Linda corri. Prima Parte

… vai alla seconda parte

 

Uno.

Una mattina ricevette una chiamata dall’Ospedale. La aspettava da qualche giorno, lo aveva capito dalla faccia del dottore che tentava di rassicurarla “l’intervento è tecnicamente riuscito, Signora, la massa è stata asportata, aspettiamo solo il risveglio e la riabilitazione”.

Ma lo sguardo del Primario non era sincero, lei l’aveva capito subito, anche dalle affettate strette di mano degli altri medici del reparto di Oncologia, e se ne era tornata a casa con l’immagine di quel corpo – suo marito – trafitto da sonde e cateteri, adagiato sul letto della Rianimazione.

Sul bus che la riportava a casa pensò che la propria vita avrebbe avuto importanti cambiamenti, che il figlio che stavano progettando non sarebbe mai arrivato, che i sette chilometri di corsa quotidiana con lui sarebbero rimasti un ricordo del passato.

C’era da vendere la macchina, lei non aveva la patente e in più la prospettiva di una riabilitazione lunga e costosa le aveva messo addosso una importante urgenza di disfarsi di tutto il superfluo, come appunto la station wagon, coperta di foglie secche, che era ancora parcheggiata davanti casa.

Sarebbe diventato necessario trovare anche un lavoro, dato che si era dovuta licenziare per seguire il ricovero di lui, anche in prospettiva della riabilitazione, che era stata organizzata in maniera confortevole, a casa.

Ma ora. Ma ora cambiava tutto.

Al telefono, la caposala del reparto di Rianimazione le aveva detto che nelle successive ventiquattrore lo avrebbero gradualmente staccato dai macchinari che lo facevano respirare, che monitorizzavano il suo battito cardiaco, che alimentavano il suo corpo immobile nel letto.

Rispettiamo le volontà del paziente, aveva aggiunto, e poi aveva concluso rapidamente la chiamata invitandola a passare in Ospedale per firmare le carte necessarie.

Lui aveva insistito per firmare quel testamento biologico, nel quale chiedeva che non ci fosse alcun accanimento terapeutico nel caso che qualcosa fosse andato storto durante l’intervento, e poi sorridendo le aveva detto “è un fatto scaramantico”.

Il viaggio di andata era stato come surfare sui ricordi di una vita, che le cadevano davanti agli occhi come i tasselli di un domino instabile, arrivata davanti al grande edificio bianco dell’Ospedale aveva dovuto contrastare la paura del dopo e salire le scale fino al reparto di Rianimazione.

Le avevano riconsegnato gli occhiali di lui, che erano rimasti nel cassetto del comodino, e poi tutti quei moduli da firmare: non riusciva neanche a piangere, per lo stress e i modi secchi e sbrigativi della segretaria del reparto.

Si sentì stupidamente sollevata quando capì che una associazione di congiunti di malati terminali alla quale era iscritta dal momento del ricovero di Mark, avrebbe pensato alla cremazione e a tutto quello che serviva per il funerale.

Per Linda, il corpo era uno strumento perfetto, per affrontare la vita, correre sette chilometri al giorno con lui, nuotare e fare l’amore in attesa di rimanere incinta, cosa che non era successa.

Avrebbe portato l’urna di acciaio satinato a casa, con la placca con il nome avvitata sopra, e tutto sarebbe finito.

Cioè tutto avrebbe dovuto ricominciare dal quel momento.

 

Due.

Linda si accorse che una vicina di casa, due villette più in là, era manifestamente incinta, e faticava ad uscire di casa, così decise di andare a trovarla “le proporrò di aiutarla col bambino dopo il parto”.

Qualche giorno dopo prese il coraggio per il bavero e si presentò alla porta dei vicini,  suonò il campanello ed attese che quella donna venisse ad aprirle: si conoscevano di vista e avevano anche qualche volta sostato insieme sulle panchine dei giardinetti, parlando sempre di argomenti abbastanza vaghi.

La vicina, Annie si chiamava, la invitò ad entrare, e fu molto cordiale. Le disse che era americana ma da anni viveva in quella città britannica per via del fatto che sia lei che il compagno, un italiano di nome Rocco, avevano incarichi accademici all’Università “in facoltà diverse” specificò ridendo Annie.

Poi parlarono della gravidanza, e Linda scoprì che Annie era incita di due gemelli “sembrerebbe trattarsi di due maschi, l’ecografista non ha potuto essere più preciso”.

Poco prima di congedarsi con una scusa Linda disse ad Annie che se voleva, e non la riteneva una inutile invasione nella sua vita privata, avrebbe potuto aiutarla con i neonati dopo il parto.

Le disse francamente che era rimasta vedova da poco, e che il sogno di allevare un bambino si era infranto contro la vetrata di quel reparto di ospedale.

Annie non si dimostrò sorpresa dalla proposta di Linda, anzi le disse con entusiasmo che non avendo alcuna esperienza di bambini avrebbe volentieri accettato il suo aiuto “i nostri genitori sono in Italia, sono anche abbastanza anziani e non potranno restare qui a lungo”. Poi propose a Linda di trasformare questa affettuosa intenzione in un impegno  più duraturo “facciamo che tu diventerai la nostra baby-sitter, sei d’accordo su questo?”.

Linda fu entusiasta, avrebbe potuto curare dei bambini – anche se non erano figli suoi – e anche avere un piccolo stipendio.

 

Tre.

Linda accompagnò Annie in ospedale, assistette al parto, restò piacevolmente inorridita dal parto cesareo, senza le grida e la sofferenza che si era immaginata, aiutò le infermiere del reparto di ostetricia a sistemare i due neonati – come sono piccoli, pensò – nelle cullette termiche, ebbe un vago desiderio di montata lattea e provò ad ascoltare la sensazione che saliva dal suo piccolo seno, seguì la barella sulla quale era stata sistemata Annie fino alla sua camera in ospedale.

Rocco, il marito di Annie, non aveva voluto assistere al parto “sono sicuro che potrei svenire, non amo la vista del sangue” e aveva atteso che gli riportassero la moglie nella stanzetta nella quale erano stati aggiunti due letti, uno per la mamma di Annie, una donna imponente con il tipico colorito di chi soffre di ipertensione, e l’altro per Linda, che si sentiva ormai a pieno titolo di far parte di quella famiglia.

