con le opportune strategie di adeguamento antisismico, energetico e funzionale (da questo punto di vista vi sono stati passi in avanti notevolissimi nelle pratiche ingegneristiche e architettoniche), sarebbe un punto di partenza per ridare centralità alla scuola, oltre ad essere, alla lunga, anche economicamente vantaggioso per il pubblico. Riduce i costi per gli spostamenti, ha impatto ambientale minore, crea isole di salubrità culturale in luoghi che ne sono privi, consente a chi vi abita di riconoscersi nelle azioni formative della scuola. In definitiva, crea “identità” autentica, non un suo artificio retorico. E si comprende come nel PNRR questi aspetti appaiano lontani e marginali. Mica si vorrà stemperare la natura di centri commerciali di certi centri storici, mica si vorrà creare discontinuità strutturale nei dormitori per consumatori, mostrando loro le vie della cultura e dell’istruzione?
Via Riscatto. È questo il nome di un viottolo che costeggia la Cattedrale di Matera. L’ho notato subito, il primo giorno che sono arrivato: striscia lungo il fianco sinistro dell’edificio, dalla parte opposta di Piazza Duomo, fino ad affacciarsi sul meraviglioso belvedere che domina il Sasso Barisano.
Via Riscatto, cioè percorso di liberazione, strada per la rinascita, viatico di redenzione. Curioso che un nome così altisonante e denso di significato sia stato dato ad una piccola stradina della Civita, la parte della città che giace tra i due Sassi e li sorveglia dall’alto. Ma poi, riscatto da chi? Da quale condizione morale, economica o sociale? E, soprattutto, riscatto di chi? Di un singolo, di una città e della comunità che la abita, o di un popolo intero? Per capirlo, ho dovuto aspettare il giorno successivo, quando sono andato a visitare la Casa Grotta. Durante questo viaggio mi aspettavo di avvertire costantemente ed unicamente quel misto di stupore ed ammirazione che si prova di fronte allo spettacolo della bellezza in tutte le forme in cui si manifesta. Entrando in questo minuscolo antro, gli unici sentimenti che provo sono un’infinita tristezza ed una profonda commozione. Più guardo gli oggetti che riempiono questa grotta buia e angusta scavata nel tufo e più penso, con sconcerto, alle persone che vi hanno abitato, alle sofferenze che hanno sopportato, a tutto quello che la miseria ha loro sottratto. Non c’è nulla di pittoresco o caratteristico in questo luogo. È la testimonianza di come il degrado fisico e morale possa portare alla perdita della speranza e all’accettazione di un’ineluttabile condizione di sofferenza. La Casa Grotta è uno struggente museo della rimembranza, con tutto il suo valore di monito per questa e per le generazioni a venire, affinché quello che è accaduto non si verifichi più. Era dunque da questo che bisognava riscattarsi, dalla miseria materiale e spirituale, e questo ha fatto il popolo di Matera, in poco più di sessant’anni. Lo ha fatto per se stesso e per tutti noi, con le proprie forze e con l’aiuto di una riforma coraggiosa ed illuminata, la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi”, portata avanti dai vertici della politica italiana nazionale e locale nei primi anni cinquanta. Il viottolo da cui sono scaturite queste riflessioni, con il suo nome altisonante e fortemente evocativo, nel suo serpeggiare per pochi metri di fianco alla cattedrale, non dà certamente l’idea del tempo e della fatica che sono stati necessari per ottenere il riscatto delle genti di Matera. Me ne rendo conto riflettendo sulle date e sui traguardi raggiunti: sessantasette anni, dal 1952 al 2019, da vergogna d’Italia, come fu definita da Togliatti, a Patrimonio Mondiale dell’Umanità fino a Capitale Europea della Cultura 2019. Di questo vertiginoso upgrading materiale, spirituale e culturale trovo parecchie testimonianze nel mio girovagare tra i Sassi, insieme a turisti provenienti da ogni dove. Un’altra grotta, per esempio, un’altra casa, ma questa volta riqualificata e rimodellata dalla mano sapiente di architetti locali sotto la spinta di realtà culturali illuminate, che l’hanno fatta risorgere dall’antico stato di fatiscente testimonianza di un triste passato a luogo dove si celebra il presente più entusiasmante. Chi si immaginava, entrando con un gruppo di congressisti multietnici nella Casa Cava, di ritrovarsi nell’unico centro culturale ipogeo del mondo, dove gradinate di legno e vetro, sapientemente utilizzato per lasciar intravedere il passato, portano ad un palcoscenico anch’esso trasparente, davanti al quale si apre una platea di sedute avveniristiche, su cui occhieggiano schermi al plasma incastrati sulle pareti di tufo
Una confortante, gratificante e inaspettata realtà che lascio a malincuore agli indaffarati congressisti immersi nel loro dibattito solo dopo aver scattato, o meglio rubato come un navigato street photographer, molte immagini con la mia fotocamera.