Durante la prima notte, Linda non riuscì a dormire e passò la nottata a passeggiare nel corridoio, passando ogni trentacinque passi davanti alla vetrata della nursery, dove i gemelli erano stati collocati vicini, e dormivano sotto le lampade per la fototerapia.

Ogni tanto qualche neonato piagnucolava, altri muovevano i piccoli arti in maniera impercettibile, nessuno aveva gli occhi aperti e Linda si ritrovò a fantasticare sul colore degli occhi di tutti quei bambini nelle cullette.

Osservò le decalcomanie con i personaggi dei cartoni animati incollate alle pareti della nursery,  alcune riproducevano cartoon che non aveva mai visto, altre invece le erano familiari, e si domandò se tutto quel colore e quelle forme così vistose non avrebbero potuto disturbare i bambini: poi si disse che avevano gli occhi chiusi e in ogni caso la luce nell’ambiente era soffusa, non avrebbero subìto nessun fastidio.

 

… vai alla seconda parte





Le lettere.

Questa casa. Questa casa ha un unico pregio, quello di essere
veramente vicina all’Ospedale dove lavoro: sono una Farmacista Ospedaliera, mi
toccano le reperibilità e anche i turni festivi, meglio abitare vicino
all’Ospedale.

Questa casa. Questa casa era di mia madre, ci venne a vivere
dopo essere rimasta vedova: è ancora piena di cose sue.

Di suo marito, cioè di mio padre, solo poche tracce.

Una fotografia in camera da letto, il giorno delle nozze:
sorridono, chissà se erano veramente felici.

I libri, quelli ce ne sono tanti, gli scaffali del corridoio, questo
corridoio così lungo che potrebbe ospitare una stazione ferroviaria, ne sono
invasi.

Non ci sono spazi liberi.

I libri. Sono libri che non ho acquistato io, sui quali non ho
studiato, mi sono estranei.

In forma neutrale. Non li sento nemici ma nemmeno provo per loro
qualche forma di affetto, che potrebbe farmi dire che questi libri sono
importanti per me.

Forse lo erano per mia madre, forse lo furono per mio padre, ma ormai
non ho più la possibilità di chiederglielo.

Ma. Ma tra qualche giorno dovrò prendere una decisione, decidere
cosa tenere per me e cosa invece buttare, del contenuto stratificato nel tempo
di questa casa.

La venderò, ne ho già vista un’altra che mi piace, e che è più
adatta al desiderio di spazio confortevole, ridotto, sufficiente per le
esigenze di una ragazza che vive da sola.

E che probabilmente continuerà a vivere da sola: questa città mi
accoglie con diffidenza, dopo gli anni trascorsi in una metropoli a studiare, e
poi a lavorare in un altro Ospedale.

Mi sono definita ragazza. Mi sento una ragazza. Con tanto tempo
per pensare e sognare e fantasticare, non d’amore o altre frivolezze del
genere: sono una farmacista, sono abituata alle dosi, alle reazioni e a capire
se qualcosa non funziona più, ha perso d’efficacia.

Lui. Lui vive lontano da me, dice che in fondo non è una cattiva
cosa. Così assorbito dal lavoro, e dai pensieri e dalle responsabilità.

Ci vediamo. Ci vediamo ogni due o tre settimane. Lui viene qui,
ha un piccolo trolley blu, semivuoto quando arriva e semivuoto quando parte.
Non riesce a portare via con sé niente di me, non riesce, forse non vuole. O
forse non fa parte del suo modo di vivere, lui è un ingegnere, vive per
algoritmi, lui funziona, con i sentimenti in background.

Sembra una di quelle storie che devono finire ma non trovano neanche la forza di finire: sarà una
questione di energia cinetica residua, prima o poi salterà un viaggio, poi
l’altro e quindi non ci telefoneremo neanche più, solo qualche messaggio
cordiale e poi basta.

Dissipati; una storia finita in frammenti atomici a basso
livello di reattività, per i quali non esiste colla adatta a ricomporre il
tutto.

Forse passerà qualche settimana, forse alcuni mesi: potrebbe
capitare di reincontrarci nella nostra città, al Sud: penso che lo eviterò, non
voglio più sciupare affetto.

Forse è già finita, Non serve che io faccia nulla, è già finita,
smetteremo di vederci e amen.

Oggi ho preso un libro dallo scaffale in basso. È stato un incidente, frutto di una distrazione.

Cioè non è che lo avessi preso per leggerlo, mi era scivolato un
orecchino a terra, mentre tentavo di infilarlo camminando verso l’uscio.

Così mi sono inginocchiata e ho guardato lo scaffale.

La luce che entrava nel corridoio creava una barriera tra me e
l’orecchino, una barriera di fotoni e pulviscolo atmosferico, così ho dovuto
abbassarmi ancora un po’ per guardare meglio.

Le orecchie mi ronzavano per il silenzio assurdo che c’era in
casa, ho visto l’orecchino e anche il libro accanto al quale era caduto. Ho
esitato un attimo, il ronzio si è stabilizzato e ho potuto decidere di
allungare la mano e prendere quel libro.

Perché. Perché si vedeva una busta spuntare dal centro del
libro, una busta bianca da lettera.

Poi, senza motivo ho allungato la mano causando agitazione nel pulviscolo
luminoso, e ho tolto il volume dalla sua sepoltura, l’ho aperto e ho sfilato la
busta. La busta aveva un francobollo nuovo, era chiusa e senza indirizzo.

Sono rimasta senza fiato: sulla busta c’era il mio nome.
Alberta.

Qualcuno che aveva vissuto in quella casa aveva pensato di
scrivermi una lettera senza poi spedirmela.

Ho guardato meglio il francobollo, esponendo la busta alla lama
di luce, e causando un vorticoso movimento del pulviscolo illuminato, era una
edizione commemorativa dei campionati mondiali di calcio, Spagna 1982.

L’anno della mia nascita.

L’anno in cui moriva mio padre.

Ho aperto la busta, mi tremavano le mani e le gambe, mi sono
lasciata scivolare e ho appoggiato le spalle alla libreria.

Ho iniziato a leggere.

Bolzano, 25 settembre 1982

Ad Alberta                    

Ti piacciono i Genesis?

Perché c’è una premessa, una prefazione a quello che ti dirò
dopo.

Dopo aver pranzato in facoltà ho un po’ di tempo libero prima
della prossima lezione, ho preso il walkman e ho riascoltato Selling England by
the pound, meravigliandomi del miracolo compositivo che ha caratterizzato la
musica dei Genesis, che non è rock ma barock, nel senso di rock barocco.

Ma in senso positivo, perché anche tu lo sai (forse non lo sai
ancora, ma lo scoprirai, voglio insegnartelo) che quella forma d’arte
denominata barocca può avere delle punte di bellezza assoluta.

Cosa scrivere ad una figlia che ancora non parla, e non sa leggere?
Posso raccontarti qualcuno dei miei punti di vista sulla vita.

Cambio argomento (ma i Genesis torneranno), e ti spiego quella
che è a mio parere la stechiometria del rapporto di coppia: una reazione
complessa, in diverse fasi, che prevede metamorfosi e trasformazioni,
sedimentazioni e reazioni.

Prendere due corpi umani, possibilmente dotati di cervello, io
preferisco che siano un maschio e una femmina ma “de gustibus non disputandum est”, metterli in condizione di potersi
osservare, ascoltare, annusare. Se esiste affinità molecolare e sensoriale avviene
la prima reazione: l’attrazione fisica.

Se uno dei due elementi non si sente attratto dall’altro si avrà
un no contest, nessuna reazione e quindi nessun salto al livello superiore.

Immaginiamo invece che la reazione sia possibile: a questo punto
due individui normali -riscaldati ed eccitati dalla attrazione di cui sopra – saltano
al livello superiore, l’innamoramento.

Questa è una fase ad altissimo dispendio energetico, transitoria
e di breve durata: non si resta innamorati a vita, la molecola che si forma
dopo che l’amore ha dissipato la sua forza esplosiva non ha un nome preciso, ma
possiamo chiamarla affezione.

Quindi appare evidente che chiedere di continuo al partner “mi ami, mi ami ancora?” è fuorviante e
anche provocatorio. Voglio vivere per sempre (si spera) con te, ma non
chiedermelo ancora se ti amo: potrei deluderti dicendoti che ti ho amato per il
tempo che ci vuole a due atomi di idrogeno a scegliersene uno di ossigeno e
formare una molecola di acqua. Si spera che il partner o la partner non prenda
l’affermazione alla lettera! 

Parlo alla collega farmacista, lo so che tu diventerai
farmacista (come tuo padre): l’amore ha dose e forma, durata di effetto,
efficacia, tollerabilità e effetti collaterali diversi a seconda della cavia,
in qualche caso è letale o inefficace.

Ma. Ma ci vogliono i catalizzatori, e questi sono gli interessi
comuni, a te piacciono i Genesis (hai visto che sono tornati?) e piacciono pure
a me, a te piace lo Chardonnay e a me pure, a te piace andare in moto come
piace a me: più catalizzatori aggiungiamo migliore e più duratura sarà la
stabilità del sistema coppia. Te e me sono i due atomi che formano la
molecola coppia, non mi riferisco a te, Alberta.

Ma i catalizzatori non bastano, ci vogliono i conservanti. E non
sto parlando di benzoato di sodio o di metabisolfito, sto parlando di quello
che farà durare più a lungo la coppia.

Mettere al mondo dei figli. Sbagliato. O meglio incompleto. Il
conservante principale della coppia è la progettualità: avere uno o più
progetti farà sì che – questi progetti ovviamente devono essere ragionevolmente
ambiziosi e raggiungibili – la relazione tra quel maschio e quella femmina
coinvolti durerà a lungo, “finché morte non ci separi”. 

Cosa intendo per progetto? Fare un paio di marmocchi può essere
una base di progetto, ma il costrutto completo è “avere dei figli, educarli nel
modo più creativo e libero possibile, far sì che con l’impegno delle energie
della coppia possano essere lanciati verso una professione realizzante, imitino
i loro genitori, facciano coppie anche loro e producano un certo numero di
nipotini, lanciando così il DNA degli avi nel futuro”. 

Ma anche “quando smetteremo di lavorare, compriamo una barca a
vela e un cane Labrador e facciamo il giro del mondo” oppure “leggiamo insieme
tutti gli autori giapponesi” o fare un viaggio in Transiberiana con la propria
figlia. Quando compirai diciott’anni voglio regalarti questo viaggio. Mi piacerebbe
avere tutto quel tempo a disposizione per raccontarsi, o nutrirsi di panorama e
del rumoroso ritmico silenzio del treno che va, che aiuta a scavare dentro se
stessi, con una consapevolezza che il viaggio può dare. Mi piacerebbe, mi piace
pensarlo.

Bisognerebbe essere consapevoli di queste cose, invece la
maggior parte delle persone non ha cognizione e conoscenza necessaria, e poi si
lasciano, si odiano, si schifano, si ignorano, si ammazzano anche.

Forse ho divagato, e non sono arrivato al punto.

Prometto che ci sarà un seguito.

Per il momento, buona notte e lasciaci dormire, figlia mia.

Papà.

Tengo il foglio di carta da lettera tra le mani, una bella
scrittura, con la penna blu.

Non ho fatto in tempo a sentire la tua voce tanto da poterla
riconoscere, a parte qualche indizio in questa casa di te non so altro.

Però hai indovinato, sono diventata una farmacista, non sono
rimasta all’università come te.

Ma in questa lettera non la trovo la formula per risolvere il
mistero e la domanda che mi aveva perseguitato per anni, ritorna; perché?

E il seguito? Non ho tempo adesso di mettermi a cercarlo: se
un’altra lettera è tumulata in questa casa, in questa libreria, la cercherò
quando smonterò tutto. Forse.

Adesso devo uscire.


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Il caffè di Mimma

Questo racconto è stato pubblicato nel volume con altri 10 finalisti del concorso Moak XVI edizione del 2017, inedito su volumi di Antonio Musotto.