Eh, già, la fotografia, la mia passione. Desidero ardentemente soddisfarla anche durante questo viaggio a Matera. Reflex in mano e zaino fotografico in spalla cercando la mia immagine della città. Il compito è arduo: Matera è un landmark fotografico per dilettanti e professionisti. È stata fotografata in tutte le condizioni climatiche, di giorno come di notte, all’alba ed al tramonto, in ogni suo angolo o recesso e secondo le più varie chiavi interpretative. Ma questo spicchio di mondo, dove l’identità ancestrale si mescola sapientemente con la modernità, mi affascina, sento che devo celebrarlo anch’io con i miei scatti, e non mi intimidisce la consapevolezza che molti anni fa lo abbiano già fatto i padrini della Magnum Photos. Quei grandi maestri, con le loro immagini hanno svelato al mondo la miseria e la desolazione che regnavano in questi luoghi fino ai primi anni cinquanta, io, con le mie voglio sentirmi partecipe della rinascita.
I Sassi nascono dal tufo, sono scavati nel tufo, emergono dal tufo.
Un paesaggio fatto di bianchi e grigi mai troppo definiti, senza forti contrasti, e mi rendo presto conto che ritrarlo a colori non ne esalta il fascino. Dunque, per la prima volta nella mia carriera di fotoamatore appassionato, decido di lanciarmi nell’elitario mondo del bianco e nero. L’intreccio dei tetti, l’incrocio dei muri sgretolati, i vicoli angusti raggiunti percorrendo gradinate impervie, tutto è stretto, ravvicinato, quasi asfissiante.
Un’architettura di pieni che si incastrano in altri pieni, perché i vuoti, gli antri scavati nel tufo e ora garbatamente e spesso elegantemente riadattati al viver moderno, sono celati allo sguardo, chiusi da portoni o inferiate, forse anche, penso io, ad occultare con non sopita vergogna la loro triste passata esistenza.
Non c’è scampo, la luce perpendicolare non potrà mai esaltare quest’architettura. I grigi diventeranno bianchi sfavillanti e neri luminosi solo all’alba o al tramonto: beh, ovviamente, scelgo il tramonto, ma per tutto il giorno, in realtà, si protrae questa faticosa ma inebriante shooting session. All’inizio rifuggo dalle panoramiche, determinato a non cedere alla tentazione dell’immagine cartolina, e mi concentro sui particolari, sui dettagli: piccoli edifici che si aprono, come minuscoli anfiteatri, su slarghi appena accennati di angusti viottoli di pietra; le chiese rupestri, con i loro interni riccamente arredati dalla semplice nudità del tufo in cui sono state scavate; le facciate delle case, che nel loro sovrapporsi prospettico evocano l’intersecarsi dei quadrati e delle linee delle opere di Mondrian, solo private del gioco dei colori primari.
Non è facile far percepire il fascino di questo paesaggio riprendendolo dall’interno, scendendo negli ipogei, nelle grotte e nei cortili degli antichi palazzi secenteschi al cui interno, inaspettato premio al mio ossessivo girovagare, si rivelano alla mia ammirazione i tesori della scultura contemporanea del MUSMA° o le opere dei fotografi professionisti celebrate nella mostra del World Press Photo 2019.
Via via che passano le ore e poi i giorni, questo addentrarsi sempre più spinto all’interno dei Sassi mi provoca una sensazione fastidiosa di esaurimento, di claustrofobia, e mi convinco che devo uscire fuori da questi vicoli, per cercare una prospettiva più ampia. Ripercorro allora in salita le impervie stradine fino a raggiungere le gradinate e gli spiazzi più alti dei Sassi, o i magnifici belvedere che li dominano, e da lì lascio spaziare lo sguardo e poi scatto. Spero di poter immortalare sul sensore, e quindi per sempre nel mio ricordo, quel misto di stupore ed ammirazione che tanto mi aspettavo di provare fin dall’inizio di questo viaggio di fronte allo spettacolo della bellezza, che ora si manifesta di fronte a me in tutta la sua potenza. Mi sento tuttavia un po’ in imbarazzo quando mi rendo conto che questa sequenza di scatti ritrarrà proprio quella Matera da cartolina da cui mi ero riproposto di rifuggire.
Ma alla puntuale verifica di ogni singolo fotogramma sul piccolo schermo LCD della reflex, routinaria consuetudine di ogni fotografo che si rispetti, cresce in me la consapevolezza, o forse la presunzione, di aver capito, di aver trovato la chiave interpretativa giusta: per ritrarre un luogo come questo bisogna abbandonare ogni desiderio di stupire, perché lo stupore nasce dalla semplice constatazione. Le inquadrature ardite, l’esaltazione del dettaglio, la trasformazione dell’immagine concreata in astratta, che hanno sempre caratterizzato il mio modo di ritrarre il paesaggio, questa volta rischiano di rivelarsi inefficaci nell’obiettivo di esaltare il fascino di questo luogo. Fotografiamo tutti Matera come un presepe perché Matera “è” un presepe. Un presepe vivente però, salvato dall’oblio grazie alla saggezza e alla lungimiranza di alcuni ed alla forza e al coraggio di molti. E questo a cui penso stanotte affacciato al belvedere, dopo l’ultimo scatto al presepe che si illumina della luce di mille piccole lampadine.