Mimma era una bella figliola. Alta, sciacquata, Rossa di capelli, due occhi da furetto che scavavano dentro quando ti taliavano.

Eppoi aveva il bar. Di fronte al Municipio, allato alla caserma dei Carabinieri. Cafe! Un cafè, due cafè!Mimma! Tre cafè!.

Queste erano le voci che si sentivano la mattina, quando la porta del bar era aperta, e Pino aveva uscito i tavolini di metallo sul marciapiedi.

Poi, Pino pigliava la catasta di sedie e la metteva fuori. Chi si voleva assittare acchiappava una seggia e la metteva a terra, vicino al tavolo.

Magari arrivava un altro e ci diceva a quello che era seduto “Nnà facemu una partita a scopa?”

“Chi perde paga i cafè”.

I cafè potevano diventare quattro, o cinque, o chiàssai, se altri si andavano ad assittare per taliare i giocatori.

E Mimma rideva, e faceva cafè. Pino metteva le tazze calde nel tabarè rotondo, quello con la stella della marca della birra, e li portava fuori.

La tenda faceva scruscio, le mosche volavano via, il cane acciambellato all’angolo della piazza alzava un orecchio e apriva l’unico occhio buono, poi ripigliava a dormire. Vita di canivecchiu, dormire e mangiare quello che gli altri ci portavano. Le monete erano sempre pronte, Pino se le metteva nella tasca del grembiule, poi rientrando, le lasciava a Mimma.

Mimma rideva, e le faceva suonare quando cadevano nel
cassetto sotto al bancone.

La mattinata andava avanti così, magari passava il sindaco, oppure una coppia di carabinieri veniva a prendere le tazze calde per il Maresciallo.

All’una, Mimma e Pino chiudevano la porta, e se ne andavano a casa a mangiare.
Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.

Era sciancata da quando era nùtrica.

Quando la picciridda era nata si era capito subito che qualcosa, nelle gambette, era sbagliato; la madre l’aveva portata dallo specialista, a Palermo.

Il Professore allora taliò Mimma per dieci minuti, la girò, la piegò, ci torciu le ginocchia e le coscette, Mimma prima rideva poi si misi a chianciri,
angustiata, col risucchio.

Mentre sua madre la annacava per farla quietare, e il singulto scuoteva la picciridda, il professore si levò l’occhiali e parlò.

Se ne tornarono al paese con la corriera, Mimma e sò matri.

“La carusa ti vinni sciancata perché l’hai fatta fuori dal matrimonio, fuori dalla grazia di Dio…”. Non lo fece finire di parlare, al parrino che sibilava dietro la grata del confessionale, se ne uscì dalla chiesa, e non ci sarebbe più rientrata.

La picciridda sucava latte attaccata alla minna, cullata dallo scuotimento del vecchio autobus. La madre si teneva abbracciata la busta gialla con i raggi X, lussazione congenita dell’anca, aveva scritto il Professore che poi si era messo in sacchetta le cinquemila lire che la madre di Mimma aveva messo sul piano di cristallo della
scrivania.

Quando Mimma aveva ventuno anni, la madre morì. La trovò la mattina nel letto, con il rosario sul petto, e un foglio di carta nel cassetto del comodino diceva che restava tutto a sua figlia Mimma. Al funerale si presentarono i parenti venuti da Lascari, lo zio Franco, la cani rognosa di sua zia Michelina, i cugini, figli di cane.

Ci restarono male quando scoprirono che la casa e la vigna, che erano stati della loro famiglia, se li pigliava Mimma. Erede universale, aveva detto il farmacista, il dottore Antonio Quattrocchi, fratello del Notaio Augusto Quattrocchi che aveva il brutto vizio di sentenziare in latino mentre masticava tabacco, mettendosi sul naso i
pince-nez dorati.

Quando tutti se ne furono andati, il farmacista ci disse che da tempo avrebbe voluto chiedere a sua madre se la mandava ad aiutarlo in farmacia, però ora che era rimasta sola, si sarebbe dovuta occupare del bar. Non si poteva lasciare il bar al garzone, “Lo capisci, Mimma? E’ l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo”. Mimma abbassò gli occhi, e fece sì con la testa. “Mimma, se qualcuno ti viene a dire sposiamoci, dicci di sì, lo sai che hai bisogno d’aiuto”.

La ragazza si mise a piangere, “Dutturi, lo sapete che nessuno mi piglierà, sono sciancata, chi la vuole una moglie sciancata? La domenica, al belvedere, le altre ragazze camminano diritte attaccate al braccio dei loro mariti, e io sempre sola.”

Il farmacista prese dalla tasca della giacca un fazzoletto bianco di lino, e lo diede a Mimma, “Amunì, asciugati le lacrime, vedrai che anche tu avrai un marito, sei bella, e forte, e quando ridi…”.

Si morse la lingua, il farmacista; ormai era anziano, altrimenti se la sarebbe sposata lui, a Mimma dai capelli rossi, a Mimma che rideva sempre.

Strinse il fazzoletto umido e se lo rimise nel taschino,
reprimendo a malapena un sospiro.

Il massaro del farmacista aveva tre figli, due erano forti come cavalli da tiro, il terzo, il più piccolo, gli era venuto così così, né forte né debole, né cretino né intelligente. Negato per il lavoro della campagna, si era ostinato ad andare a scuola ma lo avevano bocciato alla licenza media. Questo ragazzo, Pino si chiamava, aiutava il farmacista, senza fare troppi danni. Posso anche rinunciare ad un impiegato, si disse il dottore Antonio, e un giorno portò Pino al bar, e lo presentò a Mimma.

“Chiudi la porta, che vi devo parlare”.

Dopo tre mesi, Mimma e Pino si sposarono, al Municipio, che di entrare in chiesa Mimma non ne voleva sapere.

Il paese mormorò, poi tutti tornarono a farsi i fatti loro.

Tutti i giorni all’una, Mimma e Pino chiudevano la porta del bar, e se ne andavano a casa a mangiare.

Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.

Passando davanti alla farmacia, Mimma salutava il dottore Antonio che stava chiudendo la porta pure lui, e rideva.

Il farmacista stava diventando vecchio, e fare le cose gli veniva difficile. Su consiglio del fratello notaio, si fece venire a casa una fimmina, una
donna che veniva dall’Est.

“Vedrai, ti terrà tutto a posto, e poi sanno lavorare duro, senza protestare, e soprattutto, non scassano la minchia, perché al loro paese hanno fame, quindi…” aveva detto sogghignando il Notaio Quattrocchi, mentre bevendo un caffè organizzava telefonicamente l’arrivo di una badante ucraina a casa del farmacista.

La badante si appresentò con una figlia giovane, una ragazza secca e alta, bionda lavatizza, che non parlava, non rideva, stava sempre allato alla madre. Il farmacista decise che questa ragazza, Svetlana si chiamava, avrebbe fatto comodo al bar, avrebbe aiutato Mimma, magari solo a lavare le tazze, a passare la scopa e lo straccio, a fare quelle cose pesanti che Mimma faceva con amore ma con sofferta fatica.

I paesani ridevano quando ci dicevano cose a Svetlana. Prima ci cambiarono il nome. “Stella, viene più facile”, disse il maresciallo dei Carabinieri. Quella pareva che faceva finta di non capire, e rideva pure lei.

Alla stagione calda, Stella si cambiò i pantaloni neri che aveva indossato per tutto l’inverno, e si mise una minigonna a pieghe color melanzana. Con la camicetta bianca e il grembiule, faceva la sua figura, non pareva più tanto pallida e moscia.

Ora i paesani ci ridevano più forte, e mentre faceva avanti e indietro per portare i cafè al tavolino, da qualche parte si sentiva “minchia che cosce!”.

Mimma non si preoccupava, in fondo lei era la padrona, aveva un marito, e anche se bambini non ne arrivavano, era felice lo stesso.

Non si preoccupava Mimma, però quella era sempre con le cosce in bella vista, e rideva, e si guardava in giro, e i giocatori di tressette la chiamavano di continuo “Stella due birre, Stella, duci, porta tre cafè” e subito dopo dicevano guardandola in faccia che tanto erano sicuri che lei non capisse niente “Stella, bedda, ah chi ti facissi”.

Pure Pino, pareva che quella c’avesse il miele sul culo, era sempre girato a taliarisilla. E guardava, eccome se guardava.

A metà di luglio finalmente Mimma capì che si doveva
preoccupare.

Stella era scesa nel seminterrato a pigliare un cartone di bottigliette di gazzosa, e Pino c’aveva detto “aspetta ca t’aiuto”.

Era sceso pure lui. Mimma cominciò a contare mentalmente i secondi che passavano, e sentiva la pressione che le saliva, e la fronte e la pettorina diventare rosse, non solo per la caloria di luglio, ma pure perché nella testa ci giravano
idee che facevano sudare.

Dopo che ebbe contato fino a trecento, Mimma mollò l’ormeggio del bancone del bar, zuppichiò fino alla scala del seminterrato, cominciò a scendere i gradini ad uno ad uno, stando attenta a non fare scruscio con i sandali e
soprattutto a non arruzzolarsi per le scale.

Arrivò al ballatoio, si appoggiò alla graticella impolverata da cui entrava la poca luce che illuminava il seminterrato e vide quello che non voleva vedere. Quasi ci pigliò una sincope quando vide quella finta gatta morta di Stella che, appoggiata al tavolinetto a gambe larghe si pigliava tutto il bendiddio di suo marito che aveva i pantaloni calati a metà, e rantolava sotto i colpi di quel porco.

Risalì di nuovo gli scalini ad uno ad uno, piano, che oltretutto ci girava la testa, avendo negli occhi il movimento di biscie in calore di quei due lassotto.

Si appoggiò al bancone, il piano di metallo freddo l’aiutò a fare sbollire il sangue, aprì il rubinetto e si lavò la faccia.

“Questa me la pagate, tutti e due” si disse a bassa voce mentre si asciugava il viso nello strofinaccio pulito.

Nei giorni seguenti Mimma ci fece caso, che quando Stella scendeva nel seminterrato aveva gli occhi spiritati e il respiro pesante, subito dopo suo marito scendeva pure lui “l’aiuto, le cassette di birra pesanti sono” e poi risalivano rossi, accaldati, e quella la taliava con uno sguardo di sfida.

Mimma si battè la mano sulla gamba offesa “sciancata sì,
minchiona no”.

Si era portata da casa un panierino, ad un certo punto ci disse al marito di andare in campagna a raccogliere i gelsi neri vicino al pozzo, che voleva fare la granita. Come lui si fu allontanato, chiamò la ragazza.

Quella entrò dentro al bar, e la tenda di catenelle tintinnò fresca, mescolandosi alla risata di Stella.

“Stella, fammi un favore” disse Mimma “ scendi giù, il posto lo sai, e mi pigli quel pacco grande di caffè che c’è sul tavolo”.

La ragazza si guardò in giro, come a cercare Pino, poi si affacciò alla scala, e fece per scendere il primo gradino.

I venti scalini se li fece a ruzzolare, sbattendo come un sacco vecchio, finché non si fermò, faccia a terra, nel ballatoio.

Sentì il passo zoppo di Mimma scendere per le scale,
“cadisti, ti facisti male? Chi ti facisti?”

La picciotta piangeva piano, e si toccava la gamba. Tentò di rimettersi in piedi ma ricadde come una bambola di pezza, gridando dal dolore.

Mimma si accorse che quella aveva una gamba rotta, si avvicinò all’orecchio di Stella, che gridava e imprecava nella sua lingua “ora t’aiuto, ora t’aiuto io” le disse, si abbassò e le torse l’arto fratturato, Stella buttò un grido più forte, poi
svenne.

“Ora a finisti di fare la buttana con mio marito” disse Mimma “ e se ti vuole ancora ti troverà sciancata, comammìa”.

Dopo alcuni mesi di cure, Stella riprese a lavorare al bar. A scendere nel seminterrato non ce la faceva più. Ricominciò ad usare i pantaloni neri di panno sotto al grembiule. Portava i vassoi con i caffè ai tavolini nella piazza, ma i paesani non la taliavano più con lo sguardo rapace.

Ancora oggi, Mimma e Pino all’una chiudono la porta del bar, e se ne vanno a casa a mangiare, con i vestiti impregnati dal profumo dei mille caffè fatti nella mattinata. Mimma si attacca al braccio di Pino, e traversano la piazza in
diagonale, con un’andatura sbilenca.

Sembrano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso. A due passi li segue Stella vestita di nero, che zuppichia ancora come un albatro
tisico.

Passando davanti alla farmacia, Mimma si volta verso la saracinesca, chiusa da anni, abbassa gli occhi e non ha più voglia di ridere.

(Antonio Musotto ci tiene a dire che tradurrà le parole ignote su richiesta dei lettori nei commenti).


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina di Antonio Musotto.




Dune Buggy

Viaggiavo,
sulla via del ritorno. Ero su un viadotto, dalle casse dello stereo pompava
forte un pezzo dei Pearl Jam, facendo vibrare i pannelli negli sportelli.

Ha
squillato il telefono, era il mio capo. Ho rallentato, mentre lui parlava
guardavo a sinistra il mare che scorreva sotto al viadotto.

Quello
ha parlato da solo per cinque minuti buoni, ogni tanto dicevo sì o no tanto per
far capire che ero vivo e non avevo interrotto la chiamata.

Poi
ho visto lo svincolo, ho rallentato e messo la freccia per uscire, seguendo le
curve fino al bivio al mare.

Sono
passato nel sottopasso ferroviario, le piogge delle settimane precedenti lo
avevano trasformato in un laghetto e un torrentello scorreva fino alla
spiaggia.

Ho
seguito il lungomare per un po’, poi ho chiuso la telefonata con il capo “sto
entrando in galleria, ti chiamo dopo”, quello ha risposto ok, io ho pensato
fanculo.

Ho
parcheggiato, sono sceso dall’auto e mi sono fatto bagnare dal sole; era
velato, un sole adolescente di aprile, ho buttato la giacca sul sedile e ho
cominciato a camminare sul marciapiedi che era ancora invaso dalla sabbia delle
mareggiate invernali.

Scrutavo
il mare, le piccole onde che si spiaggiavano delicatamente con un timido rumore
di risacca, un paio di gabbiani inventavano coreografie volanti, tutto sembrava
quasi perfetto.

Poi
è arrivata una macchina, una di quelle dune-buggy che si noleggiano nelle
località turistiche, ne sono scesi due ragazzi e tre ragazze, avranno avuto
venti, venticinque anni.

Pallidi,
di quel colore lattescente che hanno gli anglosassoni, con capelli lunghi e
arruffati: si capiva che si erano appena svegliati, e che il loro unico
pensiero era rivolto alla sabbia, al mare, al sole siciliano.

Ho
pensato che quel biancore sarebbe diventato presto rosso ustione, ma mi hanno
prevenuto cominciando a spalmarsi reciprocamente una crema svizzera col
barattolo rosso, si raccontava che la usassero per salvaguardare i capezzoli
delle vacche da latte.

Forse
era una minchiata partorita dalla mente deviata del creativo di turno.

Mi
sono seduto sul muretto dal lato del mare, con le gambe a penzolare nel vuoto,
senza particolari pensieri.

Le
ragazze si sono tolte il pezzo di sopra del bikini, e ridendo hanno continuato
a imbiancarsi con la protezione solare lanciando gridolini e sospiri , e i seni
sono diventati più bianchi di quanto non fossero naturalmente.

Guardandomi
sul muretto mi sono detto “sembri il solito guardone anziano” e stavo per
andarmene.

Nel
frattempo è arrivato uno scooter, il tizio che lo guidava si è tolto il casco e
si è seduto vicino, aveva la barba incolta e un aspetto trasandato.

Intanto
io cominciavo a sentirmi a disagio, i ragazzi in spiaggia pareva si divertissero
a trasgredire, sapendo di essere osservati.

Il
tizio stazzonato che si era seduto accanto a me ha detto “sono pieni di vita”.

Mi
sono detto, il solito pappagallo di paese che conosce quattro parole d’ inglese
e ora tenterà di portarsi in giro qualche ragazza da far vedere agli amici.

L’ho
guardato con uno sguardo neutro, ma sentivo crescere dentro una specie di
rimprovero da somministrare.

Invece
lo scooterista ha continuato “mia moglie ha un tumore, il dottore ha detto che
ha tre mesi di vita”.

Ho
di nuovo girato lo sguardo verso i ragazzi che ora si erano distesi a bersi il
debole sole di aprile, poi mi sono alzato e sono tornato verso la macchina.

Ho
premuto il pulsante di messa in moto, l’abitacolo si è subito riempito della
pressione sonora dei Pearl Jam.

Palermo 5 aprile 2018.





Giocondo e la palestra

Quando nacquero, i gemelli del geometra Lanza, lasciarono tutti senza parole.

Uno era magro come la speranza, l’altro invece era rubicondo, con un sorriso serafico: il primo fu chiamato Ugo e il secondo Giocondo, il nome era stato ispirato dall’ostetrica che facendolo venire al mondo per secondo, gli lesse in viso quel ghigno che sembrava prendere tutti per il culo.

Crebbero insieme, i gemelli Lanza, frequentarono le stesse scuole e i loro insegnanti stentavano a credere che fossero gemelli, magro e scuro con i capelli neri di ferro filato Ugo, biondo e rubicondo, con un importante giro vita invece Giocondo. 

I loro destini si separarono bruscamente alla fine delle scuole medie: Ugo non ne volle sapere di continuare e aprì una rivendita di stoffe e tele, mentre Giocondo si diplomò geometra, come il padre, e come il padre fu assunto al Comune: fu una specie di scambio di ostaggi, perché il padre andò in pensione e al suo posto subentrò Giocondo, cosicché venne conservata anche la targhetta sulla porta del minuscolo Ufficio Tecnico Comunale, un geometra Lanza se ne andava, un geometra Lanza subentrava.

Il soprannome che Giocondo si era conquistato all’istituto tecnico per geometri “Lanza tutta panza” lo seguì inevitabilmente anche in ufficio, ma lui non se ne dava pena; mangiare, gli piaceva, e bere anche.

Quando Giocondo usciva dall’ufficio, alle tredici e cinquanta, se ne potevano sentire i borborigmi a distanza, faceva sempre lo stesso percorso: salutava – ricambiato – sempre gli stessi negozianti e si fermava per espletare il suo unico dovere: comprare il pane, caldo e fragrante nella forneria sotto casa.

Quattro mafalde e un bocconcino?” diceva ridendo Nino il panettiere, ben sapendo che le quattro mafalde le avrebbe divorate Giocondo tra pranzo e cena, e che Adele – la moglie di Giocondo – si sarebbe accontentata del bocconcino perché lei, a differenza del marito, alla linea ci teneva, eccome.

Un brutto giorno, mentre discuteva accalorandosi in maniera non usuale del nuovo piano regolatore edilizio del comune – l’assessore Bisconti esigeva che certi pantani da lui ereditati dalla zia Rachele venissero trasformati in zona industriale – Giocondo ebbe un mancamento, gli occhi fecero pupi-pupi e poi si girarono verso l’alto, sembrava che nelle orbite avesse due uova sode, e si accasciò mollemente sulla poltrona.

Ti devi mettere a dieta, fare movimento…anzi sai che ti dico? Iscriviti in palestra. Sì, la stessa dove va tua moglie, così non ti sentirai a disagio” gli disse il cardiologo, cugino di lei, consultato con urgenza dopo il fattaccio.

Gli esami di sangue avevano rivelato che aveva livelli
di colesterolo e trigliceridi incompatibili con la vita, l’analista aveva
rifatto le procedure tre volte, prima pensando che la macchina delle analisi si
fosse rotta, poi temendo che i reagenti fossero scaduti.

E quel mancamento, quel sentire la testa volare come
un palloncino e le gambe farsi molli molli, come di panna, erano dovuti, a
detta del cardiologo, ad un attacco ischemico transitorio.

Un avviso, il tuo corpo ti ha mandato un avviso, Giocondo. Potrebbe non essercene un secondo, stai attento a te”.

Giocondo era un fifone, ma per l’attività fisica aveva la stessa simpatia che i gatti hanno per l’acqua, e in più già immaginava i terribilissimi languori che lo avrebbero assalito riducendo la dose di pasta da duecentocinquanta a settanta grammi “al massimo, Giocondo, meno sì, di più no” e abolendo le adorate quattro mafalde “pane integrale, grammi cinquanta a pranzo e cinquanta a cena”.

Una condanna: leggendo i fogli della dieta, le quantità erano falcidiate: “ma come campa un uomo mangiando cento grammi di lattuga e cento di mozzarella? C’è pericolo di morire di anemia, di inedia, di debolezza” aveva belato Giocondo al cugino cardiologo, ma quello aveva tagliato corto “se vuoi che mia cugina resti vedova, continua a fare come ti pare, e non dirmi che non ti avevo avvisato”.

Adele accompagnò Giocondo prima al negozio di articoli sportivi “la tuta, deve essere blu, o nera, che sfila, e niente righe o strisce” aveva sentenziato la commessa, una bionda tornita e tanto abbronzata che pareva finta. Ebbero qualche difficoltà con le misure, e si dovettero accorciare – e di molto – i pantaloni, e adattare una maglietta di un’altra marca, che almeno riusciva a indossare conservando una certa capacità di muovere le braccia e respirare.

Due giorni di dieta e già Giocondo delirava, aveva visioni gastronomiche, in ufficio non voleva andare, il sindaco fu costretto a mandare l’auto di servizio a prenderlo a casa “sono debole, non ce la posso fare”, belava lui al centralino.

Il terzo giorno era previsto l’inizio della ginnastica “fitness si chiama” diceva ridendo Adele, preoccupata dalla predisposizione negativa di Giocondo.

E Giocondo ci andò, in palestra: venne affidato ad un personal trainer che pareva un parente di Big Jim, il quale tentò invano per alcuni giorni di spiegare a Giocondo come manovrare le complicatissime macchine della sala attrezzi.

Finì che cedette l’allievo “è un cadavere, non mi ascolta e neanche mi capisce” all’istruttore di yoga e judo, che si era detto disposto a prendersi cura di quell’allievo tanto riottoso.

Giocondo bighellonava nella sala pesi tra ragazzine tatuate,
con glutei modello Barbie, e giovani muscolati come tori dell’Andalusia, che lo
ignoravano, neanche fosse un fantasma.

C’erano altri uomini maturi in palestra, ma erano
impegnati a inseguire con lo sguardo (e non solo) i glutei delle mini-Barbie o
a confabulare, attendendo il turno alla leg-machine, con le signore e altri
ragazzi: parlavano di proteine, di massa muscolare, di centimetri di bicipiti,
di tonicità del quadricipite femorale e di altri argomenti di anatomia umana.

Quei discorsi gli mettevano appetito, e inoltre non
riusciva mai a inserirsi nella discussione, sia perché gli altri lo ignoravano,
sia perché materialmente non aveva proprio argomenti.

Passarono alcune settimane, Giocondo aveva un umore devastato, ringhiava a chiunque gli facesse una domanda, Adele lo trascinava in palestra ma ogni giorno temeva che sarebbe stato l’ultimo: e poi, nonostante le sedute di fitness e la dieta, era dimagrito pochissimo, appena otto etti.

Invece, l’uso delle macchine per i muscoli delle gambe
aveva risvegliato in lui una leggera zoppia, più un’asincronia del movimento,
per cui, quando si spostava da un punto all’altro, la gamba destra di Giocondo
sembrava compiere uno strascicato passo di tango, le signore lo guardavano e
ridacchiavano, ma lui non se ne avvedeva.

Un pomeriggio, faceva un caldo secco insopportabile giù in palestra, Giocondo sfuggì alla sorveglianza discreta della moglie e andò negli spogliatoi per bere un po’ d’acqua fresca.

Tornò in sala con una vigoria inattesa, si guardò allo specchio e sentì un’energia sconosciuta prorompergli dal petto, doveva assolutamente andare a prendere un manubrio e fare tanti di quegli esercizi da ritrovarsi i bicipiti di Popeye!

E poi passò a lavorare con l’attrezzo per le spalle,
voleva che i suoi deltoidi guizzassero come delfini sotto la maglietta sudata, i
pesi salivano e scendevano, le signore cotonate lo guardavano ammirate, le
ragazze dai glutei d’acciaio si fermavano a osservare la sua vigoria.

Continuò a girare per tutti gli attrezzi della sala
fitness-anzi “sala fitnebook” come la
chiamava lui sprezzante per via del fatto che la maggior parte degli utenti
passava il tempo a chattare su facebook o
a farsi selfie davanti agli specchi
gonfiando il torace o spingendo in alto i seni siliconati.

E ogni volta che si allontanava da una delle macchine, si guardava allo specchio, la pancia stava scomparendo! I pettorali sembravano crescere a vista d’occhio! Gli erano persino venuti due polpacci da bisonte!

Un local hero, ammirato da tutte le ganze e i ragazzotti della palestra, pieno di energia, pieno di ormoni, pieno di…sentì improvvisamente un getto d’acqua sul viso “geometra che succede! Che ha combinato…si riprenda per favore!…chiamate subito il Dottore!”.

Giocondo fu adagiato, con non poche difficoltà, su una barella e poi portato all’ambulanza che lo trasportò al pronto soccorso.

Adele scoprì che negli spogliatoi alcuni ragazzini
avevano offerto a Giocondo delle caramelle-caramelle all’anfetamina-che lo
avevano fatto sballare completamente.

Il medico del pronto soccorso lesse la pressione sullo sfigmomanometro, controllò la frequenza, guardò sotto le palpebre e dentro la bocca di Giocondo, quindi sussurrò la frase più dolce che lui potesse sentire: “geometra, mi raccomando, riposo per almeno un paio di settimane, e poi si faccia rivedere da noi”.

Palermo 4 dicembre ’18


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright.




Gli stati della fotografia: solido, liquido, gassoso.

Ho un punto di vista chimico-fisico sulla fotografia, sarà colpa del mio essere farmacista?

La fotografia nasce solida: solida come le lastre di vetro e le grandi macchine che servivano a scattare fotografie nelle quali la luce e il lampo del magnesio fermavano gruppi familiari riuniti intorno al padre e alla madre, soldatini in atteggiamento marziale, uomini e donne spaesati nel momento di fare i documenti per emigrare. E queste fotografie si stampavano, adoperando supporti e prodotti che hanno consentito alla maggior parte di quelle stampe di resistere al tempo e alla vita dei protagonisti ritratti, arrivando ai nostri giorni e ai nostri muri. Le foto del nonno morto un secolo fa, in quella posa così gentile passeranno, quando io non ci sarò più, sulle pareti di altre case: speriamo non sia un rigattiere a ricollocarle.

La fotografia è stata solida come
le reflex degli anni Sessanta, di vero e pesante metallo che hanno documentato
le rivoluzioni e molte guerre, solida come le certezze dei rivoluzionari
immortalati dai reporter, solida come le reflex giapponesi che hanno resistito
ai miei maltrattamenti di rustico ventenne.

E da queste macchine, alimentate da rullini che concedevano la moderata creatività di 36 pose al massimo, sono usciti negativi solidi, stampati su carte fotografiche belle ma poco resistenti, paradossalmente, alla luce.

La  fotografia solida ritrae il nonno diciassettenne alle armi, nel 1919. Nonostante siano passati cento anni, ancora si conserva“.
Antonio Musotto

Poi, appaiono le prime macchine digitali e la fotografia diventa liquida: liquida, come la possibilità di scambiare velocemente i file di pochi megabyte e trasportarli su pendrive o dischetti, diventa liquida perché è spesso lasciata ad invecchiare sugli hard disk e riscoperta dopo anni con quel sapore di vino vecchio, non sempre buono, diventa liquida perché spesso, come quando si tira involontariamente il tappo della vasca, i file contenuti nelle schede di memoria vengono cancellati senza lasciare traccia, per essere rimpiazzati da altri file. Ricordo quando acquistai la mia prima fotocamera digitale, poco più di un giocattolo, con un piccolo sensore di soli 3 megabyte: mio figlio la maneggiò per qualche istante poi mi chiese “papà, dove si mette il rullino?”, e, quando risposi che non serviva il rullino,  sentenziò “allora non serve a niente, è finta!” Non era troppo lontano dalla realtà.

La fotografia liquida è quella scattata a Cefalù per caso, con una rudimentale Panasonic Fz27 da appena 6 megapixel” © Antonio Musotto

Infine la fotografia diventa gassosa perché il supporto che la trasporta, lo smartphone o il social, sono effimeri e precari, e basta che il supporto si guasti o venga smarrito per fare evaporare i byte, e farli perdere per sempre: come quando Ulisse (fu lui?) aprì gli otri di Eolo e i venti si dispersero. La fotografia gassosa è come il profumo, anche il più intenso dopo un po’ perde il senso, e si dimentica. Ha un pregio, quello di costringere all’oblio digitale milioni di scatti insulsi, di foto di brutte feste, brutte cene, insulsi incontri. La fotografia gassosa costringe a complicate operazioni per essere trasportata da un telefono all’altro e spesso, al momento di avviare il nuovo smartphone così lucido e levigato, si decide che quelle immagini avevano senso solo nel momento in cui si possedeva il device con il quale furono scattate, e allora si eliminano, per sempre.

La fotografia gassosa porta con sé la perniciosa e contagiosa patologia del selfie: il selfista cronico è un essere senza identità, che affida al selfie quotidiano la certificazione del suo essere in vita, e la affida ai social affinché altri sappiano che lui – anche se non ha alcun valore – esiste. Forse, altrimenti è come un gas, inodore, incolore e insapore che si dissolve nell’istante stesso in cui viene realizzato.

La fotografia gassosa è un selfie con Tommi, che se non avessi attivato il salvataggio delle foto dal telefono sul cloud sarebbe andata perduta alla sostituzione del melafonino che la scattò due anni fa
© Antonio Musotto

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